la casa dei matti

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Sono piene di verde le vecchie case dei matti, rimesse a nuovo nei colori pastello, che quasi non c’è traccia dell’abisso di sofferenze che hanno contenuto. Solo in vetrine chiuse nei corridoi di rappresentanza, giacciono in mostra vecchi strumenti. Evocano elettricità e mente, scosse elettriche, dolore, guance incavate, denti radi, bruciature (erano proprio bruciature, le ustioni sono troppo impersonali), distruzione progressiva, richiesta d’annientamento, dolore. Sembrano diagnostica di un tempo, curiosità asettiche ricche di manometri e fili, ma da qualche parte saranno pur finiti i letti di contenzione, le camicie di forza, le apparecchiature per l’elettroshock. Anche se non si mostrano, c’erano.

Ora ci sono molti alberi alti, molti uccelli, molte presenze, molte auto. Servono ad altro adesso gli edifici, eppure le alte mura, i cancelli, i tavoli di cemento e le panche ormai marce nel parco, ricordano altre presenze. Venivo per lavoro, quando questa era la casa dei matti, e loro, dopo la riforma Basaglia, in gran parte se ne stavano andando o se n’erano andati, ma c’erano presenze stabili, quelli che nessuno poteva o voleva accogliere, definite con due parole terribili: residuo psichiatrico. Erano più di 300 allora, che s’aggiravano per il parco senza essere più nessuno, se non la loro malattia.

In una di queste mie visite incontrai, per caso, una conoscenza d’infanzia. Magro allampanato come allora, ma senza quella bici da corsa rossa che da ragazzo lo accompagnava ovunque. Ricordo che correva con il calzone destro alzato con una molletta, veloce, indifferente se non ai suoi pensieri, pronto a bloccarsi solo per quella cerimonia che ogni tanto officiava quando gli veniva l’attacco: si fermava, scendeva e, in silenzio, scuoteva furiosamente la bici finché non si calmava. Per questo lo chiamavamo mambo, ma non faceva altro di particolare. Se aveva voglia discuteva con noi di calcio, di ragazze, con un eloquio curato. Parlava un buon italiano a noi che rispondevamo in dialetto e se pur aveva qualche anno in più, i suoi pensieri erano simili ai nostri. Insomma c’era e sembrava come noi. La domenica suonava l’organo in chiesa, era bravo, trovava musiche adatte ad un pubblico che apprezzava maestria e cantabilità, possanza ( se un organo non è possente che organo è ? ) e pianissimi da trattenere il respiro. Chissà perché era finito dentro alla casa dei matti, forse non aveva più nessuno. Quando chiesi se suonava anche lì l’organo, mi dissero di sì e che il prete capiva se accanto ad un corale di Bach o una toccata di Widor, c’ infilava l’internazionale o bandiera rossa. Anche qualche canzonetta c’infilava, ma i suoi colleghi erano contenti e spesso cantavano in coro durante la messa. E se era: in ginocchio da te, pur sempre in ginocchio erano. Mambo era comunista, questo me lo ricordo bene, chissà se significava qualcosa lì dentro. Credo servisse solo a discutere molto.

Incontrai altri durante quelle visite, ne ricordo due, in particolare : un amico d’infanzia che non rimase molto. Entrava ed usciva, poi alla quarta o quinta volta si stancò e prese la scorciatoia della tromba delle scale. Era bravo a scuola, un anno avanti, anche nella laurea, studiava molto, e aveva già un buon lavoro assicurato in famiglia, gli mancava la forza di vivere quel futuro. Trovai anche una ragazza che m’ era piaciuta quando avevo 20 anni, era strana anche allora, e non s’era combinato niente. Era lì su sua richiesta, per poco, mi disse. Parlammo di amici comuni, davanti a un caffè, con la familiarità che si trova quando si ha voglia di sentir l’altro. So che poi è finita  bene ( ma finiscono davvero queste cose, nella presunta normalità ?), in fondo era solo una pena d’amore, eccessiva come quello che le stava attorno.

Adesso il residuo non c’è più, anche il ricordo di ciò che c’era prima svanisce. Si scioglie un poco per volta con gli anni del prima e del dopo. Qualcuno più vecchio, fuori, rimpiange il passato, i matti sono un problema e la società, noi, non amiamo i problemi, ma non si torna indietro. Intanto qui e’ rimasto il verde, più curato di allora. Un poliambulatorio, laboratori, diagnostica, uffici, attività di formazione, del prima restano le panchine tra gli alberi, alcuni edifici sbarrati e transennati. Forse erano finiti i soldi per ristrutturare o non hanno pretendenti.

Se l’edificio non fosse stato vincolato, forse sarebbe andato all’asta per farci appartamenti o trasformato in scuola. Forse.

E adesso vorrebbe essere altro, è così anonimo, però è inconfondibile nella sua struttura di casa dei matti. Cerca di mutare, e qualunque sia il suo futuro quelle teche disseminate nei corridoi non dicono tutto.

Ma a chi interessano davvero i dolori altrui del passato quando già quelli dei presente sono difficili da sopportare?

p.s. sono stato fortunato qualche mese fa: per due volte, in momenti diversi, ho ascoltato, su radio tre l’intero monologo recitato da Giulia Lazzarini, semplicemente strepitosa, Lei è Mariuccia Giacomini che scrive il suo diario, un’ infermiera dell’ospedale psichiatrico di Trieste, prima travolta poi conquistata dalla riforma Basaglia. Semplice e così intima, nel suo triestino, dolce e terribile, fino a rovesciare totalmente il proprio modo di vedere e la propria vita. Due volte l’ho ascoltato e per due volte non sono riuscito a trattenere le lacrime.

Peccato non sia disponibile interamente su you tube, bisognerebbe farlo sentire nelle scuole, passarlo alla tv, far capire cosa c’era prima di Basaglia e della legge 180..

la psicoanalisi del feng shui

Una premessa è doverosa, quanto segue è poco più di una sensazione, un’ubbia di cui tengo conto, ma non è definita nell’analisi, prendetela come un inizio di riflessione e magari passate ad altro. Mica m’offendo.

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Oltre alle persone, cos’è che fa di una casa, un luogo percepito come sentimentalmente caldo, come possibile contenitore di felicità?

Ho l’ idea che le case, i luoghi che una persona ha abitato abbiano -e conservino- una loro immagine di felicità o meno. Anche per chi abita dopo, resta qualche sensazione di chi ha abitato prima. C’è una differenza tra una casa nuova ed una abitata magari da molto tempo, da molte storie e molti rimaneggiamenti. Non voglio parlare di cose che sconfinano nell’esoterico, ma molto semplicemente già interessarsi a chi abitava precedentemente è un rendersi conto che quella casa, quelle stanze, sono state viste e sentite con altri occhi, altre sensazioni.  

I luoghi seguono nell’umore i loro abitanti, ovvero sono allegri o tristi o indifferenti, e questo non dipende solo dalle persone, e neppure solo dalla bellezza o dagli arredi. C’è un’ iterazione del tutto con noi che, inconsapevoli pupari, tiriamo i fili del nostro ben essere ovvero del suo contrario. Quindi almeno c’è una necessità di essere consapevoli che i luoghi ci possono influenzare e che “governarli” va verso lo star bene.

Ma da cosa dipende questa sensazione? Dal colore delle stanze? Dalla luminosità? Dalle cose che contenute?  Il fatto che quel luogo sia cresciuto con noi, che sia nostra immagine?

Quand’è che una casa, anche la nostra, diventa il posto dove rifugiarsi, ma non è automaticamente il benessere che vorremmo?

Se torniamo indietro nelle nostre vite e pensiamo alla casa dell’infanzia, alle sue stanze, come la sentiamo? Era generatrice di felicità oppure solo contenitore delle persone?

Con queste domande vorrei afferrare quello che interagisce con le persone, che porta la casa oltre la sua funzione di sicurezza ed espressione ed entra nella percezione di essere un posto in cui si sta bene. Trovo elementi fisici, che chi fabbrica complementi d’arredo conosce bene, ad esempio i colori chiari, pastello, che infondono serenità. L’abbondanza di luce che aiuta ad essere più positivi, a guardare fuori della casa stessa e di noi. I mobili che scegliamo e non subiamo, le cose che diventano una nostra estensione, quindi parte di ciò che sentiamo. Potrei continuare pensando che lo spazio fisico è comunque un contenitore di desideri realizzati o meno e che questo influenza il grado di soddisfazione e quindi di benessere. Ma tutto questo non basta a far dire che quel luogo sia il possibile contenitore della felicità. Ecco, io penso che una casa sia un insieme che interagisce con i suoi abitanti e che viene percepita come un luogo felice se viene riempita di condizioni di equilibrio, di dinamiche non aggressive, di desideri soddisfacibili, di comunicazione attiva.

Se vado indietro nelle case della mia infanzia ci sono parti che sento come luoghi del ben essere ed altri invece come negativi. Allora devo chiedermi quanto hanno influenzato quei luoghi, la mia famiglia, l’amore che è circolato. Ne nasce una psicoanalisi delle case e dei luoghi come contenitori di sensazioni e di decisioni, comunque non neutri, bensì interagenti. In qualche momento questo apprendistato a rapportarsi con i luoghi si è maturato e compiuto. A mio avviso è stato dopo che eravamo usciti di casa. Se si pensano i tempi dell’andarsene che coincidono poi, con un progetto di vita, la casa ne diviene espressione. Da allora noi ci misuriamo con le nostre famiglie d’origine, oltre che per amore,  per confronto su quello che abbiamo creato e quello che abbiamo ricevuto per costruirci come siamo. Man mano si procede con gli anni, si capiscono cose che un tempo ci hanno fatto male ed allora emerge il bene ricevuto, anche i luoghi vissuti distrattamente capiamo e sentiamo, ma in fondo se siamo diversi dai nostri genitori, se abitiamo in luoghi diversi, un motivo c’è ed è che ci siamo costruiti -ed abbiamo costruito- a partire da loro, anche materialmente, ma non siamo come loro. Se immaginiamo come sarebbero loro adesso al posto nostro, dove viviamo e come siamo, il confronto salta nella nostra testa: non li riconosciamo più. Od almeno lo spero, perché con tutto il giovanilismo che circola, il rischio di avere genitori e figli in competizione sul versante dell’età percepita, luoghi compresi, non è inusuale e così le categorie di confronto saltano, sostituite da una perenne comune adolescenza. 

Mi si può obbiettare che i luoghi siamo noi, che tutto viene riportato a noi e quindi che è fatuo cercare all’esterno ciò che già abbiamo, ma se anche questo fosse solo un sintomo, una traccia, perché trascurarla, perché non riconnetterla a ciò che si desidera, ovvero il ben essere e il ben stare?

Voler vivere bene ovunque modifica i luoghi, ma dove si permane li modifica di più, siamo esigenti e non è incidentale il fatto che un luogo venga sentito come desiderabile, positivo, caldo. Questa sua natura percepita dipenderà da come noi lo viviamo, in tutti i sensi.

 

i migliori anni della nostra vita

La pioggia cade a gocce fredde e rade, il ritorno è sempre meglio del prima dopo una cena ufficiale. Mi piace andare in auto nella notte verso casa, c’è in sottofondo la musica di radio tre, i pensieri si svolgono pieni e liquidi, con una direzione e senza tempo. Le nostre storie sono ricche, ma è passato, ce lo portiamo dietro in ciò che siamo, in come ci siamo costruiti. Per questo le occasioni e le ricorrenze canoniche le sopporto malamente. In quei tavoli ricchi di cristalli, décolleté, abiti scuri, camicie bianche e cravatte serie, non si parla di nulla che scavi un poco. Qualche notizia, osservazioni che già conosciamo, le vacanze prossime e passate, quel minimo di ostentazione derivante dal ruolo.  Bisogna essere brillanti per passare la serata, anche per bilanciare qualche piccola perla che ci vien buttata qua e là a ricordare lo status. Sembra ci sia la necessità di fare il punto su chi si è, in queste occasioni, di complimentarsi con se stessi per dove si è giunti. Un vecchio vizio della borghesia sapere chi è, dopo che non adorna più di ritratti le proprie case. Un modo per chiudere i cerchi di chi conta: poco, molto, davvero.

Conta molto la cortesia. Come sempre, ma qui non si mostra nulla che ci riguardi davvero, perché non è richiesto e sarebbe comunque fuori posto. E’ così, ogni volta mi chiedo perché ci vado, anche se ora le occasioni sono per fortuna ben ridotte, la risposta è: lavoro. Inizia, finisce, si torna.

Si torna nella notte, dopo le molte, troppe luci. Lo spettacolo musicale ha evocato, canzoni erano dell’età di chi festeggiava, ben cantate, le solite sempre belle, e si vedeva negli occhi che riportavano ad altro. Le donne mormoravano le parole, qualche piccola frase le interrompeva, poi riprendevano. Il pensiero scivola, in questi casi, ad un allora, ad un’ occasione, un ricordo, una persona, un momento d’altri anni. Emerge il baco che i migliori anni della vita siano già passati, che ora è il tempo dell’attesa, dello lasciar scorrere. Forse per questo i racconti di ciò che accade ora, sono punteggiati di eccezionale, di memorabile, come se ci dovesse essere qualcosa a cui aggrapparsi perché gli anni pieni di vita sono già trascorsi. Rassegnazione e realtà. In queste occasioni si misurano le abbronzature, il grigio e la quantità dei capelli, la linea che tiene o si corrompe. C’è un allora in cui questo non accadeva, oppure era diverso, era una competizione allegra e tragica, c’era possibilità di mutare anche se ti sentivi un cesso, bastava uno sguardo per rimettere in ordine l’autostima. Adesso invece emerge l’assoluto, ciò che l’occhio non può negare. Rispetto a cosa? Rispetto a qualcosa che non c’è più, che forse non c’è mai stato?

Di notte i pensieri sono morbidi, non hanno concitazione, mi piacerebbe fissarli, ma so che in altro modo torneranno. Non questi, con queste parole, ma torneranno. Non sono forse il prodotto di ciò che sono stato, di come mi sono, con pazienza e rabbia, costruito? Per questo non ci credo che i migliori anni della nostra vita siano alle spalle, che galleggino, già vissuti e relitti,  in attesa di chissà quale terra. Sono in un’età in cui i rimpianti potrebbero uccidere e i ricordi avvelenare i pozzi da cui bevo. Per questo è necessario muoversi in avanti, sentire il buono che verrà, ciò che non si conosce, ciò che si vivrà. No, i migliori anni della vita attendono pazienti di essere vissuti ed essere messi assieme agli altri. Non c’è mai stata un’età dell’oro che non fosse davanti a noi, che non si potesse fare, costruire. Questa è la direzione giusta in cui la vita mette assieme il momento, ciò che piace e ciò che si rifiuta, mette assieme l’incontro inatteso, la meraviglia non vista, con quello che si vive, con quello che non vorremmo, che pesa. I migliori anni sono qui davanti, hanno solo bisogno d’essere riconosciuti. Con l’esperienza accumulata, con gli errori fatti. E dovrei avere la consapevolezza che serve a riconoscerli, a viverli, soprattutto. Così penso e arrivo alle luci della città che sparano la notte verso l’alto, non ci sono molti in giro a quest’ora, chissà chi deve rassicurare tutta questa luce.

Il caldo, ciò che conosco mi attende, nell’allegria dei naufraghi anche ciò che non conosco fa parte di me, chiede di diventare il mio tempo, il mio tempo circolare, il tempo delle stagioni che si rinnova e rinnoverà. Il tempo che promette sempre una buona annata, un’altra che poi andrà nel ricordo assieme alle precedenti.

http://http://www.youtube.com/watch?v=qy0QABfXJoY

dalla parte sbagliata

Domenica alle primarie voterò Bersani.

Non c’è nessun calcolo personale. Da tempo, pur facendo politica a partire dal pd, sono su altre posizioni da chi lo governa. Chi mi conosce un poco sa come in questi anni mi sia sempre riconosciuto dalla “parte sbagliata” rispetto a chi avrebbe vinto. Con Marino al congresso, con Angius quando si trattava di fare il pd, con Veltroni quando vinceva D’Alema, ecc. ecc. Diciamo che già essere con Berlinguer, oppure con Occhetto, era sbagliato visto quello che è accaduto poi ed io ero con loro. Ho sempre seguito il cuore e il cervello, in politica non si può fare diversamente, ma senza calcolo personale, per l’appunto.

Mi verrebbe da scherzarci su questa cosa, ma è una cosa seria. Troppo in questi mesi si è parlato come fossimo ad una partita di calcio, anche in questi giorni l’esempio di Renzi è tra i moduli calcistici nel governare il Paese: il catenaccio per non perdere di Bersani e il suo modulo all’attacco per vincere. E parla di allenatori, non di responsabili del futuro di tutti noi. Ma vedete bene, quando si gioca, si perde, si vince ed ogni domenica è un’occasione nuova, a fine stagione si comprano i giocatori che servono, si cambia l’allenatore, ci si incazza e si gioisce e poi ci passa attratti da una nuova sfida. Diverso è per un Paese o per una fabbrica o per un ospedale. Voi vorreste al pronto soccorso essere visitati da uno studente del 5 anno che sta imparando i sintomi, oppure uno stabilimento chimico lo faremmo produrre con la direzione dei nuovi assunti? Ecco perché penso che le primarie di domenica siano una cosa seria e non una partita di pallone, com’è serio il fatto che governare il Paese sia diverso da smanettare su un blog o su facebook. A ciascuno il suo ruolo ed anche nel cambiare c’è differenza tra il cambiare tutti, partendo dalla situazione reale e, invece il procedere per titoli o a tentoni.

In questi mesi ho sentito soluzioni fantasiose, tipo non riconosciamo il debito pubblico (Grillo), affidiamo tutto alla green economy e alle rinnovabili, basta industria e manifattura puntiamo tutto sui servizi, ecc. ecc. . Con tutto il rispetto, chiacchiere da bar. Un Paese è un corpo coeso, che ha bisogno di tutto, delle mani e dei piedi, del cervello e dello stomaco. Non si possono cambiare pezzi senza aspettarci che i riflessi non siano evidenti altrove, quelli positivi e quelli negativi. Per questo è necessario cambiare e al tempo stesso mutare con ciò che è compatibile, possibile, non enunciando le cose e poi dire, scusate, ho provato.

Cambiare è necessario, impellente, ma dobbiamo cambiare tutti, avere un’idea condivisa. In Bersani riconosco la voglia e la volontà di tenere assieme, di includere, mantenendo le distinzioni tra ciò che è da una parte e ciò che è dall’altra. L’ha fatto nel partito democratico, lo farà nel governare in modo chiaro tra una maggioranza ed un’opposizione, ma nella consapevolezza che la situazione è talmente grave che non si può perdere l’apporto di chi può dare risorse al Paese. Io sono di sinistra, non mi piacciono tutti, distinguo, scelgo. Non è forse quello che facciamo tutti ogni giorno? Però mica prendo a ceffoni quelli che non la pensano come me. E se l’obbiettivo riguarda più persone, li ascolto, alla fine deciderò secondo i miei principi e obbiettivi, ma cercherò di coinvolgere il più possibile. Coinvolgere è necessario per un progetto importante, e un Paese è un progetto importantissimo.

Ho fatto politica a tempo pieno per meno anni di quelli che hanno visto Renzi vivere di politica, credo che, come me, ci siano centinaia di migliaia di persone che hanno considerato che nella vita si può fare anche altro e l’hanno fatto. Quindi è ora che un po’ di persone si facciano da parte, contribuiscano diversamente se vogliono o possono al Paese, ma questo sta avvenendo comunque e Bersani ha praticato nei fatti il rinnovamento del pd, certo come poteva, lasciando crescere i giovani nella responsabilità dei ruoli, non eliminando il dissenso interno. In nessun partito c’è in atto uno scontro tale tra generazioni e politiche così composito e trasversale da far capire che davvero il dissenso può essere fertile e rinnovante, eppure è un partito coeso alla base. Merito enorme in un tempo in cui è più facile distruggere che costruire. Già dire che il governo che verrà avrà più giovani competenti che capi corrente e lo stesso numero di donne e di uomini, è talmente dirompente per la politica che significa che chi lo propone ascolta, capisce cosa si muove nel Paese, ci crede.

I prossimi saranno anni difficili, Monti ha portato innanzi una politica di destra che ha tolto diritti e non ha inciso sui privilegi, che non ha eliminato gli sprechi. Basti pensare alla sanità o ad altri settori della pubblica amministrazione quando dice che bisogna trovare nuove forme di finanziamento e non mette mano allo scandalo degli appalti, dei costi diseguali, degli stipendi d’oro dei manager, ecc. ecc. .

Saranno anni difficili per il debito accumulato e ancor più per non aver riconosciuto la crisi, per questo la priorità dovrà andare al lavoro e ai diritti da conservare. Quindi il primo problema è far ripartire il paese e modificarlo in corsa. Questo non si realizza improvvisando, neppure pensando di azzerare ciò che esiste, anni che avranno bisogno di ogni risorsa, non solo quelle dei soliti reperibili e noti.

Per questo pur non essendo bersaniano, voterò Bersani, perché mi fido, non mi affido, perché so che quando sarò critico, e lo sarò, oh sì che lo sarò, potrò confrontarmi, essere dalla “parte sbagliata” eppure contare, portare innanzi quello in cui credo.

p.s. Mio figlio, un mese fa,  mi chiedeva cosa avrei fatto e spiegandolo gli ho detto che facevo coming out. Si è messo a ridere: coming in, casomai papà.  

le grandi specializzazioni: il Kipferl alle mandorle

Uno dice, parlando al bar: devi specializzarti, trovare una tua strada, solo così puoi vivere in un mondo dove conta la differenza. Così ho pensato a lungo, valutato le mie capacità con onestà e intransigenza, e mi sono specializzato nella degustazione della sfoglia alle mandorle, il kipferl come lo chiamano nel lessico dolce. Allo scopo ho esplorato, e continuo sistematicamente a farlo, tutte le pasticcerie con servizio bar. Anche quelle senza servizio bar esploro, ma qui le brioches sono rade ed appena tollerate, spesso striminzite, messe di malagrazia, inverecondamente esposte sul ripiano all’aria, ancelle dell’impero della pasta, del dolce, delle mignon.

Con studio e sistematica applicazione, ora sono in grado di indicare la graduatoria delle pasticcerie eccellenti, indicare le primazie, interpretare e seguire l’umore dei pasticceri, la variazione atmosferica, l’andamento delle materie prime sui mercati. Tutte cose non frequenti nella pratica di settore, spesso consegnata all’improvvisazione e alla frettolosa, distratta rincorsa dell’attimo fuggente. 

L’umore si sente dalla delicatezza degli strati di sfoglia, dalla tostatura del ricoperto di mandorle (basta un attimo per perdere la sintesi tra il croccante del tostato e il molle proporsi del crudo della mandorla scaldata), dalla pennellata del caramello sulla superficie che indurisce in un velo uniforme oppure, distratta, si raddensa in piccoli grumi incongrui. L’analisi dell’umore del pasticcere, penetra nel profondo, si legge nella ricchezza del ripieno di pasta di mandorle, oppure si ravvisa nella sua ristrettezza, quasi piccola dimenticata scia di presenza, più per dovere e rispetto alla ricetta che per sontuosa elargizione di bontà d’animo, buonumore e dolcezza. Si legge nel contrasto tra la croccantezza della superficie, il sovrapporsi della sfoglia appena addensata, il trionfo della vena di dolcezza morbida del ripieno, che testimonia l’equilibrio interiore di chi compie l’opera, il suo umore/amore per la vita altrui, la sua disponibilità al mondo.

Ma la vera perizia sta nel mettere assieme l’esteriore e l’interiore, l’umore e il mondo, sintesi alchemica della natura e dello spirito. Se fuori la pressione è bassa, se c’è pioggia, o peggio nebbia, le paste lievitano con difficoltà (anche i lieviti impigriscono e dormono al calduccio nei giorni impervi), se gli sbalzi di temperatura alitano sui vassoi, il kipferl s’ammoscia. Amante deluso si ritira in una malinconia che ammataffa sul palato, ovvero s’appiccica, s’impalla, rifiuta il rapporto con il gusto, risentito vorrebbe star per suo conto e non ingollarsi in stomaci voraci di quantità senza discernimento e amore. E’ la cosa peggiore, evito infatti le giornate a rischio se non per dovere, oppure scelgo la mia pasticceria preferita dove, in una teca a temperatura controllata, il kipferl guarda il mondo in una eterna primavera. Ma anche in questa situazione d’ amorevole cura, il tempo, la distratta affezione, l’abitudine, possono insinuarsi e toccare la fragile natura del kipferl, che pur senza ritrarsi, si mostra incline alla malinconia, pervaso da un un senso della caducità che lo porta a farsi fretta, lui, che per sua natura amerebbe il rapporto senza tempo, la dolcezza delle labbra, lo sbocconcellare attento e lieto, il raccogliere goloso delle briciole, che nella sua esuberanza dissemina, come prova della sazietà che non si sazia. Il non lasciare nulla perché tutto soddisfa, ma ancora chiede, a lui, proprio lui, che permette che il rapporto frettoloso mantenga l’intesa, che si rimandi ad altro più tenero ed intimo momento una  rinnovata intensa storia. Perché l’abilità dell’amante goloso e mai sazio, in questo si vede, ovvero nel mettere un ulteriore, un dopo che apre e non chiude, un promettere che sarà un mantenere ed ancora un aprire a nuove possibilità e dolcezze.

Ma se il tempo atmosferico irrompe nel giorno, come in ogni rapporto l’economia irrompe tra le cose. L’andamento dei mercati, il prezzo delle materie prime, si riflette nel prodotto e sente nella generosità, certo anch’essa ben governata dal pasticcere che può elargire, anche nei momenti difficili, ma la crisi a volte s’insinua, attacca il numero di mandorle presenti in superficie, il loro spessore, ché l’eccellenza le vuole sfogliate, ma consistenti per non arricciarsi in pose sguaiate (van bene a mezzo), deprime il ripieno, la stessa sfoglia risente della minor presenza di burro e ripiega su consistenze troppo secche per essere equilibrata. Che fare allora, se non sperare che il momento di crisi passi, che le mandorle arrivino copiose, che casomai si rarefaccia l’offerta, ma che piuttosto di deprimere il mercato almeno alcuni fortunati possano avere l’eccellenza.

Fin qui la mia specializzazione per sommi capi e ora queste brevi note introduttive vorrei tradurle nel curriculum in formato europeo che manderò ai miei futuri, possibili, datori di lavoro. Vorrei che fosse colta l’apertura al mondo, l’interesse che, pur nella specializzazione specifica, sono in grado di esprimere, la mia capacità di adattarmi a prove anche difficili (quante degustazioni si sono trasformate in pena…), la disponibilità a viaggiare perché degusto e confronto ovunque, l’uso creativo delle lingue, sia nel cercare nuovi, più consoni, significati al prodotto (cosa necessaria quantomai in un mondo in cui il marketing è parte integrante del processo produttivo), come pure nel mettere la lingua stessa a servizio dell’apprendere, del gustare, del valutare, insomma l’uso del corpo a servizio dell’azienda. Vorrei anche emergesse il processo progressivo, la disciplina, che ha portato a sviluppare competenza. Non solo studio e titoli accademici, ma applicazione sul campo, pratica dispendiosa, che non ha evitato gli errori, che ha sopportato notevoli fatiche ed impegni nel definire il campo d’azione, il range in cui effettivamente potersi esercitare secondo l’inclinazione, il talento, ma senza dar nulla per scontato. Quindi la capacità di rischio, di riflessione, il feedback sono qualità che già hanno avuto modo di esprimersi ed applicarsi. Prima di passare ad altra specializzazione e per non accumulare titoli e capacità senza mercato, adesso vorrei una offerta adeguata per uscire da questa condizione di precarietà in cui il talento si deprime. Non voglio essere eccessivamente choosy, ma per cortesia non mandatemi ad assaggiare brioche confezionate al supermercato.

ciò ch’è difficile scambiare

Se a volte la cortesia impone parole, solitudini interrotte, il fare necessario, ciò non significa nulla più che un fastidio leggero, un’insofferenza celata quel tanto da far dire: non ha il suo solito umore. L’autunno chiude nelle case, le parole si fanno rade e dense di significato, l’orecchio è attento, ma più alla pioggia sul tetto (che ben si fonde con lo scorrere dei pensieri) che alle urgenze, che tali non sono.

Coltivare il proprio hortus conclusus, ammettere poca vista sulle proprie cose piccole e preziose, finalmente colte nella loro perfezione, ascoltare ciò che si vuol sentire. Una sordità così selettiva da essere assenza. Eppure esserci. Anche nel condividere ciò che altri fanno, gli impegni forti delle vite, il senso di alcune passioni che giungono d’altrove (si può leggere l’animo altrui e gioirne, senza innamorarsene un poco?), e tornare alle proprie giornate, al proprio tempo, circoncluso per sé, mentre le mani fanno altro. Impastano farina e uova per un dolce, sistemano carte, scorrono una carezza, svolgono un bacio. L’inverno incipiente aiuta, come un camminare sul confine, e non è forse questa la gioia paurosa che mette il bimbo nel percorrere uno stretto cammino in equilibrio? La tavola sul vuoto percorsa con paura, il piacere dell’essere riusciti, non sarà mai compensato da altri che da sé. Così i piccoli piaceri, che mostra il sorriso accennato, sono la sostanza del rischio di vivere, e la dimensione delle cose che posso scambiare si farà sempre più piccola tanto più aumenta la condivisione. A chi potrò parlare senza vergogna, di questi miei tesori, frammenti di colore, sensazioni così intime da essere pezzi di sentire che soli hanno accesso all’anima? 

tutti son buoni

Tutti son buoni a parlare della poesia della nebbia oppure  a parlar male di politica.

Tutti son buoni pure a capire gli amori che finiscono, se non sono i loro.

Tutti son buoni a indicare una soluzione spiacevole, se non li riguarda.

Vi lascio procedere da soli sulla capacità di starne fuori e di dare una mano alla comprensione, ma qualche volta il guardare e il vivere si saldano, diventano partecipazione, perché accade di rado?

Perché rinunciare ad essere poeti, se serve, incazzati e fattivi, se le cose non van bene (e pure quando van bene), educati ai sentimenti (questo è difficile davvero) quel tanto che dia senso alla sofferenza propria, se capita e la renda apprendimento per capire, per uscirne e non per annegare nel dolore senza sbocchi.

Non credo sia solo nostra responsabilità se ciò non accade. Possibile che il mondo proceda a sussulti e che solo talvolta, tutti escono convinti nella piazza, la speranza comune viene riaccesa, si capisce di essere in tanti simili e sopratutto, la sensazione di solitudine, scompare? Possibile che la normalità sia questa lunga sonnolenza sofferente, dove la sensazione d’essere soli predomina e la dimensione personale diviene l’angusta prigione del futuro?

Certo anche quando sembra che tutto debba cambiare, le storie personali restano, i destini si svolgono con le solite gioie e sofferenze, però è diverso. L’epicità di ciò che sta attorno invade il personale, vi faccio un esempio, ricordate la storia di Lara e del dottor Zivago? fuori dalla rivoluzione sarebbe stata non meno sofferta, ma più banale, meno importante per le stesse vite, in quel contesto, invece, spinte innanzi nella storia collettiva oltreché personale.

Quindi vivere in un contesto grande, usare la comprensione di quanto ci sta attorno e partecipare porta a vivere diversamente le vite. Non importa come, ma il sentirsi parte di qualcosa di più grande ci rende poeti per le nostre storie, induce il bello ad entrare. E il bello, con la sua luce, aiuta a trovare la dimensione di ciò che accade. Di ciò che ci accade.

Un detto cinese, nato in una società immota, augurava ai nemici di vivere in tempi interessanti, di subirne la durezza del cambiamento. Oggi, rovesciando l’augurio, ci si può augurare di vivere, partecipando, ai tempi interessanti, di esserne parte attiva, di mutare con essi in positivo.

domande inopportune

Si può chiedere ad un ragazzino di undici anni cosa farà da grande, anche credergli, ma poi seguirne la volontà è altra cosa.

Cosa significa ascoltare i figli, attribuire loro una capacità di giudizio indipendente dall’età? A mio avviso è una falsa libertà. Ci sono ruoli non abdicabili, la responsabilità del sentire, capire, non solleva dalla responsabilità di decidere per altri. Ecco un effetto dell’interpretazione sessantottina dei rapporti familiari: non decidere per altri, ma lasciare che la decisione si formi per suo conto, come se le forze interne ed esterne avessero un senso positivo nel loro comporsi. Una sorta di provvidenza per laici in grado di togliere il peso del decidere. E di sbagliare. Lasciando da parte le tentazioni di veder realizzate nei figli le proprie aspirazioni frustrate, ascoltare significa accompagnare, anche contro volontà immediata. Una sorta di libertà in itinere che si fa assieme per strada dove, forse, la parte più importante è riconoscere non il merito, ma l’eventuale errore.

Certo oggi alcune scelte vengono posticipate, la scuola ad esempio, tiene lontani dal lavoro. Quand’ero ragazzo non era così, si decideva presto se studiare oppure lavorare. E non erano i ragazzi a decidere, casomai le necessità economiche, oppure la visione del futuro della famiglia.  Allo studio corrispondeva un altro tipo di lavoro. Per le differenze sociali che ciò produceva, non era giusto. Il primato di chi studiava non aveva un senso pratico, riduceva i diritti apparentemente uguali a seconda della classe di appartenenza, e segmentava la società tra culture differenti producendo la perdita di quelle considerate inferiori. Era il contrario della lezione illuministica dell’ Encyclopédie, del riconoscimento della sapienza dei mestieri, ma questo era stato il risultato della rivoluzione della merce, ovvero della rivoluzione della fabbrica. Adesso le scelte possibili nell’immaginario di un bambino si sono ridotte, e si ridurranno sempre più nel senso dell’imitazione familiare: difficile imitare positivamente un genitore precario. Ricondotte piuttosto, agli esempi esterni della società dell’immagine e dell’effimero. Per questo, oggi, forse più che allora, se si escludono i talenti innati, la scelta del lavoro non è cosa da giovani e nei padri e madri cade la necessità di capire cosa indicare, rafforzare, scegliere.

Credo che essere genitori aperti oggi, sia ascoltare, insegnare come produrre idee, come conservare ed accrescere la speranza di un mondo differente e più giusto, come lottare per quello che davvero si vuole, a partire dalla propria vita. E tutto questo costa fatica, sia per i genitori che per i figli, significa capire e poi decidere secondo la propria responsabilità. invece troppo spesso i ruoli tra genitori e figli si invertono e la volontà dei secondi prevale sulla ragione dei primi, per stanchezza ed incapacità, forse, oppure per malintesa libertà.

C’è stanchezza in giro, la fatica di vivere in un mondo precario fa cambiare i ruoli, ci si affida a ciò che accadrà sperando in un’eterna altra possibilità e questo non produce felicità.

smussare le punte

In questi giorni di giuste proteste della mia vecchia frattura alla colonna, penso di essere fortunato di vivere qui ed ora. In fondo ho solo dolore e neppure sempre. Certo a tratti è lancinante, ma è per poco e perché faccio qualcosa che non dovrei.  Vivere con questa compagnia esigente significa smussare le punte del dolore e non obbligarsi a fare cose incompatibili con l’acuzia del momento. Non è per farmi consolare che ne scrivo, piuttosto per il pensiero che se fossi nato un secolo fa ed avessi fatto il minatore o l’operaio, sarei stato licenziato, senza tutela, destinato alla miseria, alla fame. O peggio, nato qualche anno dopo, essendo dissidente, sarei finito in qualche campo di concentramento per motivi politici, e in quanto non utile, semplicemente eliminato. C’è una civiltà nel dolore, nella tutela dello star male che è sintomo di un tempo, di un’alta concezione dell’uomo. Se non possiamo tenerci in sintonia, se non per brevi tempi, con il dolore altrui, possiamo sapere che esiste il dolore, smussarne le punte, considerando la natura etica della sua esistenza nelle scelte personali e civili.

Lasciar soffrire, perché anche il dolore ha una sua libertà, ed al tempo stesso operare per diminuire la sofferenza, è espressione di quel prendersi cura civile che contraddistingue una società partecipe. Se ci si pensa, quando non viene rispettato e lenito il dolore, a qualsiasi livello, è l’uomo a non essere rispettato. Vale per i deboli, ma in fondo, anche per chi sta bene e si pensa forte, perché il dolore come le radici, pesca e si dirama dappertutto.

Se non capisco chi sta soffrendo, far soffrire non mi costerà poi tanto. Lo sa chi riceve violenza, qualsiasi forma di violenza. Dovremmo pensarci anche in occasione delle tante ricorrenze, domani ce n’è una dedicata al dolore della violenza sulle donne, che scorrono via senza lasciare traccia, come vi fosse un rifiuto del dolore altrui, della sua evidenza che non diviene fatto educativo. Se non veniamo educati all’esistenza del dolore, lo rimuoviamo, come la morte, pensiamo che solo il piacere e l’attimo siano le dimensioni della vita. 

Il mio dolore è acuto, ma breve, banale nella sua genesi e poca cosa. Posso curarmi, un massaggio gentile mi farà bene, qualche antiinfiammatorio, e passerà. Anzi come occasione di riflessione mi è pure utile. Ci sono dolori sordi e diffusi, che non hanno analgesici, sono privi di comunicazione, tutela e solidarietà. Dolori che a volte solo la fuga può allontanare, ma quanti generi di fuga contempla la nostra mente?

Sono fortunato perché vivo qui ed ora, perché posso dire, se voglio, condividere. E bisognerebbe pensarci a questa fortuna, quanto si smarriscono le coordinate di dove si è e si guarda distrattamente altrove, dolore altrui compreso.

Anna è andata via

Anna è andata via. Ha scritto: buone vacanze, ci vediamo al ritorno. Era una bugia, non è tornata e lo sapeva.

Anna non si sa dov’è, ovvero si sa, è il segreto di Pulcinella, ma le città grandi sono così confuse che è come non saperlo. La immagino in qualche posto pieno di voci e di persone, magari dimentica e non pentita.

Nel bar chiuso han fatto gl’ inventari: poca cosa, è bastata mezza giornata per bottiglie e mobili, ora addossati in gruppetti polverosi. C’è qualcosa di più triste del rimasuglio di bottiglia in un bar chiuso? Da Anna sì, ed è la libreria divisorio, piena di libri da scambiare gratuitamente. Credo, non l’abbiano neppure considerata. Sono merce a perdere il libri, come le idee che ci siamo scambiati la sera, tra uno spritz ed un crostino, come la musica delle serate affollate tra versi recitati e qualcuno che suonava jazz o Bach, indifferentemente, come i discorsi di mattina facendo freddare il macchiatone, come gli appuntamenti muti e gli arrivederci.

Inseguiva un sogno, Anna, quello di un posto dove ci fossero amici che si ritrovavano a bere, chiaccherare e sperimentare un tempo diverso.

Ha lasciato creditori insoddisfatti e fornitori desolati, Anna. Il suo sogno aveva un costo che noi, amici, non potevamo condividere oltre il limite del bere e del consumare. Aveva un sogno Anna, e ciascuno a suo modo, l’ha sognato con lei. Pensavamo di chiamarlo Jung bar, perché esplorava meandri rosso fuoco e distese di profondo blu. E’ rimasto uno psico bar chiuso che di notte fa tristezza.

Anche di giorno fa tristezza.

Ma aveva un sogno Anna, chi più chi meno l’abbiamo condiviso, per questo spero lei sogni ancora.