Si è consumata un’occasione di riflessione sul perché ci sia il desiderio di fine. Lo thanatos che accompagna la razza umana, che gira in negativo gli impulsi, le opportunità.
A parte i giulivi, il rimettere in ordine le cose, eguagliando e spianando il passato, che significa? Tutti abbiamo molto da perdere, eppure questo desiderio occulto, scacciato, è presente nel profondo. Forse è l’esorcizzare la paura di ciò che è accaduto un tempo e di cui portano memoria i geni, o forse un senso di colpa atavico che vira verso l’oscuro, oppure ancora l’infanzia dell’umanità che è giovane e pur parlandone molto, non conosce bene il valore della vita. Forse.
In realtà ogni giorno il nostro mondo finisce un po’, demolito da noi con costanza e leggerezza degna di ben altre imprese. Eppure è bello dire ai bambini: oggi hai un giorno tutto nuovo da vivere, vivilo, non curarti troppo del ieri. E’ bello questo pensiero e incompleto, perché ogni giorno realizziamo una piccola fine di un pezzetto del nostro mondo, quello che serve a noi umani e a qualche altra decina di migliaia di specie mute.
Perché lo si faccia con sistematicità, smemoratezza e fiducia infinita di farla franca, non so, però accade e continua ad accadere. E se lo si insegna ai bambini, un qualche divertimento ci dovrà pur essere. Credo sia per questo che ci si preoccupa di una fine del mondo subitanea: ci serve tempo per distruggere tutti i giocattoli che ci hanno regalato.
Nel lasciarsi tra persone, anche se entrambe sanno che sta finendo qualcosa di importante, c’è comunque un’asimmetria. Qualcuno dovrà prendere l’iniziativa perché un percorso si è concluso. E se il rapporto era forte, chi prende la decisione sta peggio di chi verrà lasciato, perché non se ne può lamentare, non vedrà l’altro con altri occhi, non potrà sminuirlo, farà i conti con un’assenza che ha provocato. Certo poi ci sono i disgraziati, gli emuli poveretti di don Giovanni Tenorio, gli immemori, i superficiali ecc. ecc. e la cosa si declina indifferentemente al maschile e al femminile. Ma non sono maggioranza, a mio avviso.
E non pochi, vorrebbero tenere tutto, ciò che finisce, ciò che inizia, ciò che è in atto. Vorrebbero che tutto fosse eguale eppure diverso, così non hanno il coraggio di lasciare e attendono che qualcun altro, o il fato, decida per loro.
Forse dipende da una paura lontana di non avere più mani amorose attorno, forse è la tristezza del lasciare che avvolge il cuore e la vista, ma comunque sia non riescono a vedere che ogni fine, oltre che un dolore, è un inizio.
Ci sono passaggi, zone grigie, momenti, in cui tutto -o quasi- sembra sovrastruttura, ma solo ad un infelice disattento potrebbe sembrare un momento negativo, perché è proprio allora che emerge il fiume carsico che abbiamo dentro. Quello che è il vero nostro fluire, con il suo tempo così poco lineare, con le attese tutte spostate e “sbagliate” nel loro improbabile accadere. Questo flusso sotterraneo è orientato alle risposte, ai significati: cosa significa voler bene, quanto bravi siamo nell’accudire il bambino che è in noi, come evolve la vita e come, essa, ci faccia adulti e piccoli assieme.
Perché quanta più esperienza e conoscenza s’accumula dentro di noi, tanto più essa rivela il suo limite e non sappiamo che farne se non gettarla in quel fiume e mescolarla a quel noi che non è sovrastruttura. E’ allora che diventiamo piccoli e ne siamo coscienti, magari con un sogno da grandi: riuscire a parlare a chi è come noi.
Sembra si risolva tutto nel mi piace onon mi piace. Fellini, una palla, non mi piace, anche Dante, buono quando lo fa Benigni o Neri Marcorè, ma poi… e Visconti, mi ricordo solo il Gattopardo, quello che tutto cambia perché nulla cambi. Morte a Venezia? ancora con queste storie e basta… E gli scrittori che ci facevano studiare a scuola? per fortuna è finita. Musica classica? un mortorio, ma anche i Beatles hanno fatto da tempo il loro tempo: due ere fa. Meglio… Mi piace.
E’ necessario avere preferenze, buttare per aria quello che ha polvere, ma cosa resta dopo quel mi piace o non mi piace? Non è forse un passare ad un successivo giudizio senza appello in una logica di consumo dove, alla fine, non resta nulla di solido, di durevole?
La mia impressione è che dalla società liquida si stia passando alla società gassosa, che il riconoscimento di valore comune si dilegui mentre subentra la logica del movimento, del consumo, del passare sempre al nuovo, all’odierno. Chi leggerà i classici, chi farà fatica su uno scrittore ostico, su un filosofo, chi si occuperà di musica passata oltre la curiosità? Andraas Schiff ha sintetizzato bene il concetto dicendo che non ci si preoccupa se le discoteche non hanno anziani, ma ci si preoccupa se non ci sono giovani all’opera o ai concerti. Doveva aggiungere che amare la musica classica o leggere Dante sembra più uno sfizio da spostati e che il non saper ascoltare o leggere modificherà la musica e la lettura rendendole sempre più un patrimonio individuale, privo di rigore o senso critico comune. Magari non è un male, però ho l’impressione di vivere in una pioggia permanente di lustrini, coriandoli, immagini che scompaiono, film di cui non si ricorda il nome, note soverchiate da altre note. Insomma un diluvio di mi piace e non mi piace che non fa una cultura comune, che non distingue ciò che è solido da ciò che è transitorio. Una sorta di percorso in cui è bandita la fatica, si soddisfa il desiderio, si passa al successivo.
Confesso che questa sensazione mi confonde, magari non è vera, magari non riesco a leggere bene ciò che sta accadendo, però una domanda si materializza: cosa sta rimanendo di questo secolo, di queste vite, cosa resta del precedente passato, cosa viene trasmesso, e soprattutto come questo influenza il futuro e il vivere ? Perché cultura comune è questo, è memoria condivisa, avere una direzione, un paradigma da demolire e da sostituire con un altro altrettanto solido, ma se manca la conoscenza comune, a chi resterà il compito di cambiare, di mandare innanzi il tutto, tenendo ciò che è bagaglio da portare?
La comune difficoltà che accomuna credenti e non credenti in questo nodo di festività che si concentrano intorno al natale, non di rado sfocia nella tristezza e nel desiderio che il periodo passi al più presto. Il peso delle ritualità, anche quelle che nascono per rifiuto o differenza rispetto agli altri, accompagna un senso di privazione di qualcosa non ben identificato. E questo riceve molte risposte, ma il come uscirne, se non attraverso l’attesa che si esaurisca il periodo, molto spesso si arresta alle ragioni razionali.
Questa convergenza di disagio, che quindi non dipende solo dal fatto di credere o meno, dovrebbe far riflettere su quanto, non l’oggetto e la sua immagine, ma piuttosto sull’essenza, ovvero ciò che si vuol rappresentare: la spiritualità, e quanto questa si sia allontanata dall’uomo e questi non sappia bene come trattarla. Da un lato le religioni hanno espropriato la spiritualità dall’uomo e anziché liberarla, l’hanno confinata nelle regole, nei dogmi, nella mortificazione del sé umano. Dall’altro un’operazione analoga è stata creata dal rifiuto del religioso (e delle religioni) di chi non crede, ma non riesce comunque a rispondere alle domande che gli sorgono nel trattare la propria dimensione spirituale se non attraverso la negazione dell’esistenza della struttura religiosa. Questo ragionare arriva all’ateismo per impossibilità di credere e per rifiuto, a volte resta nell’agnosticismo, e tenta di avvicinare lo spirituale al pensiero, riducendolo, per quanto può, nel razionale o ancor più nello scientismo. Comunque sia il disagio e la reattività resta.
Come entri lo spirituale nelle nostre vite, è parte dell’esperienza di ciascuno, ma anche, e soprattutto, dell’accettazione di questa parte essenziale dell’uomo, che non è solo superstizione o bisogno di sicurezza, però esiste e vale almeno quanto il razionale o la parte che assegniamo ai sentimenti nel guidare le nostre vite. L’uomo, noi, siamo tutto questo insieme, nel mescolarsi di dimensioni diverse che danno una direzione, ed il prediligere l’una o l’altra dimensione orienterà le scelte che facciamo nelle relazioni, nel vivere concreto, nel rapportarci con noi stessi.
Sull’eclisse del sacro, sulla superficialità di questi giorni, chissà quanti articoli, blog, riviste manifesteranno il disagio esistente tra l’immagine luccicante delle festività e il sentire delle persone. Ed io, che nel mio essere non credente mi interrogo, cerco di trovare una via che non getti il positivo di un malessere, e oscillo tra il rifiuto del troppo che ci attornia e che sconfigge l’uomo e la ricerca di significati nei momenti che certamente non ripetono l’infanzia o il momento del meraviglioso che l’accompagna, ma piuttosto cercano l’amore che esiste attorno. Un ripasso di ciò che conta davvero, oltre le modalità, oltre il il vincolo delle giornate, ascoltando gli affetti e le domande che arrivano. Bisogni forse troppo simili per non dire che questo senso del religioso sconfina troppo spesso nel bisogno d’amore e che forse andrebbe investigato in questo senso.
p.s. come si legge, non ho soluzioni, e la riflessione continuerà, ben sapendo che non si esaurirà con il periodo: questo è uno dei temi del ben vivere, almeno per me.
La forma delle cose non è, sai, l’apparenza, ma il succo che contengono. Occorre pazienza per una goccia, gusto pulito per assaporare, attenzione e tempo.
Il tempo comune è sempre poco, così sembra, ma il tuo non è così arrogante, si stende lento, si dipana secondo le tue mani. Mani fatte di pensieri, di gusto, mani che accarezzano le cose, le aprono e con occhi bambini si lasciano sorprendere.
Mi piace che tutto rallenti in una carezza timida che percorre un oggetto. In questa sapienza c’è il trattenere il tempo anche di chi guarda. L’ ho imparato per mio conto che i minuti s’allungano e s’accorciano, ma altrove, senza sentire prima dov’ essi fossero diretti. E non importa dove vanno i minuti, anche quello ho imparato, quando mi piaceva distillare.
E già c’era la pazienza che è gusto dell’attesa. Ma tu conosci la lingua delle cose, il loro parlare sonoro al tatto e al cuore.
Con molta allegria mi hanno detto che non vedrò più una sequenza di numeri uguali nelle date che vivrò. Ho fatto un rapido calcolo e ho concluso che è vero, nel prossimo 01.01.01 avrei 153 anni, e anche se ci arrivassi non so se capirei che giorno è. Mi è anche venuto in mente che questa cosa delle date è una bubola che riguarda una parte del mondo, questa, perchè nulla di più illusorio del calendario, che al più misura stagioni e cicli astronomici, ma sui numeri è davvero un’ opinione.
Basti pensare che il nostro calendario (sottolineo nostro, perché ne esistono davvero tanti di attivi per miliardi di persone) si è “fumato” 10 giorni tra il 5 e il 15 ottobre 1582 e per non farsi mancare nulla, stabilì pure che siccome il 4 era giovedì il 15 fosse venerdì. Tra le tante cose curiose, cosa accadde per i nati inesistenti nei 10 giorni abrogati, visto che molti preferirono a lungo il calendario giuliano, non è dato sapere, ma in quei tempi si era di manica larga. Quindi il calendario (gli uomini) si trovò a dover cancellare pezzi di se stesso per far coincidere con le stagioni con se stesso, e i numeri (e la pasqua) con le stagioni.
Il calendario non è che un segno sul muro, come ben sanno i carcerati e i coscritti, e come tutti i segni va interpretato: gli si vuole assegnare il compito di rappresentare la nostra attuale voglia di tra/scorrere e vivere oppure, nella nostra insicurezza, abbiamo bisogno di fargli assumere il ruolo di rappresentare punti solidi e incontrovertibili per perimetrare le vite?
In altri tempi la meraviglia trovava un segno in alcuni giorni, soppiantava la monotonia e la pesantezza del reale, era portata fuori dai palazzi e dalle chiese in processione, la si racchiudeva in teche per farne vanto, distinzione e mostrarla ai propri pari. Ma la meraviglia d’oggi si corrompe tra le mani che la stringono, non ha ancora brillato ed è soppiantata dalla meraviglia successiva, che già è spinta da un altra che chiede il suo posto in un incessante succedersi di segni e di eventi. Tanto che per noi è fatica capire dove siamo collocati in questo fiume di simboli, ed è difficile distinguere ciò che ci bagna e ciò che ci lascia asciutti. Così il segno decade a rumore e la meraviglia non assolve al suo compito di aprire alla speranza che l’inconosciuto possa accadere. E noi desideriamo il nuovo senza aver sentito davvero il sapore dell’appena passato.
Anche questa data scivolerà via tra le tante curiosità che si accumulano come le fini del mondo che si attendono e si derubricano in attesa della prossima. Altra storia nell’anno mille.
Per quale motivo, spesso, chi ha ricevuto del bene non lo restituisce al suo benefattore caduto in disgrazia? Anzi, non di rado diventa indifferente, se non critico od addirittura schierato con i nuovi detentori del potere.
Quali sono i meccanismi che trasformano la gratitudine in invidia, già durante il rapporto, ed infine nel ripudio, anche del ricordo, di come e perché vi sia stato un bene?
Non si tratta di portare innanzi chissà quale legame, ma riconoscere che del positivo c’è stato. Poi non serve altro, se non il rispetto per le persone che hanno dato.
Nell’esercizio della gratitudine servirebbe compostezza, non sbracarsi prima e non rinnegare poi, insomma riconoscere ciò che ha arricchito entrambi, chi ha dato e chi ha ricevuto. Invece manca spesso il rispetto del passato che fa guardare innanzi e che non rinnega ciò che è stato.
Diceva Flaiano che questo è un paese che corre in soccorso dei vincitori. E’ ben strano il mondo che distingue tra vincitori e vinti solo in termini d’interesse e credo che Flaiano avesse ragione nei confronti di chi non è abituato a considerare il rapporto tra persone, se non come un rapporto di potere. Per questo non mi piace l’ossequio, e neppure che si consideri il potere come qualcosa che discrezionalmente può dare, e che esercita un dovere nel dare in maniera diseguale: di più ai propri. In questa concezione dei rapporti l’uomo diventa suddito e quando si ribella, e gioisce se chi aveva potere cade nella polvere dopo averlo adulato, è peggiore di chi abbatte.
E’ un trasformismo che troppo spesso si vede nelle piccole cose, nei rapporti quotidiani e tra le persone, e che ferisce molto più del fatto di non avere più un ruolo a chi l’ha perduto. E’ il tradimento di ciò che è stato.
Mi chiedo quanto di tutto questo sia insito nell’uomo che legittimamente deve superare il momento del ricevere e quanto invece risieda nella maleducazione che impedisce di oltrepassare l’oggetto ricevuto e vedere la persona che dà. Nell’antropologia del dono si rinserrano i vincoli, si riconosce il gruppo, le persone crescono sapendo di poter contare sugli altri, ma non pretendono, non adulano, non diventano appartenenti a qualcuno. Così si supera l’imbarazzo di ricevere e il gesto gratuito diventa consuetudine, ospitalità, modalità nell’ essere e nel riconoscere l’altro uomo.
Lei si era innamorata di un altro, all’inizio senz’ avvedersene.
O forse se ne avvide?
C’erano le circostanze, il caso fece il resto.
Lui disse ch’era già accaduto, ma prima s’era potuto rimediare. Adesso non c’era più nulla da fare.
Passò il tempo, neanche tanto, anzi poco. Forse per un simmetrico bisogno d’attenzione, anche lui s’innamorò di un’altra.
All’inizio senz’avvedersene.
O forse se ne avvide?
Si generarono dolori, qualcun altro ne fu sorpreso, in passato, gli pareva, d’aver potuto rimediare.
Gli sembrò d’essere quasi ucciso dal dolore e che solo ferire gli riportasse vita, ma poi si stancò d’essere senza luce, e cominciò a vedere il mondo che gli ruotava attorno.
Mentre il tempo scorreva, nuovi nodi s’erano allacciati. Vite, che sembravano squassate, ritrovarono abitudini conosciute.
Ma anche le altre vite, ch’erano apparse nuove, diventarono un po’ usate.
Forse l’ urgenza ormai non era più tale.
Tutto sembrò acquietarsi perché ciò che sembrava forte, lo fu un po’ meno e quello che brillava, perse un poco la sua luce.
Così avvenne che pensieri, più o meno uguali, si formarono in teste che s’erano profondamente conosciute: nei grovigli di destini, un capo sempre fugge e disegna nuovi eventi.
E ricominciò l’attesa che il nuovo accadesse e la storia facesse finta di ripetersi.
Perché anche nell’abitudine allo star bene, la speranza ha sempre porte da cui uscire.