limes a oriente

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Il sommaco non lo sa che c’è un confine tra un prato e una dolina. È un residuo della vecchia cortina di ferro, sia pure di seconda categoria, dove si passava a piedi. Ora nessuno ti controlla perché la casa dei doganieri è vuota e neppure la sbarra c’è più. Il sommaco non lo sapeva neanche prima e macchiava di rosso l’una e l’altra valle, indifferentemente libero. I fiori, l’erba, si distribuiscono e radicano con la caparbietà della vita. E qui la vita è anzitutto caparbia. Difficile per il terreno, difficile per la precarietà, difficile e muta perché si parla poco. Un tempo la commistione era facile, parlava più lingue, condivideva il letto, la tavola, la culla e il camposanto, adesso è più difficile. Questa è una rotta di terra per chi emigra e l’ospitalità che metteva assieme le umanità, tace. Così questo cammino ci pensano gli stati a renderlo difficile. Per mescolarsi si devono superare gelosie di luogo, lingua, spazio, tutte cose che un emigrante è disponibile a fare, ma non chi ha convinto i poveri ad essere nemici di chi è più povero, non chi si abbarbica al molto che ha e che non vuole accogliere. Eppure l’imperativo della vita è ibridarsi, trarre il meglio da ciò che viene offerto, come fa questa terra difficile e generosa per chi la coltiva. Si sono generate da oltre un secolo, distinzioni, identità e sospetti: paure immotivate e cieche. Mentre l’imperativo sarebbe: mescolatevi e sarete biologicamente migliori. Lo faceva la Repubblica Veneta, l’impero Austro-Ungarico, il Turco, poi è cambiato tutto e fascisti e nazisti hanno scavato solchi ben più profondi delle foibe.

Sul confine tutto si mescola eppure si distingue. Anche i modi per portare un servizio, la luce o l’acqua sembrano segnare diverse modalità e intelligenze. Sul crinale, verso il lago, corrono pali e fili elettrici. Per qualche oscura deviazione mentale, ovunque vada, la mia attenzione è attratta dall’ordine in cui pali e fili sono disposti. Mi sembra che questo abbia un significato oltre l’utile e le abitudini. Negli Stati Uniti e in Canada, ci sono grovigli di cavi nei vicoli, trasformatori appesi, accade anche in Portogallo, in Argentina, oppure in certe aree africane e medio orientali. Qui, invece, pali di legno o tralicci di ferro, seguono crinali, le città sono abbastanza libere da cavi, trasformatori sulle case non se ne vedono. È come se per qualche oscura, residua, forma di rispetto, la ferita di un palo e d’un filo che tagliano l’orizzonte venisse ridotta a tracce che si susseguono, strade aeree per equilibristi e uccelli, mentre i grovigli di fili vengano nascosti in case senza finestre che hanno in cortile trasformatori possenti che friggono l’aria. Ci sono cabine e case per l’elettricità perché almeno qualcosa venga risparmiato. Ma oltre ai pali, i fili e gli alberi, sembra non ci sia nessuno. La solitudine pervade tutto. E non solo è più difficile vivere da queste parti, ma si nota l’assenza d’uomini e di macchine. Le strade sembrano portare verso un nulla che è dietro l’ultima curva. Così nei paesi i movimenti lenti fanno sembrare tutto più vecchio, affaticato, anche nei gesti sono lontane le frenesie di Milano, le luci notturne di Roma, il semplice assembrarsi nelle piazze di città. Qui tutto è rado, fuorché la pietra e la selva che esplode dove si è fermata la fatica del coltivare e li anche gli uomini sono rari. E allora per chi è tutta questa bellezza?

Con questa domanda tra solitudini gloriose d’autunno, tra scrosci di pioggia tappezzate di rossi, gialli e cremisi scendo a Trieste. La città è calda di scirocco, luccicante di pioggia, vociante di chiacchiere serali attorno ai bar. Negli spazi, sul molo Audace, la pioggia ha cacciato i soliti perditempo, e anche Piazza Unità, stasera, è stranamente libera da persone. Solo nella piazza vicina alla stazione, si raduna chi non sa dove andare, chi giunge lacero come Lazzaro, ferito, da innumerevoli tentativi di passare frontiere e Lorena Fornasir con il marito, con i volontari della sua e di altre fondazioni, cura ferite, fascia piedi, sfama e dà abiti integri, senza chiedere nomi né religioni a uomini trattati come tali. Sono persone che andranno via subito, diretti in centro Europa, con storie terribili da portare con sé, con anni di cammino, di angherie, truffe, tormenti, morti di compagni e incrollabili speranze. Quella piazza Libertà, dove tutto questo accade, è un molo d’approdo e di partenza, ma anche un luogo di retate per chi non ha documenti validi per restare. Per questo oltre al dolore e alla necessità c’è la paura di essere ricacciati indietro nel gioco dell’oca dell’inumanità. È un limes, piazza Libertà, dovrebbe essere una terra di nessuno in cui vale il discorso della Montagna, un luogo da dedicare all’umanità che si fa concreta. Non lo è perché l’opulenza non tollera la povertà di chi va in cerca della propria vita altrove.

Trieste era una capitale senza regno, un coacervo di genti, sarà per questo che tra gli ultimi sprazzi di luce, emerge la bellezza violenta di edifici e manufatti deserti, apparentemente senz’uso. Non c’è un passeggio stasera, la pioggia l’ha spazzato con piccole raffiche di scirocco. C’è solo bellezza di pietre ordinate, di luci, di calore che trapela dalle vetrine dei negozi, dei buffet, dei ristoranti, dei caffè famosi. E c’è solo bellezza nel gesto d’una bianca ballerina di strada che prova i suoi passi nella piazza. E’ avvolta nel suono di un violino, accordato un po’ approssimativamente e si muove, in questa oscurità che cresce, leggera, muta e perplessa. Come il vento.

Sarà lo stesso vento che nella notte spingerà i profughi di decine di paesi verso la frontiera per tentare di passare oltre, per andare verso parenti e amici che attendono nel cuore d’Europa, quell’Europa matrigna che con il loro lavoro resterà pulita, costruirà case e coltiverà cibo per tutti, ma che non vuole essere come il sommaco che si stende libero tra boschi e altri fiori, fiero di vivere in armonia con essi.

campi arati e musica classica

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Le cose si ripetono con diverse tecnologie. Arretro per guardare meglio e poi m’avvicino per cogliere il particolare. Importanti i particolari, la loro somma è il tutto. In musica, nell’arte, si coglie con facilità il mestierante, l’approssimativo per incuria o mancanza di talento, nella lettura ci sono buche e dossi che non dovrebbero esserci, che testimoniano il senso di una imperfezione da incapacità perché altrove non ci sono. Le esecuzioni musicali sono impietose, distinguono subito tra interpretazione e pressappoco. Anche in architettura si coglie con discreta facilità l’incongruenza, non solo per le case che si ripetono uguali, per gli stili che hanno avuto un iniziatore e poi imitazioni che imbruttiscono la semplicità del fare. In un villaggio in montagna o al mare, seppure con materiali poveri, c’era il bello del distinguersi in un fregio e l’essenzialità nell’uso. Un dammuso è perfetto in sé non ha bisogno se non di maestria nel costruire. Così accade negli oggetti, nella tecnologia che avanza ma cede nei materiali, apre buchi dove la semplicità esigerebbe una via piana al conoscere e all’usare. La complicazione che nasconde l’imperizia, il materiale che degrada, la plastica che appiccica. Questo mancare di rispetto considera chi vede e chi usa come una discarica dell’intelletto, si poggia sul non capire dato per assioma, sulla distrazione. Mancano note, c’è una stonatura, le parole sono ripetitive, i fregi sono fatti in serie, tutto porta a un’idea di scadimento anziché di possibilità di discernere.

Percorrevano strade incerte i cadetti nel grand tour, vedevano rovine e si estasiavano nelle distese di campi arati. Certo non è il soverchio profondo di macchine possenti, un tempo una coppia di buoi faceva il necessario, ora lame si infiggono sulla terra, zolle lucide mostrano compattezze di umidità profonde. Si ara a 50/70 centimetri, la vita sottostante ne viene sconvolta e poi ci penserà la chimica ad aggiustare le cose. Ma lo sapete quanto ci impiega il terreno a diventare humus fertile, 1000 anni, noi viviamo su quello che è stato creato dal lavoro di lombrichi e di miriadi di animali mentre sopra di essi uomini in armatura, straccioni, cavalli e cannoni si sbudellavano a vicenda. Quando il giovane Mozart arriva a Milano per la prima volta ha passato le Alpi e ha visto una pianura ricca di campi coltivati e di boschi, con i fiumi pensili arginati dall’uomo. Dentro gli risuona la meraviglia e la musica che spesso affiora sulle labbra. Un succedersi di tranquillità lo conforta in un viaggio difficile per lunghezza e strade, ma è tutto così nuovo e pieno di bellezze in città, ognuna diversa dall’altra, dove miseria e ricchezza si mescolano. Dopo un’attesa a Milano presso il convento di San Marco, il padre Leopold, riesce a farlo esibire e questo quattordicenne, mostrato come un fenomeno, dà sfoggio della sua imberbe bravura a casa del conte Carlo Giuseppe Firmian. Il concerto si ripeterà, mai uguale, perché Mozart è un improvvisatore oltre che un genio rigoroso. Applausi e sorrisi, fuori attende una notte nebbiosa ma le teste di chi ha ascoltato sono ancora piene di note e assieme ai pasticcini e lo champagne s’intrecciano discorsi sugli eventi europei. L’Europa è quasi in pace, la rivoluzione ancora non si fa sentire ma letterati e filosofi scrivono cose inusitate, mai sentite. La Lombardia è austriaca, un pezzo della Corte Asburgo è a Milano e W. A. Mozart non vuol fare più né il fenomeno da baraccone né il bimbo prodigio, scrive musica a getto, ancora imperfetta nel contrappunto ma a questo ci penserà Giovanni Maria Martini a Bologna. Mozart vorrebbe restare a Milano. Conosce l’italiano e quel mondo colorato ricco di intrighi e di corti qual è l’Italia, lo affascina. Il padre Leopold non allenta la presa, vorrebbe favorirlo ma combina guai alla corte di Vienna. Sa che la ricchezza dell’ingegno di Wolfang è il prestigio di famiglia e che essa dipende da quel talento che non sembra avere mai fine. Trascura la figlia Nannerl e fa male perché la ragazza di talento ne aveva tanto, ma la temperie è quella. La possibilità di diventare un Kappelmaister in una delle corti Asburgo sfuma e il primo viaggio dopo aver percorso infiniti campi e boschi, fino a Napoli tornerà a Salisburgo facendo incredibili deviazioni. Il nuovo che porta Mozart si mescola con il sapere esistente, ne esce qualcosa di originale e talmente singolare che solo la natura può essere un paragone. Una fertilità continua di conoscenze e saperi che mescolano la visione del mondo e la ricomprendono. Guardare nel particolare e cogliere l’insieme, seguire la trama come un pretesto alla meraviglia. Questa è la bellezza che ancora mantiene la sintesi tra l’uomo e la natura, tra l’innovazione, la tecnica e il sapere: non si butta nulla perché tutto deve tendere all’eccellenza. Ne saprà qualcosa Da Ponte quando capisce che i suoi libretti incontrano difficoltà crescenti e stanco di debiti e riti massonici cercherà nella democrazia aristocratica negli Stati Uniti, nazione nuova e già ribollente d’attrazione, di vivere una nuova vita.

Mozart torna tre volte a Milano, appena fuori le mura, cascine e campi arati, con cura e baulatura lombarda per facilitare lo sgrondo delle acque. Questa è una sapienza che testimonia perizia, conoscere la terra per cavarne il meglio è la stessa arte del pescatore che posa la lenza sull’acqua, del pittore che riassume tutto quello che c’è stato prima e lo trasfonde in un nuovo modo di usare il colore e il pennello. Lo sa chi scrive che si imbeve di realtà e di fantasia e fonde entrambe con perizia, come farebbe un fonditore che nel crogiolo crea la nuova lega e già pensa come trasformarla in qualcosa di differente attraverso cose apparentemente distanti come l’olio, la tempra, questa è la nuova e antica metallurgia che cambia il metallo e insieme lo rende unico. Così il contadino conosce il suo campo, a nessun altro eguale. Ne sgrana la terra tra le mani e sente la consistenza, l’afrore, i costituenti di cui neppure conosce il nome ma che percepisce nella giusta composizione, il terroir che lega il frutto alla sua unica madre.

Mozart conosce un pezzo della città e dell’aristocrazia a Milano, ma solo un pezzo perché la città di Beccaria, della vita dolce e lasciva non si mostra ai visitatori, li adopera per arricchire la sua comprensione del mondo. E’ il destino delle capitali e dei campi, dei boschi e delle montagne, degli uomini che sanno chi sono e vedono innanzi: attrarre, ricomprendere, essere nuovi senza rinunciare a tutto ciò che è stato, crescere secondo natura. Come un albero che noi e Mozart vediamo allo stesso modo, ne percepiamo il frusciare, sentiamo che un mondo sotterraneo l’alimenta ed è vita che dà anima alla pianta. Ascolto diverse interpretazioni dello stesso brano, sento la maestria di chi riesce a cogliere ciò che neppure l’autore sapeva di aver messo, perché i moti della creazione delle cose contengono un inconscio che parlerà in modo differente ad occhi diversi, allora la tecnica si staccherà dall’interpretazione. Condizione necessaria ma non sufficiente e se mancherà anche la tecnica allora nulla potrà parlare e dire qualcosa.

Nei campi arati, stormi di uccelli cercano il cibo lasciato dalle macchine che hanno tolto l’ultimo raccolto, accanto le zolle riflettono come specchi il sole di ottobre, le cascine sono molto diverse da quelle che vedeva Mozart, ma c’è ancora arte e differenza che circola nella terra ed è un sapere comune, una conoscenza che rispetta la natura delle cose. Ciò che non compie questo miracolo di equilibrio, corrode e devasta, ecco il nemico dell’armonia che desertifica la capacità di capire, di vedere, di sentire che ciò che l’ingegno produce o è per l’uomo oppure gli si rivolterà contro.

apolidi

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Siamo apolidi, o quasi lo siamo
senza identità comune,
apolidi nelle città,
i cittadini sono i topi
a volte i cinghiali e le bisce d’acqua,
ha più diritti una nutria d’un argine,
un auto di un bambino.
Siamo apolidi e l’erba ha più forza,
s’aggrappa alle pietre, buca l’asfalto,
ottiene senza chiedere,
nessuno ci vuole perché non vogliamo nessuno,
il timore di perdere ciò che non si possiede ha cancellato le parole.
Scrivono sui muri non sui quaderni,
e sono guaiti di disperazione
bottiglie senza messaggio,
battigia di fiume, fango e pance di pesci arrovesciate,
scrivono sui telefonini,
l’azzurro illumina visi nella notte,
attese di risposta di nessuno a nessuno.
Avere a tema se stessi,
il tempo in cui si vive,
riconoscere il simile,
usare parole, mani, espressioni del viso,
chiedere con gentilezza,
ascoltare e riconoscere il suono,
riconoscersi, prima di essere apolidi,
prima della fuga, prima d’ogni priorità,
riconoscersi, parlare, vivere in pace.
Vivere in pace, sconfiggere il topo.
Vivere in pace, colmare la voragine.
Vivere in pace, sentire il luogo,
la lingua, le parole, i visi.
Vivere in pace, fidarsi dell’amore,
anche quello che tradisce ha in sé il bene,
fidarsi ed essere noi stessi
perduti in un noi più grande,
stanco di guerra, di parole sbagliate,
di scritte sui muri,
di baci mai dati, di abbracci temuti,
di cuori affranti, silenti,
seduti su un marciapiede
senza sapere che fare, che dire per essere amati.
Stanchi di non essere, di non avere pace,
di contare meno del topo, della buca,
dell’immondizia che un camion preleva
e perde per strada.

pietre levigate da innumeri piedi

Le pietre levigate da innumeri piedi, ciabatte, scarpe impolverate, sandali, che portano uomini oranti, foresti, curiosi, stanchi, pentiti, passanti. Percorsi: consunzione mutata in sentieri di pietra, fuori e dentro le basiliche, nelle chiese ipogee, nelle ville colme di enigmi e nei fori calcinati dal sole, tra colonne tronche e resti di fregi, circondati da basolati di strade minuscole destinati a improvvise piazze dove l’antico lastricato è rimasto. Fuoriuscito dai portoni dei palazzi, disegnato in colori di marmi, generatore di figure da gioco di bimbi o arcane geometrie, e attorno case, pietre, colonne annegate tra i mattoni, cocciopesto, pozzolane come legante di mattoni e interstizi per lucertole ed erbe, calcine, laterizi grandi, isole di muri e tracce d’intonaci sovrapposti, segni d’archi e poi lastre di marmi bianchi intere e fermate da borchie di bronzo, o più spesso sbrecciate con i segni dell’uomo e non della pietra. È questa Roma? Oppure sono i quartieri generati dall’inurbamento fascista, le marane di Pasolini, i canneti, le erbe alte senza più pecore, i pini alti nella campagna ora fitta di case basse costruite con mattoni e pietre rubate, le strade asfaltate senza fondo né fognature, gli orti che si sono mangiati a pezzetti i resti delle vigne, dei giardini e delle discariche abusive. O ancora oltre, Roma è nei palazzoni infiniti della speculazione edilizia, infilati tra le ferrovie locali e la campagna, con i balconcini pieni di panni, cemento che si sgretola e ferri arrugginiti in bella vista, scuole di periferia, chiese vuote con i lumini accesi, fabbriche ora abbandonate, depositi di qualsiasi cosa, carrozzerie e meccanici con casotti di legno, lamiera e cartelloni pubblicitari, negozi improbabili di frutta e verdura e pane ciociaro, biscotti cotti nel vino, accanto a detersivi e scatolette di tonno e di fagioli. Gente e parole che sono suono e significato assieme, albori di lingua nazionale parallela, quartieri in cui è meglio stare a casa dopo una certa ora. Treni che vanno verso le città vicine e segnano col ritmo delle traversine le rotaie, le recinzioni di cemento a limitare scarpate incolte. Periferie di un impero dove qualcuno si lamenta, molti soffrono, alcuni sguazzano. Povertà, medietà, invettiva e inventiva dentro un tracimare barocco e inacidito di lingua, strafottenza, pietà. Dove finisce Roma? Quando non ci sono più case e solo sterpi, degrado, pozze d’acqua, mucchi di rifiuti e casotti forse abitati, oppure quando la lingua muta e diviene altro che non è romano, dialetto o italiano? Anche qui c’è umanità, chi riconosce l’altro, ne tiene in piedi la vita e salva l’anima di chi di quella vita non conosce o neppure immagina l’esistenza. Ho letto che da poco è morto un Prete che raccoglieva aiuti, li distribuiva, dava uno spazio di gioco ai ragazzini che altrimenti sarebbero finiti per strada. L’ho conosciuto, era affabile e indaffarato, molti chiedevano, ora altri continueranno. Lo spero, ma Lui era importante per quel quartiere, aveva costruito un disegno di umanità e l’attirava. In queste situazioni di solito nascono persone al limite, che si fanno carico, che insegnano, che portano a vedere chi non vede. Tutto questo è necessario perché non ci sia solo chiusura e imbarbarimento, ma non è la gestione pubblica che vede il disagio. Lo Stato sono i cassonetti colmi che non si vuotano, le giostrine arrugginite, il verde che muore per incuria, i vigili che fanno la multa e intanto sono stanchi di capire dove sono. Lo Stato è la vita di tutti i giorni, come non ci fosse relazione, come se il luogo del benessere fosse non la cura ma il trionfo, il mostrare la forza del potere. Oltre e sotto, le linee di metropolitana portano ai marmi del centro, qui ci sono i bus stracarichi, le sporte, i ragazzini da andare a prendere a scuola, le voci che ormai parlano mille lingue, i murales e i bed & breakfast che si allungano verso il limite della città. Ma ha un limite la città senza l’uomo? 

la memoria dell’acqua

Vorrei avere la chiarezza della goccia che cade,
che non pensa alla sua forma perfetta e si lascia carezzare dall’aria,
neppure la trasparenza sollecita il suo orgoglio,
nulla dice della sua complessa struttura.
Cade in una pozza, in un bacile,
è la lacrima d’una fontana senza il timore dell’addio. 
Lascia cerchi perfetti e si confonde,
eppure resta sè nella folla,
cosciente d’essere e mutare la sola apparenza.
Sa che non finisce, che cambia
e con gioia scorre o vola,
è l’infinita semplicità che non scorda,
l’essere da sempre universo e se stessa.

Nella scenografia dell’acqua che accompagna i passaggi, accanto ai segni di pietra e d’acciaio, ci sono polle sussurranti che impreziosiscono le superfici d’acqua. Acciaio corten intagliato dal laser e colori di lacche sulle pareti. Richiami erotici si mescolano all’ideologia della fretta e del consumare. A questo servono i piccoli bar con pochi tavolini, menù precotti, cibi sempre uguali per menti che non pensano al cibo e assolvono ad una abitudine. Onorano, come possono, la loro funzione. La sera e la notte servirà ad altri stereotipi.

Nessun sguardo vede mentre cammina, mette assieme il suo tempo, lo mescola con uno scopo, non cerca una ragione del perché sia necessario mutare. Cessare d’essere utili e vicini a ciò che si è. Non c’è tempo. Tutto scorre attorno, flussi di corpi che chiacchierano, scambiano parole, necessità, umori, banalità senza fatica. Nulla è semplice, nulla è profondo., mentre a bada si tiene la coscienza. Ma a volte questa irrompe, diviene domanda, paura e tutto sgretola senza risposta. Era questa la vita che avrei voluto vivere? Ed io chi sono se non cose che fanno da perimetro a un corpo e lasciano una scia di vento senza ricordi.

Vorrei avere la memoria dell’acqua, il suo semplice farsi ed essere stato che include il futuro. Poi la notte rallenta i flussi, si svuotano i bar, si danno le brioches di cartone ai barboni. E mentre la città si chiude, in alto s’addensano nuvole d’acqua. Pioverà.

in breve

Il cronografo meccanico ritarda di trenta secondi al giorno. 3 ore in un anno. Devo decidere se metterlo a posto o lasciargli vedere il futuro un po’ prima di me. Questa piccola passione per gli orologi meccanici s’è tramutata in un desiderio soddisfatto, come fosse il tempo e la sua misura imprecisa ad attrarre l’attenzione e questo bastasse. Poi quando il tempo si capisce lo si considera come un affettuoso discolo che fa quel che meglio crede ma ci vuol sempre bene.

Oggi a Venezia il tempo non contava, ce ne siamo andati dal ristorante che non c’era più nessuno e anche i camerieri, tolta la divisa, ci raccontavano storie e confidenze belle. Mi verrebbe da definirle bellissime per la loro rarità e per il portarci in mondi lontani. Un cameriere vede gli uomini, li capisce e li colloca nel loro posto. Ha una sensibilità particolare nell’intuire e una soddisfazione nel guidare e soddisfare. Era bello starli a sentire e intrecciare i loro discorsi con i nostri.

Così il tempo non scorreva e l’amicizia si riempiva di quel fulgore raro che accade quando tutto è sincero e si sta bene assieme. Ci sono grandi o piccole cose da fare innanzi, ma verranno comunicate senza fretta. Meditate, saranno l’occasione per nuovi incontri e per quel sentire che costruisce progetti, dà loro forma, ed è un eterno divenire che non dipende neppure da noi. Al più siamo agenti di un bellissimo andare per suo conto.
La pioggia è arrivata quando doveva, ormai a Padova. Eravamo tutti al coperto e dispersi in un fazzoletto di pianura, le nubi si sono sovrapposte e rinserrate e poi hanno piovuto con dolcezza. Ho pensato che gli animisti hanno un rispetto infinito per ciò che accade e non possono determinare e capiscono le altre religioni, gli dei, gli atei e gli agnostici lasciando a ciascuno il compito di trovare un equilibrio e una pace con il mondo. Con ciò che vive e ciò che apparentemente non lo fa, ma è solo un’impressione.

Tutto vive e di tutto noi possiamo chiedere allegria e misericordia in un abbraccio che ci contamina solo di vita.

 

e adesso…

A Friburgo ci dovevo andare in autunno, e adesso…

Poi le cose prendono un verso che non t’attendevi e puoi solo pensare di ripercorrere le strade di pietra alla luce delle vetrine e dei lampioni, per arrivare in quella piazza vicina alla birreria artigianale. Un’ansa di pietra, sempre piena di studenti seduti per terra che parlano sottovoce e suonano con le chitarre. La birreria è ancora aperta, gonfia di luce, puoi chiedere un bratwurst con una grosse bier di grano e sorseggiare il fresco che imperla il bicchiere, annusare il profumo d’erba e malto. Mangiare piano ascoltando le voci dagli altri tavoli, guardare i sorrisi che promettono e le discussioni che li intervallano. Sentire la birra sul palato, il pane nero di segale e sesamo riempire di gusto dolce la bocca, aspettando il piccante della senape.

Restare in attesa di te, che puoi parlare oppure chiedere che sia io a farlo, mentre la mia testa si riempie di magie che in un discorso diventerebbero follie. Piccole follie, sconnessioni di trame prefissate, smagliature di tempo e di spazio. Silenti o esplicite perché c’è chi tollera che un calzino sia leggermente bucato, che le cose, non tutte per carità, siano appena fuori posto. C’è chi ammette di non pensarla allo stesso modo e non cambia quasi nulla, e chi si perde in compagnia ma non è mai solo. Follie minute che la testa ci regala e intanto il gusto del wurstel, della senape, del sesamo si fondono con la birra e con ciò che sta attorno. Le caldaie di fermentazione di rame lucidato riflettono le luci e cambiano i volti che si specchiano, i grossi tubi ordinati in file parallele sembrano portare liquidi ai boccali, il bancone con le spine è sempre bagnato e pulito da uno straccio solerte. Si sta bene qui, nel rumore che non è mai chiasso e tutto questo si unisce ai ragazzi che fuori cantano sommessamente come parlano e c’è una chitarra che pizzica melodie mentre canto e conversazione si scambiano in un miscuglio variabile dove l’uno non distingue l’altro ma è armonia. Appena fuori la birreria c’è il negozietto di un incisore che lavora fino a tardi. Fa piccoli quadri di equilibristi e di mongolfiere colorate, fili che si tendono nell’azzurro e tengono appesi omini piccoli e buffi che vanno verso castelli di sogno. È gentile, spiega le cose che incide, mostra le lastre e il torchio, potremmo passare da lui, guardare le cartelle piene di disegni e acquistarne un paio per poi ricordarci che la vita è sogno ed equilibrio, ma anche un filo che ci salva se cadiamo.

Fuori la notte è tiepida, davanti la birreria c’è un’altra birreria tradizionale, con lunghi tavoli sotto una pergola all’aperto, però chiude presto e a quest’ora nei tavoli ci sono ragazzi che si promettono qualcosa di bello, di prossimo, si scambiano baci e piccoli silenzi e restano a lungo prima di alzarsi e uscire tenendosi per mano. Non preoccuparti, non li disturbiamo, neppure ci vedono. Escono e risalgono verso la piazza del mercato, verso i portici alti del centro oppure scendono, come faremmo noi, verso un corso d’acqua veloce. È appena dietro una curva, prima delle mura medievali, ha un piccolo marciapiede tra le case e la spalletta dell’argine in pietra. Ci si può sedere, la pietra è ancora calda e guardare la gora, ascoltandone il gorgoglio mentre l’acqua s’accalca per scorrere sotto una casa che era un mulino, e sentire l’aria che si divide in strati, quello tiepido sta sopra e investe il viso, quelli più bassi corrono con l’acqua e sono freschi, così al primo brivido serve stringersi, congiungere cotone e lane, e scambiare calore e bene. In silenzio o parlando sommessamente perché nelle case alte, sopra di noi, dormono ma soprattutto perché le parole sommesse contengono più affetto e significato e allungano il tempo dello star bene.

Dovevamo andare a Friburgo in primavera, ci andremo in autunno o in inverno, non importa quando, ci andremo… 

non ho imparato niente

Non ho imparato niente. Di quello che serve, intendo. Ho coltivato l’inutile e considerato necessario il superfluo. So fare il pane e un caffè discreto, qualche tipo di biscotto, ma non ho la capacità del barista di capire chi mi sta di fronte, di avere la distanza necessaria che sconfina nell’indifferenza, di ascoltare chiunque senza lasciarmi coinvolgere, se non quando davvero serve. Non ho l’occhio del netturbino che pensa ad altro mentre scova i fiori di tiglio che si nascondono negli angoli e nel suo accumulare sporcizia, carte, plastica e cicche screanzate. non si lascia travolgere dal giudizio e dallo schifo. Non ho l’ordine dei finti antiquari, quelli che sono il porto delle case disfatte e accolgono riviste, libri e cristalleria spaiata, mettendo tutto in stretti passaggi dove vetrinette e ripiani si rincorrono pieni di scelte antiche, ricordi di bocche e cure consumate nei salotti che odoravano di sigaro. Non ho la capacità creativa degli amministratori che attendono ciò che dovrà accadere e non accade, e ne spiegano le ragioni come le avessero sempre sapute. Non ho il talento del pasticcere che ripetendo sempre le stesse cose trova spazio per aggiungere un gusto che nessuno ancora conosce sapendo che da tempo lo desideravamo. Non ho l’intuito dell’orologiaio che osserva un moto piccolo di ruota e ne coglie la diversità nel tempo e correggendo con piccoli tocchi, fa scorrere le cose. Non ho imparato la sapienza del legno, ma lo so accarezzare. Colgo il colore e l’assaggio con i polpastrelli per sentirne la sapidità, mentre il disegno sotto i miei occhi si scompone. Sento la notte, sogno quando viene l’ora e penso che a Trieste, ma anche altrove, ci sono posti in cui è possibile sedersi a un tavolo di bar e osservare le persone con sguardo leggero e senza saper nulla inventare vite, cogliere moti della mano, il passo troppo veloce rispetto ai pensieri e la piega che, indecisa, socchiude la bocca in un sorriso, a volte. Quando vede il mio.

notte romana

Fuori si sentono le voci notturne, qualcuno litiga, un bimbo piange molto spesso, un cane abbaia al caldo con la stanchezza paziente degli animali. Dalla strada giungono accordi di chitarra, immagino seduto sul balcone, il ragazzo del piano terra, quello che ha le imposte sempre chiuse, ma stanotte prova una chitarra e parlotta con una ragazza. Rumori e voci. Ogni tanto passa un aereo che decolla da Ciampino, sirene e voci dai balconi, all’interno le case aprono piazze d’aria immobile. Poco distante, si vede il condominio, dove abita la famiglia Cucchi. Penso che quel ragazzo quando era a casa sentiva gli stessi suoni, soffriva lo stesso caldo,  dovremmo essere più vicini agli altri che condividono con noi l’aria, le strade, il bar dove la mattina si scambiano parole e si beve un caffè. Se non fosse stato per la sorella di quella persona, uccisa da una furia cieca, non si sarebbe visto l’uomo ma i suoi problemi. Sarebbe stato etichettato e subito scomparso nei gorghi dell’indifferenza. Eppure era una persona che passava per queste strade, portava e mostrava la fatica di vivere. Non vediamo umana l’eccezione e questo ci perde tutti.

Volevo parlarti delle sensazioni, che provo in questi giorni romani. Sono luoghi che mi pare un po’ di conoscere, ma io sono un foresto, uno straniero, come si dice dalle mie parti. La mia cantilena mi tradisce anche quando parlo in italiano.

Stasera sono andato a vedere l’inaugurazione di un archivio dei movimenti a Roma, di fatto l’autonomia romana. Guardavo i manifesti, la radicalità di molte parole e le persone attorno, molti avevano la mia età ma c’erano anche molti giovani. Chissà come vedono ora la situazione. Noi eravamo un obiettivo di autonomia, ricordi? Le telefonate in piena notte per sapere se eri a casa, le minacce dirette, le parole inutili e cattive di quella ragazza che poi ho scoperto che s’era innamorata di me e io non me m’ero accorto. È stato un attraversare gli anni della giovinezza, per fortuna senza odio. Non l’ho mai provato. Stupore quello sì e pure spesso perché non capivo.

Stasera mi incuriosivano le storie parallele dei miei coetanei. Chissà che avevano fatto nella vita. Non erano male in arnese, curati, vestiti sempre un po’ fuori fase ma non sembrava avessero problemi. Abbracci, ricordi tra loro, il vino nei bicchieri di plastica e qualcuno che tagliava il pane e il salame. Il posto non è male e credo sia importante che resti memoria di quanto è accaduto. Anche per noi che eravamo considerati dall’altra parte. Chi parlerà di noi, delle fatiche e della mediocrità nel non aver saputo realizzare i sogni? Credo ormai nessuno perché il tempo vira verso un nuovo che non ci comprende, come non comprende i devianti, i controcorrente, i tanti che non hanno tutela. Però il noi l’avevamo in comune forse ora l’abbiamo perso entrambi.
Penso poco in questi giorni di calore furioso. Aspetto la notte, come fanno tutti, stasera il tramonto alitava calore e il cielo era grigio azzurro, con qualche venatura di rosa. Un cielo da polvere senza vento. Siamo in una cupola di calore e il sudore sale al cielo, un sudore triste, senza riposo. Manca quel venticello che spostando l’aria sembra scollare gli abiti dalla pelle e scartoccia i pensieri dai circoli viziosi.
Credo che molti non capiscano la correlazione tra questa calura che fiacca pensieri e corpo con quanto sta avvenendo al pianeta in conseguenza dell’attività  umana. Questo non essere coinvolti e l’indifferenza, pervadono la convinzione che tutto ciò non ci riguardi. Si attende che passi e intanto si cerca una difesa per il disagio. Questo è un altro effetto del noi che si dissolve in un non-io senza altri appigli che l’ attendere.
Bevo molta acqua ma non serve, vorrei gli anni forti di sole e di scelte, ora c’è solo calura e ci si preoccupa sui giornali per il vino che verrà. Dovrei chiederti se era questo il mondo che abbiamo sognato ma sarebbe troppo facile. Tu, io, cosa sognamo in questa notte in cui una nave con dei profughi entra in un porto e il.problema non sono gli uomini ma il nome che gli hanno appiccicato?

viaggiatore

Non ho molto da dire. Oggi l’oceano, dall’alto d’una rupe, gli uomini sono piccoli e le onde instancabili carezze. Ieri, altrove, piazze lastricate di bianco, un ricordo d’autodafè cancellato e poco oltre le sedie di ghisa d’ una pasticceria piena di antica gentilezza. Ancora oggi, le mura bianche bordate di giallo e d’azzurro, d’una città dei Mori, che prima fu dei Visigoti, e ancora prima dei romani. Chi in origine davvero era nato in quella terra ha solo mescolato il suo DNA con chi arrivava.
Cosi la città si è abbracciata e case e chiese si sono strette in cerchi digradanti di spirale. Orgia di turisti, di liquori e specialità locali. Fuori, attorno, la campagna e i boschi. Quasi quelli di prima. Quasi.
Se si ascolta tutto parla e c’è davvero poco da dire. Un marrano poeta, compose poesie che parlavano del fiume e dei boschi, dell’urgere dell’acqua in primavera e del lento carezzare della brezza, innamorata delle foglie e l’erba. Fu assai maltrattato come nuovo convertito, non si fidavano di chi cantava la bellezza, in fondo era quello di prima con vestiti nuovi, per poco evitò il rogo.  Ci sono tempi in cui nessuno ascolta, nessuno ricorda, molti parlano con verità sicure e non sono buoni tempi : la bellezza tace e si perde e non salva più nessuno.