Molti sono stati aperti una sola volta. Hanno generato curiosità, aspettative. Hanno parlato di un presente che mutava e non si era ancora visto tale, hanno tratto energia consequenziale da un passato, si sono avventurati in un futuro. A volte titubanti, spesso arditi, quasi mai così sicuri da cogliere l’interezza e per questo aperti a più soluzioni. E del resto come si potrebbe? Vedere ciò che accade, seguirne una piccola traccia nel dipanare delle alternative, farsi prendere da un lampeggiare di novità, è già un’avventura che posticipa il tempo, diventa passione del guardare, del capire, allora se a tutto questo dovessimo unire l’intera essenza delle probabilità verificate ci resterebbe solo il contemplare. Il sedere silente davanti a qualcosa di così grande che si mostra e non si esaurisce, come fanno i mistici, gli illuminati, ma se non siamo tali allora ci resta l’intuizione verso un infinito tascabile, a portata presunta d’intelletto. Continua a leggere
Archivi categoria: dizionario personale
la festa della liberazione
Il palco era collocato in una posizione inedita, tra l’università e il municipio. Guardava entrambi come se la libertà riguardasse il sapere e l’amministrare. L’università medaglia d’oro della resistenza da cui era partito il richiamo alle coscienze di chi aveva asservito anche il sapere alla dittatura. Il municipio avrebbe aspettato il 28 aprile per cambiare idea, non molti cittadini che ritrovarono nella parola libertà il modo di fare i conti con se stessi e con le proprie scelte. Questo pensavo mentre i discorsi proseguivano e il cerimoniale, così rigido e anacronistico, scandiva il susseguirsi delle corone da porre davanti alle lapidi dei caduti; la retorica evaporava significati che invece dovrebbero essere parte delle vite.
E così guardavo la traduttrice per la lingua dei segni, i suoi gesti che erano parole sintetiche e così esplicite da riassumere, non il ieri raccontato, ma l’oggi. La costrizione, il suo rifiuto, il disastro dei corpi e degli spiriti, l’ascesa della libertà, il dentro e il fuori, rappresentati e chiari nella nettezza delle mani che raccoglievano il senso e lo redistribuivano. Ero affascinato dal suo muoversi controllato ed essenziale, che non era un riassunto, ma il senso per quanti erano sordi. Le sordità e l’indifferenza senza gesti che le richiamino alla coscienza sono nei fatti, sinonimi. Adesso l’oratore parlava delle ultime, ancora più inutili stragi, delle torture efferate che si erano svolte in un palazzo poco distante, e le mani riportavano a sé quel dolore che le parole dovevano esprimere. Non erano cose lontane, in altri luoghi stava accadendo lo stesso. Resistenza e libertà, venivano prima l’una e poi l’altra e non erano gratuite.
Bisognerebbe avere coscienza che gli uomini sono unici quando viene praticata l’eguaglianza, l’asservire toglie ad essi la loro unicità ancor prima della libertà.
Le parole e i gesti della traduttrice aiutavano a riflettere, a considerare che fruivamo di un privilegio che non era costato nulla ai figli e ai nipoti ma molto ai padri.
La religione della libertà di Croce mi è tornata a mente quando è stato evocato il nome di Antonio Gramsci, il cervello a cui doveva essere impedito di pensare, secondo lo stesso Mussolini. Oggi è l’anniversario della sua morte, ma quel cervello non smise mai di pensare, restò libero preparando la libertà di altri.
Così la cerimonia ufficiale finiva tra battimani e fanfare, si formavano i capannelli di persone che si conoscevano da sempre. Molti sorridevano perché si era sentita una giornata differente. Guardavo la traduttrice che ora parlava con le autorità, c’erano molti militari sul palco e pensavo che le sue mani, ora quasi ferme, avrei voluto spiegassero di nuovo quel gesto che aveva fatto alla fine. Sì, quando era stata chiesta, per la pace oggi minacciata, un’ azione agli uomini liberi, lei con le mani, aveva mimato la colomba che vola verso il cielo e mi era sembrato bellissimo.
a proposito di tenerezza
Il bisogno di tenerezza si esprime, chiede, cambia la voce e il gesto. E’ disponibile a dare subito e condividere.
Dove si è generato? Quale mano ha cominciato a scavare e creare una voragine che non si colma se non per momenti, tempi brevi, e poi ricomincia?
Comunque è qualcosa che si è avuto e ha creato un’abitudine di piacere oppure qualcosa che è mancato e sin da allora si è cercato?
E questo bisogno è apparentemente collegato e scollegato da ciò che accadde, sembra che la sua natura sia qui e ora. Forse per questo i fortunati(?) ne conservano un equilibrio, una ragione, mentre gli altri sono senza un limite che dica basta. Confondendo con altro il bisogno di tenerezza, surrogando e surrogandolo, oppure facendone scorpacciate infinite è un bisogno che non si placa. Che si legge in ogni gesto, parola, abitudine che viene porta.
Il contatto tenero e fisico inizia con l’abbraccio, in un accogliere che già nella sua gamma di intensità, rivela molto d’altro. Sì perché la tenerezza non si chiede e dà solo nella gioia, ma allo stesso modo nel conforto. Anche una spalla e un silenzio, e il lasciarsi bagnare di lacrime tiene molto assieme.
amo l’inutile e il suo riempire la passione
Amo l’inutile che riempie di fretta le passioni:
inutile come le cose che ci cambiano davvero
inutile come le parole che sono solo nostre e di chi le ascolta,
inutile come parlare nel buio,
Inutile come una lingua morta che rivive dentro,
inutile come tutti i libri che contano davvero e parlano di noi,
inutile come essere la minoranza della propria ragione,
inutile come il presente che non osa,
inutile come una recensione,
inutile come l’amore che non può crescere,
inutile come il tempo non usato.
Inutile, amo l’inutile, il privo di senso che si cerca, il limite che si supera, la paura che lo precede, il tempo che verrà e quello che ho usato senza senso. Apparentemente.
In questa immensa catasta di inutilità incombuste arde il senso che solo nel gesto gratuito ci sia grandezza e che quando si è troppo ragionato, l’intuito si sia rintanato offeso. L’errore ha dovuto essere giustificato e un senso di sconfitta rimproverata ci ha preso. Eravamo sotto giudizio, la cosa più utile per dire che non eravamo. Ecco, l’utile ci dice ciò che non siamo per davvero.
sera
Prima s’addensa nel bosco, sotto i faggi, tra gli abeti e in quel gorgo di pietre, anfratti e muschio che le radici conoscono a menadito, ma non noi che guardiamo il passo che affonda nell’ombra. Poi esce e serpeggia tra l’erba, i crochi, le miriadi di fiori che piano chiudono le corolle e s’apprestano al buio. È la sera, con le vette illuminate che illudono del permanere della luce mentre le ombre s’allungano. È la sera che s’annusa nel fumo dei paioli e delle cene nelle case di pietra. È l’ora che gli animali che sentono per rientrare mentre i cani cominciano la guardia al territorio. È la sera che lascia sempre aperti cancelli di lievi malinconie, misura la distanza da un tepore, da volti cari, da oggetti conosciuti. L’ombra che si stende fa calcoli di fatica e di cammino, rovescia clessidre e traccia confini oltre i quali non andare. Sarà contraddetta ma non importa perché è testarda e paziente. Come una sirena invita a restare, a godere del silenzio che si gonfia di piccoli rumori, suadente chiede di lasciare che la luce scemi in noi assieme ai pensieri che portano distante. Riassetta il libro delle decisioni e lo chiude, invita al momento, sommessa ne racconta l’unicità. Cosa c’è di meglio, sussurra, che appoggiare la schiena ad una parete di legno ancora calda del sole e guardare la luce che disegna profili, lascia ch’essa entri a sorsate e racconti di una pace alternativa al correre, all’andare.
Qui subentra la volontà del tornare che punta a un futuro prossimo oppure il consegnarsi alla pienezza precaria d’un presente infinito. Ogni attesa può essere posposta, una soluzione per la notte trovata e intanto si può godere di questo avvilupparsi malinconico che è clemente col passato: ne fa un insieme di occasioni lasciate mentre non dice nulla del futuro. Qui e ora è la vita. Libera, nel rideterminarsi. Dice la sera.
Quante volte l’orlo del buio ha avvinto e poi la decisione ha accelerato il passo e trovato un cerchio di pensieri per misurare il ritorno. Quante volte si è sospesa una decisione che scegliesse la notte della solitudine. In quel confine si gioca la sera del viandante che si ferma e contempla l’ultimo fulgore sulle cime mentre un brivido l’attraversa, e sente che è freddo e consapevolezza.
il tempo del gatto
Se mettessi in fila le cose fatte, i fatti accaduti, i pensieri positivi e gli incubi, gli amori possibili e quelli reali, le emozioni provate e quelle rifiutate, ne verrebbe fuori uno scorrere arruffato, incoerente, che ha una direzione in forza di necessità ma che potrebbe rovesciarsi all’indietro come la cresta dell’onda che ghermisce e si ritira.
E tutto questo sarebbe il passato e quell’oggetto di maquillage che chiamiamo memoria? Pensò. Tutto questo gomitolo arruffato da un gatto, noi lo pensiamo lineare e consequenziale con un prima e un dopo? Ma che stupidaggine presuntuosa, pensò, che modo di semplificare ciò che in realtà è un fronte grigio e compatto che investe e sbatte a terra il presente mentre con dita da orologiaio scaviamo in questa massa apparentemente uniforme ed estraiamo ciò che potrebbe servire a una difficile gestione del presente. Insomma troviamo giustificazioni a ciò che accade come succede nelle famiglie deboli che cercano non la differenza per gli scapestrati ma qualcosa che ne giustifichi l’irrequietezza. E scavano nel passato alla ricerca di una similare anomalia, senza rilevare che l’antenato che poteva sfogarsi in Africa ed esplorare a piacimento oppure cimentarsi in una guerra delle tante che servivano a dare un senso agli imperi era si irrequieto ma anche seguiva una singolarità che in casa non trovava posto. E se non c’era qualche esistenza irregolare per la bisogna persino un monsignore, un prete di rango o uno storico erano utili purché avessero quel giustificare dell’essere controcorrente che sarebbe venuto dopo in se.
Ecco allora che il caso si riduceva a poca cosa, che il libero arbitrio era la scelta se conformarsi o meno. Che il sentimento giustificava il piacere o la sua negazione e in questa creatura così ricca di possibilità e imprevedibile, cosa veniva seguito, perché approvato, se non l’utile che pur si poteva estrarre. E per lui poteva essere vero, allora, solo la fuga nell’inutile come atto di ribellione senza futuro. Utile e inutile al medesimo tempo. Come il bicchiere di rosso bevuto con una occasionale conoscenza che si rivelava più del necessario nell’effetto dell’alcol, oppure nel mormorio delle parole che tracciavano segreti e risatine, nei tavoli vicini, o ancora nei particolari visti, nei colori, nei segni che sembravano preludere a qualcosa che sarebbe forse accaduto.
Di tutto questo ciarlare basso, di molto d’altro che non si poteva descrivere se non accettandolo in blocco come la pietanza cucinata di cui si riconosce profumo, consistenza e gradevolezza, ma non il singolo aroma mutato dal calore o la cottura improvvida o sapiente generata da distrazione o amore, se non nel risultato, di tutto questo, pensò, si poteva solo dire che era quella particolare realtà che gli apparteneva. E non era d’altri che sua. Ricca o povera agli occhi di chi con distrazione la notava, quella realtà era ciò che possedeva e mischiava col passato e col futuro in un gomitolo multicolore e inutile. Un gomitolo privo di senso se non per il gioco del vivere. E allora si senti libero come un gatto, gestore di desideri che si appagavano o spegnevano ma così intrisi della sua gattesca natura da essere l’unica cosa possibile. Anche nella scelta restava se stesso, unico e irripetibile. E se lo ripeté per riempire d’aria i polmoni con questa consapevolezza: unico e irripetibile.
appigli
Pur insufficienti le reti basate sull’affetto tentano di funzionare. La famiglia, gli amici, i circoli, l’appartenenza o meno a una fede che comporti uno scambio tra persone, sono reti. E queste precedono la società istituzione che di fatto è diventata la rete più labile.
Un tempo le persone uscivano di casa senza chiudere la porta contando sul fatto che i vicini avrebbero scambiato protezione. E funzionava. C’era anche poco da rubare, allora, ma spesso quel poco faceva la differenza tra la miseria e l’autosufficienza. Mia nonna non chiudeva la porta di casa, più volte fu visitata dai ladri ma erano quasi parenti e in fondo non ci badava troppo.
Tornando alla rete di relazioni, essa diviene il discrimine non tanto della sicurezza ma della solitudine. Una buona rete di affetti permette a una persona che affronta un problema importante di non piombare nella disperazione. Soffermiamoci su questa parola: disperazione è il contrario della speranza ovvero del trovare una via d’uscita alla propria condizione esistenziale. Chi conosce questo tipo di solitudine sa che essa attacca gola e cuore, che annaspa e cerca un appiglio prima dell’assenza di forze e della prostrazione. Se c’è una voce, una presenza nella rete che si è costruita, allora è possibile dare un nome alla paura, raccontarla; già questo ne riduce l’impatto perché la voce sembra parlare di un terzo e permette di vedere/sentire dall’esterno. A questo sentire sé raccontare, s’aggiunge la presenza di una persona in cui è riposta fiducia, da cui si riceve condivisione e tutto questo permette di risolvere il primo problema ovvero l’angoscia disperante della solitudine non scelta.
Quanto funzionano oggi queste reti, quando tutto spinge all’atomizzazione dei rapporti e la loro riduzione al solo presente?
Sono nettamente in crisi e la virtualizzazione delle reti fornisce un’apparente risposta. Ci si racconta nel buio, si ricevono segnali, però si tende a reiterare i comportamenti, non a vedersi e ad ascoltarsi, per cui ciascuno fa i conti con la dimensione fisica del disagio che di virtuale ha ben poco. La solitudine e la paura sono emozioni/condizioni politiche, cioè nascono da una impostazione sociale che non solo non le risolve, ma le utilizza per propri scopi di mantenimento o conquista del potere. Ad esempio sono enfatizzate da una concezione fortemente competitiva della società che investe ogni campo sino ai rapporti di rete più interni ed elitari ovvero quelli amorosi. Lo status economico sociale interferisce con essi e in una situazione di precarietà competitiva, le reti diventano insicure perché la competizione si trasferisce all’interno della stessa rete. E non si tratta solo di competizione economica ma di solitudine ovvero la fiducia diminuisce se il disagio trova anziché l’ascolto l’esibizione di un altro disagio sentito come più importante. Insomma anche nelle reti più strette si introduce la richiesta esclusiva ed egoista che massimizza la propria condizione e la mette in competizione con quella di chi chiede aiuto, fino a banalizzarne la sofferenza. Questo è il danno assoluto per una relazione, ovvero una aggiunta di solitudine da parte di chi doveva dare fiducia.
Siamo tutti più soli e comunque gridiamo nella notte, perché le nostre reti relazionali degradano per labilità di legame e mancanza di manutenzione.
Ci si dice che gli amici si riconoscono nel momento del bisogno ma quella è una scrematura che dovrebbe essere stata fatta prima perché quando serve, l’amico non è una finzione virtuale ma un punto reale di condivisione. Anche quando allarga le braccia per impossibilità reale è vicino e parte della rete di sostegno mentre chi trova scuse che si sentono fasulle avrebbe dovuto essere lasciato prima. Cosa non facile quando le cose vanno bene.
C’è però un modo per capire chi è vicino da chi non lo è e si basa sulla condivisione e la generosità: una persona che ascolta, che condivide e non sovrasta, che rispetta e chiede rispetto, una persona generosa, è parte sicura della rete che toglie dalla solitudine. Ci si può sbagliare ma accade perché si vogliono ignorare i segnali. Lo sappiamo anche in amore che ciò che non ci va bene sino a non poterne più, l’abbiamo sempre saputo, solo che per onnipotenza si pensava di essere in grado di aggiustare, di modificare l’altro. Però le persone cambiano principalmente per necessità, oppure per apertura e generosità e questo lo sappiamo, a partire da noi stessi, basterebbe tenerne conto e non aver paura della solitudine del dire la verità.
Molto dipende da noi, ma non veniamo aiutati nel mantenere coesione sociale, solidarietà, che è il primo e più importante vincolo di difesa di una comunità non immaginaria. Per motivi di dominio e controllo troppo ci viene inculcato, imposto sotto vesti fasulle e non rispettose delle persone e ciò che ci viene socialmente offerto è un boccone fintamente appetitoso e avvelenato.
Resistere a tutto questo, creare reti di affetti reali è una risorsa impagabile e se in una vita restano punti di riferimento forti possiamo dire di aver avuto l’unico successo che conta: quello con noi stessi.
la stanchezza di dedalo
Dedalo è stanco. Troppa realtà veduta e soprattutto percepita. La complessità che non si scioglie è il nodo di Gordio.
Questa la nostra stagione. Dice. La complessità consegna la libertà in mani altrui e lascia l’illusione del libero arbitrio.
Dedalo è stanco dell’apparenza.
Pensa: Siamo zeppi di sentire, di passioni transitorie, che hanno una realtà assoluta e quotidiana. ma sono un recinto della realtà. Un campo di detenzione da dove si fugge col sogno.
Dedalo pensa che la stanchezza è la percezione della propria inutilità al cambiamento. E perché cambiare se il resto non cambia. Così resta il sé, poca o grande cosa, ma un ghetto. Chiudersi protegge e insieme stanca le ali: quelle che sbattono sulle pareti.
Dedalo sà che il labirinto non ha alternative: non si torna indietro e si deve andare andare avanti.
Molti si lasciano morire nel labirinto, pensa, metaforicamente e praticamente. Noi siamo il nostro minotauro.
Allora la stanchezza è giustificata solo per un riposo, ma poi confligge col vivere.
E questo Dedalo lo sa. Lo conosce profondamente. Prende in mano il nodo e tenta per l’ennesima volta di scioglierlo.
Dedalo è stanco e ha pazienza.
Pensa: Solo la pazienza unita alla passione, ci salva.
E intanto ritenta.
primavera
Le libertà sono allegre,
Impastate di bianco
come petali che il vento distacca
e sparge per gli occhi nell’aria:
un gesto piccolo di lontananza
per generare le vite.
19 marzo
Alle 11 già si prendeva il numero e c’era la fila fuori della porta. Alle 12.30 era finito il dolce speciale per la festa del papà, una torta con ripieno di nocciole e cioccolato con un bel 19 sopra. E pure le focacce con le mandorle e la granella di zucchero, evocatrici di prati e scampagnate, erano finite. Oltre al profumo di zucchero che veniva dal laboratorio, restavano le commesse stanche e pochi altri dolci bellissimi, ma di ripiego. Insomma la razzia si era consumata e adesso nelle case, con le prime finestre socchiuse, ci si apprestava al pranzo con quel qualcosa in più che valeva a significare cose differenti. Alla fine, credo, fossero i bimbi a percepire qualcosa di festoso. I padri sorridevano, le madri apparecchiavano più o meno come al solito, ma in più c’era quell’evocare un ruolo, una particolarità che apparteneva ai maschi della famiglia. Eh, sì perché se uno non era padre, un padre l’aveva pur avuto e tra i nonni e i figli c’era un’intesa verso i nipoti che trasmetteva qualcosa che doveva pur continuare. Tutto questo era generato da una festa commerciale, che aiutava il pil cioccolatiero, e magari induceva a qualche dono tra compagni di vita, ma che aveva la sua maggiore rilevanza dal basso verso l’alto ovvero dalle figlie e figli verso quei padri più o meno anziani che erano ben inscritti nei codici delle vite vissute.
Nel bene e nel male.
Forse proprio in questo ricapitolare ciò che c’era e ciò ch’era mancato si trovava il senso di quella paternità esercitata e ricevuta. Tutti noi siamo figli di un equilibrio di identità, o meglio del suo disequilibrio e la gratitudine portata ai padri è la stessa che portiamo alle madri. Però differente. Nel senso che dal padre ci si aspetta un bene sconfinato e una protezione che si aggiunga ed integri quella della madre. Ci si attende che ci sia quando non si ha voglia di parlare ma la sofferenza emerge. Lo si vorrebbe interlocutore e accogliente, non giudicante e portatore di risposte. Servirebbe sicuro, fermo, amorevole. Poi ciascuno nel fare il padre dà quello che ha, ci sono padri avari e padri inutilmente prodighi, né agli uni né agli altri viene chiesto dai figli, se non di essere capiti e amati. Anche chi ha le migliori intenzioni quasi sempre travasa ciò che gli è mancato, i suoi luoghi comuni, i concetti che hanno informato la sua vita. E sbaglia, ma per fortuna le capacità di autocorrezione dei figli sono molto elevate, e se non si risparmia loro la sofferenza del non essere capiti e accompagnati in quello che potrebbero esprimere, alla fine, anche attraverso la ribellione, l’equilibrio questi lo trovano.
Però oggi c’è un fenomeno che dilaga, quello dei padri che ci sono, ma lasciano alle madri il compito di reggere l’intero edificio familiare. Padri che abbandonano, che non pagano gli alimenti, che si pensano in una eterna giovinezza fatta più di sfarfallamenti che della costruzione di futuri comuni. Credo che di questo si parli troppo poco, che le madri dopo una separazione abbiano pesi ineguali ed eccessivi se il padre diventa evanescente. Il divorzio o la separazione sanciscono la fine di un rapporto tra adulti, ma non con i figli. E si dà per scontato che le cose si aggiustino con il diritto di famiglia o con i rapporti patrimoniali, invece dopo una rottura trovare un padre adeguato è un processo di educazione del maschio che nessuno gli ha insegnato. Si parla molto più, e con scandalo, delle paternità in coppie dello stesso sesso, dove i figli sono scelti e comunque partono con una grande dote d’amore, piuttosto che del fenomeno dei padri assenti. Nell’educazione del maschio dovrebbe esserci pure una educazione ai rapporti affettivi che comprenda la paternità, e di come esercitarla in tutte le situazioni che la vita mette in campo, invece si preferisce darla per scontata. Soprattutto non si dovrebbe lasciare ai figli il compito di sopperire a ciò che manca in termini educativi, di cercare altri padri, di fare da padre a chi li ha generati. Ma questi sono pensieri scontati, che peròe non cambiano le relazioni, non si impongono con norme, non sono educazione all’affettività e alla responsabilità.
Non credo che il 19 marzo serva a questo, però tutti abbiamo avuto un padre che ha intersecato non poco le nostre vite. Sono tra i fortunati che lo hanno sentito tale, anche se quando sarebbe stata l’ora di parlare tra uomini non c’era più. Però c’è stato e c’è ancora, e tutti quei discorsi che non abbiamo potuto fare, li facciamo in silenzio. Oggi gli sarebbe piaciuto il dolce, avrebbe sorriso, e poi avremmo parlato di politica o di calcio, tra uomini. Ma non per la festa inventata per far vendere torte e regali, ma perché tra padri e figli ci si intende se si è compagni di viaggio e questo viaggio non finisce che con noi. Come il bene.

