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Informazioni su willyco

mescolo tempo e vita con passione e sono curioso, mi occupo più o meno di sviluppo territoriale compatibile con chi ci vive, annuso il presente. Difficilmente troverete recensioni di libri o di film tra queste note, anche i versi citati sono rari, perché mi piace la poesia come fatto personale. Ci saranno pochissimi giudizi, gran parte dello scrivere sono impressioni. Per le analisi sono noioso e lascio perdere. Non troverete un canovaccio prestabilito, ad altro è riservato questo luogo, di fatto è uno zibaldone del senso del mio tempo. Gran parte delle mie opinioni sono parziali, si basano su tesi affini e non assolute, sono verificate per quanto possibile, per voglia, per interesse. Ho dei principi basati anch'essi su un'etica appresa e rielaborata, su concetti di giusto e ingiusto che cercano di contemperare il desiderio con la realtà. Di mio ho aggiunto una sensibilità verso l'uomo, la sua carenza di protezione di fronte alla violenza, all'arroganza. Quindi mi muovo in un relativo che per parte piccola o grande è mio e per buona parte mi viene da ciò che ho appreso. Non insegnato, appreso, perché ho aggiunto una discreta propensione al rifiuto e alla libertà connessa. Quindi, traete voi le conclusioni perché tengo a poche cose per davvero e il resto è opinabile.

rta ovvero una mattina del mondo

La mattina si era svolta, come lo spiegare d’un lenzuolo antico. Un prenderne i capi ed aprire ciò che è molto più grande dell’apparenza, poi il distendere con quel movimento che imprigiona l’aria per scherzo e poi la lascia andare finché si forma una superficie liscia e tesa, grande per accogliere e sovrabbondare. C’erano lenzuola per tutte le stagioni in casa: quelle di canapa per l’estate che mia nonna conservava nel suo piccolo armadio e odoravano sempre di lavanda ed erano morbide d’uso e d’anni, e fresche e lisce con dei piccoli ingrossamenti del filato su cui si attardavano le unghie e i polpastrelli prima del sonno. C’erano le lenzuola di lino che uscivano dai calti dell’armadio di mia mamma, con qualche ricamo colorato e le iniziali, anch’essi riservati all’estate e alle occasioni d’una festa che s’accompagnava dalla vigilia alla settimana successiva. C’erano le lenzuola di flanella per le notti più fredde e per avvolgere i sogni rimboccati dal desiderio d’abbraccio. C’erano lenzuola di cotone, di vari colori che accompagnavano l’anno e l’umore intermedio. Insomma le lenzuola s’aprivano e si svolgevano per avvolgere. Così era stata la mattina, stesa e piena d’incontri, di sorrisi, di abbracci e di portici luminosi come parole piane. Era stata una mattina in cui il senso, una piccola sfera densa che dà ordine alle cose, fissandone una precedenza e conseguenza, era rimbalzato nella piazza, aveva convinto anche i riottosi (che tanto riottosi non erano visto che erano venuti per ascoltare, incontrare, celebrare), e si era poi sciolto nei piccoli capannelli, nelle discussioni, nello sciamare che metteva assieme luoghi differenti per un aperitivo, uno sguardo ulteriore, un pranzo. Insomma il rito era stato caro agli dei e l’ordine si era mantenuto con i singoli universi di ciascuno.

Ṛta è il termine sanscrito che descrive l’ ordine dell’universo, quella cosa grande che contiene e uniforma la realtà, ma è anche ciò che rappresenta l’universo attraverso il rito. Ṛta deriva da Ṛ (radice sanscrita di “muoversi”) e *ar (radice indoeuropea di “modo appropriato”), quindi significa “muoversi, comportarsi, in modo corretto”. Fare le cose per bene. Ed è riferito sia agli uomini che alle leggi che regolano l’universo. A ciascuno il suo compito in modo che ci sia l’armonia, il corrispondere tra realtà e il fare e a ciascuno l’universo dia secondo la sua necessità d’armonia.

Pensandoci, mi veniva in mente la meccanica della serenità, che non di rado contiene la felicità, ovvero fare ciò che si dice e dire ciò che si pensa. Che poi è anche il riproporsi dell’innocenza senza età, dell’etica del giusto che non include la costrizione ma si nutre di equilibrio e necessità.

C’era un legame tra tutto questo e il rimpiangere le scelte sbagliate, l’ozioso e cupo enumerare i fallimenti, l’incapacità di vedere il futuro come conseguenza di un pensiero attuale e felice? 

Quando gli anni si accumulano con pennellate successive o viene fuori una lacca lucida e riflettente, che ha un colore così intenso che sembra risucchiare la luce al suo interno oppure si creano una serie di strati che si sfaldano nel presente e mostrano tracce di antica bellezza, ma anche crepe e disfacimento dei tentativi che non furono felici. Esiste una terza via che mette assieme il fare e il suo consolidarsi nel ricordo e nel presente ed è la sensazione di essere vissuto e voler vivere approssimando le regole che ci riguardano. In questo si è pietra porosa che assorbe il colore, lo mostra e al tempo stesso è se stessa. È il senso del limite che ci dice del corrispondere tra noi e quello che è fuori di noi, è quel sentire lo sguardo che ha il ricordo e vede il futuro nell’ordine che percepisce. In fondo un letto con le lenzuola ben stese e appropriate alla stagione era un atto d’amore, d’innocenza e d’ordine e già lo stendere era gustare ciò che sarebbe venuto come appropriato al sonno e a i sogni. 

E noi dobbiamo curare i sogni e le passioni, farli grandi e simili a noi, contenerli nell’universo e nel sole di una mattina d’inizio maggio, dove l’innocenza è ciò che si mostra ed è grande di semplicità. Come una bandiera, un sorriso, un colore, una voglia di essere ancora vivi nel fare il proprio compito. Incuranti di ciò che è stato e felici di ciò che potrà essere.

vicino al mare

Il negoziante, parlava italiano ed era comunista. Lo disse subito, sentendoci entrare, per mettere le cose in chiaro e rifiutare il mio scarso inglese. Credo. Rispondeva volentieri alle curiosità che sollevava: aveva partecipato alla guerra civile, poi si era ritirato in quel negozio che era più un corridoio che una stanza, con un bancone e pochi barattoli e bottiglie alle spalle, Due cesti per il pane, uova e della feta che galleggiava in una bacinella coperta da una moschiera, a fianco, una vecchia radio che suonava musica tradizionale. Era seduto su uno sgabello alto e ci interrogava sull’Italia. Sapeva e leggeva di Grecia , di Europa. Il mondo – e noi – entrava da una porta di ferro, a riquadri di vetri sporchi; era sempre aperta con un triangolo di sole che illuminava un vecchio frigo a pozzetto. Una continuazione del bancone con voragine coperta da plastica. Sotto il rumore del compressore sincopato, che staccava e riprendeva sordo, con la ventola che frullava aria calda. Dentro il pozzetto c’erano verdure, bruchi infreddoliti, birra e retzina. Eravamo entrati per un panino, ci dissuase, indicando un’osteria nel porto. Però aveva voglia di parlare. Ci diceva che l’Italia era a rischio, che non c’era fine al principio e il principio era la lotta tra chi stava peggio e chi non se ne accorgeva. Si era fermato, cercava la frase. Gli suggerii: a ognuno secondo i suoi bisogni. Sorrise e completò: da ognuno secondo le sue capacità. Continuava a parlare e a chiedere dell’Italia. Rispondevo e guardavo lo yoghurt greco fatto in casa, il miele in barattoli e in favo, i dolcetti di pasta filante, tutto sotto quelle cupole di rete antimosche. Quelle mosche che erano appiccicate ai nastri di colla che pendevano dal soffitto. Godevamo dell’ombra e sparivano le voglie di cibo: col caldo atroce che faceva fuori, quel corridoio sembrava un salotto fresco. Però era quasi l’una e lui voleva mangiare.

Uscimmo in quel sole dove nulla resiste a lungo e nulla si libra in volo sicché il cielo resta troppo azzurro e pulito. Inquietante. L’osteria non era distante. Un luogo da lavoratori e marinai, per loro era già tardi e i tavoli erano quasi tutti liberi. Nulla era pulito: la tovaglia, le posate, i bicchieri, ma nulla era davvero sporco, bastava non pensarci troppo. Era vita, ribollente vita che dormiva  fino a notte, che s’appoggiava con i gomiti al secchiaio in cui galleggiavano sapone e resti di cibo, sopra le stoviglie. Mangiammo pesce arrosto con le mani, spezzando il pane e ridendo dell’acqua all’anice e della retzina e dell’ouzo finale. Tirammo in lungo finché si poté e poi uscimmo nel sole. Passando davanti al negozio entrai per ringraziarlo. Dormiva, la testa appoggiata sul bancone, il bicchiere mezzo pieno. Provai tenerezza, per lui, per la vita, per noi che andavamo e saremmo andati.

dall’altra parte della barricata 1.

Non sapevo bene cosa significasse, ma quel primo pomeriggio di luglio ero diventato situazionista. Così nel sole, senza preavviso, su una panchina davanti al fiume, con la digestione che chiudeva gli occhi e le righe di “Quindici” che mi ballavano davanti. Capivo che quell’Europa, così grande e diversa di popoli e abitudini, così difficile per i confini da valicare, così complicata per i visti, le lingue e i passaporti, era il mondo perché il resto diventava atlante e una macchia confusa e barbara. Eppure da qualche parte, nel suo cuore, quell’Europa fremeva impaziente, mentre ragazzi poco più grandi di me, si agitavano ancora di più. Alla Freie Universitad di Berlino, leggevo che protestavano, si battevano, discutevano. Ma dov’era la Freie Universität? E Berlino non era una città isola dentro la Germania Democratica, come mai lì la libertà diventava contestazione e non solo necessità? Capivo quello che leggevo e vedevo la distanza dal mio mondo, da quel pomeriggio sospeso di sole, con i pesci che saltavano a pelo d’acqua. Mi sembrava che ciò che leggevo fosse grande, che questo accorciasse le distanze e se avevo caldo, sonno, voglia di andare in piscina o al mare, restava la necessità di capire perché altrove si coagulasse il futuro.

E mentre facevo fatica a tenere alta l’attenzione mi rendevo conto che un piccolo salto in avanti era stato fatto nella mia piccola vita. Nella testa anzitutto, perché per capire, per esserci, bisognava si accendesse l’attenzione, ma soprattutto attorno capivo che c’erano cose che altri discutevano e capivano ed erano totalmente diverse da quelli che fino a quel momento erano stati i miei interessi.

Nella sonnolenta Padova, così simile al torpore post prandiale, non accadeva nulla, ma altrove scomposte e ritmiche code di sauri di scontravano e diventavano altro. Situazionismo, cosa voleva davvero dire? Forse, ma non solo, essere nel presente e mescolare anarchismo e marxismo, vedere la realtà e la sua miseria là dove si viveva, smontare l’attuazione dei sogni attraverso l’analisi di ciò che quei sogni avevano prodotto, vedere i limiti del socialismo attuato e rifiutare il capitalismo. Per me significava discutere con mio padre, con i miei pochi amici che pensavano altro, significava non farsi capire perché non c’era nulla da capire, bastava guardare la realtà e per renderla evidente ancor più, creare situazioni.

Non c’entravo con quanto accaduto ma alla messa in duomo per la commemorazione di Mussolini, un paio di artisti avevano versato 5 litri di ammoniaca pura nella pila dell’acqua santa. La chiesa era stata evacuata, tutti piangevano, tutti erano indignati e la realtà si era mostrata. Così pensavo. I simboli erano urticanti, scomodi e conflittuali. I simboli non erano acqua fresca e come tali si dovevano leggere nel loro produrre cambiamento, nel contrasto con il sonno, il lassismo del non impicciarsi. Era scoccato il mio ’68, anche se mancavano ancora un paio d’anni e non lo sapevo. Neppure dopo l’avrei saputo bene, però capivo che se c’era coincidenza tra desideri, soddisfazione e libertà, si andava verso una situazione di collettiva euforia, di cambiamento, con momenti di felicità.

pratico la gentilezza

Come posso pratico la gentilezza. Con tutti, anche con i supponenti e gli arroganti, ma per poco, il tempo di allontanarmi. La pratico con chi ammiro per le sue capacità, e lo faccio con gioia, ma anche con quelli che frequentano solo l’io e con chi racconta ciò che non è. Non so se la sentono, mi pare la considerino un atto dovuto, un omaggio naturale, come il loro non ringraziare, che è poi un modo di non vedere gli altri. Ci sono tanti modi di vedere, di essere sensibili, Hitler era vegetariano e amava gli animali, era sensibile a sé. Ci sono molte persone che hanno bisogno di tenersi assieme, per questo sono sensibili a sé, sorvolano e non notano. Mentre altre persone vedono in profondità, notano l’umanità, la sentono e la raccontano, magari per poco. Hanno una collezione di tipi umani,  ma sanno che ne esistono altri, sono curiose e spesso felici e tristi di essere vive. Forse io che osservo e cerco il noi, non sono diverso da queste persone, mi dico, e capisco che mi piacerebbe molto. Ma siccome non mi vedo, non so cosa pensino gli altri di me, come mi vedono. Magari distante, oppure troppo pieno delle mie piccole passioni, preso in inutilità di poco conto.

Non credo mi interessi sempre saperlo, però so che in un mondo dove si compete, dove le storie si assomigliano, ognuno le sente come esclusive e comunicare non è mai facile, per questo pratico la gentilezza. Non credo di essere migliore di altri, non l’ho mai pensato, però sento che mi viene donato non poco, e non saprei fare altro per ringraziare.

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sulla porta

Sulla porta avvengono cose intense. Cose che hanno a che fare con i sentimenti. Non mancano le banalità, i simbolismi: porte accostate e sbattute sono quasi icone di un prima e un dopo interiore che rappresenta ben altro. Sulla porta vengono dette parole spesso usate, banali, ma qualche volta, definitive. E gli addii consumati sulla porta di una casa, di un treno, di un aeroporto sono crudeli e senza replica apparente.  Lasciano interdetti, come accade in ogni omicidio premeditato. Oppure raccontano il banale che sconfina sempre nell’irrevocabile. Quanta indifferenza può esserci nel ripetere, o quanta insicurezza si trova nell’abitudine, non ce ne accorgiamo, fino a un momento di rottura. Ma l’eccezionale in fondo si prepara un po’ per volta nel suo agente. E chi è l’agente dell’eccezionale se non colui che dice che qualcosa è accaduto. Qualcosa che era percepito e rifiutato, oppure intuito e atteso, perché a volte, nell’entrare c’è la felicità che si palesa confermandosi.

Sulle porte avvengono cose che voi umani sapete e che non è necessario cercare nei bastioni della galassia, ma dentro, perché un saluto è un arrivederci, un addio è una rottura di un equilibrio, di un viaggio, di un possibile che poi giace infranto. Ai propri piedi perché chi l’ha pronunciato già non teneva più a quel possibile, l’aveva scartato. Sulla porta, sotto lo stipite, ci si rifugia quando c’è un terremoto. I credenti, non importa di quale religione, mettono sopra di essa immagini ben auguranti, tracce di sapienze definitive e chi passa sotto dovrebbe essere investito dall’aura che benedice.

Sulla porta il cuore non è mai indifferente perché vede fuori e accoglie oppure chiude e sbarra, paura e speranza si intrecciano, un modo sostanziale di vedere coincide con le vite che si sono scelte. Il tempo è breve sulle porte e di questo tutti dovremmo essere consci, una comunicazione, un accadere ha bisogno di tempo e invece le porte sono un imbuto dello scorrere, come in una clessidra sono un cappio che velocizza l’accadere. Credo che l’addio che si perpetra su una porta che poi si chiuderà è il crudele finire e nessun finire dovrebbe essere tale.

Usare la porta per accogliere, e dire, è già molto, moltissimo. Ripercorre la sorpresa di quando si era felici, ora al contrario, ma con creanza. Non è un comunicato, è una con-divisione, un dolere comune, come c’è stata una felicità comune. Almeno questo nell’educazione ai sentimenti: non sulla porta.

sconosciuti ma non tanto

Tra lui e me c’è un legame di note e ciascuno sa poco dell’altro.

Ho un sito in cui pubblico parte della musica che ascolto e che costituisce una sorta di colonna sonora degli interessi stabili e delle scoperte. Questo sito lo frequentiamo in tre e quello che mi stupisce sono le approvazioni che uno di questi amici di strada, manifesta.  Ho cercato il suo blog, vedo quello che pubblica: abbiamo gusti differenti, o almeno così pare, ma lui è più aperto di me visto che ascolta musica molto diversa dalla mia.
Ho spesso immaginato che il virtuale diventi luogo e che in questo caso sia un locale affollato, in penombra, dove suonano cose diverse. Le persone si incontrano, a volte parlano, oppure si guardano e pensano ascoltando, in quella mistura magica in cui funzionano assieme gli occhi e l’udito. Poi se ne vanno: semplicemente vivono.
Potrebbe essere una cosa banale, ma credo sia una metafora del vivere oggi.

scrivo lettere che non spedisco

Con il tempo molto si mette in ordine, si quieta, per stanchezza forse oppure per usura, anche se mi convinco che l’una regge l’altra ed entrambe si giustificano.

I miei percorsi sono una spirale, così sembra andare il tempo, non lineare e non circolare ma una mistura di entrambi che procede facendoci guardare il passato e spingendoci verso il futuro. La consapevolezza è il presente, così ricco di assoluti e di noia, di fatiche e di idiosincrasie che ci permettono di godere, di desiderare ciò che abbiamo o altro, ma che interroga e inquieta. In questo presente ci accorgiamo che il passato sembra poco utile, che ciò che è stato non ritorna, ma ancor di più ciò che non è avvenuto ha perduto la sua possibilità. Era di questo che parlavi nel condensare tutto in una parola: rimpianto? Si perde un sacco di tempo a giustificare ciò che non è accaduto e man mano ci si convince che quella era la scelta migliore, ma sappiamo che non è così. Era ciò che costava meno, che non buttava all’aria le sicurezze, ma c’era una possibilità di mutare la vita e la si è rifiutata. Non c’è nessun giudizio su tutto questo, anzi è la dimostrazione di quel procedere nella spirale dove tutto è compatibile.

Le cose ci cambiano, ciò che accade ci cambia, restringe e precisa le vite finché lo sguardo vede ciò che conosce, frequenta meno il rischio e la meraviglia che esso include. Forse per questo dovremmo conservare la curiosità della fanciullezza, lasciare che il differente si lasci capire, per vivere vite differenti.

Abbiamo grandi risorse nelle passioni, tu hai ancora passioni oppure una vita ordinata fatta di sicurezze e abitudini? Io cerco di lasciarmi trasportare dentro le cose, non so se siano queste le passioni che mi sono concesse. Non perseguo più l’utile esteriore, forse è anche questo che le passioni odierne mi concedono assieme alla sensazione che nulla si ripete.

Ti parlo di un presente che si costruisce e si alimenta non piu nell’esperienza ma nella certezza che la società si sia riscaldata e con essa le vite che accettano di farlo. Ricordi che c’era questa classificazione in sociologia tra società fredde e società calde. Le prime erano quelle stabili in cui mutava poco, i figli avevano le abitudini dei genitori, le vite sussistevano con quello che era possibile e si riproducevano. Questo ha funzionato ripetutamente per secoli, ha dato ruoli e consistenza alle persone. Poi qualche rivolgimento generale, qualche passione collettiva ha messo in moto e in discussione tutto, e il personale si è alimentato del cambiamento collettivo. Sono le società del coraggio che spingono le vite a mutare e allora la spirale accelera. Credo che oggi siano presenti entrambe le opzioni, si può restare nel freddo oppure scegliere il caldo. Quello che mi viene da pensare è che seguire il daimon sia già una guida e di certo tu ha seguito il tuo. Hai rallentato la spirale, guardato ciò che c’era, e scelto. Va bene così, nulla è uguale, e tanto basta.

fare il punto

A volte il silenzio è un perdersi che include sia il trovarsi o l’abbandono. Nasce come una crepa, dapprima impercettibile, che fa risuonare diverse le parole e infine le rende mute o eccessive.

Meglio fare il punto che consente di sapere dove si è e decidere il che fare. In fondo è la stessa strategia dell’inerme e del supponente.

Oppure c’è la troppo difficile arte del rabberciare. Il kintsugi (金継ぎ) degli artigiani zen, che mettono l’oro a ricomporre ciò che è prezioso ed è stato rotto. 

Ma se la pazienza ci assiste, in quel silenzio, che ora nuovo risuona, saldato dall’oro, s’imparano a leggere cicatrici che luccicano come un disegno dell’anima vissuta.

E tutto si muove: nulla è come prima e nulla è peggiore.

E neppure il punto è lo stesso.

sette anni fa

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Il vento si era alzato nel pomeriggio dopo il solito pranzo fatto di cous cous, di hummus, baba ghanoush (una salsa di melanzane) e piccoli pezzi di carne. Il cielo era percorso da nuvole scure, squarciate d’azzurro, e attorno si sollevava una polvere gialla e sottile che veniva dal deserto. La cittadina era piccola, un paese ormai, fatto di case a uno o due piani intonacate di bianco, che delimitavano strade tortuose. Un tempo era stato una città importante, presente nelle carte romane e bizantine, poi la decadenza e infine la scomparsa di quasi tutto quello che ricordava l’antica ricchezza. Appena fuori le case, avevo notato un filo di ferro tra pali di legno, una specie di recinzione che delimitava un ovile vuoto. Il fil di ferro era giuntato con la forza delle dita e in uno dei capi era rimasto un ciuffo di lana che ora si muoveva col vento, resisteva e non si staccava, abbarbicato al filo, come non avesse altro, come se lasciarsi andare fosse perdersi definitivamente. Lo guardai a lungo, curioso su cosa sarebbe accaduto, oscillava, si allungava, ma non si staccava. Attorno, oltre quella costruzione precaria c’erano muri a secco che delimitavano proprietà poco coltivate. Gli abitanti erano spariti nelle case, presagendo il temporale, solo alcuni lavoravano all’esterno e avevano coperto la bocca e il naso con le kefiath per ripararsi dalla polvere: toglievano sassi e pietre dalla terra e li ammucchiavano vicino ai muretti.

Volevamo visitare una città morta, una delle oltre cento che si disseminavano tra le colline prima di giungere al deserto. Sembrava che in questa ci fossero mosaici, sfuggiti alla furia iconoclasta che aveva scalpellato ovunque i visi e spesso l’intera figura. Camminavamo lungo una stradina verso le rovine, che erano oltre la collina, con una voglia di riparo che cresceva ad ogni passo. Arrivavano suoni di lamiere, di voci distanti e belati, di imposte abbandonate e sbattute, poi in cima il vento calò all’improvviso e tra i muri d’una casa senza tetto c’era un pastore con poche pecore e un asino. Ci guardava senza parlare, e la guida scambiando qualche parola in arabo, gli spiegava chi eravamo e da dove venivamo. Sorrise, accettò una bottiglia d’acqua e alzando il braccio disse qualcosa, forse il nome, della città abbandonata che ora si vedeva ai piedi della collina. Cominciava a piovere, noi aprimmo gli ombrelli e lui, il pastore, si accucciò appoggiandosi al muro, sotto la pietra che era stata un davanzale, le pecore si ammucchiarono più strette. Li guardai mentre mi allontanavo, sembravano un mucchio di lana che attendesse qualcuno che lo portasse via, ma senza fretta, per ora era importante superare il temporale.

Pensai in quel pomeriggio che su quella terra erano passati in molti, avevano devastato col fuoco e con la spada, gli antenati del pastore avevano atteso che se ne andassero o rimanessero. Erano cambiate lingue, bandiere, leggi, e loro avevano sempre atteso che tutto tornasse ad essere abitudine. 

La città morta si rivelò bella più per quello che evocava che per ciò che era rimasto. Tombaroli offrivano monete, vasi di vetro e alabastro, pezzi di mosaico staccati e messi su legno, statuette antiche. Erano appena nascosti nelle mura senza tetto. Fuori c’erano guardie che fumavano e facevano finta di non vedere, se ci fossero stati acquisti avrebbero avuto la percentuale. La visita continuò a lungo, immaginavo storie che non mi venivano raccontate, ma c’erano botteghe, case, lastricati di strade segnati dalle ruote dei carri, resti di teatri, chiese e colonne di templi. Questa città aveva brulicato di storie, amori, fatti eccezionali e consuetudini. C’era stato potere e chi l’aveva subito, gloria e condanne esemplari, soldati e mercanti, artigiani, donne e bambini, ma soprattutto molta vita quotidiana per quasi 500 anni, poi gli abitanti erano fuggiti in massa. Di luoghi simili ce n’erano diversi, messi a segnare vie di commerci oppure  nati attorno a un culto, a santi particolari e strani nei comportamenti, diventati oggetto di esempio, di alternativa al vivere, oltre che speranza di miracolo. Poi le scorrerie, le guerre, le invasioni avevano deviato i commerci e seppelliti i culti. Non c’era più ragione di stare in quei luoghi. Come già cominciava ad accadere in quel momento.

Però m’illudevo, avevano viste così tante invasioni, gli abitanti, che avevano resistito all’inimmaginabile, e si erano spostati solo un po’ oltre la collina: erano sempre rimasti. Magari facendo largo a chi invadeva e voleva restare, ma erano stati fedeli ad una patria. Non so cosa sia la patria per un invasore, di sicuro non è un concetto praticato dalla geopolitica, però è qualcosa di radicato negli uomini che hanno bisogno di terra, di odori, di alberi e di punti di riferimento, di colori, di cibo cotto in un certo modo e di rumori diurni e notturni che sono suoni per chi ascolta. Questo sentire andrebbe rispettato perché è parte di quelle persone e senza esse sono molto meno. Il concetto di buono, di relazione, diventa labile quando manca la libertà di essere in un luogo. Il buono diventa impotenza e rabbia che cresce e vuole che cessi la sopraffazione, la sottrazione di identità.

Lo penso in questi giorni in cui il vento non è più quello del deserto, sono in una casa calda, se fuori piove la mia città riluce ed è più antica di quelle città e anche se è stata distrutta è poi risorta più bella. Lo penso perché venti di guerra si gonfiano e non vedo preoccupazione sufficiente, non sento umanità per chi è stato privato di tutto e ora è ostaggio della carità dell’occidente. Lo penso perché ci sono indifferenza e inanità mescolate, perché le elezioni si vincono indicando un nemico e allora la guerra diventa plausibile. Ma ora questa guerra si avvicina e fosse pure per egoismo, servirebbe la pace, per chi muore e per chi ha timore che tutto questo non abbia una ragione sufficiente a evitare una catastrofe planetaria. 

Sette anni fa, in aprile, ero in Syria, iniziava una guerra, ne vedevamo i primi segni e ci dicevano sarebbe finita subito.

non ti ascoltano

Non ti ascoltano. Si vede perché continuano con il loro discorso. Hanno già una conclusione in testa, anche nel portare le parole dove devono andare. Se sono educati, lasciano parlare e poi ricominciano spostando a lato il ragionare. Verso di loro. Dici una cosa e ne capiscono un’altra, ma non è perché ti spieghi male, no, è perché se affrontassero ciò che dici, chiedi, sarebbero costretti a modificare l’immagine che si sono costruita. Dovrebbero rifare l’edificio che ti contiene. Lo so, non è facile per nessuno ricominciare ad ascoltare, però da bambini qualcosa a proposito ci era stato insegnato, poi si è smarrito come necessità di identità, di intelligenza che classifica e quindi risparmia tempo. Non erano glorificati quelli che capivano al volo? E se si sbagliavano di poco erano comunque migliori di quelli che ascoltavano, si prendevano tempo per capire e poi dicevano. Ma spesso il tempo era già passato. In ogni testa c’è un processo che fa trovare le parole giuste, i gesti appropriati dopo che i fatti sono avvenuti. E tutto ci pare così naturale, così giusto e forte che non pochi si convincono che è andata proprio così. Invece è andata diversamente, e quell’ascoltare e dire le parole appropriate non c’è stato. Forse per questo non ti ascoltano, per la presunzione di aver già capito e quindi risparmiano tempo, sanno già dove andrai a parare. Ti conoscono. E noi oscilliamo sempre tra la voglia di essere riconosciuti e il nostro personale mistero da svelare solo a chi vogliamo davvero, così che quel conoscere applicato, sbrigativo non coglie nessuna delle nostre necessità e suona offensivo. Però è tutto un processo interiore perché nel frattempo il non ascolto procede e arriva alle sue conclusioni. A questo punto ci sono due possibilità, o lasciar perdere e passare ad altro oppure insistere, ricominciare, precisare. Quasi sempre fatica buttata, anche perché il tempo gioca un suo ruolo e quello che reciprocamente ci dedichiamo per comunicare ha sempre un limite più ristretto di quello che viene riservato ad altro. Quando si dice: non hai mai tempo, significa, non hai tempo per me, per ascoltarmi. Quindi si lascia perdere, si rinvia a migliore occasione, che non verrà perché ascoltare è un’arte, un esercizio della cura e questa modalità viene considerata superflua nella società in cui viviamo. Si privilegia l’intuizione all’ascolto, come se queste modalità del comprendere fossero separate e l’intuizione non fosse il capire oltre la normale comprensione. Quindi si parla di un’altra intuizione, ovvero del presumere, cioè del far rientrare in modalità conosciute i comportamenti, i tipi somatici, psicologici e dell’agire senza attendere la comunicazione verbale. Cioè un giudicare in fretta per reagire. Cosa importante se si vive in una foresta piena di possibili aggressori, ma tra persone che si conoscono, presumere è un’offesa. Provate a pensare quanto essa viene praticata anche nei rapporti amorosi.

Non ti ascolta, non ha tempo per te, oppure ti considera classificato e prevedibile, non c’è comunicazione. Un grande spreco alla fine.