ogni giorno una cronaca

Ogni giorno una cronaca, una fila di piccoli fatti che si ripetono, anche se non siamo formiche che alimentano una tana, però scavano sotto le case, sasso dopo sasso portano via le fondamenta del dire, del basamento che sostiene una colonna, così nasce una crepa. Ogni cronaca un giorno, ma questo è il ricordo, la teoria dei bivi, quello non scelto dove avrebbe portato? E comunque il percorso ha almeno due bussole a disposizione: la ragione e il sentimento, quasi sempre divaricano, oppure si mettono d’accordo, abili politici trovano il compromesso che è la strada da percorrere con quella punta di assenza che non si colmerà. Siamo generatori di assenze, perlopiù, e ci si nota parlando di chi ha scelto altra storia, altra cronaca. Ogni strada ha una cronaca, ogni giorno un grido di troppo, uno sbattere di tappeti che non dovrebbe essere fatto. Non sai mia cara quante cose si annidano nella polvere che uno spettrometro di massa potrebbe rivelare? No, non lo sai e in questi giorni in cui i percorsi sono fintamente rettilinei potresti pur pensare  che in realtà giriamo in tondo. La pena è questa, non quella del tornare in una casa ma tornarci quando qualcuno ha deciso per te, come quando scegli al bivio e non il tuo intuito ma una spinta ti manda avanti. Tanto tornerò indietro a vedere e invece non si torna mai indietro, c’è una freccia del tempo che è come quella di Cupido, va al cuore e innamora o delude ma non lascia indifferenti perché, ricordi, sono le assenze che si accumulano. Ogni strada una cronaca, ogni angolo un segno, ogni casa una scatola in cui si sono rinchiuse parole, sentimenti e soprattutto silenzi. Di queste vite si può scegliere se soffermarsi sull’abito, o sulla posa del corpo, sul sorriso, sulla bellezza o la bruttezza, sui sentimenti che si sono incrociati, le passioni e le nefandezze. Conosco strade con palazzi bellissimi che in ogni angolo conservano una falsità, una conseguenza che ha prodotto dolore, non di rado hanno spento le vite con una indifferenza che all’esterno non si sarebbe notata se non fosse stato per i percorsi circolari dove nulla alla fine scappa e una parola sussurrata ne pretende un’altra e poi altre ancora e gli aggettivi, dapprima cauti poi divengono sfrontati, finché tutto sembra chiaro. E non lo è, ma non importa perché in una cronaca conta solo il fatto, il resto, ovvero la sostanza, le determinanti e le conseguenze si omettono. Semplicemente perché non si sanno oppure perché non è nel tema raccontarle e non sarà mai nel tema.

Perché, mi chiedo, hanno intitolato una piazzetta a una cultrice dei classici, ma delatrice fascista, solo perché poi la sua carriera e il suo formare generazioni di studenti con molto sapere e amore per la cultura, l’adesione a un partito che capiva il passato e guardava ad altro, ha cancellato quelle passioni giovanili, quei nomi fatti a chi veniva a prendere, torturava, incarcerava? Nella cronaca questo non conta e tra poco, manca davvero poco, qualcuno si chiederà chi fosse quel nome e perché con delibera di consiglio comunale lo si sia voluto indicare in un toponimo. Non sapeva il consiglio comunale che poco distante e dopo pochi anni, lì ci sarebbe stato un luogo dello spaccio, un bighellonare in attesa di clienti, un ballare fino a notte fonda con grandi radio portate sulla spalla. Non, non lo sapeva che la realtà mette a posto le cose, per questo ora è inutile recriminare sulle scelte: a un bivio qualcuno spinse in quella direzione e sembrava buona cosa.

I percorsi sono circolari come nelle carceri e sia chi sta dentro e ha un’ora d’aria, ma anche chi fa tintinnare le chiavi percorrono circolarità. Senza mai tornare nello stesso luogo direbbe Eraclito, ma non è così perché c’è una cosa che si chiama abitudine e porta sempre negli stessi gesti, nei pensieri che sembrano diversi ma non lo sono e questo è il punto di rottura che non ci sarà mai in nessuna cronaca: l’abitudine.

Nel mio romanzo quotidiano, non è forse un romanzo osservare le vite altrui, confrontarle con la propria, contare i cucchiaini di zucchero che vengono messi in un caffè distratto, seguire la traiettoria degli occhi, guardare la piega della bocca nell’ascoltare, conservare una traccia di quel muovere silente di labbra, e poi immergersi nei particolari. I particolari che sempre fanno un insieme ma sono autonomi e insieme dipendenti gli uni dagli altri e che sono una passione di chi solo chi osserva senza troppo darlo da vedere perché c’è un punto in cui al posto dei gesti, dei volti, delle parole, si collocano dapprima i pensieri, poi i desideri e infine i fatti, la cronaca, e li si incrociano secondo una cabala del presunto caso dove un saluto non è mai un solo gesto distratto ma un lampo che ha collegato qualcosa a qualcos’altro. C’è quel luogo ed è il foglio bianco da riempire: ogni giorno una cronaca, ogni cronaca un pulviscolo di mai narrato, non per quella vita, non per le vite. E in fondo noi siamo pulviscolo, percorsi circolari dopo molti bivi, palazzi e lastricato di trachite: depositari di un possibile che forse è stato ma aveva almeno un’ alternativa. Storie non cronache. Storie che non interessano a nessuno o quasi. Storie che hanno geometrie definite dal mito e i-mitano, credendosi nuove mentre sono solo differenti, ma nel pulviscolo, nella polvere che finisce nell’aria e qualcun altro respira. Nella disattenzione si nasconde la storia e raccontare è un mestiere che cuce ciò che vorrebbe essere visto e che ingiustamente viene scosso al vento.

p.s. lo scuotere nella mia lingua madre si dice scorlare e si applica alle case durante un terremoto, come a un dente che ormai non ha radice, a una paura talmente forte che ferma il cuore prima di farlo battere all’impazzata oppure a uno straccio che una mano scuote fuori dalla finestra e poi si ritira. Senza vedere che il sole riluce in ogni granello che è stato affidato al vento, come i pensieri senza oggetto, le parole di troppo, i silenzi fuori tempo.

 

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