le chimiche verità

Si diceva alla fine di un ragionamento sui sentimenti, che le donne vogliono dolcezza eppoi ci si chiedeva cosa vogliono gli uomini dalle donne.

Io ho risposto la verità, ma non ne ero certo. Mi pareva la cosa più importante e semplice o forse era una risposta etica. In realtà, pensandoci ora, penso che sia uomini che donne, vogliano verità e cura, non solo l’una o l’altra. Ma non è una risposta di genere, forse diamo nomi uguali a intensità differenti. Chi ha mai definito appieno la scala del bisogno d’amore? Chi riesce a tracciare i colori che vanno dal nero al rosso acceso e a collocarsi nella sfumatura che gli appartiene e al tempo stesso definire quella che desidera? C’è uno iato che fa la fortuna dei venditori di tranquillanti, di psicologi e preti ed è costituito dal tentativo di trovare una ragione per lo squilibrio, nonché del tentativo di colmarlo.

La mia insegnante di chimica analitica mi ripeteva che si trova quello che si cerca, poco o tanto, anche niente ma funzionava così.

Aveva ragione, anche se quasi mai nella vita si procede sapendo davvero ciò che si cerca e sorprendendoci di ciò che si trova. Invece, al contrario dell’analisi chimica, non di rado ci si accontenta, pensando che siamo noi ad essere poco in sintonia con i nostri desideri.

Ma qui c’è la notizia che tutti conosciamo: chi si accontenta non gode, s’accontenta e basta.

Quindi forse la prima asserzione non è distante da ciò che si vorrebbe: verità e cura sono un buon misuratore di ciò che si cerca davvero.

 

geometria

Nel perimetro esatto delle cose,

che solo il cerchio approssima,

c’è una infinitesima area dove tutto si confonde

e la linea, la superficie evapora

e diventa aria,

ascolta il profumo che ne viene:

è li che nascono le scelte

e la vita continuamente di rinnova.

 

 

non muto

Se si finisce per giustificarsi, se le conversazioni sono un canovaccio che si potrebbe riempire prima di iniziare, compresi tempi e silenzi.

Se questo dirsi attiene molto al passato e quindi agli errori, ché tanto i meriti saranno sempre scontati, se tutto ciò è ricorrente, qualche errore presente pure ci sarà.

Nessuna buona indole giustifica la ricerca dei colpi scontati, neppure la speranza di cambiare chi ci colpisce oppure l’evolvere nostro. È solo un innaturale, incongruo, assurdo senso di colpa privo d’oggetto a cui ci si assoggetta. Ovvero il senso di colpa dell’esistere e dell’essere come si è, e se di chi ci ha ferito poi si riesce a dire : chissà perché di te io ricordo solo cose buone, in questa frase chissà quante illusioni o rabbie sono state sollevate.

Lo penso ora, che di più capisco e meno faccio per adeguarmi. E non muto e d’altro mi curo.

Si può vivere per approssimazione a se stessi, cercando di assomigliarsi quanto più si può, ma non essendo altri. Ogni notte ne verrebbe una colpa da annegare nel sonno, forse per questo la bussola è semplicemente essere, cancellando ciò che può far male.

il tempo dell’assenza 1.

“…una storia d’amore, ossia l’abdicazione della ragione a favore della passione; è sintomatico, direbbe il buon dottore. È una forma di resistenza. Per Sarah l’amore è solo un insieme di contingenze, nel migliore dei casi il potlach universale, nel peggiore un gioco di dominazione nello specchio del desiderio. Che tristezza. Sarah cerca di proteggersi dal dolore degli affetti, non c’è dubbio. Vuole tenere a bada ciò che può scalfirla, si difende in anticipo dai colpi che potrebbe ricevere. Si isola. ”  da Bussola di Mathias Enard edizioni e/o pg.346 

In quel succedersi di piazze, di portici con plateatico di tavolini all’aperto, di visi ignoti che ti riconoscono, di saluti e indifferenza, che è la mia città, passano conoscenze inattese. Si attende l’uno e arriva l’imprevisto altro e così mentre il sole scendeva tra i palazzi, è apparsa una figura nota. Riconoscibile e cara nel ricordo di qualche anno vissuto molto assieme. Poi, accade senza un motivo preciso, la presenza si era rarefatta sino a temerne una malattia non raccontata perché le poche volte che ci si incontrava il discorso era svagato e frettoloso di lasciare. Infine la sparizione, il succedersi delle richieste di notizie, i mi pare, mi hanno detto, fino al non so comune: l’assenza.

E adesso, dopo l’abbraccio, ha subito iniziato a parlare come un torrente bisognoso di strada, saltando antefatti e interi capitoli poco utili alla storia, il tutto innescato da una domanda così generica che si aspettava risposte svagate e che restava appesa e stupita di tante parole. Quel dov’eri finito ha fatto fatica a connettere le cose che arrivavano a fiotti, almeno all’inizio: mancavano le cause e c’erano fatti raccontati con precisione; come in quelle storie in cui c’è subito l’assassino ma manca un movente e alla fine neppure l’assassino è certo. Con distacco analitico parla di un amore passato. Della sua insensatezza dilapidatoria, così simile al potlach senza il beneficio del prestigio. Ne ha ricavato una caduta a spirale verso un centro (un buco) che non prevedeva l’unione ma il suo contrario, così ha detto, ed era la scissione definitiva da sé, dal suo pensarsi, dalla sua immagine. Il prezzo di quella passione che l’aveva portato via, era stato un distacco che trovava nel dubbio, nella spogliazione delle idee maturate con adesione e fatica, l’estraniazione da sé. Assentiva, così ha detto, ad una visione dei rapporti tra persone, tra amori che non era la sua, eppure l’accettava lo stesso provandone un piacere d’ignoranza per non averla saputa sino a quel momento e d’umiliazione per non sentirla proprio. Ed era un piacere a cui si piegava, come una flagellazione d’insufficienza.

Nell’economia dell’amore l’attesa del ricevere si ricaccia nel profondo, anche se è pronta a balzar fuori se ripetutamente contraddetta, però intanto si rovescia nel dono e si scioglie in un sorriso quando lo si sente accettato, nel suo caso erano accaduti tanti e tali dinieghi che non c’era più neppure la ritualità del convenire l’accettazione. Non sapeva come fosse accaduto, ma ciascuno difendeva un ruolo, dove da una parte c’era una pretesa silente e accusatoria e dall’altra un dare presuntivo di miglioramento, un gettare in una fornace le convinzioni, ciò che aveva di caro e ogni volta ritrovarsi senza nulla sentendo la propria insufficienza, e dover dare ancora. Alla  fine aveva cercato con sempre maggiore frequenza giustificazioni e colpe. Si lamentava in silenzio, faceva il broncio, si sentiva ridicolo mentre incupiva. Era diventato impossibile a se stesso. Era questo un amore? E sembrato attendere una mia risposta, ma non era vero perché ha continuato. Era amore l‘ansia di accettare ed annullarsi come fosse un atto espiatorio, oppure dovevo attendermi gioia, pienezza, condivisione? Di sicuro la seconda, lo sapeva, eppure per molto tempo (non tanto nella cronologia che mi faceva, relativamente breve, un anno o poco più, che per lui doveva essere stato un tempo infinito) aveva sperato, cercato con tristezza crescente che i fatti e le parole coincidessero, che i silenzi avessero senso, che la ferita e l’offesa fossero guariti da un mutare di entrambi, ma questo non veniva e continuava a scendere nell’insoddisfazione, fino al momento che s’era fermato sull’orlo di qualcosa che non sapeva.

Mi ha descritto un’atonia senza limite, un prostrarsi e disperare determinato, cioè la ragione, ha detto proprio questo, aveva preso il governo della passione e pian piano la smontava, la mostrava chiedendo un motivo per ciascuno dei pezzi che sottoponeva ai suoi occhi ed egli, anche se si ribellava, però veniva pian piano convinto a vedere ciò che non aveva voluto.

Come si fosse generata questa estrema resistenza prima dell’indifferenza non lo sapeva, ciò che invece capiva era che era necessario allontanarsi e la modalità prevedeva solo due possibilità: il taglio netto o un processo di riconquista della negazione. Quel no, ripetuto dapprima all’idea di amore guasto, poi alla scissione di questo dal soffrire, l’aveva gettato sulla passione per spegnerla un poco per volta. Ed era andato avanti e indietro, staccandosi con immensa fatica, sperando che un fatto esterno risolvesse, ma non era venuto, così si era operato da solo.

Per capire e cercare di mettere un ordine, e un nome, gli avevo chiesto com’era accaduto. Mi parlò allora di un momento di gioia glorioso, di un incontro, della conquista presunta, del trionfo che in realtà era solo tronfio culto del narciso. Mi disse che erano stati mesi in cui governava le cose e decideva cosa si poteva fare e cosa era precluso, ma questo era avvenuto sino al momento in cui si era trovato talmente legato che era subentrata la gelosia, il sospetto. E chiedendo ragione aveva sentito il rispondere evasivo, e anziché indagare aveva cominciato a dare di più, a credere tutto finché erano assieme e a dubitare su tutto quando non lo erano. Lì era caduta la difesa della ragione e si era consegnato a un evolvere inatteso.

Si era fermato dal parlare. Pensava e si vedeva dalla tensione che ripercorreva qualcosa. Ecco, mi disse, ho accettato che fosse vero il sospetto e cercato di riportarlo in una modalità di amare che non era esclusiva. Insomma volevo mi andasse bene tutto purché alla fine scegliesse me. Tu pensi che questa sia stata una forma d’amore?  No, non lo era perché io stavo rinunciando non ad un rapporto esclusivo, ma a me stesso. A ciò in cui credevo. E non ne veniva un balzo in avanti, ma una precarietà e un abisso che si apriva. Questa discesa è continuata a lungo, alcuni mesi, una vita, finché ero talmente sconvolto da un continuo essere entro passioni contrastanti che mi sono bloccato. Cioè ha funzionato qualcosa di automatico, il sonno, la stanchezza, il vuoto, e ne è venuto un periodo altalenante fino a vedermi e capire che dovevo scegliere. Doveva essere un taglio netto e invece ho scelto di riconquistarmi. È stato un bene e un dolore aggiuntivo. Ma un bene, alla fine. È stato un tempo dell’assenza perché c’ero ed ero altrove, in una vita che immaginavo e che dovevo vedere per capire che non era reale. La realtà ero io allo specchio la mattina, nei gesti che facevo a memoria e che, per la prima volta, dovevano ricevere un ordine: lavati, raditi, pulisci i denti, fai la doccia, bevi il caffè, vestiti, esci, vai. Questa era la realtà, non dov’era, con chi era, perché non ero con lei. Questo ogni giorno per mesi, inframmezzandolo a ciò che c’era attorno. Dovevo rispondere alle domande, gestire la vita normale eppure non c’ero se non quando mi imponevo di esserci. Ero naturalmente assente e ragionevolmente presente, fino al silenzio notturno quando mi lasciavo andare e allora lo scuotersi, la tentazione del chiamare, la curiosità malsana mi aggrediva, e ancora dovevo riconquistare un governo della presenza. Sonniferi e negazioni, infinite negazioni per essere me. Per questo capisco chi si difende e nega anticipatamente e capisco chi si lascia andare e si perde, entrambi scelgono.

Nel mio caso non sarei più stato lo stesso, lo capivo e non avevo scelta, e ora sono in grado di vedere ciò che è accaduto. È stato un errore, di valutazione, di percezione, ma necessario perché mi sento differente, più maturo. Gli errori hanno bisogno di un’ assoluzione e forse questo raccontarmi a una tua domanda su un ricordo comune, è anche questo, ma sarebbe togliere forza all’errore se non lo considerassi parte di me. È una sorta di faglia che può essere riattivata e che resta dentro, perché in fondo è me. Se mi innamorassi di nuovo potrei sbagliarmi nuovamente ma non sarebbe lo stesso errore, non ci sarebbe una coazione a ripetere perché sono stato gettato innanzi da me stesso e nell’inferno ci sono già sceso. Dovrebbe essere un nuovo inferno, e si è fermato, con un sorriso appena accennato, ha ripreso, o un paradiso. Ammesso che noi non conteniamo sempre entrambi.

E ha cominciato a sorridere, ad abbracciarmi per andare via perché aveva fretta. E ringraziava e voleva ci vedessimo presto e contraeva e distendeva il viso e io non sapevo se avevo riconquistato un amico oppure se era definitivamente andato. Questa volta con una spiegazione.

a proposito di tenerezza

Il bisogno di tenerezza si esprime, chiede, cambia la voce e il gesto. E’ disponibile a dare subito e condividere.

Dove si è generato? Quale mano ha cominciato a scavare e creare una voragine che non si colma se non per momenti, tempi brevi, e poi ricomincia?

Comunque è qualcosa che si è avuto e ha creato un’abitudine di piacere oppure qualcosa che è mancato e sin da allora si è cercato?

E questo bisogno è apparentemente collegato e scollegato da ciò che accadde, sembra che la sua natura sia qui e ora. Forse per questo i fortunati(?) ne conservano un equilibrio, una ragione, mentre gli altri sono senza un limite che dica basta. Confondendo con altro il bisogno di tenerezza, surrogando e surrogandolo, oppure facendone scorpacciate infinite è un bisogno che non si placa. Che si legge in ogni gesto, parola, abitudine che viene porta.

Il contatto tenero e fisico inizia con l’abbraccio, in un accogliere che già nella sua gamma di intensità, rivela molto d’altro. Sì perché la tenerezza non si chiede e dà solo nella gioia, ma allo stesso modo nel conforto.  Anche una spalla e un silenzio, e il lasciarsi bagnare di lacrime tiene molto assieme.

sera

Prima s’addensa nel bosco, sotto i faggi, tra gli abeti e in quel gorgo di pietre, anfratti e muschio che le radici conoscono a menadito, ma non noi che guardiamo il passo che affonda nell’ombra. Poi esce e serpeggia tra l’erba, i crochi, le miriadi di fiori che piano chiudono le corolle e s’apprestano al buio. È la sera, con le vette illuminate che illudono del permanere della luce mentre le ombre s’allungano.  È la sera che s’annusa nel fumo dei paioli e delle cene nelle case di pietra. È l’ora che gli animali che sentono per rientrare mentre i cani cominciano la guardia al territorio. È la sera che lascia sempre aperti cancelli di lievi malinconie, misura la distanza da un tepore, da volti cari, da oggetti conosciuti. L’ombra che si stende fa calcoli di fatica e di cammino, rovescia clessidre e traccia confini oltre i quali non andare. Sarà contraddetta ma non importa perché è testarda e paziente. Come una sirena invita a restare, a godere del silenzio che si gonfia di piccoli rumori, suadente chiede di lasciare che la luce scemi in noi assieme ai pensieri che portano distante. Riassetta il libro delle decisioni e lo chiude, invita al momento, sommessa ne racconta l’unicità. Cosa c’è di meglio, sussurra, che appoggiare la schiena ad una parete di legno ancora calda del sole e guardare la luce che disegna profili, lascia ch’essa entri a sorsate e racconti di una pace alternativa al correre, all’andare.
Qui subentra la volontà del tornare che punta a un futuro prossimo oppure il consegnarsi alla pienezza precaria d’un presente infinito. Ogni attesa può essere posposta, una soluzione per la notte trovata e intanto si può godere di questo avvilupparsi malinconico che è clemente col passato: ne fa un insieme di occasioni lasciate mentre non dice nulla del futuro. Qui e ora è la vita. Libera, nel rideterminarsi. Dice la sera.
Quante volte l’orlo del buio ha avvinto e poi la decisione ha accelerato il passo e trovato un cerchio di pensieri per misurare il ritorno. Quante volte si è sospesa una decisione che scegliesse la notte della solitudine. In quel confine si gioca la sera del viandante che si ferma e contempla l’ultimo fulgore sulle cime mentre un brivido l’attraversa, e sente che è freddo e consapevolezza.

persone

Li guardo alzando gli occhi dal libro. Vedo i loro occhialini, gli occhi vivaci, i cappelli strani come le acconciature, i visi che si muovono. Hanno una mimica che cerco di interpretare così guardo verso chi è rivolta. Spesso è una donna e anche lei da interpretare nella mimica del viso, nel taglio della bocca. Non voglio fissare, mi hanno insegnato da piccolo che le persone vanno osservate senza metterle in imbarazzo, così lo sguardo scivola via, va distante dai volti, dagli abiti, dalla mimica delle mani. Vedere senza guardare. Le mani dicono molto, a volte più del viso. osservo come s’intrecciano e si sciolgono, quando stringono a ribadire una convinzione e poi si rilassano. Per discrezione cerco di non ascoltare, indovino dalla mimica. Parlano di lavoro, di progetti, alzano la voce, ridono di qualcuno o qualcosa. Oppure i visi si avvicinano e scambiano qualche intimità. Promesse a breve, forse. Gli abiti cominciano ad alleggerirsi. Si aprono, mostrano i vestiti sotto le giacche. Le fogge sono così inusuali che mi sorprendono sempre. Io vesto sportivo oppure con la giacca e cravatta. Devo dire che le tinte le accompagno sempre in sfumature di tono se vado al lavoro, ma i colori mi piacciono molto. Mi incuriosiscono e penso a come devono star bene quando si vestono. Penso sorridano. Cerco di immaginare i loro pensieri, le attese, i desideri. Ci assomigliamo tutti ma con l’età il mazzo si mischia e i desideri prendono posti differenti. E così le urgenze o ciò che pareva secondario improvvisamente si scambiano.

A volte persone che conosco, si fermano e mi parlano, spesso vorrei più silenzio e meno convenevoli. Scambiamo notizie che non ci interessano, colgo le ripetizioni, i racconti che mutano e che non si ricordano di avermi già fatto. Sorrido ai punti giusti, non rilevo che ho già sentito. Mi chiedo come mai conosca sempre meno persone che passano per questi tavolini all’aperto. Mi sorprendo anche se conosco la risposta. Un tempo ci parlavamo tra i tavoli, ora la vita ha disperso i visi conosciuti, le vite che si erano toccate. Ma io torno e guardo il cambio della guardia. So che non hanno pensieri simili ai miei, il divario d’età è così ampio. Qualche volta, interpellato, passo l’accendino oppure do un’informazione, ma spesso mi accorgo che mi chiedono cose che non conosco bene. Forse mi prendono per un professore vista l’età e l’essere conosciuto dai proprietari. Vedono anche che spesso sosto allo stesso tavolo. Quello da cui si vede il tramonto che staglia la città mentre arrossa il fiume. Passa una barca che voga alla veneta e lascia una scia di piccole onde morbide. Mi piace come cala la sera con questo sospendere i rumori attorno, sembra che tutti stiano più attenti. Ma è un’impressione perché il cicaleccio e le risate si susseguono.

Non conoscere nessuno non significa sentirsi soli, è come avere una casa aperta in cui entrano voci, pensieri, espressioni. A dire il vero non ho una percezione di un utile in tutto questo, ma mi piace il senso di curiosa immaginazione che me ne viene. È come mi raccontassero delle storie senza volerlo, ed io ascolto. Mi piace molto ascoltare e lasciare che la mente corra. Un tempo mi sembrava di conoscere tutti in questa città, che non è proprio piccola. Anche adesso mi salutano spesso e mi sorridono. Credo dipenda da qualche ruolo passato, ma qui non c’è nessuno che mi conosca. O quasi. E ho la sensazione che lo spettacolo di umanità pensante che mi viene offerto, pur senza nome, non sia una folla, ma persone. Immagino e così mi riconosco. Vorrei ringraziarli di esserci, ma non mi capirebbero e penserebbero che sono un balordo. Ce ne sono che arrivano ad una certa ora. Ma se li guardate non sono vestiti in modo strano, anzi lo sono molto meno di chi li guarda, solo che parlano, interrogano, cercano approcci. A me piace stare in silenzio e occuparmi di ciò che vedo, scrivo, leggo, immagino. Forse la differenza è questa. Solo questa. 

non dite che non ve l’avevo detto

C’è una diffusa tendenza a belligerare che circola, mostrare i muscoli conta più del ragionare. E del resto forse non succede quando la misura è stata colmata? Intanto si scaldano gli animi per averli pronti quando sarà ora di rafforzare le scelte compiute altrove, basta che nessuno pensi di perdere più di quanto guadagnerà. Provate a riflettere: non è questo il senso più vasto dell’attrazione di un’idea, di una fede, ovvero ficcarsi in un futuro che sia meglio e più vantaggioso dell’adesso? Questo funziona quando è l’individuo a essere solo e non crede più di poter soddisfare i bisogni con un’azione comune e cerca altri che alzino la voce con lui, più che ragionare e costruire. Così qualcuno la butta sul facile: scoppierà una guerra, ma non spiega il perché e dove.

Sembrerà strano ma concordano i pessimisti che allineano gli indizi e gli ottimisti si rifanno agli interessi evidenti, anche se entrambi sperano che accada altrove.

Il bosco è secco e nessuno pulisce, basta un fiammifero a scatenare l’incendio, solo che ora nessuna Danzica sembra sufficiente per morire e la fame del disagio è disarmata. Alcuni pensano che ci sarà un fragore lontano e che non toccherà  a loro. Altri hanno paura. Una fottuta paura boia ma intanto si coprono gli occhi e nessuno fa nulla. Anzi soffia sul fuoco delle fobie e ci si spacca in piccoli agglomerati di individui e consegnandoci nelle mani di chi dice che ci difenderà. Da cosa? Da chi?

A guardar bene, i capi che alzano la voce, sono gli stessi che per dare sbocco alle paure, indicano il nemico, armano la mano, e cercano di dimostrare che sarà facile e non c’è nulla da perdere. Tanto, dicono, avete perso tutto, peggio di così?  

Altri dicono che non c’è via d’uscita senza rinunciare a pezzi di libertà e pensano sia il meno peggio.

Però c’è un peggio e crearlo con le proprie mani non rende creatori, ma servi al giogo di qualcuno. Se il mondo scivola, se i conflitti lontani si avvicinano, se in casa si alzano i toni, resta a noi dire e fare ciò che è necessario, confrontare i presunti mali, vedere nell’arricchimento di alcuni la povertà dei tanti. Da oltre 70 anni questa parte del mondo è in pace (o quasi perché la ex Jugoslavia dimostra che di facile e scontato non c’è nulla) ma questo è accaduto perché la cooperazione era più importante del conflitto, abbattere i muri più importante che erigerli, crescere e rispettare più importante che chiudersi e prevaricare. Cambiare strategia e approccio porterà conseguenze, i rumori sono tutt’attorno, ma davvero vogliamo barattare la nostra civiltà con lo scontro?
Rispondetevi e non dite che non ve l’avevo detto.

come again

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 Dalle orme che scendono declivi dolci di neve, attendo il comparire dei cacciatori di Brueghel. Mi metto in disparte e immagino la fila scompostamente ordinata, le facce rubizze di freddo e fatica, le piccole perle di sudore che ghiacciano nelle barbe. Nei sacchi e a penzoloni, ci sono gli abili trofei e il cibo del giorno dopo, nei volti il sorriso ansioso di casa e calore. Mostrano il ritorno; quello che scava negli occhi dei vicini, rallegra la testa e già immagina e gusta lo sfogonar di fascine per rendere calda la sera e la notte. Tutto avverrà prima del sonno, ma intanto c’è un tornare che prefigura i destini iscritti nelle voglie, nei pensieri non detti. Così, mentre la neve scivola il suo bianco verso l’azzurro e si ostina a catturare la luce per sue recondite notti, mentre il cielo rosseggia e i passi affondano in cerca di ghiaccio, mentre uccelli tracciano il cielo e confondono il nero di gridi, mentre tutto questo e molto d’altro avviene, l’attesa nel pensiero arresta il tempo. Lo seduce, lo porta in alcove dove il calore dei corpi rende infinito l’attimo, lo innalza fino a rompere il fiato e si sospende, là dove c’è attesa d’un dopo che dovrebbe essere un oceano di tenerezza. Là attende o precipita nella realtà, mentre tutto ricomincia a scorrere. Sarà il momento del sopore soddisfatto o del ricordo tralasciato che percuote con i pugni la porta. Là, in una capanna calda dove si compiono i riti quieti dell’essere assieme, ci sarà il ritorno che è immagine di ogni tornare. 

 E il nulla. Del nulla che si conosce dell’altro resta il presumere del bene, la gelosia del possesso, la vacuità del tradimento. Restano i passi affondati nella neve e le certezze di un quadro che può racchiudere ogni ritorno e ogni nostra inquieta sera. Resta ciò che si rinnova e par di riconoscere, il tempo dell’andare e quello del tornare sovrapposti di medesime ansie specchiate. Resta, e si fa in ogni attimo che certifica, la coscienza del presente. E si fa con pazienza sospesa dall’indecisione del passo successivo. Si fa perché una traccia è rimasta nella memoria, nella mappa, nella neve, e così resta la conoscenza di un andare che è un saper tornare.

 Dell’altro non si sa nulla o quasi e la sera è il momento in cui tutto sembra più chiaro: basta avere dentro di sé un posto dove tornare che è un luogo in cui sognare, mentre una fascina alza stelle verso il cielo. Basta sapere che ciò che si è cacciato e portiamo con fierezza è parte di noi e che non verrà vilipeso d’indifferenza, che resterà onorato.

 Dell’altro non si sa nulla e di noi poco. Ciò che vogliamo sapere è ciò che misura la voglia di tornare e quella di andare, infinite volte. È ciò che ci tiene prima di volare ed è ogni libertà che sapremo contenere. Dell’altro non si sa nulla e nulla si può dire. Certo non giudicare, ma sentire l’infinita propria pena in lui e ritrarsi impauriti di non poter abbracciare, condividere, assieme lacrimare.

 E di te non so nulla, pensa il cacciatore, ma non saprei che fare con me diviso, eppure mi capisco solo nell’andare. Nell’avere una traccia da seguire e un tempo che permetta di tornare. Questo conosco ed è meno di quanto un altro può sperare.

 Forse per questo siamo propensi a deludere, sia nel dire e dare e sia nel trattenere. Siamo in cerca di noi stessi e ci viene chiesto con insistenza di dare identità. Noi che stiamo tornando con poche certezze e meno verità, stiamo tornando per un poco, e poi la smania ricomincerà nel cercarci altrove, non qua . Come un’abitudine da disfare, un luogo sicuro da vedere con occhi nuovi che non si sapeva di avere. Ecco a che serve tornare: ritrovarsi nuovo nell’amare.

Impronte d’uomini e cani

e discoste, sparse come semina,

zampe di lepri, scoiattoli e fagiani,

e neve che racchiude tracce

e pensieri per tornare: come again,

ogni volta che il gelo scende al cuore

perché senza te non so più stare.

rapaci di città

Se un falchetto, o una poiana, o un astore, alle 18 di questa sera, facesse il suo mestiere, noterebbe movimenti piccoli, insignificanti come prede. Non vedrebbe la colomba che ha rifatto il nido tra le mie aromatiche perché coperta dal telo messo sulle piante. Non vedrebbe le persone che camminano sotto i portici e si affrettano nel freddo verso qualcosa che li attende. Forse noterebbe i piccioni che si sono stretti in un angolo calduccio tra il tetto e il camino che fuma. Anzi li deve proprio vedere perché nei giorni scorsi nel vicolo c’erano mucchietti di piume, ma adesso è buio e il loro grigio si stempera con la pietra.

Continuerebbe a volteggiare scrutando nell’alito della case e delle vie che illuminano il cielo, e avvertirebbe il freddo gelido che costringe a volare più in fretta, costretto a rifiutare le correnti che intorpidiscono i muscoli, in cerca di quel cibo che per lui è sopravvivenza.

Seguirebbe, forse speranzoso, le scie rosse e bianche che escono dalla città, le auto, gli autobus, i tram incolonnati e fermi. Non vedrebbe le persone chiuse negli abitacoli, ma sentirebbe il brusio di telefonate, di autoradio, di messaggi scambiati. E nel suo cervello di rapace scarterebbe il tutto giudicandolo inutile e non conforme a sé.  A lui servono animali teneri, col sangue caldo e la corsa breve, gli servono per vivere, non sono nemici, non prova astio nei loro confronti, sono cose. Quindi non capirebbe le parole concitate scambiate per telefono, non avvertirebbe i silenzi come minaccia. Neppure attenderebbe guardando nervosamente lo scorrere del tempo. Non avrebbe un desiderio che si scioglie in riso, e neppure un bisogno insoddisfatto. Semplicemente scandirebbe le ore con la vita. E se come adesso, sapesse che parlo di lui, e del suo vivere, se non lo minaccio, gli sarei indifferente: un animale troppo grosso per essere cacciato.

I rapaci vagano sulla città con cerchi lenti, dormono nei campanili e inseguono il cibo che vive tra vicoli e cortili. Al contrario dei gabbiani, sono solitari, non camminano e non s’accontentano e hanno piccoli nei nidi. La notte quando spesso gridano tra i tetti penso che vogliano farsi coraggio perché vedono cose che noi non vediamo e i loro sogni sono brevi.