Penso a quello che ci diciamo, a come cerco di capirti nel profondo, e a quanto bello sia questo profondo, ma anche limitato. Ci accontentiamo del molto che ci scambiamo, perché c’è un limite.
Penso a come in qualche momento della storia dell’evoluzione si sia perduto il naturale accesso al profondo -e la telepatia, forse- e si mostri la superficie, anche nell’intimità di un comunicare. Come questo sia il prodotto di ragionamenti fatti chissà quando, di modi di pensare neppure nostri, di convinzioni che si sono via via formate con la nostra storia. Ci mostriamo come ci siamo -e ci hanno costruiti- con tutta la fatica del caso e ci pare d’essere nudi, ma occludiamo gli accessi al caos che conteniamo.
Scambiamo fotografie, immagini, ma oltre l’involucro dell’identità apparente, cosa c’è?
Sotto c’è ciò che evolve, il magma che prende e si stupisce se entriamo in contatto con lui, energia vitale che acquista forma nuova, e genera cambiamento. Nuovi modi di vedere, di sentire, forma e concretezza alle passioni, desideri attuati e accantonati, forza che scardina principi che poi tali non erano, genera nuove abitudini. E c’è la paura che il cambiamento ci provoca. Insomma è la vita che muta. E tutto questo è insofferente ai nostri limiti faticosamente costruiti, squarcia la roccia delle convinzioni, mai davvero meditate, e mostra l’azzurro.
Ma noi davvero vogliamo il nuovo e l’azzurro? Forse, in qualche momento di sconsiderato coraggio. Penso che normalmente si debba vivere seguendo il proprio deimos. Allegro, o triste che sia, e restare in consonanza con lui, che essendo il nostro deimos, sa cosa ci fa bene e ci conduce. Per questo devo capirlo, e accettarlo.
Tutto questo avviene poco sotto la superficie che definisco la mia nudità e, pur essendo il deimos già più profondo di ciò che mostro, non è lui il magma. In esso entrambi ci rigeneriamo e troviamo unione vitale. Qualche volta accade. E’ difficile, lo so, anche dirlo, il profondo non ha parole, non si comunica.
Figlio caro, questi anni sembrano non finire, non ci sono certezze, mentre vorrei per te una stagione di grandi speranze. Vorrei che la tua fosse la migliore delle età, la prima di altri tempi e stagioni buone. Come quando eri bambino, la sera, vorrei raccontarti le storie in cui entrambi credevamo, usare le parole squillanti di speranza che trovavamo al mattino e invece la speranza è una conquista quotidiana, che ha bisogno di riflessione per farsi trovare. Non è che non ci sia, ma ora c’è una fatica della speranza che la mia generazione non ha conosciuto. La nostra era speranza che non solo alimentava il fare, ma faceva trovare occasioni vere, lavori solidi che permettevano di costruire futuri e progetti, ed era lì, ogni mattina che ti attendeva. Per questo forse potevamo criticare così profondamente il sistema, le convenzioni dei nostri padri, il potere, le parole vuote che ci circondavano. Potevamo ribellarci perché il futuro era a portata di mano, lo si poteva toccare e cercare di cambiare, mantenendone la possibilità che ci riguardava. Quella che vi è stata sottratta è stata anche questa capacità di critica profonda, la possibilità di sperare che cambiando la politica, il potere, cambiassero i rapporti tra le persone, e che insieme si stesse più bene.
Non riesco a capacitarmi come noi, padri, madri, non siamo stati in grado di vigilare mentre il Paese andava a rotoli. Per egoismo, forse, ma ancor più per incapacità di capire, isolati come eravamo, nel pensare alle rivoluzioni tradite, persi nei nostri libri, nella musica che parlava di noi, nel pensare la nostra meglio gioventù, mentre ci sfuggiva la vostra giovinezza, la vostra capacità di creare il nuovo. Noi quel nuovo che cercavate di mostrarci, fatto delle prime difficoltà, non lo capivamo, eppure avevamo e abbiamo bisogno di voi, ora come allora, ben oltre l’amore. Abbiamo bisogno della vostra freschezza, della vostra visione del reale. Siamo diventati ciechi e la realtà ci sfugge e così ci sfugge la percezione di ciò che è necessario fare. Non può essere altrimenti visto che abbiamo lasciato precipitare la situazione al livello attuale. Un Paese, il nostro, nelle mani della vita piccola di un uomo che condiziona alle sue voglie i problemi veri, ecco quello che siamo stati in grado di produrre con il nostro non vedere.
Eravamo già ciechi prima e quando cadde quel muro la polvere invase tutto. Non solo la politica, ma la vita, quella di tutti i giorni. E tu, voi, eravate piccoli, mentre noi pensavamo, non eravamo, pensavamo che sarebbe finito presto, che si sarebbe riaperto tutto dopo gli anni craxiani della Milano da bere e dei rampanti. E che quell’ondata di pulizia, così diversa dalla nostra, che veniva dall’esterno, fosse rigeneratrice proprio per quel suo provenire dall’interno, dai giudici per bene, non quelli fascisti che avevano per decenni insabbiato tutto. Un Paese nuovo senza corruzione né raccomandazioni, e questa cosa riguardava anche te, voi, che eravate piccoli, ma sareste cresciuti in un futuro pulito. Vostro e nostro, assieme. Ci sbagliavamo. Noi, i padri e le madri usi ai cortei, alle manifestazioni, ci sbagliavamo. Quel muro crollato lontano, in realtà travolse noi, non il malaffare e i ladri di futuro, mascherati da giustizialisti uscirono allo scoperto. Chi si era già intruppato ne approfittò per emergere, gli altri, noi, cercavamo di capire. E non capimmo. Le nostre vite si sono riempite di bugie, fuori bugie grandi per occultare, dentro bugie piccole, omissioni, per vedere ciò che ci sarebbe piaciuto. E le bugie oscuravano la realtà.
Mi sono chiesto come questo Paese abbia potuto diventare tanto indebitato e ineguale. Pensa che siamo ineguali come gli Stati Uniti, ma non abbiamo la speranza e la vitalità di quel paese. Sono giunto alla conclusione che l’ineguaglianza è l’indice della perdita della misura del giusto. Dove eravamo mentre la giustizia veniva vilipesa da un uomo che si faceva beffe dei giudici e dei tribunali? Dove eravamo quando le grandi aziende, il sapere del fare cose complicate, venivano svendute? E quando la chiesa riprendeva a dettare le agende di governo, scopertamente, senza ritegno, dove eravamo. E quando cadevano i nostri governi per mano amica, quando non si facevano le leggi sui conflitti d’interesse, quando si taceva sulle quotidiane bugie sull’economia, dove eravamo? Eravamo confusi, sembrava che bastasse attendere e tutto sarebbe passato, che quanto accadeva fosse esterno alle nostre case, che dentro non succedesse nulla. Non era così, Figlio caro, e mentre la muffa fuori ricopriva le cose e le idee, quella stessa muffa penetrava nel nostro modo di vivere. Abbiamo via via accettato l’idea di non essere molti e determinati, ma singoli dentro al nostro naufragio ideologico. Sì, ci siamo lasciati convincere che noi eravamo i naufraghi, il nostro mondo, i nostri valori. Gli stessi che vi avevamo trasmesso e allora abbiamo cercato di proteggervi di più. Ci siamo illusi di potervi bastare, di essere sufficienti perché la muffa non entrasse nelle vostre vite, finché qualcosa, noi o il tempo, avrebbe rimesso in ordine le cose, pulito il mondo comune. Per questo eravamo impegnati a difendervi e difenderci. Ci siamo sbagliati, quel mondo che per noi era sbagliato, stava diventando il vostro. Abbiamo vissuto in un’altra realtà, in altre speranze, ma il mondo vero, in cui agire, era il vostro, quello che diventava sempre più grigio, sempre più chiuso.
Ciò che era stata una conquista, la scuola per tutti, diventava un’ulteriore diseguaglianza tra chi, dopo, avrebbe avuto un “padrino” e chi, invece, sarebbe stato affidato a se stesso. La stessa sanità per tutti, si avviava a non essere tale e diventare fonte di un potere inscalfibile. Questo ci faceva abbarbicare alle cose, al già stato più che immaginare il nuovo. Quello che era il nostro mondo migliorato da tante lotte sembrava non bastare. Eppure noi volevamo per voi vite normali e felici, esistenze che passassero attraverso la realizzazione di sé in una società amica. E invece quel mondo e quella possibilità cambiavano e noi non l’abbiamo capito, forse persi nell’illusione di bastare, di riuscire a conservare il buono raggiunto e cambiare le cose con la volontà.
Ci hanno separato, hanno scisso le vite e la comunicazione, mentre abbiamo bisogno di capire e camminare assieme a voi, di condividere la realtà e la speranza. Quella nuova, quella da costruire. E’ tardi, ma non ancora troppo tardi, non siamo troppo vecchi e tu sei sano, molti di voi sono sani e non ancora rassegnati. Non basta più attendere che passi, abbiamo bisogno di voi, e voi, forse di noi, perché ci sia qualcosa di nuovo, perchè tutto non sia già visto e scontato. E’ con amore che lo penso, l’amore fuori discussione che non impedisce di vedere la realtà.
Il mio può sembrarti un discorso da reduci, ma non siamo tali perché la guerra non è finita e non abbiamo vinta una sola battaglia. Eppoi sono così noiosi i reduci, raccontano il passato e non sanno vedere il futuro. Spero che tu capisca che abbiamo bisogno di voi, che non siete soli, ma dovremo fare uno sforzo per immaginare qualcosa di nuovo, qualcosa che spinga avanti, che ci porti fuori dalle case, che faccia cambiare l’umore del Paese. Ne abbiamo bisogno tutti, voi per immaginare un future che vi appartenga, noi per non aver sbagliato troppo. Per questo ti chiedo di camminare assieme, di riprendere ciò che si è lasciato cadere e che sono i nostri ideali, di unirli ai vostri, in una visione del mondo che sia più grande di noi e che meriti i nostri sforzi, il nostro impegno. Con amore e con speranza.
Sono tempi di ferro: ideali pochi, troppi interessi personali che si contrappongono. Come nelle fasi dure della storia le persone si dividono, non hanno prospettive, puntano sull’oggi. E da soli perdono la nozione della comunità, della giustizia, del bene comune. Prevale l’interesse immediato. Eppure quelli che sperano non sono pochi. Sono quelli -e sono tanti- che operano ogni giorno perché è giusto farlo, compiono il loro dovere, credono che ci sia un domani migliore dell’oggi che ci riguarda. Sono in prima fila, dove arrivano gli sputi e il rischio, eppure non si tirano indietro. Molti di questi sono anche dentro al mio partito, il PD, e non sono ciechi esecutori, no, sperano e operano conformemente alla speranza. Sono stati fatti molti danni alla politica di cambiamento e di sinistra, in quest’ultimo periodo, i 101 non sono mai emersi, non hanno mai messo la faccia sul loro voto contro Prodi, ma io continuo a pensare che se c’è un senso nella storia, questo è rappresentato dagli uomini, da quelli che si fanno carico. Non so se il PD resisterà alla doppia prova del governo in un momento difficile e con gli attacchi del Pdl preoccupato non del paese, ma della sorte del suo capo, però vorrei che, se questo sogno di mettere assieme le anime del cambiamento italiano finirà, fosse come avvenne per il Partito d’Azione. A testa alta, con quella gloria che c’è nella consapevolezza di chi non sopporta di veder ridurre i propri ideali oltre il limite della dignità e che conserva come un senso alto del bene comune. Per queste persone se un luogo finisce, non finisce un’appartenenza, perché l’agire segna nel profondo. Ci saranno altri luoghi dove portare ciò che si fa e si pensa giusto, perché questo possa continuare a rappresentare una strada, un orizzonte.
p.s. lo so che questi discorsi sembrano enfatici e lontani, che è più semplice parlare di sentimenti, ma voi credete che il sentire tra chi si vuol bene non sia influenzato dal provare passioni civili forti? Pensate davvero che sia tutto eguale e ci si possa chiudere nelle proprie vite ritenendole il massimo che si può vivere? E quando un torto vi sarà fatto, che forza avrete per chiedere aiuto se ora si lasciano prevalere le visioni di parte e le leggi ad personam?
Se le nostre passioni usciranno dalle case, cambierà ciò che abbiamo attorno e anche noi cambieremo.
E se fosse sbagliato il presupposto, se demolire e portare via il vecchio per costruire il nuovo, fosse la logica dei palazzinari, di quelli che lucrano sul passato e non ne hanno rispetto? Se ci consideriamo una costruzione, e lo siamo, demolire in continuazione, resettare, che scopo ha, se non quello di avere sempre un’ immagine accattivante, che attiri nel mercato della comunicazione. Ho la sensazione che non funzioni così, che alla fine non resterà nulla, solo un volto vecchio di noi senza passato. Come per quelle costruzioni millenarie in cui ancora si abita, noi siamo interessanti, ricchi, se ciò che ci ha costruito da qualche parte appare. Con una traccia, un fregio, una cicatrice, uno svolazzo di genio. Strati di passato su cui si vive e si erge il presente. E chi ha detto che questo sia un problema, un peso ? Non vi è mai capitato di fermarvi a ricordare in un momento solo vostro, e sentire la dolcezza di ciò che avvenne, oppure una punta di paura, il senso di soddisfazione, o la riprovazione per qualcosa che non vorreste aver fatto, la liberazione di una antica prigionia, un pomeriggio che aveva una luce fuori e dentro così intensa da sentirne ancora il calore. E tutto questo, e molto d’altro con la sensazione d’aver vissuto cose solo vostre. E ancora, non fornisce questo ricordare la sensazione che sia bello vivere, costruire senza eliminare ciò che si è stati? Non un cimitero di fatti e sensazioni, ma strati su cui camminare, ergersi, guardare oltre sapendo dove si è.
Il chi si è, come i siti web pretenziosi o distratti, è in costruzione.
Di tanta sicurezza che vedo attorno, capisco solo l’insicurezza su cui si poggia e la paura che tutto crolli se s’indaga appena. Preferisco la coscienza del proprio limite, che include la fatica del dubbio, la battaglia che si combatte per il giorno, dove la sera è un premio, l’esitare della strada e la soddisfazione del giungere, il bisogno di ripartire. Si contrappone l’ansia vacua d’immortalità con la coscienza del giorno, e commuove la bellezza della rosa, gloriosa del suo esserci, nel flusso del divenire.
Il cuore tiene strette le sue alchimie, i segreti che connettono ciò che accade.
Fa accadere e si stupisce, esita e spinge a fare, coglie il reale e s’alimenta di sogni e di possibile.
Sorprende il cuore, nei suoi inesplorati contenuti, è inesauribile contenitore di meraviglie da cui estrae oggetti colorati, drappi scuri e ancora colore.
Di natura strana il colore che viene dal cuore, altera ciò che si vede, muta la percezione dei sensi, muove le gambe a correre e fa star fermi, chiede silenzio ed eccita parole e risate.
Conosce il senso degli aggettivi, il cuore, sa la profondità della tristezza, la leggerezza vaporosa dell’allegria, la bellezza tempestosa dell’amore, la soddisfazione queta della comprensione.
Il cuore ha paura e forza per superarla, solleva l’ansia e la placa, si emoziona fino al pianto e si distende nell’abbandono.
E’ insondabile e senza tempo, il cuore, combatte con la ragione e spesso vince perché pratica l’impossibile, ha memoria e oblio, giudizi inappellabili che solo lui può mutare. E tiene ciò che conta davvero mentre sciala ciò che non dura.
E’ generoso e sa perdonare, il cuore, con il suo tempo che non è quello della ragione.
Si lascia leggere, il cuore, e insegna la sua grammatica, con pazienza inesauribile, per l’intera vita.
Ieri i “camalli”, dopo l’incidente in porto a Genova, hanno confermato lo sciopero. Avevano bisogno di capire e di onorare, hanno detto.
Anche contro il volere del sindacato.
Gli armatori, premevano perché il lavoro continuasse, perché ogni giorno di fermo nave perdono decine di migliaia di dollari.
Dicono.
Due settimane fa, a Dacca, 900 morti nel crollo del palazzo in cui lavoravano. Sono spariti dai nostri giornali, in pochi giorni, forse per l’evidenza italiana delle ditte che producevano in quella fabbrica verticale, ma sono state cancellate anche le proteste di migliaia di persone contro l’insicurezza del lavoro e le paghe da fame.
Serve fermarsi e capire.
Non per questi esempi, ma perché nelle cose grandi e in quelle piccole, nei grandi dolori e nelle gioie, l’uomo ha bisogno di fermarsi e capire come mettere le emozioni dentro la propria vita, trarne una esperienza che dura, capire chi è, cosa sta facendo, cosa gli accade, dov’è e dove sta andando. E invece questo non è permesso, dal denaro, dalla suddivisione dei compiti che comporta che ciascuno sia un ingranaggio, una cosa funzionale al risultato. Il mondo del capitale esclude i sentimenti e le domande, l’uomo deve solo essere un pezzo del fare, fino a pervertire i significati delle parole: responsabilità e dovere. Fare e non fermarsi. Per fermarsi ci sono le feste previste, la parola comandate è rivelatrice di cosa sto dicendo: comandate da chi?
Certo non è possibile l’anarchia, l’apologo di Menenio Agrippa, oltre ad essere la base delle classi e della loro funzionalità subordinante per il potere, parla della necessità di funzionamento di un sistema complesso qual’è la società, ma la complessità non esclude il bisogno di capire, anzi lo sollecita. Già l’animale quando non capisce si ferma, perché deve tramutare l’esperienza in mutamento dell’agire, deve decidere se stare o meno, se affrontare un rischio o fuggire. Questo è naturale: fermarsi e capire.
Lavorare uccide, ogni giorno. Accade in tutte le attività umane, ma nel lavoro, la morte uccide in un gruppo, può ripetersi. Nel lavoro la fatalità è solo il momentaneo sospendersi della fortuna, e la morte ha sempre una ragione. E’ per capire quella ragione che l’uomo deve fermarsi: per evitare che gli accada ciò che è accaduto ad altri, per cambiare ciò che lo mette in pericolo.
Fermarsi e capire è necessario per vivere. Questo, il capitale che riduce l’uomo a funzione, non lo capisce.
In fondo dipende da noi. Anche da noi. Quasi sempre si attende quell’ultima spinta, quella decisione non presa, il mostrarsi d’ un segno o l’andarsene, il gesto in più oppure in meno, la pacificazione o il lento scivolare nella ripicca. Un rapporto (che parola formale quando ci sono i sentimenti di mezzo, ambigua nel suo uso, inadeguata alle sfumature, e avete osservato come anche i sinonimi reggano poco, relazione ad esempio, oppure amore, già così connotato e sfuggente, segno che il simbolo non basta a racchiudere, che la verbalizzazione sacrifica il significato), la sua qualità, la durata, dipende anche da noi. Per questo il “per sempre” non funziona e svilisce il vero legante di un rapporto che è ” l’adesso“.
Così come sei ti scelgo, oppure, con garbo, ti rifiuto. Resterò o mi allontanerò come scelta.
La libertà è questo restare e cedere qualcosa di sé, oppure andare e perdere qualcosa di sé. Comunque non si resta mai interi. Non importano le ragioni, ma una ragione per restare, oppure andare, c’è sempre. Anzi due sono le ragioni, una evidente e una nascosta. E ognuno conosce entrambe ed è su queste due ragioni che si gioca l’adesso che può diventare molto a lungo (o per sempre come preferiscono i romantici, però quello che c’è in un adesso dopo dieci, venti anni, è ben diverso dall’innamoramento, dagli assoluti che provoca).
Adesso ti scelgo oppure mi riprendo parte di ciò che avevo posto in te.
Le formule altosonanti, gli assoluti, vanno bene per i riti e soprattutto per mascherare la nostra insicurezza, un ribadire che ce la faremo. Ma se quando si pronunciano ci vedessimo poi, nel quotidiano, nell’oscillare tra abitudine e curiosità; se ci vedessimo quando usiamo i mantra degli assoluti, per quetare, per convincerci e se indagassimo nella piccola sensazione di piacere e di forza che viene dallo scegliere, quasi imponendoci la risposta, se tutto questo fosse evidente, quando si dicono quei desideri d’eterno, saremmo felici e sospesi, e solo per un attimo, passerebbe l’ombra del dubbio da scacciare con un moto di capo, coscienti e realisti nel capire ciò che sarà davvero il futuro di quel rapporto: fatica e impegno. E se non si riesce, ci vorrebbe onestà nel dire che quel comunicare non regge, che non si può più. In fondo l’unico valore è la vita, a partire dalla propria. Messa in sicurezza quella, il resto viene di conseguenza e lo sappiamo bene. Per questo dipende da noi, da ciò che vogliamo essere, da ciò che accettiamo di essere.
In fondo dipende da noi e noi siamo così relativi.
Quando penso al critico nella mia testa compare l’immagine di chi osserva, partecipe, i lavori pubblici oppure di chi guarda giocare a carte, cioè persone che hanno un’idea precisa di come fare o di come vincere, ma non lavorano e non giocano. ” Sporcarsi” con il fare toglie la calma olimpica di chi guarda dall’esterno, espone all’errore, anzi include l’errore come parte di un processo che ha lo scopo di compiere e realizzare il meglio. L’errore è ciò che gioca a rimpiattino, un animaletto che fugge e si vuole acciuffare, e quando lo si acchiappa allora l’opera, la partita, è perfetta e dà una soddisfazione enorme, piena. Ma questo è il processo di chi fa, una relazione con se stessi che il critico non può capire nella sua importanza, anzi neppure ammettere, perché egli si ferma all’opera, all’esecuzione, alla tecnica. Così non può comprendere che la ricerca della perfezione di chi compie non è la sua, che l’opera stessa si genera nel fare, il suo compito è quello di condurre altri verso un lavoro non proprio, far vedere ciò che non noterebbero, collocare, relativizzare, mettere a confronto cose inconfrontabili perché appartengono ad altri lavori, altri tempi, modi, cervelli, mani.
Preferisco ascoltare, vedere, leggere, gustare e poi, se c’è tempo e voglia, sentire la critica.
p.s. pare che al minuto 6.24 ci sia un errore interpretativo, se non me l’avessero detto non me ne sarei mai accorto e mi sarei goduto la bellezza sublime della musica e di chi la suona, senza quel minimo di retro pensiero.