la montagnola dei papaveri

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Ci piaceva molto che sui mucchi di terra, residui di scavi dimenticati, oltre ai giochi nostri, fiorissero le erbe selvatiche e i papaveri tenaci.

Quando eravamo stanchi di guerre, lo stendersi sudati, a guardare il cielo, era soffice e fresco,

e tra rumori d’insetti e voci lontane, nell’aria, e nelle nostre bocche, si sentiva il profumo dei succhi dell’erba strappata.

Vedi quella nuvola è un dirigibile, no e’ un maiale.

E azzuffandoci un poco, e facendo la pace, arrivava la sera nei nostri occhi pieni d’azzurro.

cosa auguro in questi giorni


Risalgo negli anni, cerco di capire cosa significa l’augurio che mi viene rivolto in questi giorni. Ovvero cosa muove nei miei sentimenti di non credente. La prima riflessione è che viene evocata la morte violenta ed ingiusta di un uomo, e con essa tutte le morti ingiuste. Quindi la necessità di pace e giustizia prima che di resurrezione. Il problema del dopo, ciascuno lo risolve come gli viene, ma la necessità di vivere nella pace è immediata, fa parte del diritto del vivere. E io auguro questo, sperando in giorni sereni di sé, in una nostra forza nuova che non consideri il mondo come perduto, che pur godendo di ciò che abbiamo, non ci si scordi che attorno manca molto.

Confesso che pur amando la pace, e pensandola come bene comune supremo accanto alla giustizia, da tempo sono in difficoltà con il pacifismo. Non riesco a discernere il giusto e l’ingiusto. Credo che se si ama la pace, si dovrebbe manifestare non solo per un paese, ma contro la guerra ingiusta. Ed ogni guerra non è già di per se stessa ingiusta perché guerra. Questo pensano molti che amano la pace come processo attivo, non come dono senza merito. Io così penso e distinguo tra chi si difende, tra chi porta avanti libertà e diritti, tra chi insorge per la democrazia da chi persegue interessi economici. Se auguro la pace, allora io davvero sono un uomo di pace? Diciamo che ci provo a modo mio e che considero la pace non come la quiete, ma indissolubilmente legata alla giustizia e subordinata a questa. Forse per questo giustifico l’uso della violenza come legittima difesa della vita, quando l’uomo viene conculcato, vilipeso, impedito nel vivere.

Penso anche a come si vive in un paese in guerra. Nelle scorse settimane ero in Siria, paese in guerra con Israele dal tempo della guerra dei 6 giorni, paese in guerra con se stesso in questi giorni, ebbene se non si è in una manifestazione o su una linea di fuoco, la guerra si trasforma nei tempi lunghi alle frontiere,nei controlli più o meno discreti, ma la vita attorno continua senza apparente cambiamento. Ci si abitua. All’inizio della seconda intifada, mi capitò, a Nablus, di essere a 150 metri da uno scontro con uso di armi da fuoco. Non me ne resi conto appieno, anche del rischio e comunque, 500 metri più in là, le persone erano sedute al bar e conversavano e fumavano narghilè. La sera in albergo, sentivo il crepitare delle armi, i colpi ritmati delle mitragliatrici pesanti. Mangiavamo, si parlava, c’era un po’ di preoccupazione, ma non troppa. Come riguardasse altri. E c’era più timore di giorno, ai posti di blocco quando si guardava il dito sul grilletto e si sapeva che non c’era la sicura. Una normalità alterata, ma pur sempre una normalità.

Quindi esiste una normalità della guerra, una quotidianità non troppo dissimile dalla pace, con una sociologia propria,solo leggermente più complicata. Parlo di sociale perché le storie dei singoli, soprattutto dei militari sono ben diverse dalle altre, in quanto consegnate a regole e modalità totalmente diverse dal quotidiano conosciuto, in un universo parallelo dove tutto viene estremizzato e giustificato.

In un paese in guerra è la propaganda a sostenere la normalità e la giustezza della guerra, ma anche da noi avviene lo stesso, la percezione è quasi nulla grazie ai mezzi di informazione dove la notizia supera l’oggetto. Quindi se muore un fotoreporter questo fa notizia, se muoiono mille combattenti, questo è la normalità.

Vorrei che il pacifismo fosse il rifiuto della normalità della guerra, che il senso della violenza emergesse e che questa fosse la notizia che viene proposta. Capisco che è difficile, che la guerra attuale, così impersonale, è quasi una continuazione dei giochi dei bambini, ovvero uno scontro in cui non si muore mai davvero e si risorge per un’altro gioco quando si è stanchi. Ma non è così, nella realtà si muore davvero e la pace oggi, per me, non è l’esclusione della violenza per la giustizia, ma il rifiuto dell’ indifferenza.

Oltre alla pace che già è moltissimo, un altro augurio da non credente, mi sento di farlo: auguro alla chiesa cristiana di risorgere, di non essere accondiscendente, di essere fedele al messaggio che trasmette. Le auguro di riportare dentro di sé la teologia della liberazione, di condividere con chi cerca giustizia e non con il potere, la propria esistenza. Mi permetto di dirlo anche perché della religione, ha bisogno anche chi non ce l’ha, fosse solo perché prima che di una fede ha bisogno dell’uomo, del compagno nella giustizia, del sentire forte. Non importa in cosa si crede, ma degli uomini abbiamo bisogno per avere speranza e vivere. Auguri di prossimi giorni  sereni, di pace e giustizia a tutti Voi