lettere dalla zona arancione 3.

Adesso che tutta l’Italia è arancione queste piccole note hanno meno senso, lo sento come una scelta d’altri, dura, necessaria. Tutto è ancora precario e ci si affida a ciò che da sempre ha funzionato con le epidemie: il confinamento e l’attesa. Solo che ora è l’intero paese in quarantena e chissà come questo viene percepito dentro e fuori Italia. Leggo in questi giorni il libro di Laura Spinney 1918 L’influenza spagnola. È un libro di tre anni fa, ma contiene quasi tutto quello che è accaduto e che accadrà, ora si aggiunge la potenza della medicina molecolare, degli antivirali che dovrebbero aiutare moltissimo a uscire dalla pandemia, ma se ascoltassimo di più le meccaniche della biologia e della vita probabilmente il mondo sarebbe più pronto ad affrontare le minacce.

Mi piacerebbe molto che la comunicazione aumentasse. Che il livello profondo di essa superasse l’occasionalità di un evento che diventa tale perché da fatto cambia le vite. Un poco. Quello che basta per rendersi conto dove si è e cosa si sta facendo. Dovremmo scambiarci in questi giorni le impressioni, ciò che si sente di nuovo e ciò che manca in conseguenza di una cattività imprevista. Quelli che non sono malati cercano di non diventarlo. Stamattina sono passato per un laboratorio medico, al posto della ressa e delle 50 persone che abitualmente occupano ogni spazio eravamo in 4. C’era più personale che pazienti, e il personale era bardato di tutto punto. E tossiva dietro alle mascherine tanto che serpeggiava il timore di essere in un posto a rischio pur con tutto il disinfettante e i camici sterili. Se le persone rinviano esami e visite significa che il timore per ciò che non si vede è ben più grande di ciò con cui si convive. Mi hanno confermato che è così ovunque, sia nella struttura sanitaria pubblica che in quella convenzionata, le persone ci vanno solo se l’esame o la visita è indifferibile.

Per strada e al supermercato poche persone. Non ho visto controlli e al bar, a debita distanza, ho parlato con il capo dei vigili che in questo momento si affida anche lui, più al buon senso delle persone che ai blocchi stradali. Qui passano strade di grande comunicazione e sarebbe impossibile, se non per blocco totale imposto, che ci fosse un vero controllo capillare dei motivi per cui le persone si mettono per strada.  

Di questa consapevolezza nuova, se c’è, mi piacerebbe parlare, di come essa muta tra luoghi diversi.  Di come si vive in casa e nell’ambito della necessità ridotte alle funzioni essenziali. Di cosa sia il piacere e l’allegria al tempo della costrizione. Sarebbe interessante ci fosse uno scambio tra parti del Paese, tra percezioni differenti, con particolari e adattamenti diversi. Qui l’arancione è entrato nelle case e ha mutato già qualche comportamento, ma ora è la durata che farà la differenza perché appena i numeri lo consentiranno, le persone si troveranno nella terra di nessuno dell’indecisione.

Questo fatto inaspettato e davvero significativo ha già prodotto un effetto sulla politica. Tutta. Vietando le  riunioni, con le dichiarazioni superate dai fatti, le intemerate che cambiano richieste sino ad ammutolire, la politica muta e regredisce. C’è da chiedersi chi comanda in questo momento in Italia? Il governo certamente, perché ha un potere costrittivo, ma è esso stesso prigioniero dei numeri e dei tecnici. E in Europa perché non accade nulla? La pochezza della politica europea, oltre la gestione della banca centrale, si fa sentire, siamo sull’orlo di una doppia crisi, sanitaria ed economica, ma non c’è una decisione comunitaria. L’Europa si è ritirata nei palazzi e nel silenzio e dopo la vergognosa visita ad Atene, non è neppure in grado di dire cosa farà con quello scempio di speranze, di vite che offende ogni senso di umanità. Strumentalmente Erdogan ha ricordato che il diritto d’asilo è un fondamento dei paesi europei, lui può permettersi di fare ciò che crede perché gli è stato permesso e come in Libia, è stato pagato perché i profughi fossero tenuti a bada nei campi di detenzione anziché affrontarne il problema razionalmente, ovvero come poterli includere nel modello di civiltà capitalista e occidentale. Sono qualche milione di persone che non hanno più nulla da perdere, se non la vita, si pensa ci sia una soluzione umana ed europea? Di questo non si parla più. Credo che sia uno degli effetti, non solo della pandemia, ma della sostanziale mancanza di raffronto tra realtà che dall’informazione transita poi nei discorsi delle persone. Comunque la politica, anche quella molto locale, è annientata dagli eventi, cioè apparentemente tutto funziona, ma i meccanismi di decisione e di controllo non si capisce bene dove siano. È il tempo ideale per l’abuso, perché la distrazione è somma. Non sto dicendo che avviene ma che nessuno se ne accorgerebbe.

La pubblicità continua a mostraci brigate felici di giovani, divertimenti all’aria aperta auto da acquistare, supermercati felici da frequentare. Balocchi e profumi, ma forse è meglio così, le persone pensano che una normalità fatta di acquisti e di tempo libero, di viaggi, di alberghi e di ristoranti sia questione di pochi giorni.

Tutto tornerà come prima è il messaggio e invece ne usciremo diversi, questo è certo. Una situazione simile non è mai stata vissuta dalle generazioni che ora vivono nel mondo occidentale. L’economia e la finanza sono due termometri della normalità farlocca che conosciamo e che fa parte del nostro mondo, e loro danno i segnali di ciò che scricchiola. Quanto tempo impiegherà il nostro Paese a uscire dall’idea di essere un luogo contaminato? E le imprese, che pur lavorano, per quale mondo produrranno? Noi possiamo vedere ciò che ci fa male oppure tornare a un prima che non sarà più lo stesso. Possiamo riflettere e cambiare su due temi fondamentali per l’umanità : i rapporti sociali tra persone e sull’economia del pianeta. E cercare di mutarli in modo da stare meglio. Sarebbe un buon uso di questa situazione se essa aumentasse la consapevolezza delle fragilità su cui camminiamo. Se aggiungessimo ai problemi l’ambiente, se ci si chiedesse se davvero era così che volevamo vivere. Se invece si considererà tutto questo solo un episodio che passa, allora saremo liberi di uscire e di consumare esattamente come prima, per un po’ forse, ma il danno più grande sarà stato l’incapacità di capire che non si vive di solo presente.

lettere dalla zona arancione 2.

In questo secondo giorno di cattività relativa, alcune cose sembrano chiarirsi. Ad esempio chi può muoversi e perché, ma soprattutto la percezione che non è davvero tutto come prima ovvero poco più di un’influenza. Stamattina sono andato in centro, dovevo, ho usato l’auto, il traffico era poco. Tutto il da farsi si è risolto in un tempo inusualmente rapido. Tornando verso casa guardavo i parchi vuoti di bambini, come fossero a scuola e mi sono chiesto cosa penseranno in questi giorni di vacanza che non è tale. Per loro è un’esperienza diversa che per noi adulti, in quanto ancora abituati ai cambiamenti, cosa che per noi, così ricchi di abitudini, è più difficile.

C’è molta discussione sui social, ma è il posto della solitudine che improvvisamente diventa l’agorà della socialità esterna perduta. Questo vale per quella parte di persone che hanno improvvisamente più tempo, mentre gli altri continuano a lavorare. Come prima e con qualche difficoltà in più per chi lavora fuori provincia. Non è visto bene e sembra che lo stigma geografico conti anche tra contigui. È cosa ben diversa dal ritorno in massa verso regioni che finora non hanno avuto episodi importanti di contagi e che hanno strutture meno capienti di queste a nord, ma anche qui si sente un confine. Per il resto sembra non sia mutato nulla o quasi: il cantiere vicino a casa, le aziende della manifattura che non possono lavorare a distanza, i trasporti. C’è la sensazione che sia tutto un po’ meno di prima ma solo per alcune parti dell’area del fare economico. È crollato il turismo, la ristorazione, lo spettacolo, persino la politica ha riti nuovi e frastornati, ma il resto continua a funzionare come prima o quasi.

La chiusura dei bar alle 18 sta avendo effetti strani sulla socialità familiare. Non ci sono solo i giovani che tirano tardi, ma anche quelli che di anni ne hanno di più e magari hanno famiglia. Questo essere in casa cerco di immaginarlo come possa essere percepito e se stia cambiando qualche abitudine. Non ho riscontri, ma credo che ognuno si arrangi e che nuovi equilibri di presenze inusuali, si trovino per amore o per forza. Continuo a pensare che questo è il tempo degli amanti se sono liberi di stare assieme, per gli altri le cose si complicano. 

Ormai si sa che anche i paesi piccoli, di solito fatti di abitudini e di poca trasgressione,  hanno casi di contagio. Il bollettino appare sulle pagine dei tre giornali che riferiscono la cronaca locale, riempita di consigli e fatterelli singolari. Però è difficile che dello stesso fatto si riporti un’unica versione, l’altro ieri una coppia è stata travolta dal treno, le locandine andavano dall’accidente fortuito al suicidio, fino al litigio. Forse per questo sensazionalismo che impera da anni nelle notizie, c’è meno attenzione agli avvertimenti e ai numeri che riguardano la pandemia. A questo si aggiungono norme che sembrano stravaganti e derogabili, quelle sulle distanze ad esempio. Impossibili da rispettare in un bar o in un mercato. Ho colto scetticismo su queste regole che dovrebbero essere sostituite dall’imperativo: state a casa se potete e se dovete uscire state distanti quanto potete dalle persone. Siate puliti, in casa e fuori, cercate di proteggervi da ciò che non si vede e non si sa dove sia.

Nei discorsi sentiti a pezzi tra l’acquisto di un quotidiano e un’attesa alla cassa, qualcuno manifesta un pensiero molto radicato in questi luoghi, ovvero che le norme siano fatte per quelli che non sono furbi. Qui sono tanti ad essere furbi e nessuno si pente quando viene pizzicato, al più pensa che è accaduto, e la prossima volta dovrà stare più attento. In positivo comincia ad emergere il ricordo dell’altra grande preoccupazione invisibile, Cernobyl, quando si lavava di più la frutta e si mangiava più carne nostrana. Solo che allora la minaccia non riempiva gli ospedali, era una condanna differita che si poteva evitare o limitare, mentre ora sono i numeri a impressionare assieme alle mascherine che si vedono in ogni negozio e anche per strada.

C’è una paura sorda, che ciascuno affronta o esorcizza come crede, magari banalizzando oppure pensando che non toccherà a lui. In fondo nelle conte è sempre così, però c’è inquietudine accanto alla trasgressione, le cose non sono uguali, i tram girano vuoti e se ancora la convinzione non è profonda, verrà nei prossimi giorni, spero. O quando si capirà che l’equilibrio di ciò che si può fare ci riguarda personalmente e che stranamente l’egoismo di star bene coincide con la solidarietà del non contagiare chi amiamo.

 

 

 

 

consapevolezza

dav

 

Di notte, accadde qualche volta, sognavo di volare. Era uno staccarsi da terra fatto di balzi sospesi, che mi faceva restare in aria. Mi svegliavo e avevo una pace discreta e importante che migliorava i rapporti con gli altri. Durava fino alla prima vera difficoltà, ma saper volare sia pure nei sogni, mi pareva un’abilità. Era il mio io che faceva la pace con il suo controllore ?
Coincidono i sogni con i periodi in cui i desideri si fanno sentire, per forza incoercibile o per la loro poca importanza. Sembra, dicono, che c’entri l’autostima. però l’ho saputo dopo. E lì forse ho esagerato, pensando che il tempo fosse infinito e che esso sanasse tutto quando s’incontrava con la volontà. Ma l’uno o l’altra erano spesso occupati altrimenti, per cui le smagliature diventavano strappi e i buchi assenza di tessuto. Si poteva camminare stracciati o scivolarci dentro in sogni maldestri. Peccato.
L’autostima, ho scoperto, è incerta, balbuziente nelle parole che servono quando è in difficoltà e trova un suo soffitto dove sbattere la testa: non ci si fa troppo male ma si riconosce la grandezza altrui, la bellezza che c’interpella discreta o scostumata, e ci mostra il limite per riuscire a goderne. Così persino le trame, i personaggi dei ricordi e del presente che si fa futuro mostrano complessità che non è facile sciogliere. Riconoscere di essere un guitto non significa non recitare più, ma fare il teatro come parte della vita. E accade di sentire che quel volo dipende dalle passioni, che il massimo è fuori portata dall’eccelso, che l’unico non significa per forza di cose eterno.

Di tanti versi che non lo erano, di sogni davvero sognati, di slanci finiti per terra si è tessuta la trama, cucita con parole ch’erano insufficienti o eccessive, di silenzi ricchi d’impotenza, di piccole bugie transitorie, di tempo sbriciolato in secondi eppure erano giorni. A volte anni. Sconfitte da cui rialzarsi e quante volte, mi son chiesto conto di ciò che era evidente nella sua grottesca inadeguatezza. Così, a un consapevole guitto, è stato chiesto qual era il soggetto e se davvero parlasse a qualcuno, se vi fosse un fine al dire, ai silenzi, alle strane parole. Lo chiedo ora a me, al dubbio che ho coltivato, a volte per timore e più spesso per ragione. Lo chiedo a me che non butto nulla e conosco il significato di ciò che dico, a me che non volo più nei sogni e del limite penso il possibile bene. E mi chiedo se nessuno si curi ancora della considerazione di sé in questo mondo dove tutto brucia nel giorno e ci si stringe addosso quel po’ di umano rimasto, senza speranza di vittoria, ma almeno di far pari dopo tante battaglie, fallimenti, fughe. In fondo nei sogni ho volato e poi stavo bene con tutto ciò che era attorno. 

Ho perduto molte cose che m’importavano, ma non te

era impossibile, perché la tua radice intreccia le mie,

Il tuo restare mi segue,

non mi lasci mai e per questo vado, torno, vado,

senz’essere davvero qualcuno,

come s’usa nei sogni.

 

consequenzialità

Effettivamente le parole seguivano gli occhi
e così nascevano i pensieri, guardando le linee che il sole tracciava
in purezza, o attraverso le cose, nelle ombre sui muri, sulla pietra, sull’asfalto,
sulle cose che diventavano altro da sé.
Ancora altro.

La bellezza confonde,
rende invisibili, mentre rimescola ciò che sembra certezza,
nasconde ciò che è solo ripetizione. Così la città diventa contenitore,
di troppe storie uguali, irritanti nel loro non vedersi;
è una scatola di apparenze che il sole scopre,
e rende vere e così povere nel loro gridare silenzi d’aiuto,
che è incoercibile la voglia di fuggire
e dire, steso, al cielo, senza guardare, la misura di tutti gli slanci finiti in cadute,
l’inanità che prende e ha bisogno solo di cura.
Di andare via, di dare, di ricevere, denudati sino alla giusta carezza.
per vivere, ancora un poco d’eterno, vivere, con speranza.

 

cose un po’ fruste

 

A volte mi commuovo. Senza una ragione apparente, si affolla ciò che è stato ed è poi altrimenti evoluto oppure s’è spento senza far rumore, come accade a chi parte e poi non torna. C’erano state promesse e speranze, ma sin dall’inizio si sapeva che quel salutarsi era un addio. Un chiudere che l’illusione e la speranza rendevano meno doloroso, ma era nell’aria, nelle parole trattenute, nello scambio che durava molto più di quanto sembrasse necessario. Questo è il farsi delle scelte, del caso e di ciò che accade, la testimonianza di aver conosciuto e profondamente vissuto che resta dentro di noi con quell’insoluto che ogni scelta ha comportato, ogni pienezza ha generato, ogni cosa ha incorporato. Dovrebbe bastare, ma non è mai abbastanza come accade in tutti gli amori, compreso quello per ciò in cui si è creduto con tale forza da piegare il desiderio, da posticipare la necessità. Di questo, nella mente e attorno a me c’è larga traccia e così mi prende una vaga nostalgia per il contenuto delle cose che non sono mai davvero tali per chi le conosce per davvero. Per chi le ha scelte, le ha tenute appresso e consumate con l’attrito che genera quel rapporto che non è mai solo uso, ma piuttosto un parlarsi, un gettare tra l’inanimato e il sentito, un dialogo.

Guardavo fuori, la campagna che s’accosta alla città, che si ricorda di ciò che era nei fossi e nei campi appena arati. Che ha piccole macchie d’alberi selvatici, testimoni di litigiose eredità oppure d’attese di cambi di piani regolatori già troppo permissivi. Nel tramonto guardavo il cielo che s’aranciava di luce e nubi strette, il pensiero andava al rumore del legno che brucia nei fuochi improvvisati nella spiaggia e vedeva, e sentiva, il crepitio dell’alta catasta dell’inutile che bruciava a bordo del campo.

Nei ricordi e nel presente, ho un filo e nessuna traccia, uno svolgere che non tesse perché non conosce chi sia all’altro capo. Non è forse questo il gioco di ciò che è ancora in attesa di noi, che aspetta per dirci, non il consueto e l’abitudine ma il nuovo che vorrà coinvolgerci? Parlo a me, alle cose, al buio e alla luce. Ricordo. Un ricordo qualsiasi.

Quella mattina era poco dopo l’alba quando cominciammo a camminare. Era luglio e il caldo ci avrebbe colti per strada, ma con buona parte del cammino fatta. Era già un’avventura fare colazione mentre fuori c’era la notte. Fremevo impaziente, nei calzoncini corti avevo i pochi soldi per il ritorno in treno, un coltellino, uno zainetto di tela verde con l’acqua e due panini. Chissà come avevo convinto mia madre che sarebbe stata una camminata lunga e sicura. Forse perché eravamo in tre coetanei e le madri si parlano e si sorreggono nel convincersi. Uscimmo e andammo. Poi, appena usciti dalla periferia, c’era la strada, polvere, campi, paesi sconosciuti, fontane con acqua fresca e una meta. Quanto parlammo. Mi resta solo l’impressione del parlare perché avvenne ed eravamo in fila, scherzando ininterrottamente su quella strada con tre diversi motivi per farla. Chi voleva ringraziare per la promozione ottenuta, chi per dimostrare l’indifferente vigore fisico, chi, ed ero io, il bisogno d’esserci senza avere un merito né qualcosa per cui ringraziare. Forse volevo connettere qualcosa che da tempo era disgiunto e non trovava sintesi. Un sentire differente che implicava un passaggio attraverso qualcosa di banale e più grande, com’è per ogni iniziazione. E io non sapevo cos’erano le iniziazioni, non sapevo nulla delle discontinuità del tempo, dello strapparsi della tela che mi sembrava così determinata, conseguente e sicura nel suo andare da qualche parte e poi improvvisamente ti lasciava solo davanti a te.

La nozione dell’ignoto, chissà davvero quando si matura, diventa una scelta che accende le guance, rende urgente l’andare, chiude ciò che precede e spinge incoercibilmente oltre. Per alcuni non viene mai ma lei, la nozione, ci prova e quando si è bambini o poco più, accade che ci sia un protrarsi dell’insufficienza propria, del sentirsi inadeguati, né una cosa né l’altra soddisfano appieno. Allora servirebbe ci fosse chi capisce che si è sull’orlo dell’ignoto, chi aiuta a decifrare le parole che non si conoscono, chi ridà un senso a ciò che si rifiuta e renderà fulgida parte della vita che si vive e si vivrà. Ma così non accade e non era così quella  mattina, né lo è stato per molto tempo innanzi e forse neppure ora. I segni di un’antica lotta non si cancellano mai, al più s’imbellettano sotto altro finché non diventano cari.

Comunque, con i piedi stanchi e gonfi arrivammo, facemmo il lungo portico in salita. Ci inginocchiammo nella chiesa. Ciascuno pensò qualcosa, ma non per molto, e uscimmo. Fuori c’era il sole a picco del mezzogiorno, una vasca colma sotto la fontana in cui immergere i piedi a turno, l’acqua fresca e un prato in cui stendersi sotto un albero a piedi nudi a guardare il cielo tra le foglie. Ricordo il silenzio tra scoppi di parole. I propositi per la sera, le prese in giro scherzose e quel silenzio in cui ciascuno metteva l’utile e l’inutile di quei 40 chilometri di fatica. Il senso. Perché c’era un senso che riguardava ognuno di noi. Non me ne accorgevo ma le vite un po’ si separavano. Una bocciatura, un andare al lavoro prima d’altri, un percorso di vita che seguiva per ciascuno un daimon differente. Eravamo amici e lo restammo a lungo, ma le vite andavano seguendo un filo di cui si aveva solo il capo dopo che i nodi dell’infanzia, delle prime avventure, si erano sciolti in piccole distanze. Avevo un coltellino rosso, piccolo e affilato quanto bastava per fare la punta a un bastoncino. Lisciarlo della corteccia e lanciarlo verso il cielo, oppure ricavarne una fionda per future imprese. Credo di averlo fatto anche allora, ridendo perché ormai eravamo troppo grandi per quelle cose. Nel primo pomeriggio tornammo verso la stazione, e in treno verso casa. Già la sera non fummo insieme. Quel coltellino c’è ancora, consumato e messo in un cassetto. Non può dire nulla a nessuno se non a me, non può sciogliere nessun nodo se non i miei. Forse per questo a volte, senza ragione mi commuovo, perché le cose un po’ fruste e invecchiate con me mi ricordano altro ed è difficile, forse un delitto buttar via, parlo dei ricordi, ciò che per poco non è stato, oppure lo è stato davvero ma non come avremmo voluto.

Sono i nostri piccoli fallimenti, le ferite che c’hanno fatto male e insegnato, che tracciano una mappa di ciò che abbiamo camminato. La nostra mente conosce bene quella mappa, la dispiega, e se la guarda bene, vede che sono loro, i nodi di ciò che siamo, che ci chiedono di camminare ancora. 

 

il blu e l’indaco

Di cosa mi stupisco? Dell’utile portato a paradigma, della distrazione verso i particolari, dell’incapacità di vedere l’insieme ovvero l’apparenza e ciò che la sottende. Mi stupisce il disamore povero, quello senza ragioni, privo di carezze virtuali e virtuose. Mi sorprende l’attenzione su ciò che si ripete e non s’impara, l’idea del tempo che sovrasta il vivere. Mi sorprende guardare lo specchio e riconoscermi, ora come allora, certamente differente ma privo di giudizio serio perché lo ritengo inutile. Anzi un ulteriore spinta al disamore. Eppure noi tutti abbiamo bisogno d’amore, perché allora non stupirsi di tanta inadeguatezza e confusione. Perché in definitiva, siamo così poveri nel dare e bisognosi nel ricevere e di questa semplice equazione non troviamo soluzioni? Perché ci si accontenta quando ben altro è a disposizione. È così, ma solo a volte, perché il caso, la volontà, la paura, la stessa voglia ci si mettono in mezzo.

Mi hai detto che il mio umore era blu, colore facile da portare in società, difficile per il cuore, per i pensieri, per le stesse mani se non trovano la giusta carezza. Di quel blu vorrei scomporre il rigore del freddo che l’accompagna dal flusso che indica lo scorrere pulito. Quello che facevano le nostre nonne quando al bucato fatto con la cenere e da essa ingrigito, aggiungevano l’indaco nello sciacquare perché la sua vena abbagliasse e indicasse il bianco e il pulito. Ecco, se tu non l’avessi capito, per poco amore diventiamo blu, non abbiamo un indaco da estrarre e si raffredda l’animo, si spegne l’arancio nello sguardo, lasciando che il freddo risalga anziché nuotare nella corrente che ha lo stesso colore ma non ci bagna il cuore. Il blu dev’essere fuori noi, la pulizia solenne dell’amore che non ha misura, tempo, luogo. E l’indaco non sia altro che il pensiero, il corpo e il sangue, la pulizia e il lucore che nega ogni eccesso di verità, e quindi di menzogna, a ogni pensiero che finalmente può andare ovunque tanto non si perde ed è in ciò fedele. A sé e all’amore dato, ricevuto, voluto.

 

 

 

ridondanza e verbosità

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L’asciutta prosa scientifica, o il racconto essenziale fatto di frasi piccole, soggettoverbopredicato, e di concetti secchi come staffilate, non m’ appartengono. E qui il discorso potrebbe finire soverchiato dall’evidenza di tanto scrivere anche in questa pagina virtuale.  Eppure c’è stato un tempo in cui pensavo che l’essenziale fosse dire ciò che serviva, ovvero tenere l’utile. Come in un film, togliere tutto  ciò che era abitudine o ripetizione, restare nell’azione che ha un incedere semplice: genesi e sua causa, evolvere, caso, epilogo. Insomma ciò che ogni autore di gialli conosce e ciò che ogni innamorato vive. Non mi bastava e ora penso che nei particolari, nel ripetere con altre parole ci sia una ricchezza che sfugge a chi non ha tempo e voglia. E neppure gli interessa perché non cerca quel dire che si trattiene o si nasconde, ma si basta dell’evidenza.

Però è indubbio che questa osservazione detta da un’amica, sul mio scrivere ridondante e verboso, m’abbia colpito, che l’abbia riconosciuta come vera. Mi ha sorpreso e un po’ rattristato come accade quando ci viene fatta un’osservazione che ci riguarda e non ci piace. Ma il suo essere vera me la ripropone come inscindibile da ciò che sono e non avendo voglia di cambiare se non per scelta, mi fa pensare che il mutare sarebbe un mostrarmi diverso da me stesso o un pezzo di bravura. Quindi un fingere. Resta la genesi di come sono diventato ridondante e verboso, perché questa è una rappresentazione involontaria e fedele di ciò che sono. Qui le ragioni si moltiplicano, diventano meno precise. Per eccesso di immagini forse, oppure per l’inadeguatezza che sento nel raccontarle perché le parole approssimano troppo, o ancora perché in ciò che sento e vedo si nasconde molto non dicibile.

Ho anche pensato che se i termini sono precisi, il pensiero coincidente, non c’è bisogno di spiegare troppo. Un pensiero che non si perde, non divaga e va diritto all’oggetto è di per sé esaustivo. Non lascia ombre. E invece amo immergermi nell’ombra, nello scovare ciò che prima non si vede e poi si precisa. Questo esclude che la prosa possa essere efficace per un comunicato politico, per una presa di posizione. Si riduce il campo di applicazione e il raccontare è sempre un raccontarsi che non copia perché si intinge nell’originale. E questo amore per ciò che si intuisce è una attività da perditempo. Chi usa l’intuito per affiancarlo a ciò che vede e sente, sceglie di approssimare ciò che non si vede. Forse per questo l’ombra diventa fresco rifugio e fonte di attenzione. L’ombra contiene il silenzio di ciò che non vuol apparire e per raccontarlo o usa lo stesso silenzio oppure ci si muove in una linea incerta che tenta di rendere interessante ciò che apparentemente  non interessa. Come conoscere un segreto per alcuni è un peso, per altri una ricchezza.

Non a caso mi attira la spirale, il vedere il passato e il futuro nella spira che precede o segue mentre ci si muove dall’uno verso l’altro e non lo si capisce per davvero. Come per le centurie di Nostradamus dove ci sta tutto e il suo contrario. Ma questo accade quando si vuole interpretare ciò che si vede e non si conosce non quando lo si intuisce.

Di tutte queste parole si potrebbe fare un riassunto:

non ha le parole per dirlo oppure ne ha troppe,

ma solo chi non l’ha abbastanza amato

non ha inteso che ciò che viene raccontato è solo una parte,

e neppure la migliore,

di ciò che in quelle troppe parole viene svelato e celato.  

 

transiti apolidi

Tirar fuori la bellezza, dopo la notte
accogliere la luce, fidenti del giorno che s’appresta.

Dentro una rivoluzione fatta di cocci amorosi,
siamo seduti in attesa d’un vento che risvegli
anche l’ultima cellula dispersa e la ridoni

al mondo, come luce ogni mattina.

Ma soprattutto a noi che usiamo abitudini,
orecchie cieche,
spirali per dire l’insofferenza priva di nome. E luogo.

 

l’abitante

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Non accadeva nulla. Il sentiero saliva, a destra il bosco, a sinistra il rudere di un tentativo di abuso edilizio. All’interno di quello che forse sarebbe stato un soggiorno era nato un albero ora grande e pieno di foglie. L’abitante senza vicini umani e con molti uccelli e piccoli voli tra i rami. Salendo non accadeva nulla che non fosse ripetibile, qualcosa di così memorabile da costituire un ricordo singolare. La vita scorreva con il ritmo del respiro e non aveva una trama che potesse diventare narrazione: avrebbe ripetuto i passi, la scaglia del calcare che spuntava tra il muschio, il resto di un reticolato con un fiocco di lana, erba, fiori incauti e rami seccati. Lontano il suono di una campana. E’ un vecchio dilemma quello dell’artificiosità delle storie, dei ricordi che si intrecciano con la necessità di interessare, di rappresentare una singolarità in cui ci sono protagonisti, decisioni, eventi che si configurano come emblematici. E’ il tema del divenire, il bisogno di un passato per costruire un futuro mentre siamo nell’entità più inafferrabile e banale per la grandissima parte della vita, ovvero l’adesso. Così il sentiero che si muoveva tra bisogni lavorativi dei boscaioli e le abitudini di escursionisti. Di certo portava da qualche parte, quasi certamente era, o un percorso circolare da case a case oppure un andare e ritornare su se stesso tracciato dal bisogno e dal piacere non dall’utilità e dal programmare futuri percorsi.

Ciò che fa la differenza è la persona che percorre il sentiero non la traccia e ciò che le sta attorno. Sono i pensieri diversi di ciascuno, il movimento degli occhi, il collegare le cose, la congiunzione dell’adesso con il conosciuto, il nuovo intreccio che esso può provocare nel passato. Oppure, i più bravi, vuotano di pensieri la testa e lasciano che ciò che è all’esterno entri e non diventi solo esperienza, ma vita, modo d’essere.

Il bisogno che accada qualcosa testimonia la lotta diurna contro il vuoto della noia, la forza vivifica dell’accadere contrapposta al succedere; nella prima c’è l’idea di poter influenzare le cose, nella seconda esse semplicemente si succedono senza un nesso che ci riguardi ma con una fortissima logica interna. A quella logica, che poi sarebbe quella del fluire, si può appartenere o meno, ma ciò che dovrebbe essere chiaro è che essa è disgiunta dalla felicità.

Non si è felici per caso, questa era la tesi che mi seguiva anche in quel sentiero, ma per volontà di voler mettere assieme cose disparate e controverse oppure per abbandono, per una resa così incondizionata che, come per il bimbo coccolato ogni movimento dell’accadere diventa carezza e occasione di allegria, in noi diventa un lasciarsi andare allegro e meravigliato.
Quasi sempre non accadeva nulla e questa era la storia, quella vera, quella che i 17 miliardi di individui che dalla comparsa del genere homo hanno abitato il mondo, hanno vissuto, con qualche rada eccezione che a pedate ha spinto innanzi tutto il genere. Non accadeva nulla e non avevo la facoltà di entrare nel pensiero altrui. Di questa seconda consapevolezza ero contento, non perché mi dispiacesse indovinare un desiderio di chi mi è caro o capire meglio chi ho di fronte, ma per il semplice motivo che gran parte dei pensieri sono sconclusionati, saltano di palo in frasca, sono ossessivi nel ripetersi, cercano soluzioni a problemi spesso privi di senso e stare nella testa di un altro a condividere il guazzabuglio che già ben conosco non aveva nulla di attraente. Se viene glorificata l’utilità del pensare e del fare, è perché essa genera plusvalore per qualcuno, ma anche e soprattutto perché il pensiero è fondamentalmente privo di essa, è anarchico e vitale come l’istinto, si muove per meandri sconosciuti, ma soprattutto è indifferente a ciò che dovrebbe provocare reazioni immediate. Insomma agisce per suo conto ed è pure duro di comprendonio. Se così non fosse giustizia e bellezza sarebbero perseguite e invece capitano per caso, come accidenti più che per volontà comune. Come quell’albero, unico abitante della casa in rovina e nato per caso dove doveva esserci altro, che faceva altra utilità rispetto a quella umana, ma era successo e ne aveva approfittato. Semplicemente vivendo.

il limite

In questo tempo in cui c’era la possibilità del giusto, dell’equo, del sufficiente a tutti, ma per stanchezza, ignavia o indifferenza lo si è ignorato.

In questo tempo di parole svuotate, di invettive, di odio crescente, di domande accantonate, c’è il bisogno di capire gli errori. I miei anzitutto e perché essi facciano così male. Sono cose veniali, strabismi, superbie e sufficienze inutili, valutazioni imperfette, eppure tolgono energia, la dissipano in rivoli senza senso.

A questo serve il silenzio, il mettersi da parte: a porre al giusto posto le cose e le persone, senza considerarsi più intelligenti della realtà. Serve a capire il limite e a frequentarlo con rispetto e modestia.