8 febbraio 1944

I rifugi antiaerei in città erano di vario tipo, da quelli appositamente costruiti, alcuni talmente solidi che esistono ancora, altri erano cantine, gallerie ricavate sotto le piazze o le strade, oppure ricoveri sotto le mura cinquecentesche. Uno di questi era sotto il bastione “impossibile” vicino alle scuole Raggio di sole. Poco dopo la mezzanotte, l’8 febbraio 1944, le sirene antiaeree svegliarono gli abitanti e nel buio di una città oscurata, anziani, donne, bambini si avviarono ai rifugi o scapparono verso la campagna. Dobbiamo immaginarli, si muovono nel buio con le coperte addosso, un po’ di cibo, i pochi oggetti di valore e quelli che si fidano dei ricoveri, entrano in queste gallerie, dove nei corridoi sono disposte panche che li terranno stretti gli uni agli altri fino al cessato allarme. Nel rifugio Raggio di sole si affollano centinaia di persone.

Quella notte 45 bimotori Wellington sganciarono 72 tonnellate di bombe sulla città, una di queste colpì il terrapieno sovrastante la volta del rifugio, che non fu più tale. La volta in mattoni venne rotta e perforata dalla bomba che esplose nella sala sottostante. E’ un ambiente chiuso, l’onda d’urto è tremenda e le schegge vanno tutt’attorno, il bastione si apre ma non crolla, il disastro nella sala e nei corridoi a terra è immane. I morti non sono mai stati accertati con precisione, almeno duecento, forse cento di più. Sotto c’è una confusione terribile, i vivi sono assordati dallo scoppio, c’è un’ oscurità piena di urla dei feriti, di persone che si chiamano, di silenzi, di pianti dei bambini e degli adulti. C’è chi cerca chi aveva accanto e che lo spostamento d’aria ha tolto, le persone che si possono muovere cercano i loro cari e una via d’uscita, brancolano nel terrore che accompagna il buio. I soccorsi arriveranno dopo ore facendosi strada tra le macerie e poi i corpi. Bisogna portare via i feriti e chi è sopravvissuto. E’ un lavoro massacrante e orribile, poi verrà cercato un po’ di ordine per capire chi è rimasto ucciso, nel frattempo bisogna aiutare i vivi. Il bombardamento e la strage del rifugio Raggio di Sole, passerà di bocca in bocca senza notizie ufficiali, occultato dalla propaganda nei giorni successivi per non impaurire e demoralizzare la popolazione, perché già i primi due bombardamenti dei mesi precedenti avevano causato molte vittime e distruzioni, in particolare all’ Arcella.

Di quel bombardamento quand’ero piccolo, si parlò in casa. Una mia cugina era diventata tale a seguito dell’adozione da parte di una zia, mentre il fratello restò in orfanatrofio fino ai 18 anni e poi, dopo il militare e con un lavoro, venne a vivere a pensione a casa di mia nonna. Erano i figli di una coppia morta sul colpo e i bimbi si erano salvati forse protetti dai corpi dei genitori. Di quella notte non so se ricordassero qualcosa, di certo essa rimase in loro e nel proseguo delle vite, pur essendo persone amabili e di rara gentilezza. I miei zii furono amati di amore filiale e accuditi come meglio non si sarebbe potuto. A volte, nelle nostre case distanti, accanto al racconto di un successivo bombardamento che aveva distrutto la casa dei miei genitori, c’era il ricordo che, a mezza voce, riferiva della strage a Raggio di Sole. Naturalmente senza la presenza dei cugini e con l’intenzione di non impressionarci ma egualmente erano racconti scarni e terribili. Forse doppiamente terribili per i pochi particolari che facevano capire perché le persone non si potessero tutte identificare e perché emergeva anche la miseria degli sciacalli, come in ogni bombardamento.

p.s. Da bambino ho giocato molto nella chiesa degli Eremitani, in ricostruzione dopo la distruzione patita in un successivo bombardamento a Padova. In essa ci fu la più grande perdita al patrimonio artistico italiano con la distruzione degli affreschi del giovane Mantegna e del Guariento assieme a gran parte dell’edificio del ‘300. Quindi vedevamo le tracce della guerra ma i nostri erano giochi fatti correndo sui pavimenti di marmo scheggiato, nascondendo le pigne dietro gli altari, una guerra di bimbi fatta di gridi, dove alla fine ci sedevamo sudati e vicini a raccontare le nostre avventure. Non era la guerra che percepivo nei pochi racconti dei genitori a casa, le nostre guerre non facevano male, erano solo una grande gara a rincorrersi in cui la caduta di uno dispiaceva agli altri dopo il primo sorriso. Forse per questo non capivo e quei racconti terribili sono riemersi dopo, da adulto. Avevano lasciato traccia e il solo passare davanti a quel luogo ancor oggi riporta a un dolore immane e senza nessuna giustificazione.

pietre levigate da innumeri piedi

Le pietre levigate da innumeri piedi, ciabatte, scarpe impolverate, sandali, che portano uomini oranti, foresti, curiosi, stanchi, pentiti, passanti. Percorsi: consunzione mutata in sentieri di pietra, fuori e dentro le basiliche, nelle chiese ipogee, nelle ville colme di enigmi e nei fori calcinati dal sole, tra colonne tronche e resti di fregi, circondati da basolati di strade minuscole destinati a improvvise piazze dove l’antico lastricato è rimasto. Fuoriuscito dai portoni dei palazzi, disegnato in colori di marmi, generatore di figure da gioco di bimbi o arcane geometrie, e attorno case, pietre, colonne annegate tra i mattoni, cocciopesto, pozzolane come legante di mattoni e interstizi per lucertole ed erbe, calcine, laterizi grandi, isole di muri e tracce d’intonaci sovrapposti, segni d’archi e poi lastre di marmi bianchi intere e fermate da borchie di bronzo, o più spesso sbrecciate con i segni dell’uomo e non della pietra. È questa Roma? Oppure sono i quartieri generati dall’inurbamento fascista, le marane di Pasolini, i canneti, le erbe alte senza più pecore, i pini alti nella campagna ora fitta di case basse costruite con mattoni e pietre rubate, le strade asfaltate senza fondo né fognature, gli orti che si sono mangiati a pezzetti i resti delle vigne, dei giardini e delle discariche abusive. O ancora oltre, Roma è nei palazzoni infiniti della speculazione edilizia, infilati tra le ferrovie locali e la campagna, con i balconcini pieni di panni, cemento che si sgretola e ferri arrugginiti in bella vista, scuole di periferia, chiese vuote con i lumini accesi, fabbriche ora abbandonate, depositi di qualsiasi cosa, carrozzerie e meccanici con casotti di legno, lamiera e cartelloni pubblicitari, negozi improbabili di frutta e verdura e pane ciociaro, biscotti cotti nel vino, accanto a detersivi e scatolette di tonno e di fagioli. Gente e parole che sono suono e significato assieme, albori di lingua nazionale parallela, quartieri in cui è meglio stare a casa dopo una certa ora. Treni che vanno verso le città vicine e segnano col ritmo delle traversine le rotaie, le recinzioni di cemento a limitare scarpate incolte. Periferie di un impero dove qualcuno si lamenta, molti soffrono, alcuni sguazzano. Povertà, medietà, invettiva e inventiva dentro un tracimare barocco e inacidito di lingua, strafottenza, pietà. Dove finisce Roma? Quando non ci sono più case e solo sterpi, degrado, pozze d’acqua, mucchi di rifiuti e casotti forse abitati, oppure quando la lingua muta e diviene altro che non è romano, dialetto o italiano? Anche qui c’è umanità, chi riconosce l’altro, ne tiene in piedi la vita e salva l’anima di chi di quella vita non conosce o neppure immagina l’esistenza. Ho letto che da poco è morto un Prete che raccoglieva aiuti, li distribuiva, dava uno spazio di gioco ai ragazzini che altrimenti sarebbero finiti per strada. L’ho conosciuto, era affabile e indaffarato, molti chiedevano, ora altri continueranno. Lo spero, ma Lui era importante per quel quartiere, aveva costruito un disegno di umanità e l’attirava. In queste situazioni di solito nascono persone al limite, che si fanno carico, che insegnano, che portano a vedere chi non vede. Tutto questo è necessario perché non ci sia solo chiusura e imbarbarimento, ma non è la gestione pubblica che vede il disagio. Lo Stato sono i cassonetti colmi che non si vuotano, le giostrine arrugginite, il verde che muore per incuria, i vigili che fanno la multa e intanto sono stanchi di capire dove sono. Lo Stato è la vita di tutti i giorni, come non ci fosse relazione, come se il luogo del benessere fosse non la cura ma il trionfo, il mostrare la forza del potere. Oltre e sotto, le linee di metropolitana portano ai marmi del centro, qui ci sono i bus stracarichi, le sporte, i ragazzini da andare a prendere a scuola, le voci che ormai parlano mille lingue, i murales e i bed & breakfast che si allungano verso il limite della città. Ma ha un limite la città senza l’uomo? 

principi di pensiero

Principi di pensiero, ovvero inizi, sollecitazioni, bisbigli dagli angoli colmi d’ombra, dall’aria che distribuisce acari e polvere in lame di luce. M’incanto nella danza di cose che si divertono nell’attimo. Si passa da pensieri negativi, di assenza fino al timore di perdere sé e poi viene un sentire onde di vita che non hanno nome. L’inconoscibile si stende ovunque, ciò che peschiamo in questo mare è lo sconosciuto, prima, e il conseguente, poi, delle nostre vite. Sapere è sensazione drastica del limite, generatrice di moltitudini di pensieri errati, di alcuni corretti, di pochi, a volte, geniali o giusti che guidano e forniscono l’idea di futuro. Un futuro personale, incerto nelle paure che mi riguardano, incerto nel persarsi parte di un collettivo, incerto ma che non può non vedere e immediatamente dimenticare. E non costruisce perché non solidifica idee e non convince, non aggrega. Tra due incertezze il pensiero coglie le cose, rivendica ricordi, stabilisce connessioni leggere e si appoggia al sentire/sentimento che naviga in un mare. Così gli sembra e gli pare di conoscerlo, ma è superficie, spunto senza seguito, quasi meditazione di un perdersi.

I pensieri leggeri nascono e si spengono, raramente con rimpianto, ma accade quando una sequenza di connessioni per un attimo illumina e poi si spegne senza poterla fissare. I pensieri leggeri sono motrice e legame degli attimi, cuciono il nostro tempo in qualche misterioso senso che pesca nell’inconosciuto e genera la piccola realtà interiore.

Se penso alla realtà come a un succedersi di strati, è ancora l’analogia con il profondo a prevalere, è scavo nel più permeabile mare o quello, ben più difficoltoso, nella terra. Entrambi pieni di periglio e oscurità mentre si scende. Anche andando verso l’alto, ancora si percorrono strati verso un profondo rovesciato che non finisce e che è ben più ampio e infinito. La luce resta solo vicina all’io che parte e poi comunque subentra il buio cosparso di stelle e distanze senza percezione, pur avendo esse misura. In questo andare in cui non ci si muove se non con il pensiero sta la paura dell’abisso, ma comunque viaggiare nel profondo è un partire dalla percezione di sé nella superficie, nella rete di pensieri accennati, nella rete di connessioni singole che in un punto sarà smagliata e da lì ci porterà altrove. In noi.

Moti d’occhi e di sensi attratti da momentanee esplosioni d’interesse: una cosa ritrovata, un mutare di luce, un passo in un libro che sembra vederci come siamo e intanto manda ad altro. Uno sterminato galleggiare interrotto da richiami alla realtà e racchiuso in isole d’interesse che spingono a soffermarsi. E’ un luogo questo tempo mio senza oggetto, che può galleggiare oppure tuffarsi verso il profondo e ritrarsi nel significato che solo lì si trova, per un tempo che perde senso perché è continuità senza smagliature. Riemergere e rivedere le cose, le connessioni tra di esse con mente nuova, nata dal pullulare di pensieri che principiano e poi oziano. Pensieri senza necessità, né utile, privi di apparente connessione, come i sogni.

la lieta fatica del leggere e dello scrivere

Non è sempre semplice leggere. Manca il tempo, gli spazi e gli orari non sono quelli della iconografia della quiete: la luce vicino alla finestra, il volto preso, la posa composta il libro davanti al viso o sulle ginocchia. Spesso leggere è piacere rubato al sonno, all’intento d’altro e alla distrazione. Avviene nei luoghi più svariati, dall’intimo al pubblico.

La casa è uno dei luoghi del leggere, ma confesso che ho letto molti libri in libreria e con l’attenzione acuita dal tempo ridotto e dalla necessità di capire che mi avrebbe portato alla decisione se acquistare o meno, un ulteriore ospite per la casa. Del molto che avrei voluto, ma poi rimase in scaffale, mi restano tracce, lacerti e impressioni forti, come se il cervello conoscendo l’esiguità del tempo a disposizione si acuisse per “rubare” un senso, suscitare un’emozione, mettere insieme i pezzi di una trama che poi sarebbe stata ripresa. Alcuni di quei libri li ho poi comperati, altri sono rimasti nella mia testa e ancora mi fanno compagnia, per cui mi chiedo se l’impressione sarebbe stata la stessa se ne avessi letto l’intero contenuto. In un libro forte è il piacere della scoperta che le parole sollevano, lo stile, la composizione della frase tolta dal contesto, così nasce il primo giudizio. E la curiosità che nasce da una vicenda accennata porta con sé una concentrazione inusuale che prescinde dal luogo. E’ il piacere sottostante a far diventare la stanza della mente prevalente sul luogo in un suo estraniarsi, perché c’è un’urgenza che coincide con la necessità. Per questo subentra il disappunto se si viene interrotti: iniziare, proseguire a sazietà, interrompere per un successivo appuntamento. In questa sequenza si trova il gusto di un rubare le parole che poi verrà disteso nella successiva, casalinga lettura.

Lo scrivere dovrebbe essere speculare, distendersi come un gatto, dormire ed essere pronto ad azzannare. Così vale per l’ispirazione, ma scrivere è anche bisogno, lavoro che deve cercare motivazione. Procedere, come faccio per frammenti, in fondo è nulla e per me tutto. Fabbricante di coriandoli per mancanza di costanza o di sufficiente ingegno, comunque considero lo scrivere un’attività di rapina e di equilibrio tra ciò che sento, vedo, penso. E’ un saltabeccare che lascia tracce dentro, traccia vie, apre porte e vede il contenuto di stanze che attendevano d’essere amate. Come per l’ascoltare, lo scrivere è interpretazione, decrittazione dei pensieri che spingono la parola ad uscire, fascino del palese mischiato al nascosto. Non è mai passivo, spesso è inadeguato, crudele con sé stesso se non trova il filo che lo porti fuori dal labirinto trionfante delle parole sull’orlo del vuoto e del bianco di un foglio, ma lo scrivere, nelle sue forme, è estetica del contenuto e insieme contenitore. La sintassi può essere violata, le parole non dovrebbero mai esserlo, perché contengono, nascondono e mostrano, si allineano sulla pagina, sopportano, ci parlano. Di questo bisognerebbe essere consci che lo scrivere anzitutto parla a noi e ci cambia, ci fa capire quello che ancora non era chiaro e per questo andrebbe rispettato sin dalla grafia. Ma oggi non si scrive più a mano e pur avendo tanti caratteri a disposizione spesso può mancare il nostro.

Nello stropicciar di carte,

i pennini asciugano significati, s’intingono di lettere.

L’attesa aveva un senso, se può avere un senso l’attesa,

quand’era diluita in possibilità tessute di poca trama:

così si vanta l’intuito, senza dire,

del suo cervello tattile proteso

e della mia passione di sentircapire il presente tra le dita.

Tutto vero,

anche del portare al fiuto il mescolar del mio e d’altro sentore,

del distendermi che divora sensi trasversali,

di questo ha intuito,

ancora.

Pile di fogli bianchi, fittamente ordinati,

in attesa,

non del caso e della sua arroganza,

ma di ciò che è stato, delle parole che non hai detto ancora mai,

e se al finir della luce ritrovo serenità

nel frusciar di fogli, senza lettura,

sono preso d’un bisogno d’altro respiro, mai provato.

stropicciar di carte

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Nello stropicciar di carte,

pennini asciugano significati, s’intingono di lettere.

L’attesa aveva un senso, se può avere un senso l’attesa,

quand’era diluita in possibilità tessute di poca trama:

così si vanta l’intuito, senza dire,

del suo cervello tattile proteso

e della mia passione di sentircapire il presente tra le dita.

Tutto vero,

anche del portare al fiuto il mescolar del mio e d’altro sentore,

del distendermi che divora sensi trasversali,

di questo ha intuito,

ancora.

Pile di fogli bianchi, fittamente ordinati,

in attesa,

non del caso e della sua arroganza,

ma di ciò che è stato, delle parole che non hai detto ancora mai,

e se al finir della luce ritrovo serenità

nel frusciar di fogli, senza lettura,

sono preso d’un bisogno d’altro respiro, mai provato.

Postato su willyco.blog  e poi mutato

continuum

Fu attimo impercettibile e la tela dello spazio-tempo s’ increspò,

appena, ma tanto bastava perché una speranza sgusciasse bambina.

Tutt’attorno l’universo continuava la sua corsa, trascinando spirali, 

e case, pulviscoli di comete, orli di strisce pedonali, in attese di futuro,

ma nessuno, avvertì quel singulto di possibilità.

Due passioni sincrone per un momento avevano coinciso,

orologi fermi, due volte precisi nello stesso giorno s’erano messi in moto,

ma non avvenne nello stesso posto perché una lama pura d’energia, ne sarebbe scaturita illuminando l’universo.

Nessuno vide nulla ed un altrove generato dallo stesso pasticciare d’atomi e probabilità,

passò, era solo un’increspatura, non l’anticipo di ciò che tutti avrebbero voluto,

desiderato, vissuto senza follia d’impossibile pensiero.

Fu oscuramente chiaro mentre qualcuno portava una necessità a spasso con il cane,

altri guidando nella notte,

non pochi, perduti nei colori distratti dei televisori,

e quando tutti scivolarono nel sonno, il pensiero rimase lì, sul comodino, ad aspettare il giorno,

con la traccia d’increspatura nel telo d’universo già rinchiusa.

Per questo, quando dopo, nel bar, improvviso s’accese un cerino,

e nel vuoto  furono due boccate e mezzo sigaro di pensiero,

tutto senza pietà di simmetrie, fu rovesciato nel freddo di gennaio. 

Ecco, quello fu il momento in cui il tempo aveva ripreso il suo passato.

Posted on willyco.blog 30 gennaio 2011

la realtà non mente

La situazione è quella che è, la realtà viene interpretata, attutita, giustificata ma resta e pesa sulle persone. Lo spettacolo offerto dal Parlamento in questa settimana di sedute congiunte, quando si doveva eleggere il Presidente della Repubblica e il trovare un nome comune doveva essere parte di un unico afflato che affronti i problemi comuni del Paese, ha dimostrato l’incapacità di affrontare il problema con chiarezza e verità comune di intenti. Tornare sul nome del Presidente uscente, persona di grande equilibrio, ma che aveva dichiarata ripetutamente la propria indisponibilità, rende anche evidente che la politica gridata diventa inane e non solo non è in grado di risolvere i problemi ma si avvita su se stessa. Questo “gioco” in cui gli attori hanno fini che mescolano il potere, con la crescita del consenso relativo che esso ottiene e con la difesa di interessi che riguardano solo una parte totalmente disgiunta da un’idea di futuro comune, è responsabile di non poco del degrado che investe la società e il Paese.

La realtà viene interpretata attraverso il parlar d’altro dei leader politici, snaturata della sua effettività, trasformata in una competizione che non propone soluzioni e che punta sulla divisione non sull’adeguatezza delle risposte. Eppure i fatti indicano che la deriva verso un impoverimento economico, sociale, collettivo e individuale è innegabile. E la pandemia ha agito, enfatizzando la divisione tra chi è garantito e chi non lo è. La nuova stratificazione in classi si attua sia nel fermare l’ascensore sociale e sia aumentando il controllo sulle persone. Se pur lavorando, una parte non trascurabile di famiglie si impoveriscono, significa che si è rotta la società basata sul lavoro. E si è formato uno strato che è intrinsecamente precario e quindi massa manovra per qualsiasi dipendenza. Clientes con diritti decrementanti. Osservare questa realtà che muta anche la politica fatta più di favori, di attenzioni interessate e non di diritti, ci dice che indignarsi non basta più, è sterile e non muta nulla. Nessuno di chi si interessa di ciò che accade non può non vedere sia l’assenza dal voto considerato privo di effetto e lo smottare di non poca parte del “popolo” privo di una proposta verificabile di futuro della sinistra, verso una destra basata sull’io, sulla cessione di libertà individuali, di diritti. E questo avviene sostanzialmente in cambio di piccoli privilegi che non mutano la condizione reale delle persone ed è così che il disagio diventa fisiologico. Si assottiglia l’idea che le cose possano essere mutate assieme, lo stesso sé non è percepito come importante e come parte di un comune sentire con altre persone. Insomma si è più soli, indifesi, resi anonimi e defraudati di diritti che fanno parte del patto sociale. L’indignazione è il primo tentativo razionale di dare un nome a questo disagio e di rifiutare il potere che lo comprende.

Un vaso di Pandora è stato rotto da qualche parte e la cosa ci riguarda. Quando uso il noi penso a persone che non conosco, che non accettano ciò che è acquiescenza o cinismo, che non sono attendisti. Ma effettivamente non so a chi parlo e così parlo a me stesso. Mi chiedo se c’è una chimica sociale del tenere assieme ciò che è giusto e necessario. Ci penso perché è indispensabile nell’era della pandemia, della diseguaglianza crescente, dell’ascensore sociale che funziona all’incontrario. E capisco che questo interferisce ancora più pesantemente con le vite, con i sentimenti e che l’amore e il bene diventano difficili, inefficaci a lungo andare. Le società indifferenti trasferiscono l’indifferenza nei rapporti personali, si incattiviscono. 

Un vaso è stato rotto, ma era rabberciato alla bell’e meglio, ci pareva sano e invece non lo era. La pandemia mostra anche i nostri errori e non parlo delle misure sanitarie ma del limite del passato, di ciò che si è fatto, della propria importanza e possibilità: siamo a questo punto perché lo si è permesso e ci siamo resi ciechi a ciò che già accadeva. Per questo penso al noi, senza conoscere se ci sarà qualcuno che ha le mie stesse insofferenze. E questi non sono gli amici senza amicizia, neppure il cicaleccio inane, mi chiedo se ci sarà qualcuno che prova lo stesso bisogno e non si arrende.

Una torcia lanciata nella notte, mostra la realtà immota della paura delle cose, ma anche la direzione per uscire insieme dal disagio di un vivere che peggiora. Capire che solo guardando la realtà, chiedendo verità e trasparenza, non sopportando illegalità e politiche ad personam, affrontando il problema dell’equità e della dignità del lavoro, dovrebbe mettere insieme il noi condiviso, come unica via per tenere assieme la società e non farne un campo di battaglia per la sopravvivenza.

minimi pensieri 8

La tentazione del bello non diventa ossessione di perfezione ma è il modo per uscire dall’immobilità e dal pantano in cui si scivola in questa società ineguale. C’è una tentazione costante del non decidere, del mantenere la posizione nel timore di perdere qualcosa, o tutto quel poco che si possiede. Solo i giovani fuggono da questa immobile assenza di futuro, non tutti ma quelli che prendono in mano la loro vita capiscono che la coscienza di percorrere almeno una strada, andare verso un dove, è già avere la possibilità di essere se stessi.  Essere prigionieri, a partire dal linguaggio, delle cose seriali, dei modi convenzionali e stereotipati di dire, nel definire e vedere la realtà, ci rende ciechi. E in questo il luogo comune che è la realtà virtuale, dove regole e modi sono apparentemente liberi, precipita l’immobilità della mente. Qui il bello diventa transeunte. Non vivifica, non spinge a sperimentare se stessi, non fa crescere le persone e non le mette assieme. Nasce un sogno di innocenza originaria che appartiene a ciascuno, ma è qualcosa che non esiste se non si verifica nella realtà e nel suo svolgersi. Il conformismo, anche virtuale, uccide i sogni e rende immobili le persone, fino alla rinuncia della libertà. La lingua ci insegna che le cose possono cambiare nome perché non sono ferme, perché hanno più dimensioni, perché mutano nel guardarle, toccarle, sentirle. E così nei miliardi di modi di chiamare i sentimenti e l’amore, nel renderlo vero nei gesti e negli infiniti modi per farlo non c’è forse il prefigurare della vita nella sua molteplicità che ognuno di noi contiene? E non è questa molteplicità la radice dell’innocenza, del bello e del rapporto profondo tra chi cerca, trova, mette in comune ciò che sente ed è?

In questo c’è la tentazione del bello come processo che muove, che induce a vedere ciò che gli altri si rifiutano di cogliere, ed è l’imperfezione perfetta di chi ama profondamente.

senza memoria

L’ha visto mia moglie e mi ha chiamato. È a terra, la testa poggia sul braccio ripiegato, il corpo steso, l’altro braccio s’allunga come uscisse dall’acqua e chiamasse aiuto. È davanti al cancello chiuso della canonica, poco discoste ci sono la valigia e uno zaino.
Sono le 11 del mattino, e siamo a fianco della chiesa. Gli chiedo se sta male, non mi aspetto risposta, ci sono 3 gradi e chissà da quanto tempo è a terra. Altre persone passano per la strada davanti la chiesa, forse lo vedono come un fagotto abbandonato. Per fortuna risponde, prima in modo incomprensibile poi dice che vuole parlare col prete, ma non si alza, chiede di stare quieto, per terra. Suono il campanello. Il prete torna domani, dice la donna che fa le pulizie, ha due parrocchie e non ci sono preti. È inutile chiamarlo perché non verrebbe. Dico all’uomo che si alzi, fa troppo freddo e deve cercare un posto caldo. A fatica si alza, con accessi di tosse e il respiro rotto dalle parole che escono confuse. Mi richiama il 118 che avevo avvisato quando lo pensavo ferito o peggio. L’ambulanza arriverebbe se confermo la chiamata, ma lui non vuole l’ambulanza, vuole il prete e vuole tornare a casa. Casa. A pezzi esce la sua storia. È del nord dell’India, immigrato regolare in Italia, a casa era motorista di motori marini e di elicotteri. Qui faceva il bracciante nei campi dei vivaisti. Mi mostra delle foto sul cellulare. Capisco che gli hanno rubato tutto fuorché i documenti e non vuole più stare in Italia. Dorme all’addiaccio da tre notti perché per entrare in un asilo notturno serve il tampone e lui non ha più nulla, ma non vuole soldi. Vuole tornare a casa. La mascherina gli scende sul mento e gli vengono attacchi di una tosse profonda, la voce si rompe. Gli chiedo di tirar su la mascherina chirurgica. Ci sono adesso altre due persone con noi, anche il sagrestano. Si convince a entrare in chiesa. È malfermo, un po’ confuso. Cerchiamo una soluzione. La Caritas, ha un ufficio in città ma è aperto domattina. La persona che mi risponde, dice che deve passare domani, gli spiego che con un’altra notte al freddo, questa persona avrà solo il problema di essere seppellito. L’ufficio apre domattina, mi suggerisce di parlare con il Comune. Vado dai carabinieri, gli spiego la situazione. Il carabiniere è gentile, mi dice che se ne occuperanno. Intanto, l’uomo, stremato, ha preso sonno su una panca in chiesa. Il sagrestano ci assicura che la Chiesa non chiude e che gli porterà qualcosa di caldo da mangiare. Le telefonate si susseguono, assistenti sociali, vigili urbani, tutti prendono nota della situazione. Mi rendo conto che però non arriva nessuno. Intanto dorme, forse sogna casa. Penso che oggi è la giornata della memoria, ma che nessuno vuole vedere la sofferenza, che la speranza diventa disperazione e che sentiti al telegiornale i morti di freddo, gli annegati in mare, i bambini che soffrono con le loro madri non sembrano appartenere al mondo caldo e protetto in cui viviamo. Penso che la cura di chi non ha nulla, subisce un torto, l’abbiamo affidata allo Stato, ma lo Stato ha procedure, sportelli, orari, poi c’è il buio per l’umanità più debole. È la giornata della memoria, non so se l’uomo indiano riuscirà a tornare a casa. Se racconterà che l’Italia non solo non gli ha dato una possibilità, ma gli ha tolto tutto, fuorché la vita.

Oggi è la giornata della memoria, come allora, non ricordiamo nulla e non vediamo niente.

una sera in Barbagia

Una sera c’erano tutti i tavoli pieni. Qualcuno aspettava in piedi che chi aveva finito di cenare se ne andasse. Le sale erano più d’una, risuonavano di voci in più lingue e tra queste c’erano quelle di casa, il sardo nuorese e il campidano. In fondo alla sala principale, al centro, c’era un grande camino con gli spiedi infissi nella brace. Noi eravamo in un tavolo di quercia vicino al fuoco, i volti accesi dal calore e dal vino, le parole rade, i piatti colmi. Ascoltavo quello che non capivo, la musica delle parole che si fondeva con i profumi. Mi traducevano e raccontavano delle pecore che si portano al mare per disinfettarne le mammelle con l’acqua salata dopo una transumanza lunga e aspra. Erano gli stessi tratturi difficili che avevo visto e seguito, abbarbicati su una roccia alta. E il mare sotto che avanzava e si ritraeva schiumando, riempiendo grotte e trascinando sassi. Un rumore di cuore profondo e di respiro. E chiudendo gli occhi in quella sala, assieme al profumo del mirto, sentivo il salso vicino, e le voci che andavano e venivano cullando.

Mi manca la Sardegna, la solitudine e la piccola paura nel percorrere molta strada da solo, senza apparentemente nessuno. Mi mancano gli amici, i sapori forti, il canto spontaneo dei cori a cappella che dialogavano tra tavolate. Mi manca il rumore del mare sotto casa, il buio che circondava le case isolate, il cielo così colmo di stelle che solo in montagna e in Africa l’ho visto eguale. Nulla è come l’ho lasciato, ma mi manca comunque. Persino le birre ghiacciate bevute a tarda mattina nei bar di periferia, ascoltando i ragazzi senza lavoro parlare di continente, come fosse una meta vicina e benevola. Neppure li dissuadevo, sentivo la loro forza di andare.

In pochi luoghi mi sono così sentito un viaggiatore antico, accolto e tenuto per mano. E in pochi altri luoghi ho sentito fondere insieme l’uomo, la terra, il bisogno e la fierezza d’una cultura antica e forte.