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Informazioni su willyco

mescolo tempo e vita con passione e sono curioso, mi occupo più o meno di sviluppo territoriale compatibile con chi ci vive, annuso il presente. Difficilmente troverete recensioni di libri o di film tra queste note, anche i versi citati sono rari, perché mi piace la poesia come fatto personale. Ci saranno pochissimi giudizi, gran parte dello scrivere sono impressioni. Per le analisi sono noioso e lascio perdere. Non troverete un canovaccio prestabilito, ad altro è riservato questo luogo, di fatto è uno zibaldone del senso del mio tempo. Gran parte delle mie opinioni sono parziali, si basano su tesi affini e non assolute, sono verificate per quanto possibile, per voglia, per interesse. Ho dei principi basati anch'essi su un'etica appresa e rielaborata, su concetti di giusto e ingiusto che cercano di contemperare il desiderio con la realtà. Di mio ho aggiunto una sensibilità verso l'uomo, la sua carenza di protezione di fronte alla violenza, all'arroganza. Quindi mi muovo in un relativo che per parte piccola o grande è mio e per buona parte mi viene da ciò che ho appreso. Non insegnato, appreso, perché ho aggiunto una discreta propensione al rifiuto e alla libertà connessa. Quindi, traete voi le conclusioni perché tengo a poche cose per davvero e il resto è opinabile.

attorno muta ciò che muta dentro

Nulla di preciso, una sensazione che s’acquatta come una certezza e diviene criterio di scelta. Quante volte si va, colti da una inquietudine che spinge e altre volte ci si paralizza in un’ attesa impossibile. E si sa che quell’impossibile è proprio tale ma se lo si accettasse costringerebbe a mutare parametri, a mettersi in moto verso altre direzioni e riprendere ad impastare la vita per darle forma, allora meglio attendere e dare una possibilità all’impossibile, ché anche le cose difficili, quelle oltre il limite rispondono a dei principi più grandi di loro e a volte accadono. Così si pensa, per analogia, come accade a noi che i principi e i limiti ce li portiamo dentro e per farceli accettare, per non essere dei ciechi vedenti li trasformiamo in sensazioni: può essere ma anche no e se voglio decidere mi conformo all’intuizione che mi porta ad assomigliarsi.
Attorno muta ciò che muta dentro, lo sa ogni amante, ogni rivoluzionario, ogni entusiasta. Lo sente nella sua completezza, avverte la crepa che copre di speranza, coglie la spinta che rende vero il precario, s’inebria d’una vetta pensando alla prossima e non alla discesa. Non è disposizione d’animo, la felicità è un lento preparare di coincidenze, è il pensiero d’essere dove accade l’infinito, quello nostro, che ci appartiene e s’alimenta d’innumeri altri infiniti che c’appartengono solo un poco. Quell’infinito è la sensazione, che spesso sbaglia; del resto non siamo geometri euclidei che tracciano linee e ne conoscono la noia determinata.Pecchiamo spesso di presunzione, che si incaricherà la realtà di correggere ma la felicità generata da una sensazione non cessa d’essere tale, e se si è felici per sbaglio (come ben sa chi ha l’asimmetria d’amore, o chi sposa una causa e ne conosce il limite) lo si è forse di meno? No, anzi sarebbe una colpa non viverla quella felicità, e non ricordarla come nostra e parte della capacità infinita di rigenerare il cammino, dopo ogni malinteso sentire. Perché era solo quello ad essere un po’ sbagliato, ma non la voglia di assomigliarci nel viverla questa vita.

buon agosto

Ci sono lettere scritte che attendono, di essere spedite e di essere lette. Poi non accade e questa è una di quelle lettere irte di parole, buttate giù di getto perché serviva una risposta a una domanda che, magari neppure c’era stata eppure aveva toccato qualche nervo scoperto o aveva reso palese la percezione dell’assenza. Da quanto tempo non ci si vedeva davvero? Perché il vedersi non è l’incontrarsi da qualche parte, scambiare sorrisi e parole, informarsi sullo star bene dell’altro e volerlo sapere davvero, non è solo questo, che già sarebbe molto, ma è il dirsi qualcosa che non si direbbe a nessuno. Perché ci riguarda, ci rende inermi e si è fatta una fatica immane per estrarlo e capirlo e ora lo si vorrebbe mettere in mani amorevoli e sincere. Così quando ho percepito, tra le notizie e i complimenti reciproci il tuo malessere profondo, mi sono fermato. Volevo chiederti, era una cosa importante, una pozza di buio che si allargava e assorbiva la luce del sorriso. Ma tu dovevi andare. O forse volevi. In fondo è la stessa cosa, si fugge da qualcosa che abbiamo dentro e non da chi abbiamo davanti.
Ci siamo salutati con un abbraccio più lungo, e guardarti andare era già una pena. Un atto di infingardaggine, avrei dovuto rincorrersi, chiederti, ascoltare e dirti che anche a me accade, che le solitudini si riconoscono. E si parlano. E invece ho pensato di scriverti, ma alla fine la lettera è rimasta sul tavolo, a lungo, per poi sparire in un cassetto.
Basta una telefonata. Così si diceva un tempo, adesso è bastato un messaggio sullo smartphone.
Tutto bene, scusa l’umore, avevo la testa altrove. Adesso ho risolto.
A chi si vuol bene si vorrebbe dare ciò che con fatica si è appreso, evitare che i dolori si ripetano. Sono stupidi i dolori perché non apprendono o sono i sentimenti che si credono onnipotenti e invece sono pezzi di noi che si cercano e sono sempre gli stessi anche se ci sembrano nuovi? C’è non poca presunzione e un grande entusiasmo che ci travolge in ogni passione, e forse è necessario sia così perché non si estingua nella cattiveria l’animale uomo.
Ti avrei detto una bella somma di banalità e avrei ascoltato come nuove e grandi, cose che lo erano per davvero, e non assomigliavano a nulla.
Mi chiedo cosa di profondo ci renda simili. La scontentezza che deriva dal sentirsi incompiuti? La voglia di volare e di non ricordare nulla di quello che ci ha impedito di farlo? La necessità di non essere soli ma unici? Non so, parlo a me stesso e a te assieme e mi pare che le parole non siano mai sufficienti a colmare il nulla che assale.
Nel nulla c’è quasi tutto e ciò che manca te lo porti dietro. Forse me l’hai detta tu questa frase o forse è mia. Non importa, mi interessa che il nulla non prevalga sulle passioni, che sia l’avversario con cui si combatte lealmente.
Dobbiamo tracciare confini che non hanno muri perché non ci chiudiamo in fortezze, ma siamo orda che curiosa corre verso ciò che ha tralasciato e ciò che non conosce. Con la semplicità del vivere, che solo ha forza per superare il dubbio, mentre il ristare ci imprigiona.
Ti avrei ascoltato e forse avrei detto poco, anche se tu sai toccare la roccia sotto cui spingono i torrenti. Chissà che sarebbe accaduto se il tempo e il disagio non si fossero accoppiati come animali impazienti. Ogni cosa si ripete diversa, e riaccadrà, ma in fondo è la stessa. Oppure no? Buon agosto, spero con tanto sole sulla pelle e dentro.

il nome del verde

Nel pomeriggio del dì di festa, bambini che giocano, gli adulti parlano. Credo discorsi leggeri, interrotti da risa gli aneddoti. Il cielo oggi si è mosso molto. Dal lago sono giunte nubi paffute, con pance nere di pioggia dissolta poi nell’aria. C’era l’allegra confusione in me di chi sente e non sa: difficile trovare i nomi al verde che cresce, alle strida d’uccelli, al cantare dei canarini in gabbia. Difficile trovare lo sciogliere del tempo nell’inutile, sapendo che a quest’ultimo si trova sempre una ragione.

Tutto scivola e s’allontana, tutto è fuori posto, fuorché quel cristallo d’anima che ancora riflette. Sul cielo, su ciò che vede, sul necessario e su sé. Come fosse uno specchio che non s’alimenta d’abitudine, o una richiesta malposta e per questo inevasa, oppure un inatteso benessere. Qual è il senso se ci si vuole perdere? Sciogliere nel piacere d’un sentirsi vivi. Abbandonate le strade poco confacenti, smarrito l’obbligo nell’innocenza, trovata una misura che includa ed escluda, cosa serve mentre s’approssima la sera e poi la notte? Forse è il senso d’un sogno che prevale piu che quello d’una vita. Capire che essa, a volte, è un perdersi che include il trovarsi o l’abbandono. Che, a volte è una crepa, dapprima impercettibile che fa risuonare diverse e atone le parole e infine le rende mute o eccessive. Che, a volte, è tutto questo, e anche un bagliore di quel verde a cui non mi è possibile dar nome. Eppure è lì, davanti, inerme e prepotente come una promessa.

eppure

Bevi pochi caffè,
troppo pochi assieme
e il tuo fumo non è mai denso come il mio.
Eppure, incespico sull’eppure
su quella confidenza che scava righe di tempo.
Esito su quella parola che contiene dolcezza infinita, e
si nutre di contrari e piccole identità.
Eppure era il cielo mentre parlavo steso,
era uno stelo di grano, perfetto controluce,
era le parole che indovinavano le nuvole.
Eppure era -ed è- tutto l’imperfetto che non trova mai il suo posto,
è il pensiero che non coincidere sia salvarsi da un’innocenza smarrita:
una eterna speranza di meraviglie,
e poco conta,
davvero,
quello che si perde
se la promessa non finisce.

la fine della civiltà è un fatto personale

La fine della civiltà (o del mondo) si riferisce alla tua civiltà, come la fine di un amore (di un contesto affettivo) è la fine del tuo amore.
La misura del proprio territorio affettivo, intellettivo, operativo diviene la misura del mondo, di ciò che si percepisce come conoscibile e che, quindi, può avere una relazione possibile, importante.
È l’abitudine che erode (quando un nome proprio diventa verbo c’è sempre qualcosa che inciderà sulla carne dell’anima) il nostro perimetro, gli impedisce di allargarsi e quindi di riflettere, ossia di vedersi. Al contrario dell’hambitus, del luogo delle meraviglie dove si coltiva la crescita, il tempo e la meditazione, il cerchio dove si esercita l’abitudine la corrompe in moda, in atteggiamento prevalente che non distingue più e toglie la fatica del capire e della diversità. Così l’amore si trasforma in ripetizione (anche nella ricerca del per forza differente c’è ripetizione) sino al prevedibile e alla noia.
La civiltà finisce per incapacità di essere altro che esercizio di potere verso qualcosa di conosciuto. Le manca una meraviglia, una spinta ad essere di più e oltre e quel più e oltre è un processo personale e collettivo perché ha bisogno di comunicare ciò che si è compreso.
Le civiltà muoiono per la noia del potere ad esercitarsi oltre la forza, l’imperio. Annoiano per indifferenza e ripetitività esattamente come la fine dell’amore.

il peso dell’anima

Tutto il peso dell’anima è nel nome,
l’essenza invece è sparsa ovunque,
a volte luccica di pioggia e arcobaleni,
altre è corazza che impedisce,
o è legno che cresce e accetta nodi.
Più spesso è aria che s’incontra in un bacio, altre volte è solo carne che s’incontra ed esulta,oppure tace.

E il peso del silenzio dell’anima qual è?
Infinito, così si sente,
come la colpa che non si merita, la decisione malpresa,
o la delusione incipiente.
Allora l’anima avrebbe bisogno di parole che non pronuncia e vorrebbe sentir dire,
d’un soffio che la convinca
che non lei,
ma la parte inutile del mondo le pesa addosso..
Tutto il peso dell’anima è nel nome
in quel soffio che vola
ed è organza, seta, trama di colore
che vola e avvolge e riscalda
e parla.
E, a chi l’ascolta, amando, parla.

legalità

Qualche tempo fa sono stato derubato dentro un bar del centro di Roma, di una borsa che conteneva una macchina fotografica, degli obbiettivi importanti, oltre a parecchie schede di memoria non salvate. Il ladro l’ho visto, era un signore, di pelle bianca, con finta valigia al seguito, poi scomparso in pochi secondi al mio inutile inseguimento. Pur ripreso dalle telecamere del bar, denunciando il furto ai carabinieri, mi sono reso conto dell’inutilità della denuncia e che il mio danno, pur grande, era solo statistica. Ovvero nessuno avrebbe cercato quel ladro e la stessa cosa valeva per quelli che erano in fila con me per denunciare un furto.
Di fatto il reato di furto esiste ma non viene perseguito se non nei supermercati o in flagranza di reato e questo non è l’unica violazione del codice che ormai non ha conseguenze, ci sono il vilipendio, la calunnia, le percosse senza un esito grave, la truffa portata avanti via internet o telefono o a domicilio, la circonvenzione di capace che viene raggirato dai prodotti finanziari offerti da banche disoneste, ecc. ecc. Ma pure l’odio razziale, l’apologia del fascismo, l’incitamento alla violenza, lo stalking sono reati derubricati, che nessuno persegue anche se ci sono nel codice penale. Ciò che voglio dire è che il terreno in cui cresce il crimine più grave non viene bonificato e questo crea un’idea di impunità per il criminale e di insicurezza e solitudine per il cittadino. Cessa un rapporto di fiducia con lo Stato e la conseguenza è che la norma fondamentale su chi ha l’uso della forza, alla base dello stato moderno, viene messa in discussione. Non il cittadino si deve difendere da se ma lo stato lo deve togliere da questa necessità. 

Si è spesso detto che la legalità sia un grande problema per l’Italia, che intere zone del paese abbiano un codice attenuato e che questo limiti la civiltà e la crescita del Paese, se vediamo il numero di reati e chi affolla le nostre carceri questo non sembra vero, perché siamo nelle medie europee. Ma se si considera che molti reati non vengono più denunciati perché è inutile farlo, allora la situazione cambia e di questo vorrei si occupasse senza tregua il ministro dell’interno. Questo sarebbe il cambiamento.

prima della sera

Nel pomeriggio il sole s’era impadronito degli occhi. Li aveva chiusi trasportando la mente altrove. Era un sogno a metà, ricco dei rumori esterni, veloce e torpido perché diceva il non detto.
Sono stanco, disse al risveglio, forse mancava un concludere, oppure la realtà non era così forte da sembrare appetibile per muoversi. Resterei così a lungo, si disse ancora, e nulla è davvero urgente. Gli tornava in mente che se ne andava dalla spiaggia col sole ancora caldo ma già sul mare. Le ombre erano lunghe, c’erano poche voci e altri, accidiosi come  lui, che lasciavano che la sera li inghiottisse. Non c’erano progetti o frenesie, era un’ora in cui non accadeva nulla. Si poteva guardare, ascoltare e c’era la stanchezza del troppo sole che rendeva tutto facile, che accoglieva. Sarebbe stato l’abbandono più dolce, l’abbraccio ricco di lente carezze, con parole sospese e lievi, e come mai inermi. Ma nessuno sapeva e quel dirsi stanco era attesa.

oppure

Era entrato nella cattedrale solo per il famoso labirinto tracciato a mosaico sul pavimento. C’era, illuminato dal rosone centrale, splendeva per pezzi, sovrastato da sedie e banchi per i fedeli. Forse era un segno che oggi nessuno più si perdeva o desiderava perdersi.

Oppure

Il labirinto si doveva cercare sotto sedie e inginocchiatoi e anche questo era un segno perché non basta avere la volontà di perdersi e magari ritrovarsi alla fine di un cammino, ma serve la volontà del percorrere e del cercarsi. Se cosi è, quegl’intralci che occultavano il labirinto erano le scuse che avrebbero evitato la fatica della vita piena.

Oppure

I mosaici occultati, i simboli, le loro precise collocazioni erano state stravolte dal tempo sopravanzato. A che serviva un labirinto senza una mente che cogliesse i segni, le corrispondenze con il vivere e il suo possibile futuro?  La funzione profetica, persino il dilemma della scelta era smarrito, restava l’apparenza e il gioco del tirare a indovinare: praticamente nulla. Allora sacrestani pietosi, forse iniziati, avevano occultato alla noncuranza, ciò che era prezioso e ora solo file ordinate di sedie coprivano le alternative del dove andare a cercare il proprio senso.

Oppure

Il rosone, pur quasi coperto dall’organo immenso, sfolgorava di colori. L’organo era un trionfo di legni scuri intagliati, di statue, di mensole e canne, acquattato nell’ ombra, ma conscio e forte di un silenzio che preannunciava la sua voce immane. Un raggio di luce lo accarezzava, si faceva strada tra canne e sculture e finiva sul pavimento. Ora una piccola pozza di sole percorreva il labirinto. Indicava, o almeno sembrava lo facesse, si schermiva e timida interrogava: hai visto? Scelto? Non dire che è stato un segno del destino, sei tu l’attore della tua commedia, io servo solo a rammentarti cosa cerchi. E non invocare scuse, non scegliere è la certezza che non ti troverai. Ma forse questa è la tua scelta. E la luce intanto, con pazienza, scavava pertugi tra volgari intralci di gambe e banchi, cercava figure del mito e assonanze, indicando distrattamente gli assoluti che il mosaico conteneva.

Oppure

Vide il labirinto e ne sentì la sofferenza d’essere stato sepolto al senso. Sedette e gli parve di meditare su uno scempio impunito. Pian piano emerse la ragione del suo essere lì, della sua sorpresa, del mondo che stava attorno che perseguiva l’idea che non ci fosse soluzione al vivere. Altri ben prima della costruzione della cattedrale e del labirinto avevano meditato sulla stessa relazione tra assoluto e parziale, tra inconosciuto e banale. Vivere era solo un disordinato susseguirsi di desideri oppure un essere ben poggiato su di sé e, seppur ricco di dubbi, cerca la sua vita? Era lui, e coloro che l’avevano preceduto, fantasmi di una libertà dell’andare oppure insiemi di regole e di obblighi ricevuti? Guardando il pavimento a mosaico vide un raggio di luce e, gli parve, la figura di una fenice illuminata: nascere in continuazione era una risposta al bisogno di innocenza, ma anche un vedere oltre gli obblighi e la colpa che essi generavano. La libertà era il percorrersi, lo scegliersi per cercare il cuore del mondo, il labirinto era dentro di sé e ciò che si poteva vedere ne era una pallida, occultata rappresentazione.

Oppure…