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Informazioni su willyco

mescolo tempo e vita con passione e sono curioso, mi occupo più o meno di sviluppo territoriale compatibile con chi ci vive, annuso il presente. Difficilmente troverete recensioni di libri o di film tra queste note, anche i versi citati sono rari, perché mi piace la poesia come fatto personale. Ci saranno pochissimi giudizi, gran parte dello scrivere sono impressioni. Per le analisi sono noioso e lascio perdere. Non troverete un canovaccio prestabilito, ad altro è riservato questo luogo, di fatto è uno zibaldone del senso del mio tempo. Gran parte delle mie opinioni sono parziali, si basano su tesi affini e non assolute, sono verificate per quanto possibile, per voglia, per interesse. Ho dei principi basati anch'essi su un'etica appresa e rielaborata, su concetti di giusto e ingiusto che cercano di contemperare il desiderio con la realtà. Di mio ho aggiunto una sensibilità verso l'uomo, la sua carenza di protezione di fronte alla violenza, all'arroganza. Quindi mi muovo in un relativo che per parte piccola o grande è mio e per buona parte mi viene da ciò che ho appreso. Non insegnato, appreso, perché ho aggiunto una discreta propensione al rifiuto e alla libertà connessa. Quindi, traete voi le conclusioni perché tengo a poche cose per davvero e il resto è opinabile.

la politica non è solo un’opinione

Questa mattina mi son lasciato invadere dalla speranza,
ed è pericoloso di questi tempi in cui tutto sembra fatto,
e deciso nel peggio, che non è proprio peggio,
eppure ti toglie il colore,
semina grigio nelle parole,
distribuisce forse che sono già dei no.
Ma stamattina le parole erano colorate,
c’era il rosso della piccola passione da spendere ogni giorno,
il verde che non accetta l’asfalto e cresce indifferente,
il giallo, cosi difficile con la pioggia sui vetri, prometteva il cambiamento.
Erano colori della vita
senza ritegno né creanza, così il viola sposava il blu e parlava arancio.
Ma non erano confusi e neppure sembravano parole: erano finestre
in un tempo di muri
mostravano che c’è aria da respirare
in quel sentimento insensato che si chiama speranza,
e se spesso non ha una precisa attesa,
si muove allegramente e tu sai che è vita.

mi ha preso la tenerezza dei vecchi

Mi ha preso la tenerezza dei vecchi. Non perché mi ritenga tale, ma gli anni si accumulano, costruiscono una montagnola dalla quale si vede attorno. Magari sfuocato e così le cose diventano masse colorate, fili appesi al cielo, con una loro gentilezza interrogativa che chiede sorridendo: chi siamo? E nulla è mai ciò che appare, perché il ricordo aggiunge, spinge a ripetere pur sapendo che ci sono meccaniche celesti, come direbbe Battiato, alle quali si sfugge solo con la speranza. Sarà diverso e non finirà, però…

Ci si perde tra le immagini, ci si perde nella tenerezza del giorno in cui l’equinozio annuncia nuove gemme, colori e abiti leggeri. La tenerezza dei vecchi è addolcita di tracce, di mappe, che i passi conoscono a perfezione, è fatta di sabbie in cui è bello lasciare impronte, di asciugamani colorati stesi ad accogliere. È costruita con pensieri senza capo né coda, perché i pensieri non devono per forza avere un inizio e una fine. La tenerezza è fatta del vedersi, dell’ascoltare il corpo che brontola allegro tutte le ingiurie che gli abbiamo inflitto, ma è anche la pelle che sente il cotone fresco di bucato, il sole che la spinge. È il pensiero che già racconta altre attese mentre il corpo ascolta e si distende.

La tenerezza è ciò che si può fare ed è nuovo, così nuovo che suscita contentezza e oscura quello che ormai è da parte. Volevo scrivere in un quaderno, dividendone a metà le pagine, da una parte ciò che non potrà più essere ma è stato, e nell’altra metà, a fronte, mettere il possibile, il desiderato, il sollecitante. Mi sono accorto che la prima metà era ricchissima, ma la seconda era infinita e quella mezza pagina di ciò che attendeva d’essere, era gentile col passato perché gli lasciava tempo e infiniti spazi bianchi da riempire. Con tenerezza aspettava che raccontasse.

Forse anche per questo mi ha preso la tenerezza dei vecchi che hanno la pazienza del vedere, che si soffermano su una parola, che alzano gli occhi e guardano in alto, accorgendosi del cielo, dei cornicioni dei palazzi che giocano con l’ombra e le nuvole e gli sorridono. Mi ha preso la tenerezza dei particolari dimenticati che un tempo avevano richiesto cura e sapienza ed erano stati lasciati allo sguardo attento della bellezza. E ho pensato che quando si rallenta il mondo prende forma – lo sa bene chi cammina – e tutto ha una sua nascosta ragione, una domanda gentile di attenzione. 

Mi ha preso la tenerezza dei vecchi e la mente ha abbracciato l’aria nuova, il sole, i rumori del cantiere, il vestire con una maggiore cura del solito, e il rizzare il corpo, fiero d’essere uomo. È stato allora che la gratitudine che si era sparsa tra i pensieri s’è fatta palese e forte e mi è sembrato un sentimento bello e pieno di compagnia. 

 

 

chi è l’amico

Tenersi un amico non è un atto di possesso ma di rispetto. Per lui, per noi. È conservare un legame, approfondire un affetto, permettere che una comunicazione si mantenga ed evolva. Ma per tenersi un amico bisogna averne cura, esserci il giusto: né troppo né poco. Avere un interesse vero, che si rinnova, ma non esclusivo perché quest’ultimo è riservato all’amore. È una bella favola che le cose si riannodino subito dopo anni di silenzio, serve a tranquillizzare le nostre assenze. Ci si rincontra e si parla delle vite che sono scivolate in avanti ma è leggere un libro perché quelle vite non sono state la nostra vita.

Mi sorprende chi mi chiama caro amico e poi scompare, per riapparire dopo mesi, prima di una nuova assenza. Mi sorprende che non senta che non condividere qualifica l’amicizia, ma mi sorprenderebbe anche il contrario, ovvero l’essere troppo addosso che nasconde un bisogno non espresso. Comunque è l’apparire/scomparire che qualifica i legami, ci siamo se quella persona conta e risuona in noi, così riserviamo l’amicizia a chi la considera importante, diciamo a questi amico caro, il resto sono visi noti nella folla.

dov’ero?

Ricordo i particolari di quella mattina. Ero distaccato in sindacato dal lavoro. Le notizie le avevo sentite per strada. La scorta di Aldo Moro era stata uccisa. 5 agenti, uno era al suo primo giorno di servizio. Pasolini aveva già detto chi erano i figli del popolo tra polizia e manifestanti con i padri importanti e nel sindacato si parlava di come rappresentare questi lavoratori che erano stati spesso contrapposti a noi. Pensavo a quei morti e a cosa si sarebbe fatto. Era un colpo di stato? Bisognava bloccare la città, il Paese con lo sciopero? Moro era quello che aveva parlato con Berlinguer, l’artefice del governo in cui forze distanti avevano convenuto che era il Paese a venire prima. Pensavo tutte queste cose confusamente, mentre salivo le scale. Ci fu una riunione e subito fuori a fare assemblee sui luoghi di lavoro. Mi colpiva il fatto che la città fosse indifferente, non c’erano assembramenti, le persone facevano la spesa nelle piazze, si coglieva qualche commento distratto. Durante la prima assemblea cercai di illustrare la pesantezza politica del momento, il pericolo per la democrazia. Ci furono interventi che assentivano, ma senza forza particolare. Alcuni rifiutarono lo sciopero immediato. L’assemblea successiva era più distante, ebbi tempo per pensare nel tragitto che forse la mia enfasi non era il modo giusto per dire la preoccupazione e la gravità dei fatti. Usai parole come difesa della democrazia e momento oscuro dopo la liberazione, dopo il fascismo. Alcuni lavoratori, che sapevo democristiani espressero dolore, ma anche parlarono di clima che si era giustificato. Che i rossi avevano giustificato o lasciato scorrere la violenza. Mi sentii attaccato, parlai delle difficoltà che c’erano, delle minacce ricevute anche personalmente. Poi mi fermai e chiesi quanti erano disposti da subito a fermare il lavoro, a far capire che le br non avevano un retroterra operaio. Contai le mani, erano una minoranza. Uno dei lavoratori democristiano mi disse che si affidava allo Stato, che gli scioperi non servivano a nulla, altri suoi colleghi assentivano. Era l’ora di mensa, l’assemblea si sciolse. Nel pomeriggio ci fu una manifestazione partecipata, ma mi parve insufficiente. Delle mie assemblee erano venuti in pochi, i soliti. Più forti e decisi i metalmeccanici riempievano le prime file del corteo. Dopo ci furono i giorni infiniti della prigionia. La notizia che rimbalzava tra la prima e le pagine interne dei giornali. Gli scontri politici tra fermezza e trattativa, fino all’epilogo tragico della morte. Non credevo l’avrebbero ammazzato, Moro, le br avevano avuto tutto: notorietà, impatto, divisioni tra lavoratori e nella politica, fatti segreti che erano stati loro rivelati. Pensavo che una mattina mi sarei svegliato con la notizia che avevano trovato un uomo, male in arnese, che avrebbe detto: sono Aldo Moro. Non fu così e al solito, il Paese non fece i conti con i misteri di quella morte, non fece i conti con la tenebra che sta sotto l’apparenza. Ho sempre vissuto questa data con un doppio senso di fallimento: l’Italia, quella in cui credevo, era impotente a dissipare trame, non colpiva l’antistato che si annidava nei poteri e non riuscì a salvare Aldo Moro con la legalità. Ma neppure gli Italiani lo salvarono, e avrebbero potuto farlo isolando con manifestazioni imponenti le br, ma già allora avevano in odio le icone del potere e le pensavano portatrici di colpe irredimibili. Questa sensazione di errore, di sfiducia in ciò che la parola, i principi, potevano generare come reazione collettiva a ciò che era profondamente sbagliato, in me toglieva la speranza e da quel giorno è sempre stata una maggiore fatica ricostruirla questa speranza. E ancor oggi la sento come un non capire appieno, un’insufficienza, una colpa. 

ti sbagli

Ti sbagli. Ogni volta che credi di aver capito, ti sbagli. E poi ritenti, e scendi, e non tocchi il fondo, e ancora scendi come non ci fosse fine, forse credi che sarà nuovo? Ti sbagli. E fatichi, ti disperi, hai il senso del fallimento. Lo sai cos’è il fallire, è la sensazione che un errore lontano abbia incrinato tutto un percorso e l’abbia distrutto quando doveva compiersi. Fallire è la colpa, è la dimostrazione della tua piccolezza nonostante tu pretenda un cuore grande, un sogno che vola, un agire visionario, la colpa è la realtà che si incarica di dimostrare che il poco è più grande del molto. Ti sbagli. Ogni volta è così, tornare a un daccapo che non è mai lo stesso, tornare e trovare tutto cambiato. Tornare e sapere che non è questo il posto. Ti sbagli. Non c’è alternativa ad essere come si è, non c’è alternativa, te lo ripeto. E per questo non c’è una colpa nel piccolo bene che persegui in te, non c’è una colpa nella misura dell’amore, non c’è una colpa nel vuoto che segue ogni partenza, non c’è una colpa nell’assenza di un futuro immediato, in una negazione, nel tenere la barra dritta verso la tempesta. E nel cercare ore strane per il tuo vivere, non c’è colpa. Lo sai che non parlo di me. E neppure di te, ma di quello spazio che sta a mezzo tra un desiderio e un bisogno, tra l’essere e il dover essere, tra tutto ciò che non ci siamo detti e quello che resta da dire. Però ti sbagli. E sbagli ogni volta che pensi aver capito, sbagli quando pensi che sia finita, che non rifarai più la stessa strada. È vero a mezzo, perché la direzione è quella e il deserto di notte congela le tracce ma di giorno le cancella, e tu lo sai e cammini di notte. E ti sbagli, perché non finisce, non può finire. Il sogno non finisce e neppure il giorno, sono compenetrati in un mescolarsi che non li distingue. Non troppo, non abbastanza. Non quanto vorresti ed è questo in cui sbagli ancora, volere ciò che è attesa, voler raggiungere mentre è solo la direzione che è certa. Ti sbagli e gloriosamente sei felice, a volte. Ma non sei tu, non sono io, è quell’essere a mezzo verso cui corriamo, che paziente attende e non ha freddo né fatica, attende e sorride. Oh sì che sorride, di te, di me, di noi, e sa che ti sbagli.

occupiamoci di cose generiche

Occupiamoci di cose generiche, lo specifico muove vortici di domande e genera inquietudine. Occupiamoci dell’oggi, anzi del giorno, che agli storici spetta il giudizio. Lasciamo perdere il ieri, quel che è stato è stato, le nostre memorie allo stato solido conservano migliaia di foto che non guarderemo mai.

Però permettetemi una digressione. Prima pioveva e c’era il sole, le ragazze camminavano in fretta, qualcuna sorrideva, dei ragazzi hanno tirato il cappuccio sulla testa e parevano contenti. Chi aveva un ombrello lo apriva. La strada scorreva di pedoni e biciclette, nessuno si fermava sotto i portici, sembrava godessero di una pioggia gentile che annunciava la primavera. È stato allora che ho notato l’esiguità  delle mura del ‘300, il mozzicone rimasto con lo squarcio verso l’altro pezzo di mura. Dallo squarcio si vede il palazzo che fu del banco di Napoli, davanti c’è la discesa del parcheggio che si intrufola sotto le mura, sulla strada un tempo, ero bambino, c’era il fiume, le barche e solo a lato, in alto, le auto. In uno spazio ristretto le auto, perché l’acqua e la vista era più importante. Poco avanti, c’è la casa in cui Dante non soggiornò e forse non incontrò Giotto (ma era bello pensarlo e così c’hanno messo una lapide al riguardo), davanti alla casa c’era un ponte, a tre arcate, di epoca romana che univa l’università dei giuristi, il Bò con l’ospedale vecchio di san Francesco, il luogo in cui è nata la medicina moderna. A sinistra del ponte, dopo il Bò, le piazze, la civis con la sala della Ragione, i commerci. Ora ci passano i tram in quella riviera, gli autobus e le auto, ma oggi c’erano anche le ragazze che sorridevano nella pioggia di marzo, e quel muro così esiguo per difendere una città, mi diceva qualcosa di me, di noi. Ci fu un pretore che difese quel muro, un sindaco condannato dopo anni di processi, e quel sindaco non era Attila, ma come il predecessore che aveva tombinato il fiume, pensava che la modernità poteva fare a meno dell’acqua e del muro di cinta d’una vecchia città ormai esausta di ricordi. Erano persone per bene questi due sindaci, che interpretavano il progresso come ineluttabile e la modernità come un generico contenitore in cui tutti potevano stare. E si sbagliavano perché pensavano genericamente e non interrogavano l’anima delle cose (che poi coincide con quella delle persone se c’è appartenenza). Io sono un sognatore, mi piace l’assoluto e il relativo, ma maneggio male i ricordi e senza dare colpe penso che il generico è come il nulla, erode ciò che ci sta attorno. A noi che ricordiamo, non alle ragazze che camminano sotto la pioggia e guardano nel loro futuro.

Però e questo è il secondo però di cui chiedo venia, se ci abituiamo tutti al generico, al relativo, non ci sarà più spazio per l’importante. E che fine faranno le vite se non hanno una direzione propria. Se non abbiamo nulla di profondo di cui dirci davvero. Se non ci sarà nessun segreto da tirar fuori a fatica perché ci rivela davvero e ci consegna inermi all’altro, che fine farà l’eros? Se tutto è rappresentazione qual è la commedia e quale la realtà? 

Avete osservato che circola diffusa la paura di essere interpellati per davvero, che qualcuno ci chieda se abbiamo studiato come vivere domani, dopodomani. Con la competizione si sono risolte molte cose, si fa una corsa in qualsiasi campo, il lavoro, il divertimento, gli amori, uno vince e domani si ricomincia. Magari non gli stessi, non con lo stesso panorama perché nel frattempo qualcuno si è perso, un muro si è abbattuto, un tabù è stato espugnato, ma si ricomincia verso l’indefinito infinito senza chiedersi cosa sia davvero accaduto, cosa abbiamo provato. E credo sia perché anche se ce lo chiedessimo a chi potremmo dirlo davvero? A questo servono i poeti, che hanno il compito di mostrarci l’essenza delle cose, ma non compriamo libri di poesia se davvero non vogliamo andare nel profondo, se non vogliamo lottare con la realtà. Per l’apparenza, i poeti, basta citarli a spizzichi, con un tweet che suona bene ed è adatto alla bisogna e che sembra far bene per un attimo prima di restare uguali. 

dire ti voglio bene

In fondo non ci obbliga nessuno ad aggiungere parole al ringraziare. Forse l’insicurezza di non essere creduti. Oppure la misura che percepiamo insufficiente e che vorrebbe trovare il giusto aggettivo, quello assoluto che corrisponde al sentire. Ma se abbiamo un briciolo di sensibilità, se riusciamo a vederci per come siamo, dobbiamo ringraziare.

Con molta consapevolezza del limite, penso alle passioni che sono nate da una donna e che senza di essa non sarebbero nate. Il limite è proprio questo, non è possibile fare a meno della generazione primigenia, del parto che poi evolve e cambia facendo finta di essere tutto nostro. Se tutto nelle vite, alla fine, si riduce all’assenza o presenza di amore, se il bisogno, anche in chi cerca la solitudine, ha sempre elementi femminili ci deve essere qualcosa che non è scritto solo nei cromosomi e questo non può prescindere da un confronto: esisto, penso, vivo perché qualcosa di femminile mi ha generato e accompagnato. Questo femminile mi accompagna pur non capendolo appieno, mi aggiunge perché mi mette dentro alla dolcezza della vita. Ma come si fa a ringraziare dell’impalpabile che ci avvolge, come si può ringraziare di una necessità, di gesti che hanno il vero della natura anche quando sembrano frutto di ragionamento. Nella parte femminile che abbiamo ricevuto non c’è solo la materialità di un dolore condiviso nel nascere, non c’è solo la ricerca di un dialogo col mistero che genera l’amore, non c’è  solo l’impossibile coincidere che alimenta la meraviglia e il timore di non capire mai davvero, c’è qualcosa di grande che si riferisce a un aver ricevuto e ricevere inatteso, senza contropartita. È per questo che il ringraziare diventa insufficiente e il discorso dovrebbe essere sostituito dal gesto quasi muto, dal dire quell’amore che si declina in poche parole e dentro un abbraccio più lungo, più sentito e abbandonato a Lei. A Lei che si abbraccia e ci accoglie e ha bisogno di bene e di amore come noi, eppure ne ha sempre più di noi. Ogni giorno in cui si sta assieme. Comunque. Finché dura la nostra intelligenza e il ricordo di ciò che siamo e di come saremmo infinitamente più poveri e disperati senza quell’amore che continuiamo a ricevere. Da una donna, dalle donne della nostra vita.

domande

Mi chiedo chi siete voi che leggete. In quale mondo vivete. Come sono le vostre giornate, le abitudini, le difficoltà, i legami, l’allegria come nasce, i sentimenti e il loro grado di intensità, di libertà, se siano una nota di basso o un acuto che s’inerpica. Mi chiedo della vostra somiglianza e ancor più della diversità, ma soprattutto mi chiedo cosa sia per voi star bene.

Mi chiedo cosa vi spinga a leggermi, cosa intuite dalle mie parole, se da esse indagate in un pensiero sotteso, in una vita che non è la vostra eppure in qualche tratto approssima e forse coincide.

Questo mezzo, apparentemente virtuale, fornisce a chi scrive, una iterazione per immediatezza e intensità, sconosciuta agli scrittori, ma ( il ma ci sta sempre a temperare gli assoluti) è privo della conoscenza diretta, non è, se non di rado, un canale biunivoco. Certo vi intuisco, leggo di voi dove scrivete se anche voi lo fate, mi faccio domande sulla vostra persona, del perché scegliate alcune rappresentazioni e ne taciate altre. Alla fine ci si deve accontentare di un approfondire per  interesse e intuizione, delineare attraverso l’immaginazione, un’immagine a due dimensioni che prescinde da tutti quei codici che si usano nel reale: l’immagine, il gesto, l’età, il modo di esprimere il sentire, il silenzio tra le parole, la volontà di oltrepassare una soglia e mostrarsi. In questi luoghi la linea del con-fidare ovvero dell’aver fiducia dell’altro ipotetico è essa stessa una rappresentazione di sé, di un bisogno e di un limite. Ritaglia la dimensione e la fissa in un cliché comunque vero: mostro di me ciò che voglio arrivi a un qualcuno che non conosco ma che non mi è estraneo. Però è una verità interrotta proprio perché nel virtuale il vero è più corredato di immaginazione per riempire le caselle mancanti. Non c’è nulla di male in tutto questo guardare, pensare, immaginare, c’è attenzione, curiosità, partecipazione e bisogno di vedere. Però non possiamo, se non per caso, dirci davvero come stiamo, cosa vediamo e sentiamo nel momento in cui esso accade e diventa emozione per noi. Lavoriamo in differita e nelle riflessioni la distanza dall’accaduto può essere lunga, misteriosa, estendersi come le ife dei funghi, lontano negli anni. Ciascuno, io per primo, rappresento dei nodi, il loro persistere e la fatica dello sciogliere, mostro passioni la cui intensità è solo a me nota, taccio e parlo di qualcosa che non è solo cronaca, altrimenti corrisponderebbe a quel distratto informarsi su come si sta che neppure attende la risposta per passare ad altro.

Fuori piove, è un grigio pomeriggio di quasi primavera. La grondaia suona i rivoli d’acqua che cadono dal tetto, ne segue l’intensità con vibrazioni sempre diverse. È il giorno dopo la notte delle elezioni, sono accadute molte cose, altre ne accadranno, ma con rilevanze diverse. Per alcuni saranno dei fatti che sorprenderanno, per altri saranno un lento erodere delle speranze faticosamente costruite sul futuro. La mente analizza e cataloga, è abituata ed è stata formata per questo. Anche a riconoscere la propria insufficienza. Mette assieme ipotesi e scenari, li riporta sulla propria vita e sulle vite comuni, ma sa che questo è un esercizio privo di assoluti. Approssima certezze e paure, le combina per ricavarne un pensiero di futuro.  È un lavoro inutile eppure è difficile sottrarsi al mestiere dell’indovino. In fondo chi vaticina vorrebbe non azzeccare mai le previsioni che non gli piacciono perché sa che non può influire, se non in minima parte, su esse, ma sa anche che non riuscirà a sottrarsi alla loro influenza. Si realizzino o meno, le vite ne verranno cambiate. La tristezza della notte quasi insonne si è mutata in malinconia e bisogno di silenzio. Anche di stare a guardare senza ragionare.

Non ne parlerò oltre di elezioni, ma mi chiedo come altri vivano il momento, la giornata trascorsa nell’attesa. Non mi interessano i grandi vincitori o gli altrettanto grandi sconfitti, ma chi ha interessi analoghi ai miei e che in qualche modo conosco e che penso come persona concreta, vera, portattrice (non è un refuso ma il fondere l’essere attrice, il suo interpretare e portare questa capacità ad altri) di vita e di passioni. E mi ritorna un senso del relativo che è stanchezza, il mirare la realtà e il passar oltre mescolandola al quotidiano.

Far l’amore la notte della battaglia era un ritornare a sé del guerriero, del rivoluzionario, o anche più modestamente, il bisogno di un presente che cancellasse per un poco il futuro, assieme e infinitamente soli. E in questo pensiero racchiudo ciò che è mancato alla notte.

 

domenica si vota

Con confusione e difficoltà gli italiani arrivano a un appuntamento che dovrebbe definire come saranno governati nei prossimi anni. Premetto che non cercherò di convincere nessuno. Non mi viene, non l’ho mai fatto. Ho le mie idee, discuto, dico per chi voto e poi mi fermo perché credo che votare sia importante e che ognuno debba avere la responsabilità di ciò che fa.

Da molti anni ormai, e precisamente dalla scomparsa dei grandi partiti storici, c’è una progressiva sfiducia in ciò che verrà fatto dalla politica. Un giudizio a priori che include le storie passate e il futuro. Come se questo Paese fosse irriformabile e dovesse andare sempre più giù, in un baratro di privilegi, illegalità, caste, diseguaglianze. Con il cessare di un noi che mettesse assieme, che facesse argine, prima sono diventate più difficili le proteste collettive, poi gli ideali di cambiamento, infine le persone sono state spinte a competere le une contro le altre in una logica di difesa del poco rimasto a disposizione. Così anziché rivendicare i beni comuni, i diritti conquistati, il welfare universalistico, il noi si è sciolto nell’acido dell’io incapace di vedere oltre un vantaggio, una barriera, un futuro personale. Quest’io non è l’identità, ma la debolezza del singolo, la richiesta di un favore che lo riguardi da parte di chi può, la condanna di chi non riesce ad arrivare all’ affermazione personale che coincide con lo stato economico. I poveri crescono nell’indifferenza eppure anche i poveri votano, le donne hanno meno diritti, differenze costanti con gli uomini, sono caricate di pesi che potrebbero essere tolti da politiche della famiglia, ma anche le donne votano. I ceti medi, gli operai, il lavoro in generale è più precario anche per chi ce l’ha, ma anche queste parti della società, votano. I giovani sono i più bistrattati, hanno meno benessere dei loro padri, sono inseriti in una società che per loro considera solo l’attitudine a competere, sono immersi in una precarietà che non cessa praticamente mai, ma anche i giovani votano.

In questi ultimi 20 anni il voto è diventato un modo per protestare, per dare il segnale che questa società e il modo di condurla non andava bene. Scomparse le ideologie, l’attesa di un futuro che fosse la realizzazione degl’ideali personali e collettivi, l’inefficienza del cambiamento si è tradotta in due risposte: o la ricerca del favore, della protezione del potente, oppure il rifiuto aprioristico di un’ aggregazione che fosse per qualcosa. In sostanza i voti sono andati sempre più contro qualcosa e qualcuno. Questo c’era anche nelle ideologie, ma il voto contro un avversario era a favore di qualcosa, mentre ora è semplicemente contro, e basta.

Di fatto si è tolta la caratteristica principale dell’esercizio della cittadinanza ovvero l’essere parte di una comunità che persegue un fine comune. E questo ci si dovrebbe chiedere al momento del voto: quale fine comune sostengo? Quale speranza contiene il mio voto? Il votare e l’essere cittadini sono funzioni che non si esauriscono in un giorno ovvero quello delle votazioni, perché sia l’essere insieme che la realizzazione della speranza continuano nel tempo, e il controllo comporta che vi sia un’attenzione critica costante.

Insomma al noi come lo intendo, serve un’ idea di benessere che coinvolga tutti,  e che questa non sia sottrattiva, ovvero il mio benessere non può essere il malessere di altri che come me hanno aspirazioni e diritti comuni. A mio avviso sono due i diritti che si sono affievoliti in questi anni: quello di un lavoro dignitoso e sano per tutti, quello del diritto a una vita che includa il benessere di tutti e la tutela dei più deboli. Questi diritti che sono il legante egualitario in una società di diversi, di persone che hanno personalità e attese differenti, sono stati oggetto di una progressiva erosione per cui il lavoro è diventato lavoretto, la sanità si sta progressivamente privatizzando, con dieci milioni di persone che ormai non si curano più, mentre le parti più a disagio della società non dispongono di meccanismi di supporto che le aiutino a uscire dalla loro condizione o almeno ne leniscano lo stato. Quindi questi diritti bisogna rafforzare per riportare il noi al centro del voto. E poi esercitare il controllo sulle politiche perché migliorino il benessere collettivo del paese, tutelino la dignità delle persone e la crescita attraverso il lavoro giusto, sano e stabile.

La mia scelta di voto è per un insieme di persone che si sono riproposte di creare una sinistra forte e di governo in Italia, ed è in Liberi e Uguali che mi riconosco, per i programmi che vanno al cuore dei problemi, perché hanno un noi all’interno delle soluzioni e perché questo noi include tutti: quelli che votano per questa lista e quelli che non la votano. È un farsi carico attivo e propositivo del malessere per trasformarlo in benessere. E questa è una speranza vera, un processo che coinvolge e include, che non che lascia per strada ed esclude. Si riparte dall’attuazione dell’articolo tre della Costituzione dove la Repubblica, ovvero chi la governa, dà pari dignità ai cittadini, comunque la pensino e si fa carico di rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che limitano la libertà e l’eguaglianza, il pieno sviluppo della persona umana e la partecipazione effettiva all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.  E questo penso sia il compito di chi governa e che mette un noi condiviso nella propria azione, nelle leggi, nel futuro del Paese. Quindi voto per una speranza che vuol farsi realtà assieme a molti e non un patrimonio di pochi. E in queste settimane ho avuto la sensazione, partecipando alle discussioni, che soggetti nuovi si siano proposti per questa speranza da rendere politica. Donne soprattutto e giovani. Persone che lavorano, che attraversano i problemi di una grande quantità di cittadini in Italia. Persone che si sono avvicinate alla politica senza una storia che venisse da lontano eppure sentendo una spinta forte a dare un contributo, a essere, insieme a tutti, protagonisti. Non ne conoscevo nessuno, eppure vivevamo nella stessa città, per un vecchio arnese della politica, come me, che ha fatto il suo tempo e pensa di rispettare le sue idee dando una mano, è stata una bella sorpresa.

Domenica si vota e si comincia, non contro qualcosa o qualcuno, ma per un futuro che magari non sarà esattamente quello che ho in testa ma che se verrà discusso e condiviso, sarà nuovo, positivo e nuovamente insieme.

primo marzo: ascolto e odo

Rare faville di neve su tetti bianchi. Il caffè l’ho rovesciato. Una tazza intera mentre un biscotto attendeva d’essere inzuppato. La delusione del biscotto meriterebbe Cioran. Come potrei parafrasarlo? Solo nel disfarsi il biscotto trova la sua natura, irrigidito nella cottura eccessiva, come pensiero stantio, si libera nell’intridersi di natura altrui. Ovvero come rendere un’apoteosi la delusione e far dello sciogliersi tra nature una metafora dell’amore. Se l’amore non cambia la sostanza imbibendosi dell’altro, che amore è?

Della vigilia del voto scriverò domani, oggi curo l’anima che non ha vigilie.  Un passo di un’epistola in versi di John Donne

 

Una sospettosa presunzione sta di casa in questo luogo,

e l’avere tante orecchie quanto tutti hanno lingue;

pronti a vedere i torti, lenti ad ammetterli. 

 

indurrebbe al silenzio e a un diverso ascolto: ascolto te oppure ascolto me? Ovvero Ti ascolto per trovare una mia ragione oppure per sentirti entrare con le tue ragioni.

Le ragioni si dovrebbero mischiare come si fa con le carte perché il gioco precedente non si ripeta, ma ogni volta le possibilità facciano il loro lavoro.

Mischiare le ragioni e cogliere i segni e le immagini. Dare un significato alla taroccata vita e fermarsi sui segni per straniarsi dal consueto, dall’apparente.

Posso dire con sicurezza che il caffè versato era peggiore di quello nuovo, ne sono sicuro: era un segno che mi occupassi di me senza distrazione. O forse, romantica presunzione, era un pensiero che scoccato da distante voleva raggiungermi e dirmi qualcosa che dimentico nell’abitudine.  Anche la neve, che continua indolente a cadere, è segno di un guardarsi attorno: non ci si chiude in casa se non per paura, ma si resta a casa per scelta e ci si guarda attorno per vedere come si è.

 

Nel tuo dire esplicito ho trovato tracce d’innumerevoli rintocchi

e l’aprirsi all’amore che, ostentato, era meraviglia e insicurezza, 

il timore che sfuggisse l’attimo 

dileguando in un richiamo importuno,

o che il dubbio prendesse un posto che non era suo. 

Del doman non v’è certezza è l’invito alla pienezza, mia cara, 

e il rigetto di ciò che ha scalato il cielo e poi è caduto

ma ora vola, altro dirà di te.

 

Non ascoltiamo le stesse cose, non leggiamo gli stessi segni, ma ciò non impedisce che nel caffè che si versa io veda un richiamo ad altri caffè non versati, la sequenza di quelli che seguiranno in diversa (versa e diversa hanno la stessa radice che è versus, ossia il part. pass. di vertĕre volgere) e più agevole compagnia.

Non ti curare del senso, che di me io parlo, che ascolto ma odo e si rincorrono le voci  della polifonia di Biber.

Odo la neve, odo il segno d’un tempo che scade se messo nell’abitudine, odo l’accento di una lingua che non è la mia. Odo e ascolto la prima neve di una quasi primavera.