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Informazioni su willyco

mescolo tempo e vita con passione e sono curioso, mi occupo più o meno di sviluppo territoriale compatibile con chi ci vive, annuso il presente. Difficilmente troverete recensioni di libri o di film tra queste note, anche i versi citati sono rari, perché mi piace la poesia come fatto personale. Ci saranno pochissimi giudizi, gran parte dello scrivere sono impressioni. Per le analisi sono noioso e lascio perdere. Non troverete un canovaccio prestabilito, ad altro è riservato questo luogo, di fatto è uno zibaldone del senso del mio tempo. Gran parte delle mie opinioni sono parziali, si basano su tesi affini e non assolute, sono verificate per quanto possibile, per voglia, per interesse. Ho dei principi basati anch'essi su un'etica appresa e rielaborata, su concetti di giusto e ingiusto che cercano di contemperare il desiderio con la realtà. Di mio ho aggiunto una sensibilità verso l'uomo, la sua carenza di protezione di fronte alla violenza, all'arroganza. Quindi mi muovo in un relativo che per parte piccola o grande è mio e per buona parte mi viene da ciò che ho appreso. Non insegnato, appreso, perché ho aggiunto una discreta propensione al rifiuto e alla libertà connessa. Quindi, traete voi le conclusioni perché tengo a poche cose per davvero e il resto è opinabile.

un bovolo

Un immenso, infinito toboga. Un bovolo, un vortice, in cui siamo scivolati, ridendo e vivendo mentre tutto roteava sempre più veloce. Gli anni delle città ancora da bere, i ruggenti ’70 pieni di musica, pelle al sole, di gioia di scoprire e del distrarsi infinito mentre i cortei si formavano. La testa in piazza della Repubblica pronta con gli striscioni, le ragazze, le parole sorridenti e gli slogan mentre piazza dei ‘500 si ingrossava di arrivi, di tamburi di latta, di bandiere, di megafoni Geloso. Garrule al sole romano, grida e bandiere miste assieme. Cosa garrulassero non è ben chiaro, ma era un grido di speranza contro il grigio del quotidiano senza alternative. Muoveva sinuoso nel vento delle vite che s’avvitavano come gli amori, della politica che ancora cantava e sostava per attendere gli altri, presidiava i luoghi del bene comune: una scuola, una fabbrica, un ospedale. Era il tempo in cui c’erano agguati e compagni (?) che sbagliavano. Eccome se sbagliavano. E neppure erano compagni. Era il tempo in cui la destra diventava tenebra circondata da scoppi di bombe, quando un viaggio in treno era uno scendere e un salire sperando che non fosse quello l’obbiettivo. Era il tempo dei rapimenti, quelli sardi e al nord, per denaro e del rapimento per eccellenza: quello di Aldo Moro che avrebbe generato una disgrazia di cui ancora non c’è fine.

Noi intanto precipitavamo verso un blu che sapeva di mare, di arditezze, di nudità nuove, di racconti intimi mai così sfacciati. Eravamo in un giro che risucchiava e mostrava quelli che restavano indietro, le paure di chi non si schiodava dal passato che non esisteva già più ed era assieme agli strafatti, ai persi per strada, agli insoddisfatti che riottosi non si muovevano dalle speranze già offuscate. Mentre la nostra testa girava e tutto era possibile, e nessuna notte era meno lunga del giorno, c’era chi correva in avanti e chi a ritroso, e si leggeva, il giornale da stritolare tra mani, il libro appena uscito, le frasi ripetute per rafforzare una convinzione, i dubbi da lanciare verso il sole o da sussurrare piano ai capelli che si baciavano con devozione desiderosa di tutto. Di tutto quel confluire, quel giudicare e correre verso qualcosa che non era chiaro, non profumava di ginestra e di olivo selvatico, non aveva solo l’odore della pietra dei ghiaioni al sole, il fresco del tuffo nell’acqua d’una baia senza persone, senza vento e senza barche. Non era il sentiero che si gettava verso la costa dei barbari e neppure la dolina in cui sostare in attesa che il sudore ghiacciasse. Non era che un gorgo infinito, caldo di promesse e di vita che inghiottiva senza chiedere da che parte tu venissi, ma noi eravamo noi, ipertrofici con piccoli ego e tanto noi, noi che scambiavamo pensieri, e abitudini, e modi di dire ripetuti per includere ciò che non era chiaro ma nel contesto doveva pur dire qualcosa.

Noi che leggevamo libri, che correvamo imbambolati al lavoro, che vedevamo nascere i nostri figli e non sapevamo ben che fare con loro perché tutto doveva essere nuovo. Noi che diventavamo pian piano borghesi comprando divani e tavole su cui mangiare assieme. Noi che ci perdevamo in quel correre attorno, nell’ascoltarci, nel guardarci, mentre il mondo esplodeva verso la caduta dei sogni, dei muri, delle certezze. In quel gorgo c’era un buco blu che ci avrebbe gettato in un altro universo, non il nostro, non quello da cui eravamo venuti gioiosamente distaccandoci, ma un universo speculare dove il sapere, il progresso, si chiamava tecnologia. Un bovolo che si originava da un bovolo, una clessidra piena di inesorabile passaggio verso un nuovo vortice colorato e rovescio dove noi che eravamo stretti gli uni agli altri saremmo stati pian piano distaccati. Dispersi, in tante piccole monadi che giravano e si allontanavano.

Prima si parlava, si discuteva, si viveva ammucchiati e distanti, poi saremmo stati sgranati, distaccati definitivamente. Una palata di grano e pula lanciata verso il sole che ricadeva con un suono secco di pensieri ormai solitari. Oro e paglia, ecco quello che eravamo e per questo degli anni sgranati non è rimasto nulla se non l’accumulare. Siamo pietre e intonaci, stanchezze infinite di vedere ciò che allora ancora non capivamo. Siamo usciti dal vortice per sederci su panchine che attendono la luce mutare e la luce muta, mentre sembra distaccare i particolari dal tutto e non ricompone più. Non più.

Ma che lo dico a fare, sai già tutto, lo senti e lo vedi, ed è per questo che mi racconti più stanchezze che corse felici.

la storia di un corpo

La storia di un corpo, il nostro, fatto di concretezza, di errori da rimediare, di slanci e di frenate improvvise. Partiti dalla svalutazione, dalla negazione che esso potesse essere il centro della vita se si eccettuavano alcune occasioni, sottoposti a un confronto improprio derivante da una scissione impossibile ovvero quella che lo spirito non avesse una sua corporeità. Non fosse influenzato dalla memoria e dal ricordo, non avesse desideri, pulsioni. Il conflitto eccitato, invece che composto, da una parte l’alto, ciò che è immateria e si eleva e dall’altra la terreità, la pesantezza, ciò che soggiace all’imperio delle passioni. Come vi fosse un affondare in una melma che era immagine di uno strato oscuro interiore dove c’era il buio assoluto, un archetipo animale, un sauro impenetrabile e scaglioso in cui si depositava ciò che non era controllabile. Questo buio dello spirito implicava la negazione della corporeità per aspirare alla luce e alla leggerezza. In realtà erano solo regole di convivenza, tavole di comportamento per tenere assieme il branco e impedire che si estinguesse o si divorasse nei periodi di carenza. Se il principio di ogni relazione, profonda o meno, sta nella comunicazione, se attraverso essa passano i sentimenti, dall’amore alla sua negazione, se nel comunicare si considera l’esistenza dell’altro, se ne verifica la contiguità, l’affinità, oppure la distanza rispetto al sé, allora si comincia a capire quanto di sbagliato ci sia stato trasmesso nello scindere spirito e corpo e come la storia del nostro corpo sia la storia del nostro spirito. Ciò che banalizzando chiamiamo umore non è forse il nostro rapporto con la realtà che il corpo percepisce e insieme la distanza da un desiderio, oppure la percezione di una staticità eccessiva, o ancora il mutamento felice che spinge in una direzione gradita. E quando ci immergiamo nel nostro corpo, lo ascoltiamo per davvero lasciando che esso ci parli, non emerge uno stato del presente, una serie di richieste che esso pone e che i “nostri” particolari principi possono accogliere oppure negare? E non è il compromesso la maggior arte che si impara più nei confronti di se stessi che degli altri? In realtà nella storia del corpo, nella sua fisicità c’è tutto il nostro spirito, la sua capacità di comunicare, il suo mettersi a parte per osservare e poi riportare a noi come parte di qualcosa di più grande. Nel corpo e nella sua negazione viene tolta la spiritualità dell’insieme, si riduce a macchina meravigliosa ciò che continuamente comunica, introduce concetti nuovi mentre ripete quelli necessari al vivere. Noi pensiamo ai fatti come storia, sono elementi puntuali che descrivono disgiunzioni, fratture, svolte, cambiamenti radicali, mentre la storia è flusso e tutto ingloba e fa di se stessa un disegno, ci si accontenta del frammento per la descrizione. Le abitudini sono, in fondo, perniciose perché prive di riflessione e spesso di ragione. Si pensa che l’abitudine diventi tratto essenziale del vivere, eppure se essa non è pensata è un automatismo. Diventa parte del corpo come una funzione di esso, ma non è tale, in realtà è substrato senza pensiero. Provate a pensare alle abitudini in un momento di rilassamento, fate dire al corpo cosa ne pensa e ne nasceranno delle sorprese perché ciò che è apparente storia è una forzatura, quasi sempre ereditata o indotta da una situazione. Importante sarebbe nella storia del corpo capire quanto spazio lasciamo alle abitudini e quanto esse prendano il sopravvento, neghino le richieste, eliminino il nuovo, conducano verso situazioni di scarsa mobilità. E allora tra mille abitudini, con il corpo ridotto al silenzio si dovrebbe avere a disposizione uno spirito libero che si eleva, che trova il modo di distaccarsi. Credo che invece quello spirito si eserciti nell’arte del giustificare ciò che ha rifiutato di ascoltare, che sublimi tutto ciò che si nega, e che alla fine voglia dimostrare che siamo il luogo di una impossibile comunicazione e unione. Non è così, è solo un insieme di regole che ci hanno insegnato per conservare il branco e che poi hanno ecceduto il limite e per farlo hanno agito sulla negazione dell’unica cosa che fosse immediatamente disponibile, il corpo, fino a negargli la possibilità di avere una storia propria, di essere una relazione che lo astraeva dal tempo, di essere esso stesso cielo e terra, verticalità e orizzonte, perché tutto questo era rivoluzionario e aveva una parola per definirsi: libertà d’essere.

 

 

vi ho pensato

Vi ho pensato, voi che siete nel cuore. Ciascuno è arrivato vicino, come per caso, e ho sentito che ci mancava tanto, le parole non dette, i gesti mancati e quelli eccessivi, gli egoismi che non erano tali ma solo voglia di non perdere il poco che teneva assieme l’essere speciali. Vi ho pensato nelle vostre solitudini che sono la dimensione di ciò che davvero siamo. Vi ho pensato senza gelosie per chi vi amava, per chi condivideva la vostra unicità. Vi ho pensato concreti, con le paure che tutti abbiamo, con i dubbi su ciò che si è fatto e che ancora sembra dirigere la vita. Alcune di voi le ho pensate con i differenti amori, vi ho volute felici perché la felicità è vostra come di ciascuno. Vi ho pensato nelle scelte che non condivido, confesso che ho accettato e capito che davvero siamo differenti. Ho discusso silenziosamente con voi del corpo e dell’ immateriale, ho trovato le mie ragioni che scadono ma intanto, ho pensato, sono ottime per vivere. Vi ho pensato dopo i pranzi comandati quando il cibo rarefa le parole e si vorrebbero mettere sogni e stanchezza assieme, vi ho pensato discutere o correre tra l’erba, vi ho pensato sorridenti e rabbuiati dall’ improvvisa pioggia sul prato. Vi ho pensati in compagnia, circondati d’affetto. Ma ciò che ho sentito in voi è la solitudine di qualcosa che sfugge e manca, ho amato la vostra solitudine. L’ ho profondamente amata e sentita simile alla mia, anche se ciascuno è per suo conto felice e solo.

Che ci siano i pensieri buoni, le risate, le persone che volete con voi, che la bellezza che si rinnova vi accompagni e  che di ogni consapevolezza ci sia l’antidoto felice che la rende solo un passo, non il cammino.

solo un fazzoletto pulito

Guardando e ascoltando le tortuosità d’una scelta, pensavo che ognuno ha le sue felicità, che non so nulla dell’evidenza e di ciò che essa cela. Che tutto avviene per qualche casuale incrocio, poi mettere assieme le sensibilità funziona solo tra chi si sceglie o non si perde.  Oltre il banale, la superficie, il consueto per le persone che restano c’è una scelta. Che è fatica e sfida a tutto ciò che è abitudine o convenienza. Come scalare, come voler essere di più per approssimare ciò che si può essere. Mi sembrava presa dalla sua vita scelta quando la osservavo, spesso felice, ma adesso mi diceva che non era così. E che i momenti di felicità si erano persi in un dover fare quotidiano, in mille necessità che coinvolgevano e allontanavano. Anche dire era difficile e per questo dopo un po’ si diventava zitti, non silenti, ché il discorso continuava dentro e si sfogava in mille piccole distrazioni. Per non pensare che la vita poteva essere altra e non era. E non valeva dire:passerà, perché quel passare era una perdita. Così le alternative si allontanavano e restava una solitudine in compagnia e poi un fastidio di sé. Per non aver capito a tempo, non aver scelto altrimenti. Così mentre la guardavo lei radunava lo zucchero spanto vicino alla tazzina e le serviva un fazzoletto pulito. E solo quello potevo darle.

vecchi amanti

Lui era un signore con una qualche distinzione e gli abiti di tweed della precedente fortuna. Lei era la sua governante, diventata tale dopo molte vicissitudini, nessuna davvero felice. Comunque si erano incontrati. Il caso era diventato necessità e nessuno dei due poteva spendere di più, sentimenti, vita, denaro, quindi erano assieme come si poteva. La vicinanza li aveva resi amanti, per compagnia, per piacere, e l’alcolismo furioso di lei, prima li aveva fatti complici poi disgraziati.
Abitavano una casetta in fondo a un giardino che confinava con il mio. Due camere su due piani, al pian terreno la cucina con soggiorno, a quello superiore la camera da letto e il bagno. Con la pensione di lui pagavano l’affitto, il poco mangiare e il vino. Lei metteva a disposizione la sua cura della casa quando era sobria. Sempre meno e sempre assieme, col tempo le liti del tardo pomeriggio si erano spostate al mattino. Quante volte ci si può ubriacare ogni giorno, almeno due, quelli bravi, tre. Lei era brava. C’erano gli urli, le offese, le accuse, volavano pentole vuote perché piatti, bicchieri e cibo erano preziosi. Poi il pianto di lei e quello a seguire, di lui. I pianti dei vecchi fanno più pena, commuovono perché sono inermi e impotenti e per questo più ingiusti. Lei prometteva, lui ci credeva e smaltita la sbornia era un altro giorno. Non quello  di miss Rossella, ma nuovo lo stesso anche se si ripeteva uguale. E cosi, avanti, sempre peggio e sempre nuovo tempo per rosicchiare vita. Lei nascondeva la bottiglia ovunque, lui ne vedeva gli effetti, morì per prima, non era vecchia era solo bruciata dall’ alcool e sconfitta dalla vita. Lui le sopravvisse per un po’ nella casetta, usciva sempre meno e neppure si faceva da mangiare. Lo aiutavano i vicini, ma quando lo vedevano. Se ne andò senza avvisare, lo si capì che era già troppo per la decenza e per l’umanità di tutti. Aveva il suo vestito di tweet e s’era steso a letto, come per riposare e sognare.

la politica non è solo un’opinione

Questa mattina mi son lasciato invadere dalla speranza,
ed è pericoloso di questi tempi in cui tutto sembra fatto,
e deciso nel peggio, che non è proprio peggio,
eppure ti toglie il colore,
semina grigio nelle parole,
distribuisce forse che sono già dei no.
Ma stamattina le parole erano colorate,
c’era il rosso della piccola passione da spendere ogni giorno,
il verde che non accetta l’asfalto e cresce indifferente,
il giallo, cosi difficile con la pioggia sui vetri, prometteva il cambiamento.
Erano colori della vita
senza ritegno né creanza, così il viola sposava il blu e parlava arancio.
Ma non erano confusi e neppure sembravano parole: erano finestre
in un tempo di muri
mostravano che c’è aria da respirare
in quel sentimento insensato che si chiama speranza,
e se spesso non ha una precisa attesa,
si muove allegramente e tu sai che è vita.

mi ha preso la tenerezza dei vecchi

Mi ha preso la tenerezza dei vecchi. Non perché mi ritenga tale, ma gli anni si accumulano, costruiscono una montagnola dalla quale si vede attorno. Magari sfuocato e così le cose diventano masse colorate, fili appesi al cielo, con una loro gentilezza interrogativa che chiede sorridendo: chi siamo? E nulla è mai ciò che appare, perché il ricordo aggiunge, spinge a ripetere pur sapendo che ci sono meccaniche celesti, come direbbe Battiato, alle quali si sfugge solo con la speranza. Sarà diverso e non finirà, però…

Ci si perde tra le immagini, ci si perde nella tenerezza del giorno in cui l’equinozio annuncia nuove gemme, colori e abiti leggeri. La tenerezza dei vecchi è addolcita di tracce, di mappe, che i passi conoscono a perfezione, è fatta di sabbie in cui è bello lasciare impronte, di asciugamani colorati stesi ad accogliere. È costruita con pensieri senza capo né coda, perché i pensieri non devono per forza avere un inizio e una fine. La tenerezza è fatta del vedersi, dell’ascoltare il corpo che brontola allegro tutte le ingiurie che gli abbiamo inflitto, ma è anche la pelle che sente il cotone fresco di bucato, il sole che la spinge. È il pensiero che già racconta altre attese mentre il corpo ascolta e si distende.

La tenerezza è ciò che si può fare ed è nuovo, così nuovo che suscita contentezza e oscura quello che ormai è da parte. Volevo scrivere in un quaderno, dividendone a metà le pagine, da una parte ciò che non potrà più essere ma è stato, e nell’altra metà, a fronte, mettere il possibile, il desiderato, il sollecitante. Mi sono accorto che la prima metà era ricchissima, ma la seconda era infinita e quella mezza pagina di ciò che attendeva d’essere, era gentile col passato perché gli lasciava tempo e infiniti spazi bianchi da riempire. Con tenerezza aspettava che raccontasse.

Forse anche per questo mi ha preso la tenerezza dei vecchi che hanno la pazienza del vedere, che si soffermano su una parola, che alzano gli occhi e guardano in alto, accorgendosi del cielo, dei cornicioni dei palazzi che giocano con l’ombra e le nuvole e gli sorridono. Mi ha preso la tenerezza dei particolari dimenticati che un tempo avevano richiesto cura e sapienza ed erano stati lasciati allo sguardo attento della bellezza. E ho pensato che quando si rallenta il mondo prende forma – lo sa bene chi cammina – e tutto ha una sua nascosta ragione, una domanda gentile di attenzione. 

Mi ha preso la tenerezza dei vecchi e la mente ha abbracciato l’aria nuova, il sole, i rumori del cantiere, il vestire con una maggiore cura del solito, e il rizzare il corpo, fiero d’essere uomo. È stato allora che la gratitudine che si era sparsa tra i pensieri s’è fatta palese e forte e mi è sembrato un sentimento bello e pieno di compagnia. 

 

 

chi è l’amico

Tenersi un amico non è un atto di possesso ma di rispetto. Per lui, per noi. È conservare un legame, approfondire un affetto, permettere che una comunicazione si mantenga ed evolva. Ma per tenersi un amico bisogna averne cura, esserci il giusto: né troppo né poco. Avere un interesse vero, che si rinnova, ma non esclusivo perché quest’ultimo è riservato all’amore. È una bella favola che le cose si riannodino subito dopo anni di silenzio, serve a tranquillizzare le nostre assenze. Ci si rincontra e si parla delle vite che sono scivolate in avanti ma è leggere un libro perché quelle vite non sono state la nostra vita.

Mi sorprende chi mi chiama caro amico e poi scompare, per riapparire dopo mesi, prima di una nuova assenza. Mi sorprende che non senta che non condividere qualifica l’amicizia, ma mi sorprenderebbe anche il contrario, ovvero l’essere troppo addosso che nasconde un bisogno non espresso. Comunque è l’apparire/scomparire che qualifica i legami, ci siamo se quella persona conta e risuona in noi, così riserviamo l’amicizia a chi la considera importante, diciamo a questi amico caro, il resto sono visi noti nella folla.

dov’ero?

Ricordo i particolari di quella mattina. Ero distaccato in sindacato dal lavoro. Le notizie le avevo sentite per strada. La scorta di Aldo Moro era stata uccisa. 5 agenti, uno era al suo primo giorno di servizio. Pasolini aveva già detto chi erano i figli del popolo tra polizia e manifestanti con i padri importanti e nel sindacato si parlava di come rappresentare questi lavoratori che erano stati spesso contrapposti a noi. Pensavo a quei morti e a cosa si sarebbe fatto. Era un colpo di stato? Bisognava bloccare la città, il Paese con lo sciopero? Moro era quello che aveva parlato con Berlinguer, l’artefice del governo in cui forze distanti avevano convenuto che era il Paese a venire prima. Pensavo tutte queste cose confusamente, mentre salivo le scale. Ci fu una riunione e subito fuori a fare assemblee sui luoghi di lavoro. Mi colpiva il fatto che la città fosse indifferente, non c’erano assembramenti, le persone facevano la spesa nelle piazze, si coglieva qualche commento distratto. Durante la prima assemblea cercai di illustrare la pesantezza politica del momento, il pericolo per la democrazia. Ci furono interventi che assentivano, ma senza forza particolare. Alcuni rifiutarono lo sciopero immediato. L’assemblea successiva era più distante, ebbi tempo per pensare nel tragitto che forse la mia enfasi non era il modo giusto per dire la preoccupazione e la gravità dei fatti. Usai parole come difesa della democrazia e momento oscuro dopo la liberazione, dopo il fascismo. Alcuni lavoratori, che sapevo democristiani espressero dolore, ma anche parlarono di clima che si era giustificato. Che i rossi avevano giustificato o lasciato scorrere la violenza. Mi sentii attaccato, parlai delle difficoltà che c’erano, delle minacce ricevute anche personalmente. Poi mi fermai e chiesi quanti erano disposti da subito a fermare il lavoro, a far capire che le br non avevano un retroterra operaio. Contai le mani, erano una minoranza. Uno dei lavoratori democristiano mi disse che si affidava allo Stato, che gli scioperi non servivano a nulla, altri suoi colleghi assentivano. Era l’ora di mensa, l’assemblea si sciolse. Nel pomeriggio ci fu una manifestazione partecipata, ma mi parve insufficiente. Delle mie assemblee erano venuti in pochi, i soliti. Più forti e decisi i metalmeccanici riempievano le prime file del corteo. Dopo ci furono i giorni infiniti della prigionia. La notizia che rimbalzava tra la prima e le pagine interne dei giornali. Gli scontri politici tra fermezza e trattativa, fino all’epilogo tragico della morte. Non credevo l’avrebbero ammazzato, Moro, le br avevano avuto tutto: notorietà, impatto, divisioni tra lavoratori e nella politica, fatti segreti che erano stati loro rivelati. Pensavo che una mattina mi sarei svegliato con la notizia che avevano trovato un uomo, male in arnese, che avrebbe detto: sono Aldo Moro. Non fu così e al solito, il Paese non fece i conti con i misteri di quella morte, non fece i conti con la tenebra che sta sotto l’apparenza. Ho sempre vissuto questa data con un doppio senso di fallimento: l’Italia, quella in cui credevo, era impotente a dissipare trame, non colpiva l’antistato che si annidava nei poteri e non riuscì a salvare Aldo Moro con la legalità. Ma neppure gli Italiani lo salvarono, e avrebbero potuto farlo isolando con manifestazioni imponenti le br, ma già allora avevano in odio le icone del potere e le pensavano portatrici di colpe irredimibili. Questa sensazione di errore, di sfiducia in ciò che la parola, i principi, potevano generare come reazione collettiva a ciò che era profondamente sbagliato, in me toglieva la speranza e da quel giorno è sempre stata una maggiore fatica ricostruirla questa speranza. E ancor oggi la sento come un non capire appieno, un’insufficienza, una colpa. 

ti sbagli

Ti sbagli. Ogni volta che credi di aver capito, ti sbagli. E poi ritenti, e scendi, e non tocchi il fondo, e ancora scendi come non ci fosse fine, forse credi che sarà nuovo? Ti sbagli. E fatichi, ti disperi, hai il senso del fallimento. Lo sai cos’è il fallire, è la sensazione che un errore lontano abbia incrinato tutto un percorso e l’abbia distrutto quando doveva compiersi. Fallire è la colpa, è la dimostrazione della tua piccolezza nonostante tu pretenda un cuore grande, un sogno che vola, un agire visionario, la colpa è la realtà che si incarica di dimostrare che il poco è più grande del molto. Ti sbagli. Ogni volta è così, tornare a un daccapo che non è mai lo stesso, tornare e trovare tutto cambiato. Tornare e sapere che non è questo il posto. Ti sbagli. Non c’è alternativa ad essere come si è, non c’è alternativa, te lo ripeto. E per questo non c’è una colpa nel piccolo bene che persegui in te, non c’è una colpa nella misura dell’amore, non c’è una colpa nel vuoto che segue ogni partenza, non c’è una colpa nell’assenza di un futuro immediato, in una negazione, nel tenere la barra dritta verso la tempesta. E nel cercare ore strane per il tuo vivere, non c’è colpa. Lo sai che non parlo di me. E neppure di te, ma di quello spazio che sta a mezzo tra un desiderio e un bisogno, tra l’essere e il dover essere, tra tutto ciò che non ci siamo detti e quello che resta da dire. Però ti sbagli. E sbagli ogni volta che pensi aver capito, sbagli quando pensi che sia finita, che non rifarai più la stessa strada. È vero a mezzo, perché la direzione è quella e il deserto di notte congela le tracce ma di giorno le cancella, e tu lo sai e cammini di notte. E ti sbagli, perché non finisce, non può finire. Il sogno non finisce e neppure il giorno, sono compenetrati in un mescolarsi che non li distingue. Non troppo, non abbastanza. Non quanto vorresti ed è questo in cui sbagli ancora, volere ciò che è attesa, voler raggiungere mentre è solo la direzione che è certa. Ti sbagli e gloriosamente sei felice, a volte. Ma non sei tu, non sono io, è quell’essere a mezzo verso cui corriamo, che paziente attende e non ha freddo né fatica, attende e sorride. Oh sì che sorride, di te, di me, di noi, e sa che ti sbagli.