buon agosto

Ci sono lettere scritte che attendono, di essere spedite e di essere lette. Poi non accade e questa è una di quelle lettere irte di parole, buttate giù di getto perché serviva una risposta a una domanda che, magari neppure c’era stata eppure aveva toccato qualche nervo scoperto o aveva reso palese la percezione dell’assenza. Da quanto tempo non ci si vedeva davvero? Perché il vedersi non è l’incontrarsi da qualche parte, scambiare sorrisi e parole, informarsi sullo star bene dell’altro e volerlo sapere davvero, non è solo questo, che già sarebbe molto, ma è il dirsi qualcosa che non si direbbe a nessuno. Perché ci riguarda, ci rende inermi e si è fatta una fatica immane per estrarlo e capirlo e ora lo si vorrebbe mettere in mani amorevoli e sincere. Così quando ho percepito, tra le notizie e i complimenti reciproci il tuo malessere profondo, mi sono fermato. Volevo chiederti, era una cosa importante, una pozza di buio che si allargava e assorbiva la luce del sorriso. Ma tu dovevi andare. O forse volevi. In fondo è la stessa cosa, si fugge da qualcosa che abbiamo dentro e non da chi abbiamo davanti.
Ci siamo salutati con un abbraccio più lungo, e guardarti andare era già una pena. Un atto di infingardaggine, avrei dovuto rincorrersi, chiederti, ascoltare e dirti che anche a me accade, che le solitudini si riconoscono. E si parlano. E invece ho pensato di scriverti, ma alla fine la lettera è rimasta sul tavolo, a lungo, per poi sparire in un cassetto.
Basta una telefonata. Così si diceva un tempo, adesso è bastato un messaggio sullo smartphone.
Tutto bene, scusa l’umore, avevo la testa altrove. Adesso ho risolto.
A chi si vuol bene si vorrebbe dare ciò che con fatica si è appreso, evitare che i dolori si ripetano. Sono stupidi i dolori perché non apprendono o sono i sentimenti che si credono onnipotenti e invece sono pezzi di noi che si cercano e sono sempre gli stessi anche se ci sembrano nuovi? C’è non poca presunzione e un grande entusiasmo che ci travolge in ogni passione, e forse è necessario sia così perché non si estingua nella cattiveria l’animale uomo.
Ti avrei detto una bella somma di banalità e avrei ascoltato come nuove e grandi, cose che lo erano per davvero, e non assomigliavano a nulla.
Mi chiedo cosa di profondo ci renda simili. La scontentezza che deriva dal sentirsi incompiuti? La voglia di volare e di non ricordare nulla di quello che ci ha impedito di farlo? La necessità di non essere soli ma unici? Non so, parlo a me stesso e a te assieme e mi pare che le parole non siano mai sufficienti a colmare il nulla che assale.
Nel nulla c’è quasi tutto e ciò che manca te lo porti dietro. Forse me l’hai detta tu questa frase o forse è mia. Non importa, mi interessa che il nulla non prevalga sulle passioni, che sia l’avversario con cui si combatte lealmente.
Dobbiamo tracciare confini che non hanno muri perché non ci chiudiamo in fortezze, ma siamo orda che curiosa corre verso ciò che ha tralasciato e ciò che non conosce. Con la semplicità del vivere, che solo ha forza per superare il dubbio, mentre il ristare ci imprigiona.
Ti avrei ascoltato e forse avrei detto poco, anche se tu sai toccare la roccia sotto cui spingono i torrenti. Chissà che sarebbe accaduto se il tempo e il disagio non si fossero accoppiati come animali impazienti. Ogni cosa si ripete diversa, e riaccadrà, ma in fondo è la stessa. Oppure no? Buon agosto, spero con tanto sole sulla pelle e dentro.

piccole passioni

Dicono che una passione possa far crollare un muro, rendere inutile un’abitudine, togliere significato al tempo. Così dicono quelli che le passioni ancora le cercano, dentro di sé oppure negli altri che ascoltano a bocca aperta. Dicono che non gliene importa nulla, a chi ha una passione, che non si sente solo. Anzi. Sostengono che la solitudine non può esserci in una passione. Concludono che non basta mai a chi la prova, la passione, che è come un amore, solo che non manca, che la si porta con sé e la si può condividere. Ma solo con chi la sente allo stesso modo, sennò è inutile e si spreca, la si annega in due occhi divertiti, e il cuore si mortifica e poi la notte ripete: ma come ho fatto a fidarmi, perché l’ho detto così come lo sentivo e chi ascoltava non capiva, anzi mi compativa per quello slancio di assoluto. Eh sì, la passione è un arco di assoluto che non scompare nel proprio cielo e solo chi la prova, e pochi, forse uno o una che può condividerla davvero vede quell’arco. Lo sente come il segno disvelato del senso di un vivere. Non di tutto il vivere, ma di quella parte che ciascuno può scegliere ed è propria. Solo sua e di chi amorevolmente condivide. 

Mi chiese quanti amici avevo. Gli risposi che ormai non c’era più nessuno a cui potessi davvero dire tutto. Che la noia e i tentativi ci avevano condotti nell’abitudine. Ci conoscevamo a memoria e la memoria sapeva ogni modo di dire che si ripeteva, ogni birignao. Vedeva l’insofferenza e sapeva quando era ora di andare. Ma le passioni no, non le raccontavo e pian piano costruivo, anche nelle amicizie, piccoli muri di convenzione. Che sì, forse solo le donne, una donna, poteva essere davvero amica, perché le donne hanno quella capacità di sentirsi riempire l’anima e di attendere che questa non sia una condizione transitoria. Le donne non frequentano il cinismo, gli dissi, perché hanno i figli o gli amori che le trascinano e le fanno volare. E a così a volte capiscono quello che non si può spiegare, sentire come proprio ciò che ancora non comprendono bene ma si può abbracciare.

Lui voleva sapere di più, seguire nel racconto un pezzo di quella vita che era mia e non si disvelava, per questo gli dissi che ormai le amicizie le avevo messe da parte e mi erano rimaste le passioni. Piccole passioni, inesprimibili ai più, che avevano due facce, come le monete, una evidente per le curiosità transitorie, per i commenti affrettati che si dimenticavano subito. E l’altra invece, portava un segno, una specie di cifra o ideogramma, che non spiegavo perché lì c’era il motivo della passione. La sua radice che affondava in me e portava lontano dalla superficie. Così la moneta si lanciava per aria e qualsiasi cosa venisse, pareva ma non era per davvero se non per me o per chi poteva capire. Ma chi aveva la pazienza di capire per davvero? 

E la passione è inutile ai molti e totalizzante per chi la prova. Questo dimostra che solo ciò che non si comunica, per amore o indegnità di chi ascolta, rende vivo ciò che altrimenti verrebbe lasciato, lo trasmette a chi è in grado di accoglierlo, lascia dei segni indelebili e piega le vite verso il senso. Un senso che diverso si ripete e rende diversi, ma bisogna avere passioni per essere davvero diversi.

 

a chi giova?

Sulla situazione politica che si è creata, la mia percezione è che manchi un legame con il Paese, che non si dica la verità a partire dai programmi elettorali che ciascuno propone. E i primi ad essere presi in giro sono gli elettori. La vicenda del mancato governo giallo verde è emblematica al riguardo, sia nei modi in cui si è svolta ma soprattutto nel suo epilogo, dove esiste un vincitore che comunque incassa e un gabbato che pensava di aver fatto un affare vendendo la sua merce (i propri voti) al migliore offerente.

Ma ora che accadrà, perché nel vociare di questi giorni, nella confusione, comunque emerge l’immagine di un Paese ancora più diviso. Anzi è come vi fossero diversi paesi, con diversi abitanti che non hanno interessi comuni, ma neppure vincoli contratti, competitori economici, arretratezze sociali e tecnologiche da risolvere e che tutto si possa trasformare in un braccio di ferro tra furbi dove chi vince ha segnato un punto a suo favore e fatto fesso l’altro. E chi è l’altro se non lo stesso Paese. L’assenza di responsabilità politica, cioè il mendacio, il non dire la verità, l’usare la cosa pubblica per fini di parte, come può essere giudicata e castigata dai cittadini? Perché senza responsabilità politica non esiste neppure l’opposizione, sono tutti all’opposizione, e mentre le cose degradano, la nave affonda e ci si arrangia; chi è sulla scialuppa e chi nuota, ma i più annegano. Bisogna farsi delle domande e cercare di salvare il Paese, essere radicali nei rimedi ma rifiutare gli apprendisti stregoni, proporre quello che è possibile fare con i tempi per farlo. Chiedetevi a chi giova tutto questo e forse qualche dubbio vi verrà, come viene a me.

Gli elettori non sono assolti dalla legge elettorale, neppure dalla loro condizione se vogliono davvero uscirne, come non lo è la politica e questa debolezza di statisti, di persone ragionanti, dai forti principi è sostituita dai vocianti. Ci mettiamo nelle mani di guaritori per non vedere la malattia che si chiama illegalità diffusa, diseguaglianza crescente, povertà, debito immane del Paese, sperequazione territoriale della crescita. Non so quale sarà il prossimo segnale che verrà dato e con quanta responsabilità, ma se oltre a spaccare il Paese, si frantumano le possibilità di crescita, di soluzione dei problemi di equità, di risposta alla povertà crescente, non c’è soluzione alla crisi di identità comune. Il radicalismo può essere una soluzione ma il Paese parla di diversi radicalismi, uno per ogni problema e sono tra loro largamente inconciliabili, questo farebbe pensare che un leader che dica la verità, che proponga poche risposte ai problemi principali potrebbe ancora unire, essere creduto perché parla a tutti e unisce. Non so se esista, so che l’odio crescente, la paura, la ribellione non si governano e causano solo disastri.

per fezione

Come briciole si perde la perfezione per strada, l’idea era buona e si è franta nel modo giusto creando una silloge di specchi. Ciascuno rifletteva l’altro in una infinita ripetuta realtà e il tempo si fermava tra l’una e l’altra immagine, sospeso e in attesa. Non si capisce nulla? Meglio parlare del minuto che s’incontra per caso ( e non è mai per caso), un volto, uno stare, un mettere argine al pensiero che disturba. Tutto serve. Sapessi quanti cani devo tenere a bada e nessuno è mansueto perché ognuno difende un territorio ben preciso: l’urgenza.  La sua urgenza. Così nel contenere, ti regalo un’immagine, la forchetta che affonda nella millefoglie. Fuori dell’ombrellone bianco il sole mangia i colori, ma qui la crema chantilly esce tenera di giallo, esce e si lascia raccogliere dalla punta della forchetta. Se non ci fosse un parlottare attorno si sentirebbe il crepitio della sfoglia che si frange, il profumo del caffè che attende, il gusto che manifesta l’imperio del senso. Che rimanda ad altri gusti e desideri, allegoria di specchi del pensiero. L’urgenza è tra il prolungare e il finire, che comunque s’estingue in un ultimo sapore, ma quel sapore durerà a lungo. Ecco che la perfezione lascia una scia ma si consuma, dev’essere consumata, non deve interpellare oltre la soglia della sazietà. E ancora un’immagine aiuta, è la lama di luce che si apre una strada netta, entra e si ferma, solo lo sguaiato aprirebbe intera la porta, chi conosce l’imperfezione propria, gode della danza del pulviscolo, se ne incanta, immagina e coglie vita dove c’è polvere. Fuori una tenda sbatte in sincronia col vento, ed ha momenti d’attesa prima di vibrare, come l’amore, potrei dire, che oltrepassa una riga e poi un’altra e infine ha un suo ritmare tumultuoso con lento accarezzare.

scrivo storie

Scrivo storie. Le raccolgo, oppure le possiedo perché sono miei ricordi. A volte le storie diventano così mie che non le condivido. A volte i ricordi cambiano perché vedono dietro quello che c’è stato, non sono più solo fatti, ma motivazioni, necessità. Così ho scoperto che la colpa non è una cosa semplice da definire e neppure da attribuire e che chi ha vissuto, ha ancora molto da vivere se ascolta quello che dentro gli racconta il giusto e l’ingiusto. Ho scoperto, ma tardi che vedo le cose cose che vedono gli altri, ma con i miei occhi e il mio passato e questo diventa una storia. 

Era marzo e c’era già estate. Accade così in Eritrea. La mattina era piena di sole e percorrevo una strada tra due campi minati. Accade spesso in questi luoghi che manchino i soldi per togliere quello che può far male, allora si tracciano percorsi. La strada era asfaltata e bambini in fila indiana ne percorrevano il ciglio tornando a casa da scuola. Avevano le divise colorate delle scuole da cui venivano. Erano bellissimi come solo i bambini e i popoli che hanno preso geni da altri popoli sanno essere.
I bambini conoscevano il limite, non c’erano gare a rincorrersi, si parlavano, ma l’uno alla nuca dell’altro. E ridevano oppure ascoltavano in silenzio, aspettavano di essere al sicuro per sovrapporre le voci.
C’era un territorio precluso attorno e nessuno ci poteva far nulla anche se si stendeva libero alla vista e c’erano alberi, jaracande in fiore, fichi d’India pieni di frutti e case vuote che si consumavano al sole. Le case di mattoni cotti al sole si addolciscono piano piano, lasciano andare una polvere rossa di argilla sottilissima che poi trovi dappertutto, sulle cose, sugli abiti, sul corpo. Ci si abitua, come alle mine. Tempo prima una compagnia di sminatori danesi aveva lavorato in quei luoghi, era un aiuto alla popolazione locale. Poi il governo aveva chiesto loro di pagare per fare il lavoro di assistenza perché nessuno poteva portare aiuto in un posto solo ma doveva dare un contributo al governo e i danesi se n’erano andati. Erano rimasti sentieri poco segnalati e insicuri in una estensione enorme di terra, un tempo coltivata, abitata e fertile, ora punteggiata di carcasse di veicoli e carri armati. Era la rappresentazione del supplizio di Tantalo, c’erano i frutti ma non si potevano raccogliere. Ogni tanto qualcuno ci provava, poteva andar bene o male, ma un vecchio che aveva un’età senza rughe mi aveva spiegato che non provavano quasi più: perché aggiungere morti a una guerra finita da dieci anni?
La sensazione era di essere prigionieri della poca sicurezza possibile, di muoversi solo con gli occhi. Andavo piano e arrivando nella piccola città vedevo i bambini che entravano nelle case di mattoni crudi cotti al sole. Era come vivere su una carta geografica: si andava dal punto A al punto B, si seguiva la strada e poi si restava tra le case. Alcuni, i più vecchi, conoscevano l’italiano, parlavano volentieri. Avevano un discorrere fatto di lunghi intervalli di silenzio, come per cercare le parole e raccogliere le idee. Offrivo loro una birra e passavo il tempo guardandomi attorno. Uno si offerse di farmi da guida, accettai solo di essere portato in periferia, se esiste una periferia in un pugno di case. Appena fuori, sotto un grandissimo sicomoro c’era una scuola coranica. I bambini erano attorno al maestro e avevano delle tavole di legno su cui erano scritti delle sure in arabo. Leggevano assieme, ad alta voce. Come mi videro, ci fu il silenzio, il maestro parlò con chi mi accompagnava e capii che disturbavo e dovevo andarmene. L’albero era immenso e allontanandomi vidi uno dei bambini, che avevo incontrato sulla strada arrivando, era ancora con la sua divisa rossa e blu. Stava seduto su un ramo e ascoltava, poi si voltò guardandomi, pensai al Zaccheo del Vangelo. E mi sorrise. Tornammo, il paese era davvero piccolo e nell’unica osteria c’erano i mercanti di cammelli che avevano finito il loro lavoro, offrii il pranzo alla mia guida: youghurt di latte di cammella e il pane injera  per intingere e pulire la scodella. Era una guida semi silente, gli chiesi del passato e del presente. Rispondeva parlando della stagione, del caldo che arrivava e del mercato, che oltre ai cammelli, si era ridotto a sole merci cinesi o quasi, mentre le donne continuavano a tessere scialli di garza per avvolgere la testa e le spalle, che poi faticavano a vendere. Era un po’ triste per questo, ma era il mondo che arrivava. Ci salutammo, gli diedi un po’ di denaro e mi sorrise come il bambino: ero uno straniero, pagavo qualcosa, ma non c’erano né stranieri né lavoro.
Ero in un luogo che non permetteva di muoversi come si voleva, ma io sarei tornato e lui non sapeva dove andare.

Il pomeriggio lo passai seduto all’ombra a bere birra chiara e la vita mi pareva asincrona e bellissima.  

dall’altra parte della barricata 1.

Non sapevo bene cosa significasse, ma quel primo pomeriggio di luglio ero diventato situazionista. Così nel sole, senza preavviso, su una panchina davanti al fiume, con la digestione che chiudeva gli occhi e le righe di “Quindici” che mi ballavano davanti. Capivo che quell’Europa, così grande e diversa di popoli e abitudini, così difficile per i confini da valicare, così complicata per i visti, le lingue e i passaporti, era il mondo perché il resto diventava atlante e una macchia confusa e barbara. Eppure da qualche parte, nel suo cuore, quell’Europa fremeva impaziente, mentre ragazzi poco più grandi di me, si agitavano ancora di più. Alla Freie Universitad di Berlino, leggevo che protestavano, si battevano, discutevano. Ma dov’era la Freie Universität? E Berlino non era una città isola dentro la Germania Democratica, come mai lì la libertà diventava contestazione e non solo necessità? Capivo quello che leggevo e vedevo la distanza dal mio mondo, da quel pomeriggio sospeso di sole, con i pesci che saltavano a pelo d’acqua. Mi sembrava che ciò che leggevo fosse grande, che questo accorciasse le distanze e se avevo caldo, sonno, voglia di andare in piscina o al mare, restava la necessità di capire perché altrove si coagulasse il futuro.

E mentre facevo fatica a tenere alta l’attenzione mi rendevo conto che un piccolo salto in avanti era stato fatto nella mia piccola vita. Nella testa anzitutto, perché per capire, per esserci, bisognava si accendesse l’attenzione, ma soprattutto attorno capivo che c’erano cose che altri discutevano e capivano ed erano totalmente diverse da quelli che fino a quel momento erano stati i miei interessi.

Nella sonnolenta Padova, così simile al torpore post prandiale, non accadeva nulla, ma altrove scomposte e ritmiche code di sauri di scontravano e diventavano altro. Situazionismo, cosa voleva davvero dire? Forse, ma non solo, essere nel presente e mescolare anarchismo e marxismo, vedere la realtà e la sua miseria là dove si viveva, smontare l’attuazione dei sogni attraverso l’analisi di ciò che quei sogni avevano prodotto, vedere i limiti del socialismo attuato e rifiutare il capitalismo. Per me significava discutere con mio padre, con i miei pochi amici che pensavano altro, significava non farsi capire perché non c’era nulla da capire, bastava guardare la realtà e per renderla evidente ancor più, creare situazioni.

Non c’entravo con quanto accaduto ma alla messa in duomo per la commemorazione di Mussolini, un paio di artisti avevano versato 5 litri di ammoniaca pura nella pila dell’acqua santa. La chiesa era stata evacuata, tutti piangevano, tutti erano indignati e la realtà si era mostrata. Così pensavo. I simboli erano urticanti, scomodi e conflittuali. I simboli non erano acqua fresca e come tali si dovevano leggere nel loro produrre cambiamento, nel contrasto con il sonno, il lassismo del non impicciarsi. Era scoccato il mio ’68, anche se mancavano ancora un paio d’anni e non lo sapevo. Neppure dopo l’avrei saputo bene, però capivo che se c’era coincidenza tra desideri, soddisfazione e libertà, si andava verso una situazione di collettiva euforia, di cambiamento, con momenti di felicità.

pratico la gentilezza

Come posso pratico la gentilezza. Con tutti, anche con i supponenti e gli arroganti, ma per poco, il tempo di allontanarmi. La pratico con chi ammiro per le sue capacità, e lo faccio con gioia, ma anche con quelli che frequentano solo l’io e con chi racconta ciò che non è. Non so se la sentono, mi pare la considerino un atto dovuto, un omaggio naturale, come il loro non ringraziare, che è poi un modo di non vedere gli altri. Ci sono tanti modi di vedere, di essere sensibili, Hitler era vegetariano e amava gli animali, era sensibile a sé. Ci sono molte persone che hanno bisogno di tenersi assieme, per questo sono sensibili a sé, sorvolano e non notano. Mentre altre persone vedono in profondità, notano l’umanità, la sentono e la raccontano, magari per poco. Hanno una collezione di tipi umani,  ma sanno che ne esistono altri, sono curiose e spesso felici e tristi di essere vive. Forse io che osservo e cerco il noi, non sono diverso da queste persone, mi dico, e capisco che mi piacerebbe molto. Ma siccome non mi vedo, non so cosa pensino gli altri di me, come mi vedono. Magari distante, oppure troppo pieno delle mie piccole passioni, preso in inutilità di poco conto.

Non credo mi interessi sempre saperlo, però so che in un mondo dove si compete, dove le storie si assomigliano, ognuno le sente come esclusive e comunicare non è mai facile, per questo pratico la gentilezza. Non credo di essere migliore di altri, non l’ho mai pensato, però sento che mi viene donato non poco, e non saprei fare altro per ringraziare.

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sulla porta

Sulla porta avvengono cose intense. Cose che hanno a che fare con i sentimenti. Non mancano le banalità, i simbolismi: porte accostate e sbattute sono quasi icone di un prima e un dopo interiore che rappresenta ben altro. Sulla porta vengono dette parole spesso usate, banali, ma qualche volta, definitive. E gli addii consumati sulla porta di una casa, di un treno, di un aeroporto sono crudeli e senza replica apparente.  Lasciano interdetti, come accade in ogni omicidio premeditato. Oppure raccontano il banale che sconfina sempre nell’irrevocabile. Quanta indifferenza può esserci nel ripetere, o quanta insicurezza si trova nell’abitudine, non ce ne accorgiamo, fino a un momento di rottura. Ma l’eccezionale in fondo si prepara un po’ per volta nel suo agente. E chi è l’agente dell’eccezionale se non colui che dice che qualcosa è accaduto. Qualcosa che era percepito e rifiutato, oppure intuito e atteso, perché a volte, nell’entrare c’è la felicità che si palesa confermandosi.

Sulle porte avvengono cose che voi umani sapete e che non è necessario cercare nei bastioni della galassia, ma dentro, perché un saluto è un arrivederci, un addio è una rottura di un equilibrio, di un viaggio, di un possibile che poi giace infranto. Ai propri piedi perché chi l’ha pronunciato già non teneva più a quel possibile, l’aveva scartato. Sulla porta, sotto lo stipite, ci si rifugia quando c’è un terremoto. I credenti, non importa di quale religione, mettono sopra di essa immagini ben auguranti, tracce di sapienze definitive e chi passa sotto dovrebbe essere investito dall’aura che benedice.

Sulla porta il cuore non è mai indifferente perché vede fuori e accoglie oppure chiude e sbarra, paura e speranza si intrecciano, un modo sostanziale di vedere coincide con le vite che si sono scelte. Il tempo è breve sulle porte e di questo tutti dovremmo essere consci, una comunicazione, un accadere ha bisogno di tempo e invece le porte sono un imbuto dello scorrere, come in una clessidra sono un cappio che velocizza l’accadere. Credo che l’addio che si perpetra su una porta che poi si chiuderà è il crudele finire e nessun finire dovrebbe essere tale.

Usare la porta per accogliere, e dire, è già molto, moltissimo. Ripercorre la sorpresa di quando si era felici, ora al contrario, ma con creanza. Non è un comunicato, è una con-divisione, un dolere comune, come c’è stata una felicità comune. Almeno questo nell’educazione ai sentimenti: non sulla porta.

scrivo lettere che non spedisco

Con il tempo molto si mette in ordine, si quieta, per stanchezza forse oppure per usura, anche se mi convinco che l’una regge l’altra ed entrambe si giustificano.

I miei percorsi sono una spirale, così sembra andare il tempo, non lineare e non circolare ma una mistura di entrambi che procede facendoci guardare il passato e spingendoci verso il futuro. La consapevolezza è il presente, così ricco di assoluti e di noia, di fatiche e di idiosincrasie che ci permettono di godere, di desiderare ciò che abbiamo o altro, ma che interroga e inquieta. In questo presente ci accorgiamo che il passato sembra poco utile, che ciò che è stato non ritorna, ma ancor di più ciò che non è avvenuto ha perduto la sua possibilità. Era di questo che parlavi nel condensare tutto in una parola: rimpianto? Si perde un sacco di tempo a giustificare ciò che non è accaduto e man mano ci si convince che quella era la scelta migliore, ma sappiamo che non è così. Era ciò che costava meno, che non buttava all’aria le sicurezze, ma c’era una possibilità di mutare la vita e la si è rifiutata. Non c’è nessun giudizio su tutto questo, anzi è la dimostrazione di quel procedere nella spirale dove tutto è compatibile.

Le cose ci cambiano, ciò che accade ci cambia, restringe e precisa le vite finché lo sguardo vede ciò che conosce, frequenta meno il rischio e la meraviglia che esso include. Forse per questo dovremmo conservare la curiosità della fanciullezza, lasciare che il differente si lasci capire, per vivere vite differenti.

Abbiamo grandi risorse nelle passioni, tu hai ancora passioni oppure una vita ordinata fatta di sicurezze e abitudini? Io cerco di lasciarmi trasportare dentro le cose, non so se siano queste le passioni che mi sono concesse. Non perseguo più l’utile esteriore, forse è anche questo che le passioni odierne mi concedono assieme alla sensazione che nulla si ripete.

Ti parlo di un presente che si costruisce e si alimenta non piu nell’esperienza ma nella certezza che la società si sia riscaldata e con essa le vite che accettano di farlo. Ricordi che c’era questa classificazione in sociologia tra società fredde e società calde. Le prime erano quelle stabili in cui mutava poco, i figli avevano le abitudini dei genitori, le vite sussistevano con quello che era possibile e si riproducevano. Questo ha funzionato ripetutamente per secoli, ha dato ruoli e consistenza alle persone. Poi qualche rivolgimento generale, qualche passione collettiva ha messo in moto e in discussione tutto, e il personale si è alimentato del cambiamento collettivo. Sono le società del coraggio che spingono le vite a mutare e allora la spirale accelera. Credo che oggi siano presenti entrambe le opzioni, si può restare nel freddo oppure scegliere il caldo. Quello che mi viene da pensare è che seguire il daimon sia già una guida e di certo tu ha seguito il tuo. Hai rallentato la spirale, guardato ciò che c’era, e scelto. Va bene così, nulla è uguale, e tanto basta.

fare il punto

A volte il silenzio è un perdersi che include sia il trovarsi o l’abbandono. Nasce come una crepa, dapprima impercettibile, che fa risuonare diverse le parole e infine le rende mute o eccessive.

Meglio fare il punto che consente di sapere dove si è e decidere il che fare. In fondo è la stessa strategia dell’inerme e del supponente.

Oppure c’è la troppo difficile arte del rabberciare. Il kintsugi (金継ぎ) degli artigiani zen, che mettono l’oro a ricomporre ciò che è prezioso ed è stato rotto. 

Ma se la pazienza ci assiste, in quel silenzio, che ora nuovo risuona, saldato dall’oro, s’imparano a leggere cicatrici che luccicano come un disegno dell’anima vissuta.

E tutto si muove: nulla è come prima e nulla è peggiore.

E neppure il punto è lo stesso.