cosa vuoi che sia …

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Sulla tazza in verticale è scritto Riga. Ma io non sono mai andato a Riga, mi sono fermato per ben due volte prima, a Stettino la seconda volta e la prima a Kiel. Bastava prendere il traghetto, perché non l’ho fatto?

La tazza viene da uno dei tanti convegni in cui il mondo vendeva il mondo a se stesso, un cadeau come tanti altri che ti mettevano dentro una borsa con un pacco di relazioni. Le relazioni le scorrevi e le buttavi subito, ne tenevi un paio con gli andamenti di mercato, il resto si ammucchiava su tavoli in cui c’erano altre relazioni. A pile. Risme e risme di carta, di fotocopie, di depliant che erano costati mesi di discussioni. A sera tutto via per ricominciare il giorno successivo.

Quanto tempo ho passato a scrivere relazioni che nessuno leggeva. E lo sapevo. Il senso dell’inutile si annida nell’utile, tra le pieghe del caso dove un orecchio incuriosito e attento, dovrebbe essere in quel posto, a quell’ora, ma dev’essere l’orecchio giusto perché gli altri pensano ad altro. La stagione era un poco più avanti, ma c’era più o meno lo stesso freddo, e un caldo indecente nelle sale da convegno. I buttafuori sorvegliavano gli invitati che si assiepavano nei tavoli dei break. Era un andirivieni continuo, con mani che si tendevano verso fiumi di caffè, di succhi di frutta, champagne, panini mignon, fette di torta, dolcetti nordici alla cannella e vodka gelata, Martini, Cognac, grappe di patate aromatizzate con erbe del nord. Questo assieparsi continuava tutta la mattina per confluire nel trionfo del buffet, dove non sapevi cosa mangiavi ma soprattutto ti sarebbero servite almeno tre mani, meglio quattro. Quella mattina ricordo che in un angolo alle 11 c’era un signore seduto, con gilè fumo di londra e cravatta di seta in tono, che dormiva con la testa appoggiata ad uno specchio. Aveva ecceduto con i Martini che voleva molto, molto secchi. Avevamo scambiato due parole alle 9 e alle 11 dormiva. Nessuno lo vedeva, cioè tutte le teste lo toglievano dalle cose esistenti nella sala. Nel pomeriggio, al risveglio, avrebbe ripreso come nulla fosse.  Mi chiedevo a cosa servisse tutta quella scena se non a ritrovarsi, gli “affari” erano altrove e le conclusioni dei contratti, annunciate testimonianza dell’eccellenza dei convegni e degli shop, erano su cose già discusse in precedenza. Era un rituale che prevedeva si facessero affari tra quelle persone, che si scambiassero lo stesso bene anche tre o quattro volte. Ognuno c’avrebbe aggiunto valore e intelligenza, fino al limite del possibile. In moltissime di quelle torri, isole, resort, immobili industriali non è mai andato nessuno.

Mi interessava Riga e mi sono fermato a Kiel, perché? In questi giorni la febbre si annida, si infila tra pelle e tessuto, staziona nel letto. Mi sveglia di notte e mi ripropone pezzi di passato. Credo agisca anche sulle connessioni della memoria, perché dopo la tazza è emerso un nome. Un nome rimosso, visto che a Kiel non c’era stato l’incontro programmato e confermato, un nome che aveva impedito la traversata. Ho cercato quel nome su google, c’è ma non c’è, nel senso che manca una foto per identificarlo. Sembra si trovi nel Kentucky, ma non farebbe differenza se fosse a Tonga. Non mi interessa.

Nel frattempo sono emersi i particolari di quell’attesa inutile. La banchina del porto dei traghetti, la biglietteria e la sala d’attesa, il pomeriggio che diventava rapidamente sera, una casa alle mie spalle che sembrava quella del quadro di Magritte, con una finestra illuminata dietro la quale si vedevano figure muoversi. Mi ero seduto su una panchina strana fatta da due sedute opposte, due semicerchi come quelli che a volte si trovavano nei salotti delle grandi case e avevano una piccola pruderie perché destinati ad amanti che si davano le spalle, ma erano comodi alla bocca. La panchina era di legno, ben fatta: una seduta guardava il mare e una la casa. Dopo aver guardato il mare a lungo e visto partire più traghetti, salutato le persone che si sbracciavano dalle murate. Dopo aver visto più volte la stazione riempirsi e vuotarsi, mi ero seduto dall’altra parte. Guardavo le finestre illuminate, le ombre che si muovevano in una domesticità che cercavo di intuire. C’era anche un cane che saltava e anche se non sentivo mi pareva ci fossero le piccole risate che sottolineavano i suoi sforzi di raggiungere qualcosa che gli veniva sottratto. Intanto la sera scendeva e con essa il freddo. Il mio appuntamento al telefono non rispondeva. E neppure ai messaggi. Aspettavo su tre versanti, quello fisico, quello fatto di parole scritte e quello di parole pronunciate. Con le parole si può dire molto. Anche con i silenzi. Poi la luce nella casa si è spenta da un lato e si è accesa un’altra finestra. Ne usciva un suono di pianoforte, ma non c’erano più ombre. Faceva freddo e trascinando piano la valigia sono tornato in albergo. Beh, c’era una festa per i congressisti e il nostro amico del mattino era già su una sedia pronto all’ennesimo Martini molto molto secco. 

p.s. non ricamateci troppo, semplicemente non sono andato a Riga.

per la terza volta

La colomba credo volesse proteggere i colombini appena nati. Non si è alzata dalla cova e sotto di lei c’era un agitare di pennuzze tenere e gialle. Ho pensato che volesse mostrameli e farmi sapere che era stata brava con tutto questo freddo a farli nascere. È la terza volta che accade in un anno e mezzo e ogni volta il vicolo si accresce di due nuovi inquilini. I miei vasi a vasca li attraggono e non badano più a fare improbabili nidi. Questa volta la colomba si era sistemata sotto il tessuto non tessuto che proteggeva l’elicriso. Insomma pare che l’albergo e le varie camere siano di loro soddisfazione. Se adesso imparassero a espletare le necessità corporali solo dentro i vasi saremmo a posto. Ma ci penserà la stagione a togliere quello che non serve.

Auguri alla colomba e ai colombini, dovrei anche parlare dei rapaci, ma lo farò più avanti, per ora i colombini sono al sicuro.

rileggere il giovane Holden

c’era qualcosa come un milione di ragazze sedute e in piedi che aspettavano di veder arrivare quello con cui avevano un appuntamento. … Era un gran bello spettacolo, non so se mi spiego. Per certi versi era anche un po’ deprimente, perché ti chiedevi che fine avrebbero fatto tutte quante. Una volta finita la scuola e l’università, dico.  Ti immaginavi che quasi tutte avrebbero probabilmente sposato un cretino. Uno che parla sempre e solo di quanti chilometri fa la sua stupida macchina con un litro. Che se la prende e fa i capricci come un bambino se lo batti a golf, o anche solo a un gioco stupido come il ping pong. Uno di quelli veramente cattivi. Di quelli che non leggono mai un libro. Quelli noiosissimi…  

A quel punto la vecchia Phoebe ha detto qualcosa…

“A te non piace mai niente di quello che succede.”

Mi ha fatto sentire ancora più depresso, dicendo quella cosa. “Ma sí. Sí, invece. Certo. Non dire cosí. Perché diavolo devi dire cosí? … 

Cosa si prova rileggendo il giovane Holden dopo 40 anni? Di aver sbagliato tempo allora e anche ora. Oppure che è accaduto tutto quello che poteva accadere e non è accaduto tutto quello che poteva accadere. Allora lessi il libro che già ero all’università e c’era talmente tanto attorno che ribolliva che Holden poteva essere un adolescente americano, di famiglia ricca, con molte domande ma anche molta confusione. Neppure a me piaceva quello che succedeva, ma cercavo insieme a molti altri, di cambiarlo. La differenza era il molti, mentre Holden era solo. Così lo leggevo non come romanzo di formazione ma come un bel libro e mi colpiva il lessico, il modo di scrivere così al limite tra un dentro e un fuori dove tutto era immediato e si sentiva e diventava una cosa oppure il suo contrario per sbalzi d’umore. Come accadeva a tutti, ma lí sembrava fosse meno strutturato, che ci fosse una confusione ancora più confusa di quella che sentivo e per traslato pensiero, immaginavo sentissimo tutti. Però era una confusione operosa che s’inabissava dentro e nella società, che la scomponeva, ne usciva con le mani piene di organi pulsanti e caldi, prima nascosti e silenti. Sembrava che da questa dissezione ne venisse un nuovo corpo senza costrizione, e quindi senza noia e depressione. E le ragazze, certamente aspettavano un amore, ma noi non saremmo mai stati noiosi, né cattivi. E avremmo letto tanti libri e ce li saremmo passati. Avremmo condiviso, senza ruoli. Noi eravamo molti, pensavo, e non lo capivo ancora, che anche noi eravamo soli.

Così mi pareva, e pensavo anche che mi piaceva un casino, come scriveva questo Salinger. E pure che era un eroe romantico della scrittura, perché dopo il successo si era inabissato in una di quelle cittadine che costellano gli Stati Uniti, chiuso in un anonimato da cui emergevano frasi come: “Non pubblicare mi dà una meravigliosa tranquillità…Mi piace scrivere. Amo scrivere. Ma scrivo solo per me stesso e per mio piacere.” Quindi continuava ad esserci, a pesare nelle citazioni del vissuto comune, quasi senza libri. Sí c’erano i due che ancora giravano da Einaudi, ma che non facevano lo stesso effetto del giovane Holden. Insomma un grande.

Così pensavo allora. E adesso?

Adesso mi chiedo che fine abbiano fatto tutte quelle ragazze, cosa sia accaduto nel frattempo. Se siamo davvero tutti incattiviti, se la noia ci abbia devastati e se siamo ritornati soli da molti che eravamo. Ho pensato, rileggendolo, a me e a noi. Lo posso dire con le frasi che seguono, ma in fondo poi evocherò una parola che in Holden non c’era e che pure da lui mi viene.

Era come se l’aria, dentro uno strumento appena più piccolo di ciò che serve, fosse insufficiente e quindi essa stessa trattenuta dall’esprimere appieno. E così mancava la sfumatura, la densità d’un pezzo d’ombra, la fine di una frase che precipitava in una parola senza seguito: era il divenire potenziale che si tratteneva, ciò che voleva liberarsi da noi e correre o fermarsi, dire o stare in un silenzio così vigile e profondo da essere solo occhi. Incompiuti per un’inezia.

Accade ogni qual volta si scopre l’inadeguatezza dello strumento e invece la percezione cresce e si fa più esigente e sottile. Come non ci assomigliassimo mai appieno, e al colore mancasse un riflesso, alla luce una nitidezza e il nero non fosse ombra ma un buco che risucchia il tempo. Così diventa chiara l’ipocrisia, il modo di dire che nasconde la superficialità, e per noi l’impossibilità di dire tutto quello che vorremmo appena si vede un lampo di noia attraversare gli occhi. E tutto allora sembra imperfetto, salvo il genio, che è talmente alto da parlare altrove, con altre parole. Le stesse che noi riconosciamo giuste, e che sono anche nostre, ma non le abbiamo pronunciate a tempo e così è rimasta un’impressione balbettante di noi, che agli altri ha solo generato un giudizio, ma a noi ha causato una ferita profonda: l’impotenza di essere davvero ciò che siamo. 

Holden era un giovane che provava a essere grande e se stesso assieme, e faceva fatica. Come tutti. E la parola che da lui mi viene è: incompiutezza. Capire, accettare, spostare in avanti l’incompiutezza, altrimenti tutte le vite sono sbagliate e tutto è stato una corsa cieca. Tramutare quello che non piace, in domanda su di noi e non farci inutilmente del male. Questo mi diceva Holden riletto e riamato. E penso che quelle ragazze siano andate via e poi tornate. Sempre ragazze. O almeno lo spero.

“Io abito a New York , e stavo pensando al laghetto di Central Park, quello vicino a Central Park South Chissà se arrivando a casa l’avrei trovato ghiacciato, e se sì, chissà dov’erano andate le anatre. Chissà dove andavano le anatre quando il lago gelava e si copriva di ghiaccio. Chissà se arrivava qualcuno in furgone che le caricava tutte quante per portarle in uno zoo o chissà dove. O se volavano via e basta. “

(J.D. Salinger. Il giovane Holden, p.16, Einaudi Super ET trad. Matteo Colombo 2014)

di molte cose inutili a me il tempo porta ricchezza

Nella mattina dell’anno ho anzitutto riordinato i pensieri:
c’erano le sconnesse notti, gli eccessi,
l’onnipotenza dei piccoli poteri,
e gesti che mai avrei voluto fare.
Eppure…
Contingenze mi son detto,
perché accanto ad essi sentivo tutte le inutili sopportazioni,
e quelle che semplicemente avevano posticipato decisioni.
C’erano i silenzi e tutte le parole troppo tardi pronunciate,
e anche, mescolate, c’erano altre verità inutili, o beffarde,
tenere o bugiarde, comunque fraintese prima d’essere capite.
Una grande confusione s’è accumulata per aver vissuto,
e se tutto era comunque accaduto,
ora s’accalcava, bisticciava la sua importanza, pretendeva,
insomma il passato s’accapigliava,
e c’era necessità d’ordine,
la fatica di dare a ciascuno un posto.
C’era bisogno di disciplina per impedire che ciò ch’era stato fosse avanti al nuovo.
Così nella mia stanza interiore sono entrato,
ho visto gli scaffali piegati sotto il peso delle pagine incompiute,
la polvere accumulata su quello che era appena ricordato,
ho visto rilucere ricordi e bastava passare un dito,
c’erano passioni stanche e ripiegate,
un sentire acuto sciolto in lacrime passate,
le inconsulte commozioni,
e le troppe battaglie perdute.
Ho dissipato tempo nei talenti ch’erano sembrati.
Ho visto i timori nell’amare,
i rossori e l’esitare,
le faticose promesse mantenute,
ho sentito il cuore ingombro di scelte
e di fatiche,
di possibili vite mai sperimentate,
ma era passato,
confuso e sconclusionato.
Così pareva,
e allora mentre allineavo sulle pareti tutto ciò che sono stato,
piano liberavo il bianco su cui il futuro avrebbe spaziato,
cercavo la luce che l’avrebbe illuminato,
perché esso, nel vedere ciò che s’era accumulato,
ne fosse fiero e libero in ciò che sarebbe venuto.

l’amore non si capisce

Per me l’amore è inspiegabile. Guardò sempre con stupore la coppia, il suo ritmo lento, quel suo brancolare continuo, il cibo che diventa un’ amalgama, quel modo di tenersi per mano anche con lo sguardo, con tutto, per essere una cosa sola. Non riesco a capire la necessità di quella mano che ne tiene un’altra, che non vuole lasciarla per dare un volto al cuore dell’altro. Come fanno quelli che si amano? Come riescono a sopportarsi? Che cosa può fargli dimenticare che sono nati soli e moriranno separati?”

Kamel Daoud: il caso Meursault pg 105 Bompiani

In fondo ogni amore è una nascita, si può capire se si pensa che ogni vita si giustappone alla precedente in un nodo che la tiene, impedendole di essere una somma di smemoratezze. Un amore è prosecuzione di un sè che attende e insieme la cancellazione della previsione, muta e taglia l’ordinato susseguirsi. La serie che non è l’ordinato fluire ma l’abitudine, la domesticità del ripetersi. Siamo prigionieri e signori della ripetizione, e il potere posseduto è scardinato dall’amore. Poco o tanto non importa ma non sarà come prima e neppure lo si vorrebbe, se c’è un amore.

L’autore parla del tenersi per mano con lo sguardo, è una bella rappresentazione del bisogno di cedere e tenere allo stesso tempo. Chi ama disfa e ritesse se stesso anzitutto e introduce una nuova trama in sé, così inattesa e nuova da essere rottura e prosecuzione.
Si potrebbe raccontare così: si accorse che non gli importava nulla o quasi del prima. Se ne accorse dalle telefonate non risposte, dalla confusione che lo prendeva in momenti semplici come la scelta di una cravatta, un paio di calzini e nell’altrettanta limpidezza con cui risolveva discorsi che prima sarebbero stati mediati, filtrati prima di giungere a conclusioni aperte. No, ora diceva cose nette, si toglieva ruoli e proponeva soluzioni semplici. Non voleva perdere tempo sul lavoro o nelle relazioni che lo distoglievano da ciò che era nuovo in lui. Aveva solo un bisogno, oltre a quello di vederla e tenerla a sé, quello di silenzio per ascoltare e affidarsi.
L’amore è inspiegabile, come tutta la profondità che c’è nell’uomo, come tutto ciò che rompe le scienze della superficie, che contravviene alle regole. Le regole non ammettono le alterità della condizione di chi è innamorato, la nostra società codifica l’amore ma non lo tollera come condizione che prescinde dalla normalità del non essere innamorati.
E ci riesce benissimo con la rete di condizionamenti ai nuovi amori, con i vincoli patrimoniali, con i codici etici e morali.
Ogni nuovo amore contiene un atto di coraggio che apparentemente è una rottura definitiva, questo è un’ulteriore resipiscenza, l’ultimo confine prima dell’abbandono del vecchio, della consuetudine per l’incognita del nuovo.
Non è vero che ci sarà una rottura con la memoria, in un nuovo amore c’è la persona che c’era prima, con la sua storia e una disponibilità a scriverne un’altra. Ecco il nodo che tiene assieme il prima e il dopo e che permette di intuire l’amore, quello che il personaggio di Daoult, che pure ha amato, non ammette di comprendere. Se lo comprendesse capirebbe che quella mano che tiene l’altra vuole disegnare il proprio volto nel cuore ed esserne disegnata. La domanda allora sarebbe: qual è il mio volto nel cuore di chi amo perché in esso sono nuovo a me stesso e così riconoscerei il mio profondo che mai vedo.

E se non ho nessuno che mi riconosca sono davvero solo, oltre la speranza. Questa è una solitudine che rifiuta Daoult e fa bene.

Sbagliami amore mio,

come mai saprei fare,

trova in me ciò che non saprei scoprire.

Intuiscimi amore mio

e tienimi, oltre ogni pazienza,

togli il velo che m’impedisce di capire,

e di te dimmi, con parole senza pensare,

capirò non temere,

ma intanto sii l’assoluto che non ha tempo,

che tu sei l’attimo mio e l’infinito.

a torpigna è natale

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A Torpigna è Natale, come ovunque. Ieri sera le commesse della coop avevano fretta ben prima che chiudesse il supermercato. Il pranzo da preparare per il giorno dopo, la cena che deve pur essere speciale, occupava i pensieri e qualche parola scambiata tra scaffali e casse. Avevano quei copricapi che dovrebbero far sorridere i clienti, cornini rossi da renna, palline tintinnanti, il pesciarolo col berretto rosso bordato di finta pelliccia bianca. Il supermercato ormai era vuoto di persone, finiti i cotechini, i capitoni, le orate e le spigole. C’erano ancora montagne di panettoni fantasiosi solo nei ripieni, ma la scelta era  caduta su quelli tradizionali, con i pandori d’ordinanza che, infatti, latitavano negli scaffali. Segno che la fantasia ha sempre lo stesso sapore nell’industria dolciaria e poi sanno tutti che tra due giorni saranno disponibili le novità a sconti inusitati. Siamo assuefatti, come i tossici, fin da bambini, il dolce non è più rarità e gioia, casomai capriccio, occasione di compagnia, se va bene, ma poi scompare dal ricordo. Il panettone un tempo era con i canditi e l’uvetta, non come dicono ora: tradizionale senza canditi. Scorza di cedro e arancia candita e uvetta di Smirne. E forse era l’unica cosa che s’imparava sul panettone oltre al sapore di Natale. Forse.
Le strade attorno a via di Torpignattara non hanno luci, i festoni con l’I ❤pigna sono riservati al tratto tra l’acquedotto e l’angolo della Casilina, ma nelle strade parallele i negozi sono gli stessi: quelli dei pochi romani e quelli bangla. C’è qualche festone ma come ha detto la cinese del negozio dove trovi tutto o quasi: domani, siamo apelti melza giolnata. Domani era oggi, Natale. In questo mescolarsi di attese diverse, di popoli e abitudini differenti, Natale ha significati molteplici e quelli che sono arrivati da poco e da lontano, lo interpretano con lo stesso distacco interessato del vero padrone dei mondi, cioè l’economia. E sono proprio loro, quelli arrivati da dove il Natale era una festa d’altri che  ora vendono molti addobbi e regali, ma è solo business che domani verrà offerto a prezzo scontato.

Questo quartiere dagli anni ’20 ha iniziato ad accumulare abitudini e tradizioni differenti. Ai romani si sono aggiunti quelli che arrivavano da altre regioni e non avevano posto nei quartieri del centro. Già da allora Natale si festeggiava in modi differenti con lo stesso significato. Anche nell’emigrazione interna italiana, i gruppi hanno mantenuto i riti e i modi di casa, nel cibo anzitutto ma anche nel dare significati alla festa perché se è vero che in Italia anche gli atei sono sempre un po’ cattolici, i cattolici sono sempre un po’ pagani di ritorno. Analfabeti gli uni e gli altri in uno spirituale che ha bisogno di concretezza e che deve sovrapporre i simboli a ciò che conosce, la famiglia in questo caso. E la famiglia in Italia era uguale ma anche diversa, poi dagli anni ’70 ha iniziato a mutare e non si è più fermata così che ora procede per aggregazioni, per somma di affetti ma è altra cosa da prima.
Qui a Torpigna di famiglie ce ne sono moltissime e diverse, nella mattina di Natale alcune percorrono le strade parallele che confluiscono verso i binari del trenino, con i figli al seguito. Nei marciapiedi insozzati dall’incuria di tantissime omissioni (perché devo tenere pulito se non lo fanno gli altri?) seguono percorsi verso case di nonni e genitori. Il panettone al dito medio, la bottiglia impugnata, la borsa di plastica, robusta e capiente, con i regali. Qui si è fatta l’Italia che non riuscì a Cavour e Garibaldi. In fondo gli italiani li hanno costruiti le trincee e i patimenti di due guerre mondiali, l’emigrazione, il fascismo e la resistenza. Naturale che Roma, assieme a Milano è un po’ Torino fosse la sintesi di questo processo, mentre il resto restava sempre un po’ per suo conto, geloso più di ciò che non era più piuttosto che di quello che era rimasto: il dialetto, la cultura, i significati.
In questi palazzoni che mescolano abitanti di molte provenienze, si legge la stratificazione di un secolo. Su un palazzo, nello stemma vuoto di simboli, c’è scritto: anno VII, dell’era fascista naturalmente che poi era non fu, ma chissà nel ’29 cosa si pensava del Natale. Di sicuro la chiesona immensa e vuota di ieri sera, non c’era ancora, però non mancavano quelli che sembravano punti fermi e poi si sono rivelati fragili. C’era la famiglia, perché era quella di prima e uno se la porta addosso anche quando è solo. C’era il Natale e il panettone come adesso, chi poteva faceva il presepe.

Adesso lo fa chi vuole non per possibilità: i negozi cinesi e bengalesi vendono festoni e statuine, per loro è merce che adesso producono a casa e vendono qui. Percorrendo la strada verso il centro islamico c’è una vita diversa rispetto a quella del corso di torpignattara, negozietti di frutta e verdura strana aperti fino a mezzanotte, persone sedute sui talloni, macchine parcheggiate e cacche di cane. Poi le case che custodiscono indifferentemente gli uomini e le loro storie. Natale è una storia che parla con loro diversamente, Natale è un giorno, Natale è un’ipocrisia, Natale è il momento di fermarsi e di capire. Dentro le case ci si accoglie e ci si stringe, poi ciascuno ha un motivo che rende importante o indifferente il gesto. Sta a noi, e noi, significa tutti, dare un senso agli abbracci.
Fuori di un balcone due babbi Natale si arrampicano più per entrare e salvarsi che per portare qualcosa che non sia loro stessi, e in mezzo, tra ficus e yucche, una bandiera italiana, è un tentativo di dire qualcosa che conta.
Natale a torpigna è il mondo e ciò che conta è il cuore. È sempre il cuore.

il senso del pudore felice

 

Come si parla della felicità?

Difficile dire quella non obbligata, quella che fa festa quando vuole. Difficile perché ogni verità vorrebbe un’esattezza di parole, che invece si perdono tra gli ovvero e nell’inutile spiegare. La felicità non si spiega, c’è e sprizza incontenibile. E quando la si chiude  deperisce, diventa altro perché mentre esige il pudore non tollera d’essere recintata. Esistono molte felicità e anche quelle che, volendo appiccicarle d’aggettivi, si definirebbero semplici non sono mai modeste. In fondo la felicità assomiglia al sole che anzitutto illumina, poi ha altri effetti.

Non credo esista una seria scienza della felicità, esisterà forse quella del benessere, se esistesse cambierebbe gli uomini e il mondo, insomma la felicità si accetta e non si spiega, ha sue vie, tempi spesso incongrui, e non di rado importuna chi non la possiede. Però esiste nonostante il mondo che si fa scuro e più terribile. Esiste in una dimensione personale, che si condivide con pudore e con chi è più vicino. Esiste a tratti, poi sembra rintanarsi, ma esiste. La felicità collettiva è una liberazione da qualcosa di terribile, oppure è una speranza talmente forte che rischiara le notti e i giorni, ma è eccezionale. Quella comune, personale cammina sulla superficie e guarda il profondo, come un ragno d’acqua.

Si può davvero comunicare la nascita di un amore? Si può raccontare per poi scoprire che ogni parola è insufficiente, o sbagliata, si può dire ma resta il senso che qualcosa manchi all’appello, e così spesso la felicità diventa muta. A volte la felicità teme che nel dirsi essa si rovini, o peggio che susciti invidia, o sofferenza in chi non la possiede, in chi ne è stato privato. E ancor più si tace allora, e il pudore la mette in qualche gesto gratuito, in una parola, in un sorriso incongruo a chi non sa. Però contagia pur senza esser detta, per questo dovremmo lasciar entrare ogni sorriso, non fare domande, accogliere ciò che viene e permettere che agisca in noi. La felicità circola come la tristezza, noi le ospitiamo entrambe, solo che la seconda ha molte più parole e spesso non permette alla prima di traboccare e riempire i vuoti.

Non vi auguro di essere giulivi, vi auguro di essere talvolta felici, di credere che si possa star bene. Vi auguro che in questi giorni ci siano tempi per voi e per chi vi è vicino. Vi auguro l’attesa che si compie e la sua meraviglia. Insomma siate felici quanto più potete e non curatevi di dirlo, si vedrà.

artisti di provincia


Mi chiedevo perché la propria necessità di autorappresentazione debba passare per la diminuzio o la banalizzazione degli altri? Perché ci sia una necessità di dare una scala di valori che collochi le proprie passioni in testa e con esse noi senza trarre ispirazione o misura da chi ci è vicino e se c’è qualcuno che ne ha altre e magari gode di una notorietà che travalica i confini angusti della provincia, sia necessario ricollocarlo in una dimensione che non faccia ombra?
Conoscere gli autori, i romanzieri, i poeti, i musicisti che abitano nella stessa città, magari vicino a casa, incontrarli nei luoghi in cui sono persone, porta una sensazione strana di normalità e insieme di voglia di conoscere di più, di capire cosa c’è oltre la soglia del normale chiacchierare. Dietro la carta di un libro o le note che trasfigurano le sensazioni ci sono persone che hanno vite normali. Ad esempio del poeta e romanziere avevo letto sue cose, poi l’avevo conosciuto in altra veste. Magari un po’ neghittosa e cosciente di sé e del suo lavoro plurimo di autore, insegnante, organizzatore culturale, ma c’era talento in lui.
E conoscevo anche gli altri che autori non erano e i loro commenti a mezza bocca quando parlavano degli artisti senza ammirazione, come se una passione o un talento fossero cose da poco. Bizzarrie che davano notorietà immeritate e il nostro o altri venivano descritti come tipi singolari. E più che sottolinearne la capacità di occuparsi, per vivere, di più cose importanti, dal loro non vivere solo di scrittura o arte, traevano lo spunto per sminuire la portata letteraria o artistica con frasi come: si, scrive poesie e anche qualche romanzo, oppure dipinge o fa musica però …
Come se fosse da tutti scrivere decentemente, imbastire qualche buon verso, trovare una trama efficace e riempirla di dialoghi e pensieri decenti. O ancora scrivere una partitura, sbozzare un cirmolo o un marmo, dipingere una tela e che queste capacità fossero di per sé poco utili in quanto non producevano ricchezze immediate.
Incontrando al bar, gli uni e gli altri, ascoltavo evitando di parlare di letteratura, di arte, portando il silenzio verso il vino o mescolando accuratamente il caffè. Mi disturbava la facilità con cui si liquidava quella che, anche fosse stata solo una passione, era un tratto distintivo, gratuito, importante. Certo c’era non poco narcisismo, ma non era lo stesso dei banalizzatori, piccoli capitani d’impresa, gestori di cariche pubbliche, esperti d’intrighi. Loro che non avrebbero mai lasciato traccia salvo quella della cronaca, anche giudiziaria, o la presenza storica negli elenchi infiniti di amministratori comunali o camerali. Tracce politiche di per sé poco rilevanti, qualche unghiata e poi lo stanco ricordo di pochi sodali più che opere suscettibili di generale approvazione. Di voi non resterà nulla, mi veniva da dirgli, e col finto sussiego con cui ascoltate gli autori al più circondandoli di una altrettanto finta considerazione, oppure rendendoli oggetto di qualche interessata richiesta, non diventate più grandi o potenti, ché quelli davvero grandi il genio, anche se transitorio, lo riconoscono. E se allo scultore, al musicista che avevano un quarto d’ora e un occhio di bue sul palco, si doveva attenzione, in fondo poi si cercava d’adoperarli per un po’ di lustro salvo poi metterli nei percorsi normali loro che tutto erano fuorché normali.

dicembre


Il latte d’inverno sapeva di fieno e mangime (dove sapere è un conoscere arcaico che non ha bisogno di conoscenza), di acqua fredda versata negli abbeveratoi di zinco. Sapeva del profumo tostato dell’erba, dei fiori seccati e fermentati tra il fieno, sapeva del peso delle balle impilate nei fienili, del caldo degli umori vegetali che imbevevano l’aria e la paglia. Sapeva di chiuso, di muggiti tra stalli divisi da sbarre, sapeva di oscurità che veniva da piccole finestre con i vetri appannati. Sapeva di aliti sovrapposti, di catene che scorrevano, di mungiture meccaniche, di getti d’acqua in pressione, di grate lavate che raccoglievano deiezioni e strame di paglia. Sapeva di stalla chiusa al tramonto, di aria ferma, di rumori ovattati che cingevano attorno. Insomma era la somma dei sapori che cambiavano la densità e rendevano quel latte consono con la stagione fatta di riserve accumulate, di libertà limitate e finestre accostate.
E anche il formaggio prendeva altro sapore, diventava più grasso e denso e oscurava il profumo lieve di prato, la leggerezza di quello estivo.
Forse mancava l’aria, che pure c’era tutt’attorno, forse mancava la sua limpidezza, la stilettata di gelo che prendeva appena il sole calava, forse tutto questo non si poteva sentire e dipingere se non si vedeva o respirava e le mucche erano al chiuso, tra loro, ad attendere che passasse la chiusa stagione.
Era la giusta fase di ciò che dormiva, che s’acquattava in attesa avvolgendosi in morbide aderenze di membra. Era il momento delle digestioni difficili anche per gli umani, dei soffitti interessanti, della scoperta delle crepe e delle ragnatele. A partire dal cibo semplice che originava dal latte, dalle carni insaccate, dai sughi, dalla farina grossa fatta cuocere, mescolandola a lungo in acqua e sale e poi stesa fumante; a partire dai discorsi divaganti, sulla neve che tardava,  sul freddo che cercava confronti e li perdeva, tutto confluiva nei segnali della povertà che cresceva attorno, negli uomini, nei discorsi e nelle cose. Come se tutto invecchiasse d’inverno e non nelle altre stagioni, e guardare avanti, aspettando, corrispondesse al considerare ciò ch’era passato: un aruspicare che mostrava. A questo dava stura quello stendersi e pensare, quel rimuginare che metteva le caselle nel loro presunto ordine. E l’orizzonte s’accorciava, diventava breve mentre dilagavano i tramonti, sino a comprendere ciò che s’era sbagliato o fatto giusto. Che in fondo, salvo pochissimi casi, non era così diverso far l’uno o l’altro, né questa scelta generava di per sé eccellenza perenne. Importava aver vissuto e aver voglia di vivere, non comunque, e neppure a qualsiasi costo, ma seguendo una traccia e deviando da essa.
E tanto più i discorsi con le persone ch’ erano parte d’una consuetudine s’ impoverivano di contenuti, rintanandosi nella mal celata noia, e nella voglia di finire in un silenzio, tanto più la selezione diventava severa. Lo scegliere era essenziale per riconoscersi nelle idee, nelle parole dell’altro. Per dare un senso alla fatica del rompere il caldo abbraccio del silenzio. Questo era il discrimine vero, ossia chi poteva accompagnarci oltre l’inverno e chi restava in esso, indifferente alla stagione. Ed era il prescelto o i prescelti, chi poteva essere con noi nella stessa vita e nel suo farsi. Mica cosa da poco perché li si giocava la solitudine e noi non eravamo costretti a masticare senza voglia, a ruminare fieno disseccato, a stare in compagnia per forza. E se le passioni d’inverno diventavano più grevi, ciò che le muoveva attendeva di rilucere nel vivo del confronto.
Serviva capire e meditare, scendere nelle cose, e in sé, con gli occhi un po’ imbambolati di chi scopre l’altro lato del consueto, magari a partire da una crepa, da una discontinuità mai vista nel soffitto e nella propria vita.

riassunto

Rimettere in ordine ciò che si è scritto, discernere quello che resta da quello che era transitorio e trovarsi davanti a una consapevolezzae ad una determinazione. Questo scrivere è stato un diario non autorizzato dalla razionalità, una sequenza interminabile di stati d’animo, di percezioni, di sguardi e di emozioni. È stato l’apocrifo racconto d’una vita nel suo farsi e contemporaneamente rifrangersi. Come accade a tutti penso. Le urgenze, l’ascolto, il raccontarsi d’altri vissuto come emozione e lasciato frammischiarsi al proprio. Chi ha la pazienza curiosa dell’ascoltare capisce cosa sia un interesse determinato, focalizzato negli occhi dell’altro, indagato nei moti, nella scelta delle parole.
Trovare e condividere la consonanza, ovvero la capacità di essere veri dove l’apparenza e le sue finzioni non sono richieste.
Parlare di sé e parlare d’altro, in ordine inverso, nell’audacia onnipotente del passare dal particolare al generale. Di molte cose avverto il limite (ecco il biografismo) ma mai degli abbracci, anche di quelli dati a chi ha tradito. C’è un’ accettazione inerme nell’abbraccio che purifica il passato e il futuro. È una terapia che rimescola le carte, ci riconfigura ma dopo, molto dopo. Accade anche nell’ascolto che deve abbandonare la facilità del giudizio e affidarsi allo stupore dell’altro da sé. L’abbraccio e l’ascolto sono un far proprio che lascia integra la libertà. Anche del tradire.
E che dire degli abbracci mancati? Dell’ascolto negato?
Qui, rileggendo, il pensiero si vela di scuro, porta il rimpianto di una possibilità negata, coinvolge l’esame di una scelta che poi magari si relativizza in giustificazioni oppure si assolutizza nell’assenza della perdita.
Beati quelli che rimuovono, oppure beati quelli che sanno abbracciare e se lo tengono per sempre quell’abbraccio.