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Informazioni su willyco

mescolo tempo e vita con passione e sono curioso, mi occupo più o meno di sviluppo territoriale compatibile con chi ci vive, annuso il presente. Difficilmente troverete recensioni di libri o di film tra queste note, anche i versi citati sono rari, perché mi piace la poesia come fatto personale. Ci saranno pochissimi giudizi, gran parte dello scrivere sono impressioni. Per le analisi sono noioso e lascio perdere. Non troverete un canovaccio prestabilito, ad altro è riservato questo luogo, di fatto è uno zibaldone del senso del mio tempo. Gran parte delle mie opinioni sono parziali, si basano su tesi affini e non assolute, sono verificate per quanto possibile, per voglia, per interesse. Ho dei principi basati anch'essi su un'etica appresa e rielaborata, su concetti di giusto e ingiusto che cercano di contemperare il desiderio con la realtà. Di mio ho aggiunto una sensibilità verso l'uomo, la sua carenza di protezione di fronte alla violenza, all'arroganza. Quindi mi muovo in un relativo che per parte piccola o grande è mio e per buona parte mi viene da ciò che ho appreso. Non insegnato, appreso, perché ho aggiunto una discreta propensione al rifiuto e alla libertà connessa. Quindi, traete voi le conclusioni perché tengo a poche cose per davvero e il resto è opinabile.

dialoghi con la mezzaluna

La sua mano era piccola, le mie di più, correggeva il prendere e il tenere, raccontava calma il pericolo. Stava attenta. Ero su una sedia per arrivare alla stufa, mi lasciava apparentemente fare. In realtà soddisfaceva una curiosità sapendo che presto mi sarei stancato e sarei tornato ai miei giochi poco lontani. La vita d’inverno avveniva in cucina, tra vapori e profumi di cibi forti, giocattoli sul pavimento, libri e quaderni sulla tavola. Mia nonna aveva ironia e pazienza, accettava dal nipote discorsi sconclusionati, canzoni allegre, silenzi e caparbietà. E siccome lei cucinava spesso, accettava anche le curiosità e la voglia di provare. Se sto volentieri in cucina credo dipenda da quel suo rendere piacevoli e poco costrittive le cose, ma anche dalla magia del soffiare sui mestoli di legno a cui accostare le labbra per assaggiare. Credo dipenda dai sapori intensi e dal ruvido profumo delle tradizioni che soffriggevano e si consumavano in interminabili cotture, dal senso di casa che tutto questo generava come anticipo dello stare assieme a tavola.

Il gusto del cibo e del farne per altri e per sé, senza volerlo e per naturale affetto, questo mi è stato insegnato, con una libertà inusitata, ovvero quella del poter avere il poco e il molto, senza altra regola che non sia il piacere. Penso a come è nata una piccola attenzione alle dosi dopo molti intrugli sperimentati assieme, al senso dell’accordo tra il mio gusto e quelli che avrebbero condiviso. Ci è voluto molto tempo e doveva avere uno stomaco d’acciaio, mia nonna. Forse le guerre e le difficoltà l’avevano temprata, o era quel bene immenso di cui mi avvolgeva che la faceva pazientemente provare le cose che mettevo assieme. Quello che ho appreso è nato lì, con quelle mani che guidavano e dicevano che bisogna girare in senso orario la polenta, restando attenti agli spruzzi (i sbiansi) e tenendo fermo il caliero; il paiolo inadatto ormai ai nostri piatti fuochi, ma incomparabile per fare di una farina grossolana, dopo 50 minuti, una crema morbida. E penso all’uso dei pochi strumenti che erano nel cassetto e facevano tutto senza ausilio di macchine: anche oggi quando adopero la mezzaluna è con quel movimento strano che ho imparato allora, fatto di squilibri e forza, con il ritmo che bisogna trovare per non stancarsi e fare di un insieme di verdure riottose, un battuto.

Erano cose semplici e dense, che spesso avevano una naturale prossimità di produzione, destinate a essere consumate presto, fatte con misura ampia e semplicità, per saziare e aiutare a crescere. Non c’era la pornografia del cibo, il mostrare senza fare, l’esaurirsi nel vedere, esisteva una connessione profonda tra bisogno e soddisfazione, tra desiderio e stagione, per cui l’eccezionale restava tale, perché era parte di una cultura antichissima dove qualcosa avveniva solo in alcuni momenti dell’anno. Di tutto questo veniva dato insegnamento a chi c’era, ed io che ero maschio tra le donne, imparavo il poco necessario a sopravvivere quando sarei stato autosufficiente. La mezzaluna insegnava l’autosufficienza quanto il coltello affilato con cui prima tagliare la cipolla. Insegnava una misura che magari ora non conta nulla, ma che, per chi l’ha avuta, ha fornito un senso di famiglia al cibo, al farne a volte per altri, al chiedersi se basta o meno. La mezzaluna mi ha dato certezze, le spezie e il sale mi hanno regalato il dubbio. E così lo zucchero. Ma tutto aveva, e ha, una forza che nessuna rappresentazione riuscirà a dare ovvero quella del dono di chi cucina ed è la rappresentazione del condividere, ovvero dello sperperato amore. L’unica forma che conosco del sentire.

p.s. lascio la ricetta di un biscotto invernale che ancora faccio e che continua a piacermi. Ruvido il giusto e sincero di gusto.

Zaeti

250 gr. di fioretto di mais
250 gr. di farina 00
150gr.di burro sciolto a bagnomaria
200 gr. di zucchero
2 uova
100 gr. di uvetta
50 gr. di pinoli o mandorle a pezzetti (meglio i pinoli)
latte per ammollare l’uvetta.
1 bustina di lievito
un pizzico di sale
Si monta lo zucchero con le uova e si aggiunge alle farine continuando a mescolare, il pizzico di sale, poi il burro e i pinoli e l’uvetta. Infine il lievito. La pasta dovrebbe essere abbastanza consistente, si regola la morbidezza con il latte che ha ammollato l’uvetta.
Si mettono su una carta da forno, la dose è un cucchiaio per biscotto. Si inforna a mezza altezza in forno a 160° per 20 minuti. Se il forno scalda solo da sotto, si girano dopo 15 minuti.
Spolverare con zucchero a velo.

altrove

Non sappiamo cosa pensino e prevedano gli gnomi che orchestrano le nostre vite. Per approssimazione, con suasione instancabile e gentilezza biforcuta, spingono in una direzione determinata. Fino a quando decideranno ciò sia utile. A cosa e chi non sarà mai chiaro. Come la vacca placida a cui ciascuno s’abbevera di latte, ci illudiamo di chiacchierare con l’amico, ci muoviamo nelle piazze, ci pare di scegliere dove andare nel mondo o vicino a casa. E intanto prepariamo cioccolate che dovrebbero scaldare l’anima, ritmiamo le parole intingendo pennini nell’inchiostro e nei pensieri. Ci pare d’essere liberi senza misura mentre altrove qualcuno, che neppure è uno, ci considera un acquirente potenziale, un numero da mettere nel mucchio, un pezzo di carne da usare secondo fini che ci sembrerebbero orripilanti se davvero nominati. Qualcuno ci pensa con moderazione, senza passione alcuna che davvero ci riguardi,; utili ad altri scopi che non sono precisamente il crescere, l’essere consapevoli e liberi e a volte felici. Ciò che ciascuno prova in una fase del vivere, ovvero l’usare l’altro, diventa professione senza oggetto, come se il fine fosse quello di un distopico futuro che contiene sì l’umanità, ma neanche tutta e per strati utili. E la consapevolezza che ciò accada può essere sommersa da mille piccole apparenti libertà, da decisioni che faranno bene o male, ma i conti prima o poi si faranno con quell’inquietudine che si prova ogni volta che qualcuno spinge con apparente dolcezza le nostre spalle e, voltati si dilegua un’ombra e coglie il freddo vuoto.

 

Altrove, qualcuno pensa a me,

ma non proprio alla mia persona.

Non come fai tu che chiedi, e vorresti ascoltare di me,

di noi il racconto del farsi e il fare. 

È un pensiero dell’altrove che ci ri guarda,

che lega i destini in lasche trame,

così mi pare siano povere le tue, le mie attese.

E se la libertà è il graffiare d’un pennino,

la cioccolata mescolata con cura d’ospite,

se è sentire i colori scivolarci addosso nel tramonto,

tutto questo, penso, lasci momenti di piccola pace,

una breccia in quel pensiero che ci ri guarda

e che apre la porta a finite quietudini da diluire in noi,

come possiamo.

Ma solo questo mai m’è sembrato giusto per davvero.

 

 

 

chiarezza

A volte non sai spiegarti eppure è tutto chiaro, sembra solo insufficiente il lessico perché c’è uno jato tra ciò che senti e ciò che dici. Per questo si ammutolisce e ci si rinchiude in sé, non è un’accusa a chi ti ascolta ma è la percezione della propria solitudine.

E per gli stessi motivi, o quasi, non ci si dovrebbe mai giustificare, accentuare una pena già presente. Dovrebbe funzionare cosi: sono qui, ti ascolto, non giudico e lascia andare quello che non ti fa bene.

Si dovrebbe, ma di rado questa comunicazione profonda è presente e allora per chi non s’ accontenta non resta che attendere un riordino interiore, che le punte si smussino e le lame non taglino. Attendere che tutto trovi una giusta dimensione, adatta alle parole e al sentire, ma allora, spesso, di parlare non si ha più voglia.  

Per questo si cerca la leggerezza, che non è l’ approvazione e neppure il grido che s’arrampica nell’ inaudito, non è la sorpresa e neppure ciò che ti gratifica, è il quieto sentirsi e il proporre a chi potrebbe cogliere e restituire. Ma neppure il restituire conta poi tanto, è la sensazione di condividere e di essere liberi che fa volare quel qualcosa che ci differenzia e accomuna, e che per semplicità chiamiamo anima.

la luce galleggia sui tetti, mia cara

La luce galleggia sulle case e tra non molto inizia la sera. Così si tiene stretta la luce il giorno, ma cede, mia cara, all’incedere della notte. La regolarità delle cose fuori di noi, ha margini di stagionalità e incertezza che meriterebbero almeno comprensione, e invece no, vogliamo perfezioni e ordini inutili. Vorrei dirti di fare attenzione a ciò che accade attorno, ma l’occuparsi di cose futili fa trarre conclusioni generali a ciò che forse è solo un accadere. Abbiamo bisogno di abitudini per distinguere l’eccezionale? E di disastri per far emergere l’umano? Vorrei pensare che non è così, e magari non lo è, ma lo temo, quindi dobbiamo accontentarci del nostro piccolo buono, della bontà esercitata in ambiti compatibili che non interpelli troppo sulle sue conseguenze. Qualche giorno fa ascoltavo un dialogo bislacco sulla necessità di interpretare la cattiveria, sulla sua esistenza e sull’altra faccia del male che non ammette gradazioni. Non è così per ogni offesa che ci riguardi? Ascoltavo e ai nostri piccoli mali, alle manchevolezze, sostituivo i molti assoluti che arrivano dalla cronaca e così penso che ci siano punti di non ritorno, che ad un certo punto si gonfi una bolla di cattiveria che coinvolge la parte nera che sta dentro, non la controlla e vuole la notte. La luce non galleggia più e ciascuno accende una sua artificiale luce che illumina ambiti ristretti, si chiudono le imposte al buio e ci si isola. Come se il buio parlasse e facesse rumore. È il timore che la cattiveria altrui si riversi su di noi, che strazi corpi e menti, che tolga senso alle cose sostituendolo con la brutalità. Ogni notte dell’anima è così, amica mia, e sul mondo si addensano nubi feroci. Il nostro architrave ha inciso un noli me tangere, ma può bastare se quel nero che fuoriesce e dilaga non viene sciolto dal ragionamento. Se l’essere migliori non è conveniente cosa ci può aiutare nel dimostrare che c’è un senso al bene collettivo, alla legalità, alla solidarietà? Basterebbe un ragionamento egoistico, un tenere per efficace la convinzione che in molti si può crescere assieme, stare meglio e invece ciò che ci viene additato è il scinderci in monadi di paura e di cattiveria. La competizione oltre le regole, anzi l’abolizione delle regole, per vincere ciò che dovrebbe essere un diritto. Tu ne sai qualcosa quando ti hann0 accompagnato alla porta, prima il tuo compagno (ma era davvero un compagno?) , quando quell’amore era diventato troppo impegnativo perché richiedeva una scelta di vita. Non tutta, era un per sempre limitato, lo sapevate entrambi, ma già questo faceva paura e così meglio riflettere su cosa vogliamo per davvero, ti ha detto. Distanti per un po’, che era invece un per sempre vero.  Poi il lavoro, quando hanno trasformato il tuo contratto in quello che sembrava un modo più facile di guadagnare e invece aveva dentro di sé una competitività infinita. Il budget del primo anno l’hai raggiunto, quello incrementato del 20% del secondo, hai fatto fatica ma ce l’hai fatta, il terzo anno eri già a rischio e il quarto fuori. Intanto ti eri stremata nel tentativo di riuscire, stremata e sola perché nel frattempo tutti i tuoi contati erano passati ad altri. Mi hai scritto che da allora hai cominciato ad avere dubbi, a non credere nei sorrisi e in chi ti chiedeva fiducia ma non la restituiva. E intanto attorno sparivano alcuni amici; insistere troppo sulla necessità di avere un lavoro, chiedere aiuto, imbarazza.  È un buon crivello il bisogno e ti sei accontentata; adesso aspetti arrivi qualcosa di meglio. Anche nell’amore attendi arrivi qualcosa di meglio di chi ti dice che a volte volerti bene è fatica. Per chi ha chiuso le finestre anzitempo persino la luce che galleggia sui tetti assomiglia al buio. E invece dobbiamo aggrapparci a quella luce per non essere peggiori di ciò che siamo, per non perdere speranza. Mi dirai che è facile per me che non ho i tuoi problemi, e tu che ne sai dei miei? I silenzi cominciano così, con un rapporto con i problemi che ciascuno sente, col raccontarli e far capire la loro importanza, e poi gradualmente constatare che non sono capiti a sufficienza, forse neppure ascoltati perché non si può fare la somma dei problemi propri con quelli altrui. O almeno così si pensa, eppure tu non chiedevi, e neppure io, che qualcun altro risolvesse i problemi per noi, volevi solo condividere, capire meglio come andare avanti, avere una direzione e un modo. Poi ciascuno trova la propria strada ma già saperne più d’una, aiuta. È  quando capisci che non arriva più nulla, che ti chiudi e pensi che esisti solo tu, e così il capolavoro della solitudine soggetta e dipendente si è compiuto. Abbiamo fatto quello che quelli che dispongono delle nostre vite, volevano, perché hanno bisogno delle nostre solitudini per impedire che i problemi trovino il tratto comune che renderebbe necessario un cambiamento nei rapporti. Ci vogliono assieme solo nella paura che è l’infinito insieme delle solitudini, del nero che portiamo dentro e che dobbiamo arginare. Per questo ti chiedo di guardare la luce che galleggia sulle case e di tenere le finestre aperte un po’ più a lungo, di non tagliare troppi fili. Ti chiedo di dire un ti voglio bene in più per chi lo senti. E trova il tempo di dire e ascoltare. Serve a te, a me, a tutti. Serve a farci sentire meno soli, per trovarci davvero quando occorre. Anche per ridere, scherzare, per camminare assieme in silenzio sapendo che ci siamo. Non so che altro dirti, amica mia, ma vorrei che le nostre paure davvero si sciogliessero raccontandole. Forse non funziona così, ma è meglio di quello che ci dicono e ci insegnano. Camminare nella sera senza fretta e senza guardarci indietro mette un po’ di fiducia in noi. E forse questa fiducia si spalma come la luce che galleggia, investe il lavoro, i rapporti, rende le cose più vere. Non basterà ma è diverso dalla paura e dal vuoto e questo già è molto, adesso. Speriamo ci sia tempo di parlare e di ascoltare, tra noi è importante. Lo è sempre ed è un sempre che dura.

la commedia dell’innocenza, scena quarta

Scena quarta:

Il palcoscenico si è ora trasformato in una carrozza di un treno veloce. I passeggeri sono seduti a coppie e rivolti verso la sala. Il protagonista è seduto in prima fila e sta leggendo, ha uno smartphone sotto il libro, a volte lo guarda e scrive brevemente. Gli occhi si spostano fuori dal finestrino. Masse di verde si alternano a gruppi di case, campi, colline, capannoni, guarda e cerca di riconoscere, poi torna al libro. Al suo fianco, una donna, anch’essa intenta a leggere. Non sappiamo se siano una coppia o li abbia messi insieme il caso. Dietro e a fianco, c’è rumore di conversazioni e telefonini. Alcune persone si alzano e prendono cose dagli zaini e dalle valigie. Verso il fondo si vedono persone che mangiano e un paio attendono che si liberi la toilette. Una voce sintetica annuncia stazioni d’arrivo, pubblicità della compagnia che gestisce il treno e la velocità raggiunta.

Il protagonista dice tra sé che bisogna essere responsabili, ma non di tutto e non per sempre. La memoria senza il perdono diventa un peso progressivo, ma se fuori di noi c’è al più l’indifferenza, la rimozione, è con noi che dobbiamo sistemare i conti. Togliere il giudizio è tornare all’innocenza. O forse questa non esiste perché la memoria la impedisce. Solo lo smemorato ha a disposizione un’altra vita e così ricomincia. Chi è leggero e immemore si limita a dissipare, l’iperattivo trasfonde nell’esperienza l’ansia del suo fallire, del non essere abbastanza e così facendo aggiunge memoria e vacuità. Ma chiunque si sia, cosa sanno gli altri di ciò che accade davvero? Nulla o quasi, vedono fatti, interpretano, li riconducono a categorie che conoscono, devono trovare il loro posto in ciò che accade e questo lo fanno per differenza. Vorremmo tornare all’assenza di memoria, al punto zero, ma non è possibile. Eppure ci sono vite che ricominciano, ma per questo serve la purezza della passione e dell’amore.

Attorno al protagonista il mondo si muove, in fondo è lui che sta fermo. Scambia qualche parola con la donna a fianco, riprende a leggere, guarda il telefono e fuori dal finestrino. Medita sul non dire, sul tacere come privazione e punizione per chi non lo ascolta. Andarsene non è mettere un silenzio tra chi si vorrebbe e non si ha, tra il desiderio e la sua attuazione? Però avere ancora qualcosa da dire significa essere conseguenza e novità di se stessi, pensa, servirebbe la mossa del cavallo che scarta e guarda di sguincio, cioè il vedersi prima e non essere prevedibile poi, neppure a se stessi. E procedere andando a lato. 

È diventato irrequieto e vorrebbe abbandonarsi, prendere sonno e arrivare, perché sa che è a una svolta della convinzione. Dopo non sarà uguale a prima, qualche abitudine acquisita con fatica, dovrà cessare. Pian piano invece, la consapevolezza prende forma. In fondo è partito per questo e sa che ciò che pensa lo costringerà a mutare rapporti, a decidere almeno per un tempo che sembrerà sempre infinito, ma avrà bisogno perenne di riconferme. E il pensiero è ormai questo:

Bisognerebbe procedere con l’ indifferenza del volare sopra, perché questa non tiene conto, cioè non calcola e s’imbeve di vita vecchia e nuova reimpastata assieme. È questo che reinterpreta la memoria, che la sottrae al giudizio della conformità e dell’ immagine.

E comunque non è possibile l’ innocenza fuori dell’ amore e della passione, oppure bisogna finire nella follia. Non si può fuggire e neppure restare. E solo nella forza primeva dell’ appartenere riconoscendoci nell’altro, unico per noi, che ci si libera da ciò che sembrava importante e non lo era. Per questo bisogna avere passioni per parlare, bisogna amare per fare il nuovo. Solo in questo ci può essere innocenza e cancellazione d’ ogni fallimento, d’ogni errore e quindi della colpa.

La vita è una sinfonia scritta con le note sbagliate, che si assomiglia e approssima nell’essere suonata. Bisogna cercare l’armonia nella dissonanza, liberare il suono dalla prigionia dell’esecutore maldestro, sottrarsi al critico che non suona, che non scrive, che ha solo studiato, oppure ha fretta o mestiere. E solo l’amore e la passione ricompongono un disegno in cui sembra di aver visto oltre, ma in realtà è ancora tutto da scoprire, leggere, vedere. 

È nervoso e sereno assieme, vorrebbe mettere tutto in parole, ma l’altoparlante annuncia che la sua stazione è prossima. Chiude il libro, si alza, prende i bagagli e si appresta a scendere.

 

la commedia dell’innocenza

Scena prima:

il palcoscenico simula una strada con un caffè che vi si affaccia. Dietro i vetri del caffè si vedono sagome di persone che parlano, ridono, a piccoli crocchi. C’è chi è seduto e chi in piedi, conversazioni diverse che sembrano far stare bene. Nel marciapiede davanti alle vetrine, tavolini e altre persone che parlano e sorridono. La strada è attraversata a volte, da piccoli flussi che si disperdono. Il protagonista principale sta conversando con una donna, piacevole sia per ciò che dice che per l’aspetto curato, con lineamenti fini e belli. Le guarda il viso e osserva i movimenti dolci, sembra attento e ascolta più che dire.

Ci avviciniamo per ascoltare: gran parte dei discorsi parlano di fatti che accadono, di attese e di persone di comune conoscenza. L’atmosfera è a tratti leggera e più raramente riflessiva. Non mancano commenti salaci e gossip che riguardano comuni conoscenze. Il protagonista, che non sa di essere tale e non è neppure il protagonista principale, sembra cerchi di sbrogliare qualcosa di non proprio semplice, cerca le parole. L’atteggiamento di ascolto esprime attenzione e difficoltà. È in atto una riflessione interiore, e si chiede come essere coinvolto nei progetti che la donna gli sta spiegando.

Di tanto in tanto, tra chi passa e chi è seduto ci sono riconoscimenti e saluti, l’atmosfera è piacevole, il pomeriggio è tiepido e i vestiti non pesanti. Tutto fa pensare a una tranquilla giornata d’autunno che punta verso la sera con altri appuntamenti e attività che saranno comunque altrove.

La conversazione tra il protagonista presunto e la donna prosegue, gli echi delle conversazioni vicine e gli scoppi d’allegria arrivano e a volte li distraggono. Ad un certo punto tra le parole della donna, scivolano dei riferimenti a impressioni e a giudizi accennati da altri, sul protagonista e il suo passato. Sono solo accenni che però contengono una negatività non espressa, il protagonista non chiede di più. Come sapesse o fosse indifferente. Poi la conversazione prosegue su altro fino al momento in cui i due si alzano e dopo un breve tragitto sulla strada si lasciano verso impegni diversi.

Il protagonista ora è solo, cammina lentamente per la strada e sta pensando a quei riferimenti che lo riguardano, li mette assieme ad altri pensieri fatti su di sé nei giorni e nei mesi precedenti. È confuso, vorrebbe una soluzione perché vive male nell’apparenza di una tranquillità interiore che non c’è. Pensa, come ha ripetutamente fatto ultimamente, a cambiare ambienti e interessi con un brusco uscire di scena che gli permetta di puntare verso una vita nuova. Sparire a chi lo conosce come inizio per scrivere una nuova pagina, come in una commedia di Pirandello. I pensieri degli ultimi mesi lo hanno portato a esaminare ripetutamente, situazioni e fatti che lo riguardano. Ha esaminato il vissuto degli ultimi anni, ne ha ricavato impressioni contrastanti. Vorrebbe sistemare ciò che è accaduto in un insieme coeso, fatto di scelte e necessità e che arrivi a un presente senza pesi e senza un continuo riandare a situazioni e decisioni precedenti. Sa che l’interpretazione propria e altrui, è intrisa sempre di un vissuto non reale, di un pregiudizio, e che le vite si conformano raramente ai fatti e molto più spesso al pregiudizio e al consenso altrui. Riflette ad alta voce sul concetto di colpa e di innocenza. Si chiede se esse esistano e se vi sia uno stato nativo, lentamente esce di scena.

Scena seconda:

ora il palcoscenico ha ristretto la strada, ci sono meno persone che passeggiano e il caffè ha occupato gli spazi che si sono liberati. Ci sono più tavolini all’esterno e più animazione all’interno. Le persone sembrano dividersi tra chi ha fretta e chi invece ha tempo. Ci sono delle coppie che si sono ricavate degli spazi di intimità e si parlano in un fluire parallelo, che non si mescola a quello dei crocchi di persone attorno ai tavolini o in piedi. I discorsi in questi gruppetti, continuano ad essere leggeri, parlano di persone assenti, di fatti locali, il tono è spesso sardonico e non mancano gli sfottò tra tavoli. Sembrano conoscersi tutti e c’è un tenersi leggeri che non incide sui rapporti. Le battute più pesanti vengono dette sottovoce e subito alleggerite con un riferirsi ad altro o a sé. Nessuno parla in profondità di se stesso, ma trapelano i desideri come possibilità senz’ansia, si capisce che esiste un mondo differente desiderato e per larga parte coincidente, ma nessuno ha voglia di far fatica e in fondo quello che hanno è sufficiente per la vita attuale. Giudizi e apprezzamenti non implicano nessun coinvolgimento e parlare di una festa o di un fatto politico ha in fondo lo stesso tono. È chiaro che le vite realizzate e i problemi veri, come i desideri, sono altrove, questo è il luogo dello scambio in cui si condivide un consenso leggero, si parla di tutto e di tutti ma senza essere realmente coinvolti. Seguendo le conversazioni si vede una graduatoria di temi dove primeggiano i desideri economici, il lavoro e gli amori e poi la vita fatta di tempo libero, di appuntamenti, viaggi. Il caffè è un appuntamento quotidiano o quasi, il luogo dell’accadere esterno alle case. Qualche domanda distratta riguarda il protagonista assente, si chiede ragione della sua scomparsa, si chiede senza intenzione e si passa ad altro.

Scena terza:

C’è uno sfondo indefinito di paesaggio, con davanti un gruppo di case. Una di queste ha una grande porta aperta aperta e mostra il protagonista alle prese con qualcosa che sta su un tavolo. Il contorno di oggetti e di mobili è modesto, dietro al protagonista c’è una presenza che si muove, appare e scompare. Lui è seduto, sta leggendo o annotando a mano. Forse una lettera, perché alza la carta e cerca meglio la luce per leggere, è silenzioso e intento. Posa il foglio. Ha fatto delle scelte che non hanno dissolto i pensieri e in questi mesi di assenza si è misurato con la possibilità che per davvero si possa iniziare qualcosa di totalmente discontinuo dalla storia precedente. Non sembra soddisfatto e lo dice, ma non come rimpianto bensì come considerazione generale sulla vita che si è generata. Fa paralleli e considera se sin dall’infanzia sia tutto determinato. Alterna pensieri ad alta voce e sommessamente, come volesse fare delle chiose al pensiero. Si è chiesto se l’innocenza sia lo stato in cui le relazioni non hanno uno svolgersi obbligato e un giudizio morale e quindi sono ancora prive del concetto di colpa. Ha capito che il procedere della memoria ha aggiunto vita e giudizi e quello che lui ha emesso nei confronti di altri gli è ritornato. Sono pensieri semplici ma irrisolvibili e volendo sfuggire a un ordine dato capisce che bisogna diventare autosufficienti in tutti i sensi e demiurghi di se stessi. Questo lo dice con voce ferma, come fosse un programma. E più sommessamente commenta che questo si può fare in quel luogo in riva al mare, distante da processi sociali complicati, dove la sua presenza è sorretta dall’ autonomia economica.  Lì la vita costa poco e sembra che nessuno si preoccupi particolarmente di lui. Adesso si vede che c’è una donna dietro, quindi ha scelto una vita nuova anche affettiva. Non ci sono affettuosità particolari, si capisce che si sente solo e dubbioso. Chiede alla donna di fermarsi nelle faccende e di sedersi. Parlano delle incombenze di casa, poi di alcuni fatti accaduti in paese. Lui le chiede se sia felice e lei risponde di sì. Si abbracciano mentre arriva la consegna della posta. C’è una lettera. Lei è curiosa e gli chiede notizie, legge il mittente, ride e diventa seria. Forse è della donna con cui il presunto protagonista parlava al caffè mesi prima. Quindi ha lasciato un collegamento e non è sparito del tutto. Quel filo seppure esile, riporta quel mondo dal quale voleva e vorrebbe affrancarsi. Apre la lettera e legge. La donna si allontana. 

Scena quarta

 

 

 

 

 

 

 

 

vicolo dell’anima

Avevo diverse cose da dire, pensieri che si rincorrevano seguendosi e poi tornando daccapo. Nel mio scrivere circolare in fondo torno sempre sui miei passi, come faccio in città cercando vicoli e percorrendoli fino in fondo. Abiti in un vicolo, direte, allora sarà per questo, e invece no, è la tangibilità del limite che m’interessa, la costrizione a guardarsi attorno, in alto perché avanti non si può andare. I vicoli nascono per qualche abuso perpetrato chissà quando: qualcuno ha deciso di mettere una casa dopo un giardino, di chiudere una strada. E qualcun altro gliel’ha lasciato fare. La città ne ha molti, alcuni dopo portoni altosonanti, altri anonimi e solitari. Quella del vicolo è una bella metafora di ciò che sta accadendo attorno a noi: si chiudono strade che prima portavano pensieri, diversità, saperi e chi potè (o può), vi installò la sua casa. È l’arteriosclerosi della società che mentre rende facile il viaggiare rende difficili i cammini individuali e interiori. Guardavo il vicolo dove abitava mia zia, neppure quello era un vicolo perché prima era una strada: strada vecchia. La vecchia toponomastica  ancora affissa lo dice: vicolo vecchio, già strada vecchia. Adesso c’è un cancello di ferro e il vicolo non si può più percorrere. In fondo a quel vicolo c’è una villa e un altro cancello impermeabile alla vista. Lo so per averci passato i pomeriggi vicino. Poi ci fu un fatto terribile, che accadde quando ero ragazzino, il proprietario della casa durante una gita in montagna, uccise i figli e la moglie e poi si suicidò. Dissesti finanziari, dissero in casa, ma c’era molto pudore nel parlarne. Non credo che quanti abitano nel vicolo, ora un cortile, sappiano di queste cose. Arrivano, aprono un cancello col telecomando, aprono un garage con un altro telecomando e salgono nelle case: prigionieri e protetti. Un tempo in quella strada giocavamo in parecchi, in tutti questi anni in cui guardo sotto il volto di accesso, non ho mai visto un bambino che gioca oltre l’inferriata. Tutti prigionieri.

Per rifarmi la vista, allora, ho percorso un altro vicolo vicino. Misterioso come il suo nome, tabacco, però stretto e corto come quelli del monopoli. In fondo ha il solito cancello di lamiera banale e gli alberi che spuntano oltre i muri con i cocci di bottiglia. La strada scivola tra muri e usci che danno sull’acciottolato antico, fatto di sassi della Piave, come si diceva un tempo, e le case s’inerpicano a cercar aria. Questo è un vicolo, talmente stretto da rendere inutili i cartelli di divieto di sosta, però il guardar alto rivela un ponte tra case, pietra traforata e una stanza di passaggio: hanno tentato di chiudere il cielo e non ci sono riusciti e così ne è venuta una continuazione del portico sul corso. Una finta, insomma, e pure riuscita a mezzo. Ovunque giardini pensili in queste minime strade, e subito la sensazione di essere arrivati al fondo dell’orizzontale.

Stamattina camminavo con intenzione curiosa e mi accorgevo che la città che avevo in testa non era la città reale. La mia è una città di fatti, di relazioni, di presenze che si conoscono, scambiano, confrontano e quella che vedevo era una città che fuggiva da sé. Non la città dei futuristi, neppure quella della storia, così presente in queste strade, ma una città che si chiudeva, che girava il capo e non ascoltava.

Ora serve l’eccezionale per smuovere le spalle, far girare i passi, mentre è il quotidiano, così pregno di realtà, che dovrebbe portarci in un vicolo dell’anima, costruito con pazienza e aperto dentro di noi per riflettere su dove si sta andando, guardare in alto e attorno, riconoscendo con meraviglia che non sappiamo dove siamo. E in fondo, nel giardino segreto, coltivare le piante che fanno bene, un orto dei semplici da aprire a chi bussa, un condividere per aprire una strada oltre noi che abbiamo capito il concetto del limite. E allora anche un vicolo avrebbe un senso e uno scorrere.

vicolo cigolo

Vicolo cigolo è un procedere di case vive e morte. Allineate e ordinate nella fatiscenza o nel rifarsi dei fortunati che le hanno avute, stanno, immerse nell’aria annoiata dall’attesa. Mostrano finestre antiche e recenti, muri senza intonaco e spatolati. Finezze d’architetti, anticamere, ingressi tirati a lucido e porte murate. Una casa, apparentemente senza uscio, ha finestre con tendine in pizzo bianco. Segni d’una vita che accede altrove e guarda il vicolo. Come gli alberi che piegano i rami a guardare, superando le alte mura che occludono lo sguardo. Sembra di percorrere un pezzo di tempo che non ha ancora scelto dov’essere, eppure la grande piazza è l’accesso vicino. Là ci sono i mercati, il simbolo della città, le statue, gli spazi enormi e la corona dei palazzi, ma qui il secolo s’è appisolato in un meditare su ciò che verrà.Un ristorante ch’era famoso ha chiuso ormai molti anni fa, nessuno ha riaperto e la palestra che s’ è insediata in un altro edificio è discreta, ostenta il bianco d’un intonaco che le altre case non hanno, ma anch’essa si adatta. Ogni tanto gli abitanti protestano perché nelle molte feste del Prato questo pezzo di strada viene usato come vespasiano, hanno ragione ma la città ormai ignora che i bisogni umani hanno lati urgenti e poco redditizi da regolare pubblicamente. In compenso il suo essere vicolo, e stretto, l’ha sottratto alla sosta delle auto. E chi ha voglia di bighellonare lo deve percorrere apposta e sapere che c’è una fine che poi riporterà indietro. Sembra non ci sia nulla da vedere e invece è l’insieme che ha un suo borbottare, come un resistere a ciò che corre e che il nome evoca: un lento girare di ruota dove l’asse resiste e il mozzo non collabora. Un cigolare, per l’appunto.

sono solo parole

La voce alterna momenti di quiete ad accenti di forza, incespica, torna indietro, precisa e ripete con più forza. Le immagini commentate mostrano edifici integri e rovine, ciò che c’era e ciò che è rimasto dopo una furia. Le furie. La leziosità delle dissolvenze, degli accostamenti eruditi, non toglie nulla alla drammaticità delle macerie. La voce racconta e la mente immagina, ricorda ciò che ha visto, associa momenti, letture, fatti, odori, sensazioni provate. La letteratura, il già letto di altre distruzioni, assiste un’idea insita nel dis farsi, come se la storia e la stessa identità spesso evocate nelle parole, fossero già scomparse da molto tempo, colpite da una maledizione che ha reso immemori i custodi. Chi si duole per tanta rovina è chi conosce e ricorda, spesso lontano e straniero, mentre chi è nato, vissuto accanto alla bellezza, non ne è stato contagiato, non è migliore ma indifferente. Per molti dei presunti eredi di un mondo che sta sui nostri libri di arte e di storia, quel passato non è mai esistito.

La voce continua ad esplorare le immagini e a cumuli di pietre si sovrappongono altri cumuli, finché tutto diventa indistinto e grigio, come se la natura, la roccia si fosse ripresa ciò che era stato a lei tolto, scavato, inciso, abbellito, per diventare segno d’intelligenza e di sapere acquisito alla ricerca di un’immortalità presunta che già aveva abbattuto e consumato ciò che l’aveva preceduta. Tracce che scompaiono. È la raffigurazione di un mondo senza l’uomo: c’era una stanza in cui le passioni e l’ira si sono scontrate, i mobili sono divenuti riparo e oggetti contundenti e alla fine nulla si è salvato. Non ha vinto nessuno. Non ci sono neppure i corpi, le ferite evidenti nella carne, c’è il vuoto, l’assenza che ha concluso una storia difficile e comune dove le rovine sono solo pietra che non dice nulla, o quasi della fine. Certo c’è qualche rocchio di colonna scanalato, la voluta di un capitello, una testina staccata malamente da una scheggia.  Lì vicino ricordo un cammello che si coccolava al cammelliere, la grossa testa che cercava carezze e i grandi occhi che sbattevano buoni. Era tutto falso, bastava sparire dietro una colonna e il bastone si alzava e picchiava sulla gobba, sulla testa per togliere quell’attenzione non voluta. Era questa la cultura che veniva dalle sabbie, che si era radicata in possanza di archi, in templi immani, in teatri perfetti? Questi erano i predoni che avevano già depredato e poi s’erano fermati incapaci di andare altrove, vivevano perché giusto vivere ovunque ci sia un posto in cui fermarsi. La voce parla delle razzie ulteriori, dei collezionisti che acquistano ciò che viene trafugato, pezzi che verranno nascosti in caveau, testimonianze prive di contesto, divenute eccezione, abbellimento e privilegio. Wunderkammer per ricchi in cerca di meraviglie, per pochi sodali che forse capiranno oppure semplicemente giudicheranno un’eccentricità quell’accumulare oggetti alieni.

Chi ha convissuto è stato privato della memoria di una bellezza che ora vaga in cerca di salvezza e non si cura di nulla, non è importante. La normalità è con rovine e pecore, quella è la pace: come nelle incisioni del Piranesi.

Una voce commossa chiede delle città morte alla voce che narra. Bombardate anch’esse, cancellate, perché in esse ci poteva essere vita. Non è una metafora è la realtà, e le parole sono solo parole.

E già questo era troppo:

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pareva

Cercando quelle parole, tra le molte, la pagina non era al suo posto,

non in quello immaginato,

eppure, lì doveva essersi fermata,

per questo una caparbietà gentile faceva sfogliare, a salti leggere

e se l’attenzione si fermava altrove, da nuovo interesse attratta,

lontano covava quel rovello di desiderate frasi.

Sfogliando altro con forza si presentava

e non è forse così la vita che s’afferma,

ricordo d’ordine e innocenza,

che ha parole giuste per descrivere e qualcosa d’impreciso

che non mette attese dove si pensava.

Forse perché quel luogo era altrove

ed era stata la grazia d’un momento a graffiare nella mente,

ma erano altro… 

ed è il cercare,

e ciò che esso trova, che inatteso stupisce il cuore,

perché, di tutti gli amori, l’ultimo concesso ancora,

per suo conto, su di noi scrive note

e ci sorprende.