i miei futili motivi

Si alzano i toni dello scontro, ma dove finisca la finzione e inizi la verità, è difficile dirlo. Nella battaglia tra chi è furbo e chi difende un principio è d’obbligo la diffidenza. Il furbo può essere intelligente, l’intelligente può scegliere di non essere furbo e semplicemente non fidarsi. Sin qui normale amministrazione. Sul referendum, seguendo l’iter dell’approvazione della riforma, avevo maturato l’idea che la sostanza e la lettera degli articoli, così come modificati, fossero di per sé sufficienti ed evidenti per decidere cosa votare.

Nel mio caso, dopo aver letto, ho deciso per il No.

Poi c’ho pensato meglio e mi sono ricreduto, non sul No, ma sulla semplicità del mio ragionamento e mi sono chiesto il perché di tanta confusione, di tanta imperizia, sgrammaticatura e ambiguità, che saranno fonti successive di ricorsi infiniti. Chi ha scritto fa quel mestiere, ha uffici a disposizione, perché pasticciare?

Eppoi perché toccare così tanti articoli quando per dire che diminuivano i costi della politica e il processo legislativo diventava più rapido e sarebbero bastati l’abolizione del CNEL, la riduzione dei parlamentari di Camera e Senato e la riforma dei loro regolamenti. Con la modifica di tre o forse quattro articoli della Costituzione le cose avrebbero dato comunque il segno forte del cambiamento. Diversa la questione delle prerogative regionali che a mio avviso meriterebbero un esame più sostanziale e si potrebbero abolire le distinzioni anacronistiche oltreché ingiuste, rendendo tutte speciali le regioni, e dividendo bene i poteri con lo stato centrale. Ma questo tocca la forma Stato e merita un approfondimento a sé stante.

Oppure, ancora, se invece l’obbiettivo fosse stato quello di abolire il bicameralismo, perché non sopprimere il Senato tout court? Era più semplice e meno pasticciato, per i rapporti con le regioni basta e avanza la conferenza Stato-Regioni, del resto non abolita.

Se non era stata seguita la via più semplice. Pur non amando i complottismi, la risposta doveva essere altra, con motivazioni meno apparenti, ma sostanziali, così  mi sono chiesto: cosa ci sta dietro a questa riforma? Mi sono tornate a mente le dichiarazioni di una grande banca d’affari americana che da tempo sostiene che c’è troppa democrazia nel Mediterraneo, che i Paesi europei hanno processi decisionali che ancora possono essere modificati e ribaltati dal corpo elettorale, che necessita una verticalizzazione del potere. E non lo sosteneva solo lei, ma anche altre organizzazioni che studiano il rapporto tra finanza e crescita mondiale. Per la finanza la possibilità che un parlamento rovesci decisioni, buone o cattive che siano, raggiunte con fatica dalle lobbies, è un danno immediato e incrementante, cioè toglie la certezza del profitto che ci dev’essere sempre e comunque. Quindi  forse la ragione sottostante non è la semplificazione dei processi, ma il loro controllo e non è, come si vorrebbe far credere, che sia il nuovo che sconfigge il vecchio, bensì il trionfo dell’utile.

E a chi serve questo utile e soprattutto cos’è? Qui la cosa si confonde perché accanto a una versione edificante che sembrerebbe dire che l’utile è il processo decisionale, la necessità di realizzare un programma per il quale i cittadini col voto si sono espressi, (da questo il profondo legame tra riforma costituzionale e legge elettorale), emerge una pericolosa confusione tra utile e potere. Il potere esercita le proprie caratteristiche e più o meno realizza l’utile dei cittadini, ma può anche realizzare in forme meno esplicite l’utile di altri. A questo servono i contro poteri e la verifica elettorale, ma se il potere è in grado di condizionare proprio gli organi di verifica e di contro potere che accadrà?

Nulla se il “capo” , apparso per la prima volta in una legge avente un legame con la parte costituente, è servo del popolo sovrano. Molto se egli persegue i fini di una parte anziché quelli di tutti. Quindi ciò che è in ballo è il raggiungimento di un utile e del necessario potere che lo realizzi. In questa lettura capisco meglio il fine, le cortine fumogene della confusione dei processi legislativi, la mancanza di una legge elettorale che riporti al popolo l’elezione di un Senato con compiti differenziati. Comprendo che ciò che sta mutando è quel concetto di democrazia che la banca d’affari e non solo, giudica eccessivo per essere al sicuro da chi governerà e sulla sua amicizia con il sistema.

La democrazia non è il sistema di governo perfetto, ma sinora gli altri sistemi hanno fatto peggio, intendo dire nel meccanismo di corrispondenza tra uso del potere e soddisfazione dei bisogni e mantenimento dei principi di eguaglianza, legalità, libertà. Certamente la democrazia evolverà, ma la domanda fondamentale è se essa sarà maggiore oppure minore in futuro. Il liberalismo che ha sempre considerato che l’individuo e i suoi bisogni prevalgono su quelli della comunità, ha posto sin dall’inizio il problema del peso del voto, e a volte del voto stesso. Perché i migliori, diceva, ovvero quelli baciati dal risultato e dal successo dovrebbero valere come gli altri che non hanno altrettanta intelligenza e fortuna? E i primi non hanno forse strumenti maggiori per decidere per il meglio? Ecco che l’eguaglianza comincia a sparire, la legalità ha diversi pesi, la libertà stessa diventa differenziata. Se la sovranità appartiene al popolo, cioè alla comunità e non ai migliori, e volendo mantenere intatte, libertà, eguaglianza e legalità, e magari espanderle, bisognerebbe avere più democrazia, più possibilità del cittadino di contare e non di meno. Credo che in questo le tecnologie siano già entrate in maniera pesante nella gestione della democrazia, i sondaggi influenzano le decisioni governative, i media amplificano le posizioni, le promesse sono soverchiate da informazioni che spesso si elidono nella contraddizione. Ma il dubbio sull’efficacia di governo può essere ancora risolto semplicemente lasciando che chi sta peggio voti contro e chi sta meglio voti a favore e soprattutto voti chi vuole. Il momento del voto è l’unico momento, in cinque anni, in cui al cittadino viene data la possibilità di esercitare il potere che ha per la gestione dello Stato. È solo in quel momento, poi qualcun altro lo farà al suo posto: chi ha eletto. Ecco il profondo legame tra potere, cittadino e Stato. E la democrazia si preoccupa di far esercitare convenientemente questa relazione.

Ieri nella direzione del PD, nell’intervento di un ministro, è stato detto che esiste una sproporzione tra quanto si discute all’interno del partito (cioè di rapporto tra referendum e legge elettorale e voto conseguente) e ciò che accade nel mondo. Leggendo queste parole, ho pensato che se fosse così il segretario premier non si preoccuperebbe così tanto degli affari del referendum, ma piuttosto del molto d’altro che attende il Paese.  Ma era un pensiero malevolo, così ho pensato che il ministro aveva ragione solo se l’Italia non contava poi molto e che esiste sempre un relativo in ciò che ci coinvolge, che una risata magari avviene finché da un’altra parte qualcuno piange, ma l’una non compensa l’altra. Ho pensato che il qui e ora di ciascuno, proiettato sul futuro è esso stesso un mondo e che chi ha il potere si trova davanti alla necessità di sintetizzare i diversi mondi che appartengono al suo popolo, siano essi quelli della politica come pure quelli delle persone. E quando lo fa, chi esercita il potere, si trova davanti al proprio narcisismo e alla scelta tra un bene e un male relativo e così, il suo propendere per l’uno o per l’altro, renderà il futuro di tanti più o meno positivo. Questo è il potere democratico, che ha grande responsabilità di tenere assieme e di provvedere ai bisogni e al futuro, non quella di dimostrare di cosa è capace. Quest’ultima dimostrazione, quando si esaurisce nella prova muscolare, diventa sempre disgraziata e misera perché non ascolta altri che sé e quindi prevarica. A questo serve la democrazia del voto, a rendere transeunte e limitato il potere, a portarlo nell’ambito che gli è proprio, ossia decidere per il bene comune e non per quello di pochi. E siccome tutti siamo perfettibili, cadiamo nelle nostre contraddizioni e abbiamo idee mutevoli, e a maggior ragione perché siamo insieme con altri Paesi, ci dev’essere qualcuno che non dipende da chi è stato eletto che verifica il potere in modo indipendente e fornisce un’altra verità. Questo potere si conforma a qualcosa di più alto, ovvero alla Costituzione, la legge da cui nascono le altre leggi e giudica in base ad essa l’espressione dell’esercizio del potere. Per questo preferisco avere più democrazia, processi legislativi che raccolgano le opinioni di più persone di idee diverse, far prevalere una maggioranza che non abbia tutta la verità. E preferisco votare e sapere chi voto, per chiedergli conto. Per questo vorrei che chi mi rappresenta rispondesse alla legge come me e non avesse immunità. E che facesse quel lavoro, a cui nessuno l’ha costretto, a tempo pieno,  con spirito di servizio al popolo e allo Stato, nel migliore dei modi, con la possibilità di verificarlo ed eventualmente di non votarlo più. Se questo dispiace alla banca d’affari, o alle grandi organizzazioni della finanza, non mi interessa molto, vorrei se ne facessero una ragione perché per arrivare a questa libertà l’uomo ha impiegato qualche decina di migliaia di anni e non è stato né facile né incruento.

E così mi tengo finché posso la mia piccola possibilità e voto No.

il dottor divago

Il cielo si sta raffreddando, chiarifica l’aria e si riempie di stelle, di piccole nubi che  riflettono le luci della città. Sono grigie blu sul nero, le nubi, una maestria del pittore che ama le mezze sfumature.

Guardavo e ho visto una stella cadere, bella e veloce nella sua scia, tanto veloce che il tempo non è bastato per un desiderio. Credo che anche i desideri sentano i primi freddi, sono più lenti, si stiracchiano tra le scelte prima di dirsi ad alta voce o dentro di sé. Oppure è l’epoca in cui per desiderare bisogna prima pensare: davvero lo desidero? ce l’ho già? eh no, quello m’ha già fregato…

Comunque il cielo era bellissimo e il desiderio si avvererà.

Una veranda s’è illuminata della luce stanca che annuncia le ultime incombenze prima del sonno. Mi sono incantato a guardarla mentre si stagliava contro il cielo, l’ho sentita intrisa dell’umanità delle piccole quotidiane cose e ho provato tenerezza. Per le stanchezze che conteneva, per il calore tiepido, le parole non dette e sentite ormai inutili, per le domande ad alta voce che sanno le risposte. Stanotte l’aria era frizzante come le vite giovani d’interesse, affamate di futuro. E sono vite con una tenerezza diversa, che si nutre dell’arroganza del tempo ancora poco usato, che vivono di spazi e non di pareti mentre le altre vite trascinano le parole che si sono svuotate con gli anni, s’aggrappano alle dimensioni che conoscono a menadito e hanno paura di chiamarle noia.

Mi perdo e divago. Anche a cena il pensiero, e le parole che lo raccontavano, erano appese a fili esili, congiungevano temi distanti che a me sembravano vicini. Ma non era così evidente. chissà cosa volevo dire per davvero… Era una cena dopo un dibattito in difesa della Costituzione, non in tanti: un gruppetto.

Guardavo i visi, ora rilassati dopo gli interventi, che parlavano di vita, di cose che vanno e altre che non vanno. C’era leggerezza e un discutere che comunicava, come un prendere le misure alla vita e ascoltare per capire meglio. Anche le passioni da percorrere assieme erano pervase di sufficiente allegria. Un’opera dovuta, necessaria, e buona. Da fare insomma. Ho pensato alle tante piccole storie, quelle di ognuno, contenute e traboccanti, misteriose fino ad ogni abbraccio e saluto. Ci conosciamo tutti fino a un certo punto. E chi ha anni può essere la somma di arroganze oppure di molte pedate, ma lì non c’erano né gli uni né gli altri. Forse per questo sembravamo tutti giovani, anche nelle parole e nelle passioni. Siamo usciti. Fuori c’era un cielo blu cobalto e nero e le stelle indicavano la stessa leggerezza che si era dipanata tra pietanze autunnali, discorsi e speranze dubbiose. Poi è subentrata una fretta dettata dal freddo che s’incollava alle camicie ancora estive, di lì il ritorno, lungo e lento. E infine a casa. È il luogo che conosco come utile a ripassare il cielo. Lo guardo con lo stupore che ogni stagione porta con sé: è la differenza lo stupore. Non siamo davvero mai abituati alla differenza. E neppure al cielo così limpido e alla tenerezza siamo abituati.  Ed è bello scoprirlo ogni volta. Così ho pensato.

un dialogo per capello

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Lei non immagina di avere tutto il tempo che le serve? 

Siamo in piedi, la mano ancora stretta nell’accomiatarsi, la luce alle sue spalle. 

No, credo di no. 

Strizza un poco gli occhi, mi mette a fuoco, vorrebbe capire dove vado a parare, ma sorrido. Il sorriso nasconde le intenzioni. A volte.

Vede, ha già dei rimpianti.

Curviamo entrambi le spalle, c’è un effetto specchio che costringe ad imitare inconsciamente chi si ha di fronte, solo che riesce meno bene ed è un accondiscendere. Credo faccia parte del comunicare.

Crede di averli solo lei i rimpianti?

Bella mossa, la parità mette soggezione, annulla il piccolo vantaggio dell’aver detto per primi e rende orizzontale il dialogo. Quante volte cerchiamo un maestro, un tutore, un appoggio sicuro e per questo dimentichiamo che esso, al pari di noi, è soggetto agli umori, ha tristezze, sentimenti, forse passioni che possono evolvere nel corso della giornata. Quante volte parliamo con un’icona pensando che essa sia ciò che rappresenta e non una persona. 

No, certo. Ma alla fine ciascuno si tiene i suoi, li considera così importanti che quelli degli altri sono di serie b. 

È ora di concludere, le mani si lasciano, rimetto lo zainetto ed esco nel buio elettrico delle scale. Scendendo penso che se si guardano le vite, ciò che è accaduto in esse, tutto assieme, con le loro difficoltà e le scelte obbligate, ciò che si vede è un pastrocchio. Un’accozzaglia di colori senza capo né coda, al più gradevole alla vista ma difficile da trattare senza sporcarsi l’umore. Penso che il tempo è ciò che ci differenzia davanti alle cose, che cogliere l’attimo è diverso dal meditarci su, ma non vale solo per il singolo gesto: è qualcosa che si prolunga in avanti e indietro.

È vero, io penso che ci sia tutto il tempo necessario e che ci sia pure un bonus per perdere tempo.  E lui non lo pensa.

Penso che l’importante ci riguardi, ma che esso si ridimensioni a seconda di ciò che facciamo o siamo. Per chi è innamorato il tempo dello stare assieme non basta mai e invece per chi attende, il tempo è sempre troppo, ma non è questo che intendo, è il far accadere le cose che mi interessa e per queste il tempo sembra dentro di noi finché vogliamo davvero che accadano, poi sfuma. Forse il rimpianto è la somma di tutti quei tempi sfumati, di quei tempi stati che non si possono ricreare più. Il πάντα ῥεῖ di Eraclito portato dentro di noi che guardiamo la somma di ciò che è stato e poteva essere.

È un cartone di uova rovesciato sul pavimento: i colori si mescolano, il malanno è fatto, bisogna pulire, ma per un momento guardiamo ciò che si è creato. È privo di senso eppure ha una sua identità. Se il pavimento è sufficientemente colorato, persino una gradevolezza. Se fosse su una tela appesa si cercherebbe un senso al suo interno. E invece quella mescolanza di ragioni un senso non ce l’ha, è stata e ciò che si può attendere, oltre a pulire, è che alla prossima occasione un senso venga dato, un positivo per noi si attui. Per questo penso ci sia tempo.

scritture e segni

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Una narrazione epica di eventi e giornate così comuni e apparentemente banali che solo la luce del vederle dal di dentro, riscatta.
Un mescolarsi tra pensieri subitanei, riflessioni ancora indecise, ingressi inconsulti d’altri pensieri, sollecitazioni apparentemente distanti e contaminanti. Tutto poi torna ancora sul singolo evento per leggerlo nella meccanica, scomporlo e ricomporlo scarnificato in simbolo: ecco la fisiologia dell’ideogramma.
Così la giornata, lo scorrere diventa immagine, calligrafia e si snoda, inanellandosi, dall’alto verso il basso, da destra verso sinistra, incontro a ciò che viene ed è già, a suo modo, avvenuto. Incomprensibile solo per un niente, quello che manca per afferrare il senso, ma è lì, ad un passo, sulla punta d’uno scatto di comprensione, d’ intelligenza. 
Essere sacerdoti d’un definitivo che di continuo si compie e non è mai apparenza, ma approssimazione del vero più profondo.
Ecco il senso del bianco, del riempirlo di segni, del guardare -e guardarsi- stupiti e complici.

felicità globale

Stavamo camminando, così tra lazzi e frizzi, e un attimo dopo, senza sapere, eravamo finiti dentro il cambiamento. Le parole si inseguivano, usavamo modi di dire infami all’intelligenza, che pareva esprimessero chissà che.  Erano giaculatorie quelle parole, riempivano i vuoti, sembravano pieni. E le liste di letture per capire: due palle infinite. Come se la realtà disvelata non fosse di per se stessa evidente. 

Anche allora c’era una propensione alla chiacchiera, le promesse si susseguivano, solo che per un poco molti non ci credettero più. E neppure si rispettava più l’autorità, il potere che rappresentava. L’abitudine alla deferenza aveva fatto scordare a chi ricopriva un ruolo che c’erano obblighi, che le parole servant public non erano da raccontare ma da praticare.

Ma cos’era questo autoritarismo da ribaltare e dov’era? Era dentro e bisognava vomitarlo per togliere la tossicità e ritrovare l’innocenza. Più facile ripensare la società, ex novo, puntare sul piacere come strada alla felicità globale. Il piacere era rivoluzionario, la felicità transitoria ma ripetibile. Una condizione comune e un vivere dentro il migliore dei mondi finalmente possibile. Così, pareva, senza inquinamenti di sapere e di analisi, la vita sconfinava nell’essere.

La giustificazione era trovata e molti aderirono subito, altri poi e senza nessuna intenzione di cambiamento. Solo polpa e niente osso.

Utopia? Certo, ma cos’è più fertile di essa? Rimpianti? No, compatibilmente con i limiti che ciascuno sciorina a giustificazione.

Non che i limiti non esistano, ma quante volte sono diventati l’escamotage per negare la spinta, la rivoluzione, il rovesciamento di ciò che è comodo. Oggi che i lazzi sono più complicati e le passioni latitano, pure la realtà viene seppellita sotto cumuli di parole. Basterebbe ripensare cosa davvero ci tiene assieme, se il limite è solo stanchezza. Uno sberleffo e un guizzo d’intelligenza. Un elogio all’irriverenza.

spine irritative

D’autunno e in primavera il rapporto tra apparato digerente e cuore si fa più stretto e il primo può attivare delle “spine irritative” che innescano altre disfunzioni. Meglio proteggere.

Così ha detto: spine irritative.

Me le sono figurate lunghe, acuminate come quelle dell’albero di Giuda o di certi cespugli apparentemente inestricabili e invivibili e che invece sono albergo condiviso di rettili, uccelli, piccoli animali da sottosuolo. Mi sono ricordato di mio padre che nelle stagioni di passaggio sentiva acutizzare l’ulcera, regalo di guerra, e mangiava poco, piegava la bocca per il dolore e taceva più del solito. Queste due parole, quasi ossimori, perché la spina non solo irrita ma fa male, conducevano al pensiero che siamo noi a portare dentro le cause, e a contenerle assieme agli effetti. E, pensavo, che ciò accade ovunque ci sia un rapporto in noi, di piacere e dolore, anche nei sentimenti, anche negli amori che pur quando passano, poi i ricordi riacutizzano. Come le stagioni di passaggio che, indecise sul da farsi, intanto cominciano a mettere in discussione equilibri, propongono svolte ancora indeterminate, scuotono tra euforie e depressioni il quieto vivere deciso. Le stagioni del dubbio e della relazione non possono che produrre malesseri irritativi, mi dicevo.

Sono spine irritative che producono effetti altrove – pensavo – complessità di gangli nervosi, circuiti, tutto questo meraviglioso gravame di connessioni, interno e interagente con l’esterno, di cui non si può cogliere davvero la causa ma solo l’effetto. Noi siamo quello che mettiamo in noi, ma non è a costo zero, perché siamo davvero molto più coesi e complessi di quanto pensiamo ed è in noi che il battere d’ali lontanissimo provoca uragani incontenibili.

Così pensavo, camminando sotto i vecchi portici che conosco dal mio sempre. E intanto notavo un nuovo finger food nella strada che un tempo portava al monte di pietà. Lì c’era un artigiano che un tempo mostrava il suo lavoro nel farsi, circondato da attrezzi, con una vetrina scura pena di oggetti da cui lo si vedeva lavorare. Ora era arrivato Hopper senza essere Hopper e la vetrina era molto illuminata, con quella luce fredda che consuma poco e non riscalda il cuore , ed esibiva una scritta da fantasia liceale: idem con patate. Burger, würstel e cartocci di patate con salse varie-gate. Così diceva ed era un locale che si giocava l’apparenza dell’anonimato, ostentava colori indecisi come il crema e il marrone, tagliava la lunghezza della stanza con un bancone spoglio. Sembrava che l’unica gloria fosse il luccicare dei forni. Guardavo curioso la solitudine del rosticciere, l’oro fritto che s’ammosciava nella patata in attesa, le pareti che già cominciavano ad invecchiare nel pulviscolo d’olio. E sentivo la consistenza della spina irritativa, quella che volevo raccontare al medico e che non dipendeva dalle stagioni, ma era fatta di un disfarsi dei ricordi, delle parole, del linguaggio, delle abitudini, delle qualità. Confondendo la bulimia con il desiderio della pienezza, del benessere perenne, la quantità diviene spina che lancia segnali al cuore -pensavo- e il degrado non è cambiamento, è indecisione del prendere in mano i destini. Vigliaccherie per interesse, ignavia, e così le passioni si deterioravano in una luce senza sole. Volevo dire al medico del disgusto crescente che prendeva quando si guardava il vuoto senza essere vuoti, volevo narrare la difficoltà di dare nome proprio alle cose, di essere precisi e insieme dubbiosi. Volevo dirgli che scomporre le passioni in coriandoli non ha mai giovato a nessuno. Ma come fare, come dire il disagio che non impedisce di vivere ma lo disorienta?

Spine irritative, dentro, fuori, e acuzia di stagione. In fondo è ottimistico pensare che sia la ciclicità della natura che ci richiama, che basti un gastroprotettore per rompere un legame doloroso e intanto attendere, pazienti, le infinite rinascite che riparano alle vite ammalorate.

Rassicura pensare ci sia sempre una soluzione che non svolta davvero, la possibilità di attenuare il dolore che non guarisce, infine trovare un equilibrio con ciò che vorrebbe scelte e attenzione.

E allora, camminando, pensavo che dovremmo trasformarci in quei piccoli uccelli che vivono tra i rovi e trattano le spine come consigliere e volano e tornano felici, in quei percorsi che solo loro sanno.

Solo loro e nessun altro.

i molti sensi della cura

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Il senso della cura è in quel chiamare, pensare, scrivere: ci sono e ti penso. 

È nei piccoli gesti che si arrendono all’evidenza delle molte specie d’amore e che solo chi ne conosce la grafia sa interpretare e tenere cari. La cura è colmare un silenzio intuito, sorprendere con un gesto inatteso.
La cura è l’attesa e la sua risposta nell’esserci. La cura toglie il calcolo dai gesti, dalle cose, è un accucciarsi caldo, una carezza inventata e lieve, un sentire che nell’aria c’è il profumo della presenza.

La cura è togliere dalla solitudine quando questa fa male e lasciarla quando è necessità del ritrovarsi.

La cura non ha tempo, non ha ora, è fatta di codici segreti, di piccole abitudini che tengono assieme la luce e il buio, è un dire con parole giuste e sbagliate, un eccedere che coglie l’inespresso, un tenere per mano quando la mano ha freddo.

La cura è essere se stessi e porgerlo quando si può, è attendere che arrivi un segnale e capire che esso ha le difficoltà che ogni vita contiene. La cura siamo noi in ogni movimento verso un amore, in ogni attesa di esso, in ogni contingenza che non ci distoglie dalla certezza di ciò che conta. E che sappiamo ci sarà adesso, stasera, domattina, fin quando sarà bello che esso sia perché viene accolto e sentito e restituito.

Questo, e molto altro, è la cura.

il tempo e la corsa

Il senso del tempo, allora, era fatto di secondi sminuzzati come coriandoli e di velocità. Con gli orologi delle prime comunioni dei più abbienti, venivano misurati tempi dove il mezzo secondo era un’opinione, come la distanza percorsa, ma chi aveva vinto era certo. Erano sempre scontri impari e c’era sempre un secondo che rincorreva e che era pieno di gloria se mancava di poco la vittoria. Ci sarebbe stata un’altra occasione, la teologia della speranza coincideva con quella del secondo, dello sconfitto di poco che mentre riconosceva il più forte affinava la volontà per un’altra volta.
E sempre emergeva, quel tempo meccanico e malfermo, che sembrava  tutt’uno con una velocità ancora irrazionale, frutto di talento innato, senza allenamenti costanti, ma legata profondamente a quella gioia di correre che conosce ogni bambino. Quella velocità che spinge le gambe e chiede ansante una verifica numerica perché alla gioia è bello dare un numero, una misura anche se si sente che essa è nel gesto e pervade tutto ed è totale. La gioia del correre era la risposta a un bisogno prima di qualsiasi gioco o gara, era lo scaricare sul terreno, nel movimento più o meno coordinato di gambe e braccia, la necessità di sentirsi veloci, di generare il vento. Era l’energia di quella scoperta recente, il corpo, che voleva uscire allegramente, trasformarsi in possibilità, forza, misura. E il sudore, la sensazione di fatica, la gola che bruciava d’aria nel correre, erano in quei numeri, senza correlazione certa, che qualcuno diceva: cento metri (ma erano davvero cento oppure novanta o cento e cinque? ) in 13 secondi e 5. Quel tempo così preciso diventava il desiderio di possederlo, di poter misurare la velocità di sé e di qualsiasi altra cosa e avere un cronometro fatto di lancette scattanti, pulsanti che fermavano l’istante, quadranti da interpretare, era un sogno. Il sogno di misurare il tempo, la velocità e quindi dominarlo e dominarla. Adesso gli strumenti di misura sono precisissimi, i nostri erano adeguati più ai minuti che ai secondi e bisognosi di frequenti allineamenti ai segnali orari dell’istituto Galileo Ferraris di Torino che li trasmetteva per radio. Oggi è l’oscillazione di qualche atomo trasmessa da un centro di ricerca tedesco regola simmetricamente gli orologi in tutto il mondo. E adesso che la velocità di due gambette impastate di sudore e polvere sarebbe traguardabile in un oggetto da polso o da tasca in modo precisissimo, non interessa più a nessuno. I ragazzini si mostrano telefonini, giochi, conversazioni, foto, ma avere un orologio che misura la velocità non gli interessa più. Corrono perché qualcuno glielo dice, guardano le olimpiadi e il tempo è un’app.
Per un analogico, quale io sono, che insinua l’errore nella misura, c’è la sensazione che il tempo non sia lo stesso, che sia mutato con gli anni e che nessun desiderio o soddisfazione , possa racchiuderlo. Così vado con tenerezza al ricordo di quel: prontiii, via! Il primo, strascicato per racchiudere  tutta l’attenzione e il cuore e il secondo, secco, che per dare inequivocabile inizio a corsa e tempo. E allora le scarpe superga in tela e para, cominciavano a percuotere il terreno, magari non facevano arrivare primo ma riempivano di una gioia istantanea che dai piedi arrivava ai ricci e alla fronte sudata. Si era corso, anzitutto, e il tempo sarebbe diventato più corto domani, dopodomani, chissà quando, ma l’importante era gioiosamente, in modo scalmanato, correre.

come sarà l’autunno?

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Si sente,

il respiro lungo del sonno e l’irrompere sommesso dei sogni nel reale,

nei giorni in cui il sole scava nelle cose

piccoli grani per danzare nei suoi raggi,

è allora che la stanchezza di ciò che non accade avvolge il tempo,

e il suo scorrere sembra chiedere significato.

Come sarà l’autunno,

che scandisce di impegni le giornate,

e i suoi progetti riprende con fatica?

Ancora starà zitto il cuore

mentre si commuove in una foto,

e piano decifrando l’aritmetica d’assenza

chiede conto dell’andare, dove?

Tutto cheta nel dirsi:

c’è la noia di chi ha visto e non s’ è seguito,

ma non basta,

perché ci saranno i pomeriggi disarmati,

il senso che non acquista la profondità del rosso.

Così si ascolta, si sente,

e il pensiero va all’instancabile

rimescolar di conchiglie e sassi,

mentre si vuotano scogli e sabbia,

e i perditempo stan seduti a sentire

il pensiero del tramonto,

perché ancora una volta è sera

e poi notte

e poi sogno,

ancora.

controluce

Sono quasi le nove di sera, la vetrina è buia. È una bottega piccola, con poche cose, alcune curiose, altre belle, tutte di gusto e a prezzi convenienti. Nel fondo della stanzetta, c’è una macchina da cucire e una lampada accesa: una donna con i capelli raccolti ha un’aureola di luce, mentre cuce un vestito rosso. Il controluce tiene il viso in ombra e manda riflessi sui vetri soffiati, sui piccoli tappeti appesi, sugli orecchini e le collane di oro rosso.

Si accorge che la osservo, mi invita ad entrare. Le dico il motivo dell’insistenza dello sguardo e sorride: anche mia madre era sarta, mi dice. E così mi commuovo perché è la memoria di un altro viso in controluce a mischiare il tempo. Perché nel cucire c’era una cura che vorrei raccontarle e invece la voce accenna, si rompe. Invecchiando i ricordi, a volte, diventano prepotenti e dolci e allora troppo resta dentro travolto dall’emozione. Credo sia perché c’è uno scontro d’ amore: quello di allora e quello di adesso e sembra che il nostro cuore sia troppo piccolo per contenere entrambi.

La saluto e le dico che tornerò, mi sorride. E così basta.