e adesso…

A Friburgo ci dovevo andare in autunno, e adesso…

Poi le cose prendono un verso che non t’attendevi e puoi solo pensare di ripercorrere le strade di pietra alla luce delle vetrine e dei lampioni, per arrivare in quella piazza vicina alla birreria artigianale. Un’ansa di pietra, sempre piena di studenti seduti per terra che parlano sottovoce e suonano con le chitarre. La birreria è ancora aperta, gonfia di luce, puoi chiedere un bratwurst con una grosse bier di grano e sorseggiare il fresco che imperla il bicchiere, annusare il profumo d’erba e malto. Mangiare piano ascoltando le voci dagli altri tavoli, guardare i sorrisi che promettono e le discussioni che li intervallano. Sentire la birra sul palato, il pane nero di segale e sesamo riempire di gusto dolce la bocca, aspettando il piccante della senape.

Restare in attesa di te, che puoi parlare oppure chiedere che sia io a farlo, mentre la mia testa si riempie di magie che in un discorso diventerebbero follie. Piccole follie, sconnessioni di trame prefissate, smagliature di tempo e di spazio. Silenti o esplicite perché c’è chi tollera che un calzino sia leggermente bucato, che le cose, non tutte per carità, siano appena fuori posto. C’è chi ammette di non pensarla allo stesso modo e non cambia quasi nulla, e chi si perde in compagnia ma non è mai solo. Follie minute che la testa ci regala e intanto il gusto del wurstel, della senape, del sesamo si fondono con la birra e con ciò che sta attorno. Le caldaie di fermentazione di rame lucidato riflettono le luci e cambiano i volti che si specchiano, i grossi tubi ordinati in file parallele sembrano portare liquidi ai boccali, il bancone con le spine è sempre bagnato e pulito da uno straccio solerte. Si sta bene qui, nel rumore che non è mai chiasso e tutto questo si unisce ai ragazzi che fuori cantano sommessamente come parlano e c’è una chitarra che pizzica melodie mentre canto e conversazione si scambiano in un miscuglio variabile dove l’uno non distingue l’altro ma è armonia. Appena fuori la birreria c’è il negozietto di un incisore che lavora fino a tardi. Fa piccoli quadri di equilibristi e di mongolfiere colorate, fili che si tendono nell’azzurro e tengono appesi omini piccoli e buffi che vanno verso castelli di sogno. È gentile, spiega le cose che incide, mostra le lastre e il torchio, potremmo passare da lui, guardare le cartelle piene di disegni e acquistarne un paio per poi ricordarci che la vita è sogno ed equilibrio, ma anche un filo che ci salva se cadiamo.

Fuori la notte è tiepida, davanti la birreria c’è un’altra birreria tradizionale, con lunghi tavoli sotto una pergola all’aperto, però chiude presto e a quest’ora nei tavoli ci sono ragazzi che si promettono qualcosa di bello, di prossimo, si scambiano baci e piccoli silenzi e restano a lungo prima di alzarsi e uscire tenendosi per mano. Non preoccuparti, non li disturbiamo, neppure ci vedono. Escono e risalgono verso la piazza del mercato, verso i portici alti del centro oppure scendono, come faremmo noi, verso un corso d’acqua veloce. È appena dietro una curva, prima delle mura medievali, ha un piccolo marciapiede tra le case e la spalletta dell’argine in pietra. Ci si può sedere, la pietra è ancora calda e guardare la gora, ascoltandone il gorgoglio mentre l’acqua s’accalca per scorrere sotto una casa che era un mulino, e sentire l’aria che si divide in strati, quello tiepido sta sopra e investe il viso, quelli più bassi corrono con l’acqua e sono freschi, così al primo brivido serve stringersi, congiungere cotone e lane, e scambiare calore e bene. In silenzio o parlando sommessamente perché nelle case alte, sopra di noi, dormono ma soprattutto perché le parole sommesse contengono più affetto e significato e allungano il tempo dello star bene.

Dovevamo andare a Friburgo in primavera, ci andremo in autunno o in inverno, non importa quando, ci andremo… 

un fazzoletto di verde

Il finocchietto selvatico cresce in fretta, ogni giorno guadagna centimetri d’aria e la riempie di un profumo lieve ma con una sua acutezza. Ricorda la Sicilia, una trattoria di paese, piatti con il bordo verde, sbeccati con discrezione. Un tavolo pieno di olive e altri antipasti e poi la pasta con l’opulenza del condire che accompagna i gesti dell’ospite. Vicino al finocchietto c’è la salvia e il rosmarino che scambiano altri messaggi ben più densi e corposi. Cose semplici che diventano sontuose con il profumo loro nell’arrostire. Negli anni in cui l’Italia cresceva, dalle cucine dei rioni popolari in cui ho abitato, venivano i profumi della festa e degli arrosti lasciati per la gioia del vicinato. Erano patate al forno con molto rosmarino, la carne di domenica si arrostiva con la salvia perché sgrassava e non c’era invidia nell’aria ma la felicità sorniona di chi sapeva (tutti) di un pasto che era anzitutto profumo. Il giuggiolo si è coperto di foglioline e ora i rami che sembravano secchi sono verdi. Anche l’altro giuggiolo si è dato da fare con le foglie, ma ha qualche problema di età e di traslochi. Cresce con fatica dopo avermi fedelmente seguito per oltre 40 anni e sua madre era un giuggiolo nato nell’800, segnata dalle unghie dei gatti e prodiga di frutti per i merli che l’amavano molto. Quando penso alle dinastie verdi, al loro comunicare tra loro e con noi, ho una rete, un grafo di riferimenti che rappresentano gli spostamenti del mio stare. Un noce ormai ultimo superstite di una dinastia nobile del centro città, le rose che vengono da mia Nonna e che si sono ingegnate a vivere anche nel dividersi tra case e nella scissione dall’antico tronco che era quasi un albero. Inspostabile. Il mandorlo con il compito di raccontare la fine dell’inverno e poi i fiori d’arancio e il mirto che mi ha seguito in aereo dalla Sardegna. L’infinita serie di allori, anch’essi venuti dal centro città e i susini che si arrampicavano sulla collinetta che separava casa mia dal muro altissimo delle suore. Sono tutti a raccontare un percorso che dovrei dire mi ha seguito, mentre io pensavo di percorrerlo. Alcune piante crescono lentamente, altre sono più esuberanti. Preferisco le prime perché conservano sia l’innocenza che l’indecisione del fanciullo che non sa ancora come diventare uomo. Nel guardarle sono loro grato, vivono in questo fazzoletto di verde e in fondo mi ravviso in non poco di esso. Penso che nessuna pianta sia superflua e tantomeno inutile e che il loro silenzio sia apparente perché parla e racconta di cose che si annusano, si vedono, si sentono e questo mi suggerisce una saggezza che con difficoltà noi uomini riusciamo a trovare.

paure

C’insegnavano ad avere paure sbagliate,
a temere ciò ch’era naturale,
e l’esser coraggiosi,
era più per buon nostro nome,
che per conoscenza della vita.
Così nel momento della prova,
noi ch’eravamo preparati ad altro,
sentivamo stupiti,
il cuore correre alla gola,
la sua stretta estranea che serrava.
Non s’imparava nulla
e così anche il grido si spegneva
e tornava giù,
in fondo, verso le viscere,
dov’era il buio,
madre di tutte le paure.

ogni giorno una cronaca

Ogni giorno una cronaca, una fila di piccoli fatti che si ripetono, anche se non siamo formiche che alimentano una tana, però scavano sotto le case, sasso dopo sasso portano via le fondamenta del dire, del basamento che sostiene una colonna, così nasce una crepa. Ogni cronaca un giorno, ma questo è il ricordo, la teoria dei bivi, quello non scelto dove avrebbe portato? E comunque il percorso ha almeno due bussole a disposizione: la ragione e il sentimento, quasi sempre divaricano, oppure si mettono d’accordo, abili politici trovano il compromesso che è la strada da percorrere con quella punta di assenza che non si colmerà. Siamo generatori di assenze, perlopiù, e ci si nota parlando di chi ha scelto altra storia, altra cronaca. Ogni strada ha una cronaca, ogni giorno un grido di troppo, uno sbattere di tappeti che non dovrebbe essere fatto. Non sai mia cara quante cose si annidano nella polvere che uno spettrometro di massa potrebbe rivelare? No, non lo sai e in questi giorni in cui i percorsi sono fintamente rettilinei potresti pur pensare  che in realtà giriamo in tondo. La pena è questa, non quella del tornare in una casa ma tornarci quando qualcuno ha deciso per te, come quando scegli al bivio e non il tuo intuito ma una spinta ti manda avanti. Tanto tornerò indietro a vedere e invece non si torna mai indietro, c’è una freccia del tempo che è come quella di Cupido, va al cuore e innamora o delude ma non lascia indifferenti perché, ricordi, sono le assenze che si accumulano. Ogni strada una cronaca, ogni angolo un segno, ogni casa una scatola in cui si sono rinchiuse parole, sentimenti e soprattutto silenzi. Di queste vite si può scegliere se soffermarsi sull’abito, o sulla posa del corpo, sul sorriso, sulla bellezza o la bruttezza, sui sentimenti che si sono incrociati, le passioni e le nefandezze. Conosco strade con palazzi bellissimi che in ogni angolo conservano una falsità, una conseguenza che ha prodotto dolore, non di rado hanno spento le vite con una indifferenza che all’esterno non si sarebbe notata se non fosse stato per i percorsi circolari dove nulla alla fine scappa e una parola sussurrata ne pretende un’altra e poi altre ancora e gli aggettivi, dapprima cauti poi divengono sfrontati, finché tutto sembra chiaro. E non lo è, ma non importa perché in una cronaca conta solo il fatto, il resto, ovvero la sostanza, le determinanti e le conseguenze si omettono. Semplicemente perché non si sanno oppure perché non è nel tema raccontarle e non sarà mai nel tema.

Perché, mi chiedo, hanno intitolato una piazzetta a una cultrice dei classici, ma delatrice fascista, solo perché poi la sua carriera e il suo formare generazioni di studenti con molto sapere e amore per la cultura, l’adesione a un partito che capiva il passato e guardava ad altro, ha cancellato quelle passioni giovanili, quei nomi fatti a chi veniva a prendere, torturava, incarcerava? Nella cronaca questo non conta e tra poco, manca davvero poco, qualcuno si chiederà chi fosse quel nome e perché con delibera di consiglio comunale lo si sia voluto indicare in un toponimo. Non sapeva il consiglio comunale che poco distante e dopo pochi anni, lì ci sarebbe stato un luogo dello spaccio, un bighellonare in attesa di clienti, un ballare fino a notte fonda con grandi radio portate sulla spalla. Non, non lo sapeva che la realtà mette a posto le cose, per questo ora è inutile recriminare sulle scelte: a un bivio qualcuno spinse in quella direzione e sembrava buona cosa.

I percorsi sono circolari come nelle carceri e sia chi sta dentro e ha un’ora d’aria, ma anche chi fa tintinnare le chiavi percorrono circolarità. Senza mai tornare nello stesso luogo direbbe Eraclito, ma non è così perché c’è una cosa che si chiama abitudine e porta sempre negli stessi gesti, nei pensieri che sembrano diversi ma non lo sono e questo è il punto di rottura che non ci sarà mai in nessuna cronaca: l’abitudine.

Nel mio romanzo quotidiano, non è forse un romanzo osservare le vite altrui, confrontarle con la propria, contare i cucchiaini di zucchero che vengono messi in un caffè distratto, seguire la traiettoria degli occhi, guardare la piega della bocca nell’ascoltare, conservare una traccia di quel muovere silente di labbra, e poi immergersi nei particolari. I particolari che sempre fanno un insieme ma sono autonomi e insieme dipendenti gli uni dagli altri e che sono una passione di chi solo chi osserva senza troppo darlo da vedere perché c’è un punto in cui al posto dei gesti, dei volti, delle parole, si collocano dapprima i pensieri, poi i desideri e infine i fatti, la cronaca, e li si incrociano secondo una cabala del presunto caso dove un saluto non è mai un solo gesto distratto ma un lampo che ha collegato qualcosa a qualcos’altro. C’è quel luogo ed è il foglio bianco da riempire: ogni giorno una cronaca, ogni cronaca un pulviscolo di mai narrato, non per quella vita, non per le vite. E in fondo noi siamo pulviscolo, percorsi circolari dopo molti bivi, palazzi e lastricato di trachite: depositari di un possibile che forse è stato ma aveva almeno un’ alternativa. Storie non cronache. Storie che non interessano a nessuno o quasi. Storie che hanno geometrie definite dal mito e i-mitano, credendosi nuove mentre sono solo differenti, ma nel pulviscolo, nella polvere che finisce nell’aria e qualcun altro respira. Nella disattenzione si nasconde la storia e raccontare è un mestiere che cuce ciò che vorrebbe essere visto e che ingiustamente viene scosso al vento.

p.s. lo scuotere nella mia lingua madre si dice scorlare e si applica alle case durante un terremoto, come a un dente che ormai non ha radice, a una paura talmente forte che ferma il cuore prima di farlo battere all’impazzata oppure a uno straccio che una mano scuote fuori dalla finestra e poi si ritira. Senza vedere che il sole riluce in ogni granello che è stato affidato al vento, come i pensieri senza oggetto, le parole di troppo, i silenzi fuori tempo.

 

25 aprile 2020

Questa festa della Liberazione ce la ricorderemo. Per il tempo che viviamo, perché tutto è uscito dall’abitudine, per le troppe parole d’odio che circolano, per la libertà minacciata in molti paesi e perché da troppo tempo è meno considerata anche da noi. Ce la ricorderemo questa giornata con le piazze e le strade vuote, con quel pezzo di Parlamento seduto, lega e fratelli d’Italia, mentre si commemorava il 25 aprile.

Ce la ricorderemo con così tanta Bella Ciao che mai si era sentita prima, dai balconi, nelle case, nella rete, dentro le persone, sulle labbra; sussurrata, cantata a piena voce, commossa, stupita e orgogliosa di essere da tempo non più solo italiana ma di tutti quelli che vogliono la libertà. Non se ne andrà Bella ciao perché non è un saluto ma una promessa, che ritma il cuore e il passo, che tiene insieme i pensieri quando non si capisce cosa accada attorno, che fa mettere la mano sulla spalla del vicino e lo fa sentire compagno con un sorriso. 

Ce la ricorderemo questa festa della Liberazione, perché non basta sentirla la libertà, bisogna volerla, cercarla nelle azioni che si fanno e in quelle che si subiscono, e bisogna che la libertà sia dentro di noi, amata non solo pretesa.

Ce la ricorderemo questa festa della Liberazione, con il Presidente che da solo sale all’altare della Patria. Sembrava solo ma mai era stato così tanto accompagnato dai pensieri di chi ama la libertà e mai ha avuto migliore compagnia.

Ce lo ricorderemo questo 25 aprile, che non somiglia a nessun altro, ne ricorderemo l’intensità e ne avremo bisogno per i tempi che verranno perché non è ancora arrivata la rossa primavera e ci lasciamo confondere da troppe necessità che si dimenticano di chi soffre, ha meno del necessario, non ha più speranza.

Ne avremo bisogno di questa festa della Liberazione per resistere e cambiare questo mondo che ammala, coercisce, toglie, impoverisce, nega la giustizia e l’eguaglianza mentre ruba a tutti vita e libertà. Ne avremo bisogno per essere fieri di chi ci ha preceduto, di chi ha lasciato la vita sui monti e nelle città, di chi è tornato e in silenzio ha fatto e sperato e troppo spesso è stato deluso.

Quella di oggi sarà una festa di Liberazione che non scorderemo, così diversa da non essere una celebrazione, ma una promessa, una consegna per il futuro. Un appello al cuore e all’intelligenza per uomini che amano la libertà, come allora, e adesso per costruire un mondo diverso, solidale e finalmente libero e giusto.

un segno

Con parole altisonanti o sommesse, verticali od orizzontali, capaci di rigare un vetro o una superficie polita d’acciaio sicché poi lo sguardo non possa non curarsene e il dito voler percorrere la rigatura, sentirne il flebile rientro, la sbavatura del limite e il freddo che in esso incespica, così ogni sera ci parlano.

Un segno la riga, lo striscio. Un’attrazione che vede la rottura di un ordine, d’una unità che distrae attraendo. Distrae dall’usuale, dal previsto, sgretola il concreto, la massa del reale che si scompone e in più piccoli pezzi interroga, ma ormai è solo frammento, parte della domanda. Che poi essa è una e come l’assenza riempie, non si espande: è già piena di sé, di significato, di futuro intriso di presente. Una parola a scelta da far scendere o salire, non importa, l’universo , il nostro universo, non ha un alto e un basso, solo un prima che diventa un dopo e spiegazza le vite e il pianeti come lenzuola in cui qualcosa deve avvenire. Oppure qualcos’altro. Non importa. Così la domanda si riduce a una parola. Perché. Quando. Dove. Cosa. Domani. O si frange nel balbettio che precede il silenzio, perché chissà quant’altro s’annida nel noi collettivo e nella risposta conosciuta e difficile. Una risposta fatta a brani dall’archetipo di belva, dal profondo che non vuol cedere.

Basterà? Sarà sufficiente ridurre un poco, rallentare, cambiare qualcosa che non costi troppo all’abitudine, all’idea del prima? Ci sarà un’età dell’oro per chi non l’ha mai vissuta? Basterà ci siano nuove regole, perché i delicati meccanismi che portano a costruire un orologio o una locomotiva, che fanno seminare a un contadino povero dell’Egitto o dell’India del cotone, facendolo crescere, raccogliendolo in balle e consegnandolo a un treno, a una nave che lo porti a filare, a tingere, farne tessuto e poi ancora portandolo altrove a tagliare, cucire, diventare altro prima d’essere infine prezzo, guadagno, uso e ancora straccio e fibra da sfibrare per altro essere. Basterà mutare di poco tutto questo oppure non basterà più?

E la parola che ha rigato vetro e acciaio sarà sufficiente a segnare l’intelligenza e il cuore di un solo segno che faccia capire? Aprirà nuove strade per ricomporre in diverso modo quel perfetto orologio del produrre che dimentichiamo, segna il tempo già passato e dove pagano sempre le altre specie, il pianeta, il povero, il debole. Ci sarà un futuro che ci riguarda dove ciò che è di tutti non viene accaparrato da pochi, usato, rivenduto, ripreso e alla fine sperperato e tramutato in veleno nella catena che non si ferma mai?

È questa la fase due o è solo il prolungarsi dell’eterna prima fase che mai rimette in discussione se stessa e che dei segni non si cura finché non è il segno a diventare prepotente e a pretendere il dovuto? Ecco, questo non so, anche se so che cambierà e il dopo non sarà il prima.

mi piace

Le felicità, personali o collettive, si nutrono di sollievo, di una prospettiva che si riapre dopo che c’era stato uno scemare delle alternative. Siamo animali di scelta, abbiamo bisogno di essere posti di fronte a un piacere che si sdoppia e che in un caso o nell’altro ci mette al centro di un futuro. Se scelgo in un certo modo avrò una possibilità nuova, potrò essere diverso e insieme realizzare un desiderio. Le scelte aprono delle porte, conducono a una vita che sia pure poco sarà differente. Quando non scegliamo più, siamo immoti, decadiamo, ci sfaldiamo nell’abitudine. In questo periodo in cui le scelte si riducono, in cui molto è imposto dall’esterno, lo spazio per riflettere sulla libertà personale e collettiva, sul modellare il tempo in modo che esso risponda in maniera soddisfacente a ciò che possiamo essere per diventare qualcosa di differente, si chiama progetto. Qual’è il nostro progetto di vita? Nessuno può giudicarlo se non noi, ma esso è la condizione del dialogo con noi stessi e per estensione del dialogo con gli altri.

Nella difficoltà cosa posso fare? E come voglio essere dopo di questa?

Una sorta di salmo interiore, potente e umile che implica chiedere un aiuto per capire e al tempo stesso la forza per essere. La concezione del proprio limite come confine in cui permanere per andare oltre. È nel limes che si genera il nuovo e il diverso, ciò che si contamina di realtà e al tempo stesso la supera.

Nell’ordinarietà dei giorni, pensa a te,

pensa a come sei davvero,

pensa che ciò che non hai vissuto è più importante di tutte le scelte che hai già fatto.

Sii folle se la follia rompe la logica del consueto,

se ti permette di vedere ciò che non hai mai visto,

se ti consente di cambiare il rapporto con ciò che consideri prevedibile, usuale, consumato nel significato.

Esplora il significato delle parole che ti attribuisci,

non accontentarti di come ti descrivono, descriviti con onestà, con l’umiltà di non sapere chi sei,

e usa la pazienza e il coraggio per scoprirti,

per andare là dove non sei mai andato.

E non dipendere se non dal tuo dare,

solo così sei vicino a te e ti puoi guardare. 

Adesso è la sera di un giorno qualunque, ma i giorni sono noi e non siamo mai qualunque, c’è sempre qualcosa che avrebbe potuto essere scelto e ancora attende. È questa attesa paziente che ci riguarda come risposta potente alla nostra irrequietezza. Siamo insoddisfatti perché non ci siamo costruiti, non abbiamo scelto un piacere possibile, non ci siamo visti e quindi non siamo stati noi stessi.

In questi giorni viene molto citato De Maistre e il suo viaggio intorno alla mia camera. Non era un romanziere, era un ufficiale, in punizione, che ha scelto di fare qualcosa di inusuale: scrivere e non essere prigioniero. Entrambe le cose per sé. Così può uscire dal consueto, dall’abitudine guardando ciò che non ha mai visto, ossia se stesso e ciò che lo attornia. Le persone con cui vive, la sua collocazione nel mondo e nel tempo. Una pausa che gli permette di vedere ciò che usualmente non ha tempo di guardare. E non è uno scrittore, ma le sue riflessioni messe sulla carta lo riguardano profondamente, come riguardano il mondo. Quel libro verrà pubblicato da suo fratello che lo leggerà dopo molto tempo, nel frattempo la sua vita sarà continuata, le scelte si saranno sommate alle scelte, ma quante di esse avranno avuto radici in quel limes in cui non si era mai trovato e che ha usato nel modo e nel tempo per vedere e vedersi.

Lo scrittore inventa la sua storia e la spezzetta, come uno specchio che gli è caduto dentro, in tante vite, il tramite sono le parole, il loro ordine e il significato che esse hanno per lui. È un giudice severo, solitamente, e tanto meno è scrittore, tanto più ciò che lo attornia diventa parte di lui, di una realtà che quando posa la penna apre un mondo. Per questo a volte è soddisfatto, perché ha capito di più se stesso attraverso il racconto di ciò che gli è sembrato vero, conforme a sé. Vedete, nello scrivere non c’è nulla da insegnare, ma s’impara molto, come in altre attività che implicano una relazione tra ciò che si fa e ciò che si è. Per questo, inconsciamente, a chi scrive può scappare un mi piace. Che non è riferito a lui, ma a ciò che ha fatto, a ciò che ha compreso, a come quel suo chiedere aiuto e poi scegliere si è attuato, aprendo una porta, una finestra. Un varco che mostra altro e che è il luogo in cui il futuro può svolgersi, essere fonte di piacere e di vita.

vorrei parlar d’amore

Vorrei parlar d’amore,
di quello quieto, ma anche dell’altro che ustiona e brucia.
Vorrei dire che un passo, non uno qualsiasi ma quello,
nell’indefinibile infinito, s’è compiuto,
e che l’amore al tempo della paura è più maturo e dolce.
Vorrei dirlo, e tra le mani rigiro il vaso del fragile sentire,
porcellana esile e fine, trasparente quanto le è concesso.
Se piano l’agiti s’odono le parole pronunciate,
quelle trattenute, quelle pensate e poi svanite,
e suonano del tintinnio dolce degli amanti,
sperando come nulla mai potrà
mentre si lamentano d’ogni assenza,
termometri veritieri di noi, del tempo.
Nulla dice che qualcosa sia mutato nell’amore,
ch’esso si sia unito e quel passo sia compiuto,
ma come in ogni giorno di bufera i corpi si stringono,
cercando il definitivo vivere, in un bisogno che non muta.

tentativi di riordino

Nel tentativo di riordinare quanto ho scritto in passato in questo blog, ne uso un altro per trasferirvi cose che avevo dimenticato. Una parte degli scritti sui giorni che precedono la Pasqua li ho trascritti in questo luogo della memoria. Si chiama cafèoulivre.wordpress.com.

Una riflessione su queste giornate la farò domani, intanto cerchiamo nella musica il sentire che oltrepassa la parola.

 

stupidità progressive

Luciano di Samosata, scrive che la città di Abdera, in Tracia, era considerata la “madre di ogni ingenuità e stupidità”. Pare dipendesse dalle frequenti malattie che imperversavano nella zona, mentre Giovenale, fedele ai precetti di Galeno, parlava di arie cattive, miasmi che avevano effetto sulle capacità mentali degli abitanti che improvvisamente s’erano messi tutti a recitare versi di tragedie, per strada e durante le occupazioni abituali. Qualcosa di simile nel mutare dell’intelletto, riguardava gli abitanti di Cuma, in Asia Minore, anch’essi non considerati particolarmente perspicaci e oggetto di motti di spirito e barzellette e anche in questo caso sembrava ci fossero state cause esterne e arie malsane. Quindi in questi luoghi, non funzionava la gaussiana per cui in ogni comunità ci sono i geni, pochi, gli intelligenti, parecchi, quelli che si credono tali, moltissimi e infine una ridotta percentuale di stupidi veri, ma non per loro colpa. Ebbene se pensiamo a come abbiamo vissuto e a come vogliamo, forse, tornare a vivere, non è che la progenie degli Abderiti o dei Cumani abbia avuto poco successo. I miasmi li creiamo noi senza particolari sensi di colpa, anzi considerandoli un simbolo del progresso. In questi giorni di forzata cattività, l’aria è migliorata, cioè il virus ha costretto gli abitanti a diventare intelligenti. Non saggi perché sarebbe pretendere troppo, vista la quantità di prodotti monouso che si abbandonano per le strade. Uscire dalla stupidità dell’onnipotenza, perché tale è quella che ci ha accompagnato significa riconoscere un limite, personale e collettivo. Non tutto si può fare impunemente e neppure la scienza, che per sua natura frequenta il dubbio, attende prove, confronta risultati e pareri diversi, ci può fornire quell’assoluto che si chiede ad essa, ovvero fare ciò che ci pare, distruggere il distruggibile per produrre beni che tali non sono visto che saranno a loro volta distrutti,  depredare ciò che può assicurare un equilibrio tra aria, terra e specie per creare ricchezze futili, fatte di denaro che non può essere speso per star bene. Ammassare in enormi fattorie animali da macello, alimentarli di mangimi provenienti da altre specie per consumi di carne incompatibili con la vita che facciamo, alterare i cicli di riproduzione, non consentire che la natura stessa abbia il tempo di risanarsi. Insomma si chiede alla scienza di tappare i buchi e di renderci artificiali, ovvero non conformi a ciò che siamo. Ma la scienza non è onnipotente e se non mutano le condizioni di questo enorme brodo di cultura per le mutazioni, ci sarà sempre un virus da inseguire, un deteriorarsi indotto nel corpo da aggiustare, una deviazione da rendere compatibile con la vita. Credo non stiamo imparando nulla perché non ci rendiamo conto e la stupidità è proprio il non capire dove si è e cosa si sta facendo. Uscire da questo tubo Venturi dove la velocità dell’inutile al vivere e utile al profitto accelera indefinitamente esige che ci sia uno sforzo di comprensione e di cambiamento. Questo sinora è stata l’intelligenza ovvero capire e mutare di conseguenza. Se lo saprà fare meglio di noi un’altra specie significherà che è più intelligente di noi. Cambierà nulla, tutto come prima? Allora l’equazione del futuro sarà negativa e semplice come la differenza tra ciò che è stupido e ciò che non lo è.