non ti ascoltano

Non ti ascoltano. Si vede perché continuano con il loro discorso. Hanno già una conclusione in testa, anche nel portare le parole dove devono andare. Se sono educati, lasciano parlare e poi ricominciano spostando a lato il ragionare. Verso di loro. Dici una cosa e ne capiscono un’altra, ma non è perché ti spieghi male, no, è perché se affrontassero ciò che dici, chiedi, sarebbero costretti a modificare l’immagine che si sono costruita. Dovrebbero rifare l’edificio che ti contiene. Lo so, non è facile per nessuno ricominciare ad ascoltare, però da bambini qualcosa a proposito ci era stato insegnato, poi si è smarrito come necessità di identità, di intelligenza che classifica e quindi risparmia tempo. Non erano glorificati quelli che capivano al volo? E se si sbagliavano di poco erano comunque migliori di quelli che ascoltavano, si prendevano tempo per capire e poi dicevano. Ma spesso il tempo era già passato. In ogni testa c’è un processo che fa trovare le parole giuste, i gesti appropriati dopo che i fatti sono avvenuti. E tutto ci pare così naturale, così giusto e forte che non pochi si convincono che è andata proprio così. Invece è andata diversamente, e quell’ascoltare e dire le parole appropriate non c’è stato. Forse per questo non ti ascoltano, per la presunzione di aver già capito e quindi risparmiano tempo, sanno già dove andrai a parare. Ti conoscono. E noi oscilliamo sempre tra la voglia di essere riconosciuti e il nostro personale mistero da svelare solo a chi vogliamo davvero, così che quel conoscere applicato, sbrigativo non coglie nessuna delle nostre necessità e suona offensivo. Però è tutto un processo interiore perché nel frattempo il non ascolto procede e arriva alle sue conclusioni. A questo punto ci sono due possibilità, o lasciar perdere e passare ad altro oppure insistere, ricominciare, precisare. Quasi sempre fatica buttata, anche perché il tempo gioca un suo ruolo e quello che reciprocamente ci dedichiamo per comunicare ha sempre un limite più ristretto di quello che viene riservato ad altro. Quando si dice: non hai mai tempo, significa, non hai tempo per me, per ascoltarmi. Quindi si lascia perdere, si rinvia a migliore occasione, che non verrà perché ascoltare è un’arte, un esercizio della cura e questa modalità viene considerata superflua nella società in cui viviamo. Si privilegia l’intuizione all’ascolto, come se queste modalità del comprendere fossero separate e l’intuizione non fosse il capire oltre la normale comprensione. Quindi si parla di un’altra intuizione, ovvero del presumere, cioè del far rientrare in modalità conosciute i comportamenti, i tipi somatici, psicologici e dell’agire senza attendere la comunicazione verbale. Cioè un giudicare in fretta per reagire. Cosa importante se si vive in una foresta piena di possibili aggressori, ma tra persone che si conoscono, presumere è un’offesa. Provate a pensare quanto essa viene praticata anche nei rapporti amorosi.

Non ti ascolta, non ha tempo per te, oppure ti considera classificato e prevedibile, non c’è comunicazione. Un grande spreco alla fine.

 

un bovolo

Un immenso, infinito toboga. Un bovolo, un vortice, in cui siamo scivolati, ridendo e vivendo mentre tutto roteava sempre più veloce. Gli anni delle città ancora da bere, i ruggenti ’70 pieni di musica, pelle al sole, di gioia di scoprire e del distrarsi infinito mentre i cortei si formavano. La testa in piazza della Repubblica pronta con gli striscioni, le ragazze, le parole sorridenti e gli slogan mentre piazza dei ‘500 si ingrossava di arrivi, di tamburi di latta, di bandiere, di megafoni Geloso. Garrule al sole romano, grida e bandiere miste assieme. Cosa garrulassero non è ben chiaro, ma era un grido di speranza contro il grigio del quotidiano senza alternative. Muoveva sinuoso nel vento delle vite che s’avvitavano come gli amori, della politica che ancora cantava e sostava per attendere gli altri, presidiava i luoghi del bene comune: una scuola, una fabbrica, un ospedale. Era il tempo in cui c’erano agguati e compagni (?) che sbagliavano. Eccome se sbagliavano. E neppure erano compagni. Era il tempo in cui la destra diventava tenebra circondata da scoppi di bombe, quando un viaggio in treno era uno scendere e un salire sperando che non fosse quello l’obbiettivo. Era il tempo dei rapimenti, quelli sardi e al nord, per denaro e del rapimento per eccellenza: quello di Aldo Moro che avrebbe generato una disgrazia di cui ancora non c’è fine.

Noi intanto precipitavamo verso un blu che sapeva di mare, di arditezze, di nudità nuove, di racconti intimi mai così sfacciati. Eravamo in un giro che risucchiava e mostrava quelli che restavano indietro, le paure di chi non si schiodava dal passato che non esisteva già più ed era assieme agli strafatti, ai persi per strada, agli insoddisfatti che riottosi non si muovevano dalle speranze già offuscate. Mentre la nostra testa girava e tutto era possibile, e nessuna notte era meno lunga del giorno, c’era chi correva in avanti e chi a ritroso, e si leggeva, il giornale da stritolare tra mani, il libro appena uscito, le frasi ripetute per rafforzare una convinzione, i dubbi da lanciare verso il sole o da sussurrare piano ai capelli che si baciavano con devozione desiderosa di tutto. Di tutto quel confluire, quel giudicare e correre verso qualcosa che non era chiaro, non profumava di ginestra e di olivo selvatico, non aveva solo l’odore della pietra dei ghiaioni al sole, il fresco del tuffo nell’acqua d’una baia senza persone, senza vento e senza barche. Non era il sentiero che si gettava verso la costa dei barbari e neppure la dolina in cui sostare in attesa che il sudore ghiacciasse. Non era che un gorgo infinito, caldo di promesse e di vita che inghiottiva senza chiedere da che parte tu venissi, ma noi eravamo noi, ipertrofici con piccoli ego e tanto noi, noi che scambiavamo pensieri, e abitudini, e modi di dire ripetuti per includere ciò che non era chiaro ma nel contesto doveva pur dire qualcosa.

Noi che leggevamo libri, che correvamo imbambolati al lavoro, che vedevamo nascere i nostri figli e non sapevamo ben che fare con loro perché tutto doveva essere nuovo. Noi che diventavamo pian piano borghesi comprando divani e tavole su cui mangiare assieme. Noi che ci perdevamo in quel correre attorno, nell’ascoltarci, nel guardarci, mentre il mondo esplodeva verso la caduta dei sogni, dei muri, delle certezze. In quel gorgo c’era un buco blu che ci avrebbe gettato in un altro universo, non il nostro, non quello da cui eravamo venuti gioiosamente distaccandoci, ma un universo speculare dove il sapere, il progresso, si chiamava tecnologia. Un bovolo che si originava da un bovolo, una clessidra piena di inesorabile passaggio verso un nuovo vortice colorato e rovescio dove noi che eravamo stretti gli uni agli altri saremmo stati pian piano distaccati. Dispersi, in tante piccole monadi che giravano e si allontanavano.

Prima si parlava, si discuteva, si viveva ammucchiati e distanti, poi saremmo stati sgranati, distaccati definitivamente. Una palata di grano e pula lanciata verso il sole che ricadeva con un suono secco di pensieri ormai solitari. Oro e paglia, ecco quello che eravamo e per questo degli anni sgranati non è rimasto nulla se non l’accumulare. Siamo pietre e intonaci, stanchezze infinite di vedere ciò che allora ancora non capivamo. Siamo usciti dal vortice per sederci su panchine che attendono la luce mutare e la luce muta, mentre sembra distaccare i particolari dal tutto e non ricompone più. Non più.

Ma che lo dico a fare, sai già tutto, lo senti e lo vedi, ed è per questo che mi racconti più stanchezze che corse felici.

la storia di un corpo

La storia di un corpo, il nostro, fatto di concretezza, di errori da rimediare, di slanci e di frenate improvvise. Partiti dalla svalutazione, dalla negazione che esso potesse essere il centro della vita se si eccettuavano alcune occasioni, sottoposti a un confronto improprio derivante da una scissione impossibile ovvero quella che lo spirito non avesse una sua corporeità. Non fosse influenzato dalla memoria e dal ricordo, non avesse desideri, pulsioni. Il conflitto eccitato, invece che composto, da una parte l’alto, ciò che è immateria e si eleva e dall’altra la terreità, la pesantezza, ciò che soggiace all’imperio delle passioni. Come vi fosse un affondare in una melma che era immagine di uno strato oscuro interiore dove c’era il buio assoluto, un archetipo animale, un sauro impenetrabile e scaglioso in cui si depositava ciò che non era controllabile. Questo buio dello spirito implicava la negazione della corporeità per aspirare alla luce e alla leggerezza. In realtà erano solo regole di convivenza, tavole di comportamento per tenere assieme il branco e impedire che si estinguesse o si divorasse nei periodi di carenza. Se il principio di ogni relazione, profonda o meno, sta nella comunicazione, se attraverso essa passano i sentimenti, dall’amore alla sua negazione, se nel comunicare si considera l’esistenza dell’altro, se ne verifica la contiguità, l’affinità, oppure la distanza rispetto al sé, allora si comincia a capire quanto di sbagliato ci sia stato trasmesso nello scindere spirito e corpo e come la storia del nostro corpo sia la storia del nostro spirito. Ciò che banalizzando chiamiamo umore non è forse il nostro rapporto con la realtà che il corpo percepisce e insieme la distanza da un desiderio, oppure la percezione di una staticità eccessiva, o ancora il mutamento felice che spinge in una direzione gradita. E quando ci immergiamo nel nostro corpo, lo ascoltiamo per davvero lasciando che esso ci parli, non emerge uno stato del presente, una serie di richieste che esso pone e che i “nostri” particolari principi possono accogliere oppure negare? E non è il compromesso la maggior arte che si impara più nei confronti di se stessi che degli altri? In realtà nella storia del corpo, nella sua fisicità c’è tutto il nostro spirito, la sua capacità di comunicare, il suo mettersi a parte per osservare e poi riportare a noi come parte di qualcosa di più grande. Nel corpo e nella sua negazione viene tolta la spiritualità dell’insieme, si riduce a macchina meravigliosa ciò che continuamente comunica, introduce concetti nuovi mentre ripete quelli necessari al vivere. Noi pensiamo ai fatti come storia, sono elementi puntuali che descrivono disgiunzioni, fratture, svolte, cambiamenti radicali, mentre la storia è flusso e tutto ingloba e fa di se stessa un disegno, ci si accontenta del frammento per la descrizione. Le abitudini sono, in fondo, perniciose perché prive di riflessione e spesso di ragione. Si pensa che l’abitudine diventi tratto essenziale del vivere, eppure se essa non è pensata è un automatismo. Diventa parte del corpo come una funzione di esso, ma non è tale, in realtà è substrato senza pensiero. Provate a pensare alle abitudini in un momento di rilassamento, fate dire al corpo cosa ne pensa e ne nasceranno delle sorprese perché ciò che è apparente storia è una forzatura, quasi sempre ereditata o indotta da una situazione. Importante sarebbe nella storia del corpo capire quanto spazio lasciamo alle abitudini e quanto esse prendano il sopravvento, neghino le richieste, eliminino il nuovo, conducano verso situazioni di scarsa mobilità. E allora tra mille abitudini, con il corpo ridotto al silenzio si dovrebbe avere a disposizione uno spirito libero che si eleva, che trova il modo di distaccarsi. Credo che invece quello spirito si eserciti nell’arte del giustificare ciò che ha rifiutato di ascoltare, che sublimi tutto ciò che si nega, e che alla fine voglia dimostrare che siamo il luogo di una impossibile comunicazione e unione. Non è così, è solo un insieme di regole che ci hanno insegnato per conservare il branco e che poi hanno ecceduto il limite e per farlo hanno agito sulla negazione dell’unica cosa che fosse immediatamente disponibile, il corpo, fino a negargli la possibilità di avere una storia propria, di essere una relazione che lo astraeva dal tempo, di essere esso stesso cielo e terra, verticalità e orizzonte, perché tutto questo era rivoluzionario e aveva una parola per definirsi: libertà d’essere.

 

 

la politica non è solo un’opinione

Questa mattina mi son lasciato invadere dalla speranza,
ed è pericoloso di questi tempi in cui tutto sembra fatto,
e deciso nel peggio, che non è proprio peggio,
eppure ti toglie il colore,
semina grigio nelle parole,
distribuisce forse che sono già dei no.
Ma stamattina le parole erano colorate,
c’era il rosso della piccola passione da spendere ogni giorno,
il verde che non accetta l’asfalto e cresce indifferente,
il giallo, cosi difficile con la pioggia sui vetri, prometteva il cambiamento.
Erano colori della vita
senza ritegno né creanza, così il viola sposava il blu e parlava arancio.
Ma non erano confusi e neppure sembravano parole: erano finestre
in un tempo di muri
mostravano che c’è aria da respirare
in quel sentimento insensato che si chiama speranza,
e se spesso non ha una precisa attesa,
si muove allegramente e tu sai che è vita.

mi ha preso la tenerezza dei vecchi

Mi ha preso la tenerezza dei vecchi. Non perché mi ritenga tale, ma gli anni si accumulano, costruiscono una montagnola dalla quale si vede attorno. Magari sfuocato e così le cose diventano masse colorate, fili appesi al cielo, con una loro gentilezza interrogativa che chiede sorridendo: chi siamo? E nulla è mai ciò che appare, perché il ricordo aggiunge, spinge a ripetere pur sapendo che ci sono meccaniche celesti, come direbbe Battiato, alle quali si sfugge solo con la speranza. Sarà diverso e non finirà, però…

Ci si perde tra le immagini, ci si perde nella tenerezza del giorno in cui l’equinozio annuncia nuove gemme, colori e abiti leggeri. La tenerezza dei vecchi è addolcita di tracce, di mappe, che i passi conoscono a perfezione, è fatta di sabbie in cui è bello lasciare impronte, di asciugamani colorati stesi ad accogliere. È costruita con pensieri senza capo né coda, perché i pensieri non devono per forza avere un inizio e una fine. La tenerezza è fatta del vedersi, dell’ascoltare il corpo che brontola allegro tutte le ingiurie che gli abbiamo inflitto, ma è anche la pelle che sente il cotone fresco di bucato, il sole che la spinge. È il pensiero che già racconta altre attese mentre il corpo ascolta e si distende.

La tenerezza è ciò che si può fare ed è nuovo, così nuovo che suscita contentezza e oscura quello che ormai è da parte. Volevo scrivere in un quaderno, dividendone a metà le pagine, da una parte ciò che non potrà più essere ma è stato, e nell’altra metà, a fronte, mettere il possibile, il desiderato, il sollecitante. Mi sono accorto che la prima metà era ricchissima, ma la seconda era infinita e quella mezza pagina di ciò che attendeva d’essere, era gentile col passato perché gli lasciava tempo e infiniti spazi bianchi da riempire. Con tenerezza aspettava che raccontasse.

Forse anche per questo mi ha preso la tenerezza dei vecchi che hanno la pazienza del vedere, che si soffermano su una parola, che alzano gli occhi e guardano in alto, accorgendosi del cielo, dei cornicioni dei palazzi che giocano con l’ombra e le nuvole e gli sorridono. Mi ha preso la tenerezza dei particolari dimenticati che un tempo avevano richiesto cura e sapienza ed erano stati lasciati allo sguardo attento della bellezza. E ho pensato che quando si rallenta il mondo prende forma – lo sa bene chi cammina – e tutto ha una sua nascosta ragione, una domanda gentile di attenzione. 

Mi ha preso la tenerezza dei vecchi e la mente ha abbracciato l’aria nuova, il sole, i rumori del cantiere, il vestire con una maggiore cura del solito, e il rizzare il corpo, fiero d’essere uomo. È stato allora che la gratitudine che si era sparsa tra i pensieri s’è fatta palese e forte e mi è sembrato un sentimento bello e pieno di compagnia. 

 

 

occupiamoci di cose generiche

Occupiamoci di cose generiche, lo specifico muove vortici di domande e genera inquietudine. Occupiamoci dell’oggi, anzi del giorno, che agli storici spetta il giudizio. Lasciamo perdere il ieri, quel che è stato è stato, le nostre memorie allo stato solido conservano migliaia di foto che non guarderemo mai.

Però permettetemi una digressione. Prima pioveva e c’era il sole, le ragazze camminavano in fretta, qualcuna sorrideva, dei ragazzi hanno tirato il cappuccio sulla testa e parevano contenti. Chi aveva un ombrello lo apriva. La strada scorreva di pedoni e biciclette, nessuno si fermava sotto i portici, sembrava godessero di una pioggia gentile che annunciava la primavera. È stato allora che ho notato l’esiguità  delle mura del ‘300, il mozzicone rimasto con lo squarcio verso l’altro pezzo di mura. Dallo squarcio si vede il palazzo che fu del banco di Napoli, davanti c’è la discesa del parcheggio che si intrufola sotto le mura, sulla strada un tempo, ero bambino, c’era il fiume, le barche e solo a lato, in alto, le auto. In uno spazio ristretto le auto, perché l’acqua e la vista era più importante. Poco avanti, c’è la casa in cui Dante non soggiornò e forse non incontrò Giotto (ma era bello pensarlo e così c’hanno messo una lapide al riguardo), davanti alla casa c’era un ponte, a tre arcate, di epoca romana che univa l’università dei giuristi, il Bò con l’ospedale vecchio di san Francesco, il luogo in cui è nata la medicina moderna. A sinistra del ponte, dopo il Bò, le piazze, la civis con la sala della Ragione, i commerci. Ora ci passano i tram in quella riviera, gli autobus e le auto, ma oggi c’erano anche le ragazze che sorridevano nella pioggia di marzo, e quel muro così esiguo per difendere una città, mi diceva qualcosa di me, di noi. Ci fu un pretore che difese quel muro, un sindaco condannato dopo anni di processi, e quel sindaco non era Attila, ma come il predecessore che aveva tombinato il fiume, pensava che la modernità poteva fare a meno dell’acqua e del muro di cinta d’una vecchia città ormai esausta di ricordi. Erano persone per bene questi due sindaci, che interpretavano il progresso come ineluttabile e la modernità come un generico contenitore in cui tutti potevano stare. E si sbagliavano perché pensavano genericamente e non interrogavano l’anima delle cose (che poi coincide con quella delle persone se c’è appartenenza). Io sono un sognatore, mi piace l’assoluto e il relativo, ma maneggio male i ricordi e senza dare colpe penso che il generico è come il nulla, erode ciò che ci sta attorno. A noi che ricordiamo, non alle ragazze che camminano sotto la pioggia e guardano nel loro futuro.

Però e questo è il secondo però di cui chiedo venia, se ci abituiamo tutti al generico, al relativo, non ci sarà più spazio per l’importante. E che fine faranno le vite se non hanno una direzione propria. Se non abbiamo nulla di profondo di cui dirci davvero. Se non ci sarà nessun segreto da tirar fuori a fatica perché ci rivela davvero e ci consegna inermi all’altro, che fine farà l’eros? Se tutto è rappresentazione qual è la commedia e quale la realtà? 

Avete osservato che circola diffusa la paura di essere interpellati per davvero, che qualcuno ci chieda se abbiamo studiato come vivere domani, dopodomani. Con la competizione si sono risolte molte cose, si fa una corsa in qualsiasi campo, il lavoro, il divertimento, gli amori, uno vince e domani si ricomincia. Magari non gli stessi, non con lo stesso panorama perché nel frattempo qualcuno si è perso, un muro si è abbattuto, un tabù è stato espugnato, ma si ricomincia verso l’indefinito infinito senza chiedersi cosa sia davvero accaduto, cosa abbiamo provato. E credo sia perché anche se ce lo chiedessimo a chi potremmo dirlo davvero? A questo servono i poeti, che hanno il compito di mostrarci l’essenza delle cose, ma non compriamo libri di poesia se davvero non vogliamo andare nel profondo, se non vogliamo lottare con la realtà. Per l’apparenza, i poeti, basta citarli a spizzichi, con un tweet che suona bene ed è adatto alla bisogna e che sembra far bene per un attimo prima di restare uguali. 

domande

Mi chiedo chi siete voi che leggete. In quale mondo vivete. Come sono le vostre giornate, le abitudini, le difficoltà, i legami, l’allegria come nasce, i sentimenti e il loro grado di intensità, di libertà, se siano una nota di basso o un acuto che s’inerpica. Mi chiedo della vostra somiglianza e ancor più della diversità, ma soprattutto mi chiedo cosa sia per voi star bene.

Mi chiedo cosa vi spinga a leggermi, cosa intuite dalle mie parole, se da esse indagate in un pensiero sotteso, in una vita che non è la vostra eppure in qualche tratto approssima e forse coincide.

Questo mezzo, apparentemente virtuale, fornisce a chi scrive, una iterazione per immediatezza e intensità, sconosciuta agli scrittori, ma ( il ma ci sta sempre a temperare gli assoluti) è privo della conoscenza diretta, non è, se non di rado, un canale biunivoco. Certo vi intuisco, leggo di voi dove scrivete se anche voi lo fate, mi faccio domande sulla vostra persona, del perché scegliate alcune rappresentazioni e ne taciate altre. Alla fine ci si deve accontentare di un approfondire per  interesse e intuizione, delineare attraverso l’immaginazione, un’immagine a due dimensioni che prescinde da tutti quei codici che si usano nel reale: l’immagine, il gesto, l’età, il modo di esprimere il sentire, il silenzio tra le parole, la volontà di oltrepassare una soglia e mostrarsi. In questi luoghi la linea del con-fidare ovvero dell’aver fiducia dell’altro ipotetico è essa stessa una rappresentazione di sé, di un bisogno e di un limite. Ritaglia la dimensione e la fissa in un cliché comunque vero: mostro di me ciò che voglio arrivi a un qualcuno che non conosco ma che non mi è estraneo. Però è una verità interrotta proprio perché nel virtuale il vero è più corredato di immaginazione per riempire le caselle mancanti. Non c’è nulla di male in tutto questo guardare, pensare, immaginare, c’è attenzione, curiosità, partecipazione e bisogno di vedere. Però non possiamo, se non per caso, dirci davvero come stiamo, cosa vediamo e sentiamo nel momento in cui esso accade e diventa emozione per noi. Lavoriamo in differita e nelle riflessioni la distanza dall’accaduto può essere lunga, misteriosa, estendersi come le ife dei funghi, lontano negli anni. Ciascuno, io per primo, rappresento dei nodi, il loro persistere e la fatica dello sciogliere, mostro passioni la cui intensità è solo a me nota, taccio e parlo di qualcosa che non è solo cronaca, altrimenti corrisponderebbe a quel distratto informarsi su come si sta che neppure attende la risposta per passare ad altro.

Fuori piove, è un grigio pomeriggio di quasi primavera. La grondaia suona i rivoli d’acqua che cadono dal tetto, ne segue l’intensità con vibrazioni sempre diverse. È il giorno dopo la notte delle elezioni, sono accadute molte cose, altre ne accadranno, ma con rilevanze diverse. Per alcuni saranno dei fatti che sorprenderanno, per altri saranno un lento erodere delle speranze faticosamente costruite sul futuro. La mente analizza e cataloga, è abituata ed è stata formata per questo. Anche a riconoscere la propria insufficienza. Mette assieme ipotesi e scenari, li riporta sulla propria vita e sulle vite comuni, ma sa che questo è un esercizio privo di assoluti. Approssima certezze e paure, le combina per ricavarne un pensiero di futuro.  È un lavoro inutile eppure è difficile sottrarsi al mestiere dell’indovino. In fondo chi vaticina vorrebbe non azzeccare mai le previsioni che non gli piacciono perché sa che non può influire, se non in minima parte, su esse, ma sa anche che non riuscirà a sottrarsi alla loro influenza. Si realizzino o meno, le vite ne verranno cambiate. La tristezza della notte quasi insonne si è mutata in malinconia e bisogno di silenzio. Anche di stare a guardare senza ragionare.

Non ne parlerò oltre di elezioni, ma mi chiedo come altri vivano il momento, la giornata trascorsa nell’attesa. Non mi interessano i grandi vincitori o gli altrettanto grandi sconfitti, ma chi ha interessi analoghi ai miei e che in qualche modo conosco e che penso come persona concreta, vera, portattrice (non è un refuso ma il fondere l’essere attrice, il suo interpretare e portare questa capacità ad altri) di vita e di passioni. E mi ritorna un senso del relativo che è stanchezza, il mirare la realtà e il passar oltre mescolandola al quotidiano.

Far l’amore la notte della battaglia era un ritornare a sé del guerriero, del rivoluzionario, o anche più modestamente, il bisogno di un presente che cancellasse per un poco il futuro, assieme e infinitamente soli. E in questo pensiero racchiudo ciò che è mancato alla notte.

 

17.53

Erano circa le 17.53 e si preannunciava una serata intensa, ma soprattutto arrivava un tempo pessimo. Quel circa le 17.53 potrebbe far pensare ad una mia mania di esattezza, in realtà era l’ora inesatta del computer che era diversa da quella dell’orologio al polso e ancora diversa da quella della sveglia. Le 17 sono l’ora in cui il pomeriggio diventa sera, il tempo dei poeti che meditano sulla polvere, il tempo della stanchezza dopo il lavoro, il tempo in cui si esce per incontrare qualcuno. È il tempo in cui gli amanti si pensano, le gambe si avviano, le spiagge d’estate si vuotano e chi è in montagna ritorna. È stata autorevolmente sostenuta l’inadeguatezza di quest’ora per cose solenni, per l’inizio di ostilità, per concludere trattati. Alcuni ne hanno ravvisato la funzione di osmosi tra il pomeriggio e la sera, cioè il modo per lasciare che i contenuti utili al prosieguo del giorno possano avere la loro centralità e quindi esprimersi totalmente. È una tesi suggestiva, seppure di scarsa utilità perché pare che non si filtri nulla del tempo e delle giornate ma bensì tutto scorra e se vada per suo conto. Che poi è anche il nostro conto. Comunque gli alberghi ad ore alle 17 registrano una caduta degli arrivi e un crescendo di partenze e questo dovrà pur significare qualcosa. Le circa 17.53 sono nel frattempo diventate le circa 18.04. Altra ora impossibile per chi voglia leggere qualcosa che non sia un quotidiano; a nessuno viene in mente di affrontare un romanzo a quest’ora, però un film al cinema ci potrebbe stare. Sono belli i film alle 18, c’è una fauna di pensionati e di sfaccendieri, cioè persone che non si curano di fare, che amano il cinema o sono semplicemente interessati alle labbra e al corpo della persona a fianco. Sono belli questi film perché ti fanno transitare dalla luce o dalla modesta oscurità della prima sera, alla notte e quando esci sei ancora intriso delle vicende del film e il traffico, le luci, le persone, la stessa coppia che si era dedicata con molta attenzione al benessere specifico, appaiono differenti. È la stessa sensazione che si prova quando si arriva di sera in una città sconosciuta e devi trovare l’albergo, o la casa o almeno un luogo per attendere una coincidenza, e nel frattempo tutto è estraneo, ma al tempo stesso sembra ti debba chiedere qualcosa. In fondo ti chiede chi sei, ma si capisce che non gli importa molto. E a te questa cosa un po’ dispiace perché oltre a non riconoscere ciò che ti sta attorno capisci che non interessi a nessuno. A meno che tu non faccia parte della coppia di cui sopra. Le circa 18.18 sono l’ora perfetta in cui sfumano le possibilità, il film è già iniziato, l’articolo è finito, per la cena è presto, si potrebbe scrivere. O telefonare.  Che bella questa parola ormai in disuso, telefonare, mandare la voce distante, tele fonare. E non solo la voce, musiche, silenzi, perplessità, scoppi di riso e di pianto. Voi vi aspettate che io vi dica che non si telefona più. Ebbene è così, contenti? Mi rendo conto che la prevedibilità non è una buona dote per uno scrittore. L’alcolismo era una buona dote, il feticismo degli oggetti, la capacità di mutare il senso delle parole, la costanza (D’Altavilla? chi era Costanza d’Altavilla, su, rispondi, non consultare Wikipedia. Non hai studiato a suo tempo, eh, e neppure sei siciliano e adesso non recupererai più. Resterai come sei, come ti sei fatto, alle 18.23 di una sera che non promette nulla di buono per il tempo e dovrai decidere se uscire o meno verso noccioline e aperitivo. Ma leggiti qualcosa su Costanza d’Altavilla, la madre di Federico II e ti sembrerà un romanzo, anche perché dove trovi misteri a josa, colpi di scena e una gravidanza a 40 anni con un marito di cui si dubitavano le doti segrete nel talamo?). Dopo una parentesi così, con pure il talamo in mezzo, si sono superate le 18.32. Circa. Fuori è notte. Fa freddo. Sta arrivando il burian, vento freddissimo siberiano che polverizza la neve in cristalli e la lancia sui visi attoniti di tanto cambiamento climatico. Ma non doveva essere caldo tutto l’anno? E invece il marito della buriana ovvero la tempesta che improvvisa prende le vele, le squarcia, scuote le finestre e le porte delle case, le irrora di acqua gelida, piega gli alberi, si annuncia per folate che sollevano e avvolgono senza alcun bene né rispetto, sta arrivando. La buriana che portò l’inverno del ’29, ma anche quello del ’96, corre verso questo lago che ci ostiniamo a chiamare mare, sta correndo contro le ore, contro le correnti caldo umide dell’Africa, che noi amiamo molto in inverno e nelle stagioni di mezzo, mentre pare che molti amino solo il caldo ma non amino i profughi dall’Africa. Ma come, preferiresti solo i lupi siberiani, allora? Prendi l’uno e anche l’altro, si compensano e non preoccuparti che poi se ne vanno perché in fondo qui si sta bene ma solo se ne hai i mezzi per star bene altrimenti stai male come dappertutto. Intanto la buriana sta correndo perché qualcuno le ha aperto la porta e questo è il cambiamento climatico. E così mentre attendo che arrivi il suo preannuncio, leggo, guardo il buio, conto le luci delle case vicine, vedo preparare le prime cene e rimando l’uscire a un tra poco. Quando saranno circa le 20, e allora, forse, il burian sarà giunto o forse no, ma intanto guarderò chi esce dal cinema vicino, vedrò le loro facce sorprese, mi godrò lo spaesamento che ben conosco e l’affrettarsi verso una casa, una pizzeria, un letto. Tutto questo per un moto e un essere presi che è stato trattenuto dentro a un cinema, in una vicenda che non c’entra adesso e spaesa. E allora… Qui ci dovrebbe essere una morale o una fine, oppure un riassunto circolare di ciò che è accaduto. Resta alla fantasia di chi scrive concludere o meno, e questo non è magari un modo per instillare un dubbio, mettere una piccola certezza, farsi una domanda? Sono circa le 18.45, tutto deve accadere nelle vostre vite, guardatevi attorno. E guardatevi dentro, se ne avete il coraggio.

io sono l’aria

Io sono l’ aria,
immateria qualcuno mi dice,
e mentre m’ ignora,
altrove cerca sostanza.
Eppure m’ insinuo, e colmo silente,
mostro il colore, lo muto,
spargo il profumo,
delle stagioni racconto,
ma d’ un mistero mi glorio,
nel mentre sorreggo: senza me non c’è grazia nel volo,
muto della corsa il sapore,
e persino d’un luogo non resta il ricordo.
Pensa che nel costruire dove tornare,
ognuno tiene me nel ricordo e cerca la forza sicura d’ un cielo:
sono ciò che non pesa e fa la mente volare.

tra soli e solitari

In quell’egoismo che stentiamo a riconoscere, a volte, non c’è chi vorremmo ci aiutasse con la presenza. Bisognerebbe ricordare che lo stesso facciamo noi quando riconosciamo una richiesta di aiuto e ci schermiamo per una qualche impossibilità. Non è cattiveria e neppure indifferenza, è che l’umano che c’è in noi ha un contatore che dice che non ce la fai. Forse è quel limite strano che tutti quelli che santi non sono attribuiscono agli altri e chiamano egoismo. Oppure è uuna incapacità di essere sempre troppo fuori di te. O ancora, più semplicemente, è un limite. Abbiamo limiti e dovremmo accettarli, in noi e negli altri. 

Dovremmo ricordarcene quando una risposta non è come la vorremmo perché conosciamo cosa significa essere soli e rendere più soli.

Dovremmo esserne coscienti, quando ci pare d’essere trascurati, che se non c’è stata risposta, un qualche motivo ci sarà pure ma noi non lo sappiamo perché è difficile dirlo. 

Non ci basta, quando si sta male è l’aiuto che conta, non la giustificazione della sua assenza. E allora anche il dolore di un’assenza  dev’essere accettato, un dirsi: non sei come ti vorrei, ma ci sei.

Tutto complicato e difficile perché si svolge in quella terra piena di trabocchetti e di solitudine non cercata che si chiama bisogno d’amore. E nessuno, neppure i solitari, quelli che scelgono di stare per loro conto prescindono da questo bisogno. Certo un solitario è più portato a cercare in sé risposte, ma anche lui cerca un’anima con cui parlare, un dire che non si ferma alle parole e ai silenzi.

Questo riguarda tutti e non c’è maggiore solitudine di quella che non riesce a dire, che ha una particella di sé da mettere altrove e non trova il luogo. Poi c’è chi si accontenta, chi attende che passi, chi seppellisce sotto coltri di momentaneo altrove il bisogno, ma questo è lì, pronto a chiedere e i conti si fanno con la solitudine più sola, quella che il poeta chiama con atroce gentilezza il cuore del mondo, ma è anche un fuoco che si spegne prima di una partenza, un treno che s’allontana, un guardare uno schermo che non s’illumina, questo è il cuore limaccioso dell’assenza.