la montagnola dei papaveri

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Ci piaceva molto che sui mucchi di terra, residui di scavi dimenticati, oltre ai giochi nostri, fiorissero le erbe selvatiche e i papaveri tenaci.

Quando eravamo stanchi di guerre, lo stendersi sudati, a guardare il cielo, era soffice e fresco,

e tra rumori d’insetti e voci lontane, nell’aria, e nelle nostre bocche, si sentiva il profumo dei succhi dell’erba strappata.

Vedi quella nuvola è un dirigibile, no e’ un maiale.

E azzuffandoci un poco, e facendo la pace, arrivava la sera nei nostri occhi pieni d’azzurro.

epifanie urbane

Vorrei fotografare il profumo che esce dal fornaio e il rumore croccante del pane caldo che si spezza, il sole della piazzetta, le persone sedute che parlano senza fretta, l’ondeggiare morbido e sensuale della ragazza che cammina sorridendo, le pietre rosse delle case attorno, la musica del quartetto klezmer che staziona in attesa di offerte, i passeri curiosi che si portano via le briciole dai tavolini, le parole importanti e inutili nell’aria, il cielo pieno di azzurro e nuvole candide, un rossore per un pensiero colto su un viso, il brusio delle cose pensate e non dette, la sofferenza di un rapporto che deperisce e muore, un gioco di bimbo tra le sedie, la bici che passa, un volto interessante che fuma assorto, la bellezza della giovinezza e la sua difficoltà, le ore che trascorrono per loro conto, l’utilità dell’inutile, la luce che filtra tra i rami, il pensiero d’essere vivi.

Vorrei fotografare tutto questo assieme, e magari un giorno ci riuscirò.

l’inutilità dei reduci

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28 maggio 1974, Brescia, piazza della Loggia.

Di quegli anni non resta nulla, come per le famiglie, il ricordo si circoscrive, perde l’emozione, diventa una data, una figura. Così non si impara nulla, ci si muove nella nebbia inseguendo luci, e non si rafforza lo spirito delle vite, la loro direzione, se alla fine ciò che accadde è cancellato, confinato. E l’emozione diventa non solo irripetibile, ma irraccontabile, se non per i pochi che ancora considerano importante ciò che è accaduto. Ma questi ultimi lo sanno già, e allora a che serve?

Difficile spiegare cosa furono gli anni ’70, non solo in Italia. Oggi, chi sente ancora la pericolosità dell’eversione, ricorda la strage di Brescia tra gli episodi più gravi di quella stagione, ma come spiegare che allora viaggiare in treno non era così sicuro, che le gallerie si facevano dicendo alla fine: è andata. Oggi che non ci sono più manifestazioni o quasi, come spiegare che andare a una manifestazione, o fare servizio d’ordine era un atto di coraggio prima che di libertà. Eppure le piazze erano piene.

Come raccontare che allora tutto deviava: servizi segreti, nazioni “amiche”, polizia, carabinieri, corpi dello stato, senza chiedersi perché deviavano, e a chi interessava tutto questo? C’era una teoria degli opposti estremismi, probabilmente la stessa che fece intervenire la polizia a manganellate, a Brescia, in piazza, dopo la bomba, per disperdere la folla che si prodigava sui feriti, e in base a questa teoria ogni avvenimento aveva una interpretazione ideologica ancor prima della realtà, addirittura prima che accadesse, fino a violentare l’evidenza. Insomma, l’eversione in quegli anni, per i corpi dello stato e per non poca opinione pubblica, era naturaliter di sinistra.

Come raccontarlo,oggi, tutto questo, l’emozione che allora colpì chi faceva politica alla notizia delle bombe, la voglia di non piegarsi alla violenza, l’andare in piazza apposta per dimostrare che non avrebbero vinto. Chi? Gli oscuri pupari, i fascisti, gli eversori veri, i bombaroli, assieme a quella parte del paese che restava in silenzio e sembrava approvare che le libertà si dovevano ridurre, che gli scioperi facevano male al padrone, che non si doveva cambiare perché andava bene così, ecc. ecc. Oggi è difficile spiegarlo, anche perché le poche manifestazioni che si fanno sono sempre contro qualcuno anziché per qualcosa e la gente preferisce andare ad ascoltare un comico che fa ridere, che usa il turpiloquio, anziché prendere in mano essa stessa il suo futuro. Ormai ci si chiude nel personale anche quando si è in tanti e così è difficile lottare per lo stesso obbiettivo comune. Per questo sono inutili i reduci, perché parlano di qualcosa che non c’è più, perché tracciano una relazione tra il passato e il presente.

Questi sono i pensieri e le domande dei reduci, inutili come loro stessi e se le ripetono non è per trovare un senso, ma per affermare che non c’è un solo modo di gestire la vita, che non c’è solo un qui e ora, ma una direzione, un prima e un dopo. E il dopo è meglio che neppure assomigli al prima. Ma tutto questo costa fatica a dirlo in pubblico per questo i reduci spesso parlano da soli.

caffè asmarino

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Il caffè con il ginger, in quella casa, veniva fatto con la moka, altrove con la napoletana. Entrambe eredità degli italiani e si vedeva dalle ferite d’uso. La donna, come spesso accadeva in cucina, nascondeva con il corpo il momento della mistura. Il gesto mi ricordava il bar vicino al Senato dove servono quel caffè con una crema di zucchero, mescolandolo dietro un piccolo paravento. I segreti sono ingenui ed eguali dappertutto. Lei non portava il velo in casa, altre mi dicevano di sì, davanti agli stranieri, e nei giorni di festa aveva certe acconciature complicate, i capelli luccicanti e tirati nel burro e poi attorcigliati in serti e treccine. Ovunque c’erano tracce della dominazione italiana, anche sulla tavola, con le gambe squadrate e dipinte di un verdino a olio, pesante nella laccatura, e sul ripiano di marmo, sbrecciato e con un inizio di crepa, così da cucina anni ’30. Tutto pulito, lindo, come le mattonelle di graniglia del pavimento. L’eredità degli italiani erano in realtà, le tracce di una fuga, evidente nell’abbandono di tutte quelle suppellettili, armadi, bauli, mobili pieni di specchietti e alzatine, che ora stazionavano nel mercato coperti da teli a brandelli oppure nei negozi attorno. Negozi? Semi magazzini, senza o con piccole vetrine impolverate, in costruzioni dal tetto piatto, chiusi da una porta malmessa o un cancello di ferro adattato. Molto bui, con corridoi tra cataste di mobili accatastati l’uno sull’altro, e su tutto una lampadina, di piccola luminosità, anch’essa eredità, od uso italiano, di parsimonia d’anteguerra, con raggi che luccicavano gialli sui vetri molati, qua e là lampeggiavano maliziosi sugli specchi, come ammiccassero una seduzione all’acquisto.

Il caffè, servito in tazze piccole o in gottini di vetro, spandeva il profumo misto d’amaro, dolce e piccante della mistura, e si sentiva subito al profumo. Poi molto di più al sapore. Mi dicevano facesse digerire e vista la modesta quantità delle pietanze, mi chiedevo cosa ci fosse da digerire. Forse quel pane schiacciato e molto morbido, l’injera, con cui raccoglievano e si avvoltolavano carni e sughi dello zighinì, uno spezzatino molto piccante. Forse aggiungere piccante a piccante, anestetizzava e tamponava l’interpretazione personale della mistura del berberé. Erbe e peperoncini, messi dappertutto. Forse era proprio il piccante che induceva alla frugalità e dava loro quei bei corpi asciutti, quasi privi di età.  Cose a cui abituare in dna: i peperoncini, li avevo visti polverizzare al mercato del Medbar, in un antro da tregenda, con le donne che uscivano dalla luce ocra, delle nuvole di polvere piccante. Loro, tra sacchi di spezia, che parlavano e ridacchiavano nel vedere che dopo essermi appena avvicinato, subito mi ritraevo con gli occhi che bruciavano. A casa, dopo ore, lavando mani e viso, c’era ancora sulla pelle il pizzicare e l’odore di quell’attimo, mentre il sapone si tingeva di riflessi arancioni e rossi.

Insomma non ho capito se vi fosse un’ utilità al matrimonio del caffè con il ginger polverizzato, so che mi piaceva e alla fine la bocca restava pulita.

il gregge

Le notizie punteggiavano i giorni,

suicidi che anziché scegliere la solitudine volevano essere pubblici e forti,

delitti strani, violenze esibite e ripetute,

proteste che infliggevano dolore a sé e ad altri.

Inusuale, preoccupante.  Si disse.

E lo notarono quasi tutti, chi prima chi dopo,

molti però rimossero. Prima le notizie, poi la pagina di giornale.

Altri si fecero domande, si guardarono attorno ed arrivarono a conclusioni tristi.

Tutti si chiusero un po’ di più in se stessi,

cercando l’allegria sui visi, cercarono di ridere più forte,

molti dissero ad alta voce: c’è un po’ di pazzia in giro 

e controllarono due volte la chiusura delle porte.

Anche per strada, si guardava il vicino camminare a fianco,

meglio andar di giorno qualcuno disse, è più sicuro.

Ma quasi nessuno fece nulla, si disse ch’era un segno,

e si guardò il cielo, parlando della bizzarria delle stagioni,

così il primo passo restò indeciso e il futuro sembrava non mutare.

Fu presto certo a tutti che cresceva la mestizia,

e la speranza deperiva, tanto che assieme si rideva ormai di rado.

Tra le morti di quei giorni, alcune erano quiete, ma risuonarono più forte,

erano di persone sempre state un poco strane,

da artisti della vita, s’ erano impegnati in cose belle e inusuali,

e, lo sentirono tutti, in mezzo al silenzio la loro voce continuò a cantare.

Parlavano quelle voci, di sogni che non s’interrompono,

di star bene assieme, di amori senza codice, di altri da capire.

Un fremito percorse il gregge,

qualcuno si mosse in direzione diversa e s’ostinò a procedere,

qualcun altro lo seguì.

Poi quello che accadde non lo sappiamo,

ma visto che ancora lo sentiamo, di certo il cammino era importante e bello.

mi piaceva

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A me piaceva che tra le cose mie ci fosse traccia di ciò che eri, il sangue ch’ era passato, il brillare delle idee, la risata che ti scioglieva, le lacrime, allora utili e sconclusionate poi. Mi piaceva che ciò che più non c’era, esistesse per un suo alchemico trasmutare, un vivere oltre e comunque mutato, però ancora quello. Come se accanto alla vita così rombante e piena, oppur mesta e frammentata, ci fossero, innumeri, le altre vite, tutte compresenti.

Un giorno sono stato, che brutta cosa pensarlo nel fiele del ricordo. Ed invece sono, compagno d’allora, seppur diverso, però mai davvero tanto e ciò che provo ora è il nuovo che allora mancò all’appello perché non possibile. Mi terrò ciò che mi viene lasciato, ma nel sottrarre vorrei agire come chi sente il peso dell’ inutile e lo lascia scorrere via per sua stessa consunzione, non come chi ancora tiene caro ciò che sente e ne vede il permanere. Per questo, forse, non capisco il gettare brusco ciò che è stato, il mutare continuo, che a me sembra fuga, il disprezzo dell’essere per riconoscersi vivi.

Per questo vorrei dirti che tu tenga con leggerezza amorosa ciò che è tuo, la tua vita nel suo farsi, anzitutto, poiché tutto s’impara e tutto ci modifica, ma disconoscere se stessi è, in fondo, vile timore d’essere vissuti.

bisogni

Bisogno di silenzio, di chiarezza di pensieri senza suono, bisogno di presbiopia e di particolari, di finti eccessi da far diventar normali.

Bisogno di dire con certezza cos’è per me l’amore, bisogno degli amici che non hanno già le soluzioni.

Bisogno di naufraghi con cui dividere vino e cibo che non si deve raccontare, di ragionamenti senza schemi e pregiudizi.

Bisogno di strade che parlino, di case che non tolgano l’aria, di complessità quiete, di dimostrazioni fulminee e semplicità eterne.

Bisogno di settimane che finiscono il venerdì sera, di negozi chiusi la domenica, di osterie compiacenti, di polpette recenti, di chiacchiere senza tempo.

Bisogno di tempo circolare che torna ed è amico, di leggerezza e riflessione, di strade nuove che diventano certe camminando.

Bisogno di te, di ciò che pensi, delle parole che ti fanno sorridere, dei giochi per finta, del tuo cascarci sempre.

Bisogno di chiarezza, di gesti gratuiti, di non avere ragione, di parlare aspettando una risposta.

Bisogno di attendere senza pena, di godere di ciò che ci viene donato, di lasciare che ciascuno sia come gli viene.

Bisogno di camminare nel caldo e nella luce, di guardare dalla finestra la notte, le stelle e luna.

Bisogno di sentirti e ascoltarti, del silenzio che parla, del buon giorno la mattina.

Bisogno di sapere che si corre solo per gioia, di guardare il grande e il particolare, di godere del tempo che trascorre.

Bisogno di me, di te, di tutti, senz’ansia e con dolcezza, perché così si vive e ho bisogno d’impararlo.

op.111

Che fanno i vecchi pianisti, quelli grandi mai davvero,

sulle tastiere ingiallite dei pianoforti un po’ scordati?

Accarezzano i vecchi strumenti, le carte un tempo amate, 

sui tasti cercano note sempre udite e mai trovate,

e suonano guardando il dorso delle mani, 

mentre si raccontano segreti d’un momento antico:

teatri, applausi a terza uscita, silenzi prolungati.

Spesso così si fermano nel silenzio che vibra dopo il tasto,

perché i vecchi pianisti sanno il suono delle note,

non quelle dei loro pianoforti, mai davvero soddisfatti,

ma quelle udite nel silenzio, guardandosi le dita.

Sono vecchi amanti che serbano memoria

di mani e baci, della tenerezza di ciò che forse è stato,

come il sapore di quella nota che hanno sempre udita,

di quel silenzio che non hanno mai trovato.

l’età e l’innocenza

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Tu mi parlavi di un’età dell’innocenza. Un azzerare il tempo che tira una riga tra un prima e un dopo, e di un’età dell’innocenza non sembrava essere solo quella della realizzazione del desiderio, la soddisfazione piena dove tutto è semplice e possibile. Credo sia una tentazione (pensai), quella dell’innocenza,  a cui non sfuggiamo mai, per un bisogno proprio che è un intelligere il mondo, i rapporti, le cose o per vecchie morali consunte che mantengono ben occultati i modelli di una primigenia purezza. Che fosse per l’una o per l’altra, questa parola emergeva tra le tue ed era un sinonimo di bellezza. E la mia testa correva ad altre vite dove la purezza e la bellezza si erano fatalmente scisse in un continuo bere dalla coppa della velocità del vivere ed era un’impressione che nei tuoi confronti non avevo mai avuto.

Come cercare allora la purezza/bellezza (dissi), se non nel gesto puro, nel sentire puro, dove tutto si annulla nel rapporto tra chi sente la bellezza e l’oggetto di quella percezione. E quanto si complica tra umani tutto questo, nell’introdurre la comunicazione, lo stesso sentire che diventa una condizione del condividere nel profondo. Non esistono bellezze asimmetriche che portino alla purezza (pensavo), le bellezze parziali sono sempre una copia mal riuscita e chi la vive sa che quel pezzo di sentire ha bisogno di qualcos’altro per completarsi. La bellezza si completa in noi (questo pensavo), abbiamo noi il pezzo mancante che ci affranca dalla nostra condizione, ci rende altri.

Chi percepisce la bellezza non può restare uguale e questo mutare lo rende fragile, inerme, consegnato  all’incapacità di comunicare ciò che sente davvero. (dissi) Forse allora la purezza di cui parlavi, era un rapporto con sé, un portare dentro la bellezza e farsene riempire. E non sempre tutto ciò rende lieti (pensavo), vedendo la tua tristezza. Però per alcuni era impossibile rinunciarvi, qualsiasi altro succedaneo sarebbe stato inferiore a ciò che si era sentito/provato. Era l’età dell’essere che doveva nascere. Quella che accanto al sentire la bellezza la faceva diventare coscienza di sé. Non è scontato essere sensibili (dissi) e spesso chi lo è non vorrebbe esserlo, ma senza sensibilità l’essere diventa poca cosa. Solo non bisogna scindere le cose (pensavo), è necessario che il sentire e l’essere si fondano, che la bellezza, e l’acutezza del percepire diventino gesti, forza. Ci rendano indipendenti, perché (e questo lo dicevo) la nostra purezza/bellezza non può dipendere da qualcuno, ma dev’essere nostra. Perché solo noi la completiamo. Possiamo donarla, se vogliamo, ma dev’essere nostra, una modalità del vivere con noi.

Cosa, quantomai fallace, molti pensano che l’età sia una misura del tempo, che bisogna correre per provare. Che l’innocenza non sia possibile e casomai risieda in un tempo che forse non hanno mai vissuto, ma di cui conservano un ricordo. Mettendo insieme desideri e realizzazione, pensano che questa sia una strada verso la bellezza e la scindono da quell’innocenza che sembra far d’impaccio. E tutto ciò mi sembrava sbagliato, in sé povero di unione tra sentire ed essere. Come essere una cosa e non una possibilità che si attua, e muta in continuazione, e ha questo faro dell’unire il sentire e l’ essere e di farne per sé qualcosa di più alto e privo di connotati. Puro per l’appunto. Ecco questo pensavo e non lo dicevo, ascoltavo, e sapevo che non finiva mica qui il capire.

meriggio

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Attraverso le rigorose geometrie di Bach, troverò l’ordine mio (pensai)  e sorprendente emerse qualche pace nitida,

non la volontà che ordina il suo tempo.

Basterà alternare, in giusta misura, veglie e sonno (pensai), e il governo delle cose (e il tempo) diventeranno un gioco, 

non m’accorsi d’annegare in oceani d’ordinata noia.

Pensavo, allora, che l’afrore dei pomeriggi estivi possedesse una sua virtù sensuale ,

e dopo, ascoltavo la pelle, gli odori, la luce e la sua polvere danzante,

finché stanco mi perdevo (allora), pensando che tra le trame dei tessuti e dei tappeti ci fosse (seppur poca) l’anima del paziente tessitore

e leggerne traccia, volevo, tra pensieri di velluto,

per questo (pensavo) mi piace il filo rude, l’incerto nodo, il geometrico abbandonato errore.

Quando la solitudine ebbe il suo posto, capii che a perdersi d’infinito, era l’anima mia,

ed essa filtrando tra le trame, cercava un’ ardua sua compagna.

Così, nel meriggio, guardando oltre le rade tende ( pensavo), ch’è trama, crivello per i miei occhi,

m’accorsi allora dei profili muti, che vivono dello splendore d’ombra.

Cieco e sciocco (mi dissi) guardare il gesto del sole e non com’esso schiacci d’imperiosa forza, volumi e cose,

e insegna, la luce, (pensavo) nei misteri della sua assenza, più d’ogni imposta geometria dell’anima. 

Haiku:

di tanto ordine che m’occlude la vista,

l’anima mia solitaria, cerca,

dipanando trame di caos