sulla porta

sulla porta

Sulla porta avvengono cose intense. Cose che hanno a che fare con i sentimenti. Non mancano le banalità, i simbolismi: porte accostate e sbattute sono quasi icone di un prima e un dopo interiore che rappresenta ben altro. Sulla porta vengono dette parole spesso usate, banali, ma qualche volta, definitive. E gli addii consumati sulla porta di una casa, di un treno, di un aeroporto sono crudeli e senza replica apparente.  Lasciano interdetti, come accade in ogni omicidio premeditato. Oppure raccontano il banale che sconfina sempre nell’irrevocabile. Quanta indifferenza può esserci nel ripetere, o quanta insicurezza si trova nell’abitudine, non ce ne accorgiamo, fino a un momento di rottura. Ma l’eccezionale in fondo si prepara un po’ per volta nel suo agente. E chi è l’agente dell’eccezionale se non colui che dice che qualcosa è accaduto. Qualcosa che era percepito e rifiutato, oppure intuito e atteso, perché a volte, nell’entrare c’è la felicità che si palesa confermandosi.

Sulle porte avvengono cose che voi umani sapete e che non è necessario cercare nei bastioni della galassia, ma dentro, perché un saluto è un arrivederci, un addio è una rottura di un equilibrio, di un viaggio, di un possibile che poi giace infranto. Ai propri piedi perché chi l’ha pronunciato già non teneva più a quel possibile, l’aveva scartato. Sulla porta, sotto lo stipite, ci si rifugia quando c’è un terremoto. I credenti, non importa di quale religione, mettono sopra di essa immagini ben auguranti, tracce di sapienze definitive e chi passa sotto dovrebbe essere investito dall’aura che benedice.

Sulla porta il cuore non è mai indifferente perché vede fuori e accoglie oppure chiude e sbarra, paura e speranza si intrecciano, un modo sostanziale di vedere coincide con le vite che si sono scelte. Il tempo è breve sulle porte e di questo tutti dovremmo essere consci, una comunicazione, un accadere ha bisogno di tempo e invece le porte sono un imbuto dello scorrere, come in una clessidra sono un cappio che velocizza l’accadere. Credo che l’addio che si perpetra su una porta che poi si chiuderà è il crudele finire e nessun finire dovrebbe essere tale.

Usare la porta per accogliere, e dire, è già molto, moltissimo. Ripercorre la sorpresa di quando si era felici, ora al contrario, ma con creanza. Non è un comunicato, è una con-divisione, un dolere comune, come c’è stata una felicità comune. Almeno questo nell’educazione ai sentimenti: non sulla porta.

2 pensieri su “sulla porta

  1. È proprio così Marta e ciò che si esplicita già era nelle cose accadute. In più servirebbe tempo e condivisione, e questo fa parte di una educazione ai sentimenti che quasi mai c’è.

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