nero e bianco

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Porti il farfallino come gli architetti e i giocatori di biliardo professionisti, lo sguardo interroga e ragiona. Guardo i tuoi occhi nocciola: hai le mie stesse rughe e anche gli anni si somigliano. Quand’è stato che ci siamo conosciuti? Ricordo che bevevi thé e lo correggevi con ruhm e noi caffè e grappa o stock 84. Già questo ti faceva strano. Poi eri ambidestro e questo aumentava la confusione perché la penna passava da una mano all’altra continuando a scrivere.

E parlavi di luoghi, lo fai anche adesso, e il paesaggio prendeva forma. Parlavi di persone, non di fatti. Sembrava non accadesse mai nulla, e magari c’era una guerra, una carestia, ma come in tutte le cose, quando si è dentro non si vede ciò che accade davvero. Abbiamo bisogno dei giornali, della televisione perché ci spieghino le cose viste dall’alto, magari a casa, perché quando sei lì, semplicemente accade. Come quella volta che sparavano a 150 metri e guardavamo passandoci a fianco, e anche chi ci abitava, guardava, oppure anche no perché dietro l’angolo non correva nessuno e la vita sembrava continuare indifferente. Le tue erano cartoline con persone, spesso in bianco e nero, e ti seguivo giocando sui grigi. Sono espressivi i grigi, peccato che ci sia tutto questo colore adesso, le rughe con i grigi vengono benissimo.

Mi hai insegnato a cercare i visi, le persone, non la gente. Senza dirlo, solo descrivendoli nei tuoi racconti. Da allora non ho più smesso. Ossia i visi li guardavo anche prima solo che non era educato fissare le persone. Così mi avevano insegnato ed era tutto un guardare di sguincio, un osservare rapido che faceva perdere l’interesse vero: ciò che ci stava dietro a quel volto. Le persone pensano che chi guarda il volto stia giudicando, beh, è solo una piccola parte del guardare, certamente la meno importante, l’interesse vero è cercare di capire cosa ci racconta chi è guardato, anche se non ha voglia di raccontare, perché in fondo fa bene a tutti comunicare, dirsi qualcosa anche se non si sa la lingua. Certo serve discrezione, pudore, ma questo si avverte subito se c’è e se ti accettano.

Di questo parlavi allora, adesso molto meno, troppi visi accumulati forse. In fondo ci siamo imparati per caso, giocando, più che con la serietà. Da quello che sai, ho capito che di quello che conosco, quasi nulla è utile in senso economico. Tu almeno tracciavi mappe, anche se non ho mai ben capito che lavoro facessi davvero. Di certo andavi in giro, e qualche scopo ci sarà pur stato. Io so cose inutili e preziose solo per me, accumulo nozioni e fatti che non servono, mi perdo in particolari, e in sogni che fabbrico da solo, non ho bisogno che qualcuno me li presti, e con questo bagaglio viaggio. Però non mi spiace di continuare a sommare inutilità. Ho imparato che l’inutile ha un valore immenso per noi e niente per gli altri, e che per quell’inutile saremmo disposti a fare a botte.

Però bisogna viaggiare leggeri, un farfallino o una polo, non importa, ciò che conta è la stranezza che ci porta a non sovrapporre ciò che si vede. Nulla è eguale, nessuna persona s’assomiglia in fondo e tutti abbiamo le stesse regole per muoverci, per pensare. Ecco pensavo che andare e guardare i visi delle persone fosse un modo per rompere le regole, immaginare la ricchezza della diversità. Ne abbiamo discusso a lungo, la diversità si moltiplica nonostante noi, è inarrestabile e l’uomo cerca di catalogare, trovare somiglianze, addirittura punta sulla fisiognomica. E’ la diversità che ci riempie, che si racconta, come le cartoline che ci mostravi, impalpabili e vive di un solo particolare, tutto il resto fermo. Come portare con noi da un luogo chi ci vive e lasciarlo lì. E ciò che si estrae è il nero e il bianco, ciò che si sente e diventa noi.

Noi, non ricordo.

si scioglie a volte il cuore

Si scioglie, a volte, il cuore,

bagnando gli occhi di segrete sue emozioni,

traffica tra carte di pensieri,

perde il bandolo d’oggi e ieri 

e, bimbo pasticcione ride, mescolando tutto,

finché l’età scompare

risucchiata in gorghi di tempo breve.

Gli anni si perdono in piccole corse,

gli occhi s’aggirano, guardano,

colgono ciò che generosa offre la vita,

e a volte il cuore s’abbandona,

così lascio  in questo scorare

l’animo mio,

che scivoli nel fiore di prato,

nei papaveri di ferrovia,

nel muro giallo scrostato,

dove felice, una lucertola parla col sole. 

7 giugno 1984 : “Compagni, lavorate tutti, casa per casa, strada per strada, azienda per azienda”

Stasera eravamo in 60, quella sera in 5000, una settimana dopo a Roma più di un milione. Stasera stessa piazza, molti volti sono gli stessi di allora. E gli altri?

Di quei giorni ricordo molto e ancor più la sensazione che cominciò a crescere a partire dai basta che si cominciarono ad urlare in piazza vedendo che stava male, fino alle notizie, prima frammentarie e poi nella notte più certe, che arrivarono: Berlinguer era in ospedale, operato, ma non era morto. Chissà. Dal momento in cui iniziai il servizio d’ordine in ospedale fino all’epilogo corsero tre giorni. Tre giorni fatti di visi importanti per la sinistra, entravano Pertini, Pajetta, dirigenti nazionali, uomini, donne e la famiglia. A noi, che eravamo fuori ad arginare gli intrusi, pareva d’ essere una membrana osmotica umana tra un dolore che riguardava chi l’aveva conosciuto e vissuto da vicino e gli altri, fuori, ad attendere notizie, che l’avevano parimenti vissuto, intuito e sentito come la parte buona del Paese. Poi ci fu il giorno della morte e l’inizio di un funerale che cominciò a Padova e finì a Roma due giorni dopo. C’era un’acqua battente, quel giorno a Padova, eravamo zuppi, con una folla che cresceva, che accompagnava. La stessa che per giorni aveva atteso sul piazzale, solo che diventava fiume, portava verso Roma.

Rischio molto con i sentimenti di allora, a ricordare, ma fu quello un momento di consapevolezza per come avrei voluto essere allora e poi. E non era solo una questione politica, ma la vita, la responsabilità, la società attorno erano state proposte nelle modalità giuste. Si poteva derogare, far diverso, ma il giusto si sapeva qual’era. Austerità nel vivere e nel consumare, quella che ora si chiama decrescita felice, lotta alla corruzione nella cosa pubblica e nei partiti, che adesso come allora si chiama moralità, diritti delle donne, crescita basata sulla conoscenza, difesa dei diritti dei lavoratori e del lavoro, eguaglianza, libertà tra i popoli. Nel discorso all’Eliseo del ’77, c’era un programma sociale per il Paese, per un’Italia diversa e giusta e il PCI perse 4 punti alle elezioni. Non si accettarono quei principi che facevano, e fanno ancora la differenza. Dopo la sua morte, tra le cose che furono eliminate presto, ci fu la diversità, e invece in un paese conforme, sempre dalla parte del vincitore, disposto a giustificarlo sempre e comunque, la diversità serviva.

Qualche volta mi chiedono perché ero comunista, come se pensare all’eguaglianza, al diritto dell’uomo di essere pienamente tale, alla solidarietà, alla liberazione dalla schiavitù dei rapporti di subordinazione di genere e di classe siano cose non più necessarie. Con pazienza spiego che non è un’ubbia da giovani, un modo di non riconoscere la realtà, ma proprio il modo di vederla e di pensare cos’è giusto e cosa non lo è. E magari aggiungo che Berlinguer queste cose le mostrava con le parole e con l’esempio. Stasera non c’erano molti giovani in piazza, c’erano le bandiere della diaspora, almeno 4, perché Berlinguer non era di nessuno e neppure oggi lo è, però quello che diceva, l’esempio che portava nel fare politica, quello è di tutti. Per questo mi piacerebbe che molti giovani lo conoscessero, perché il suo modo d’essere, era il loro, con la visione, l’entusiasmo e la fede nel cambiare che solo i giovani o chi resta tale, possono avere.

« La questione morale esiste da tempo, ma ormai essa è diventata la questione politica prima ed essenziale perché dalla sua soluzione dipende la ripresa di fiducia nelle istituzioni, la effettiva governabilità del paese e la tenuta del regime democratico. »
(Enrico Berlinguer, da un’intervista a la Repubblica del 28 luglio 1981)

felicità d’un momento

La sera dei risultati elettorali è sempre così lunga e invariabilmente melanconica che stanotte mi lascio andare ad una felicità priva d’analisi. Sono contento, ebbene non si può? E lo sono non solo perché il mio partito vince, ché questo sarebbe già grande cosa, ma lascerebbe intatto tutto quello che non va dalle mie parti politiche. No, sono contento, perché ha vinto chi ha perso a febbraio. E non parlo di Bersani o dei capi che poco si curano del vincere e del perdere. Come i generali combattono guerre e le battaglie sono solo un fatto che passa. Parlo invece del cambiamento, quello che nel volto nuovo dei sindaci si mostra fuori degli apparati, dei soliti noti. Marino era sin troppo disarmante nel suo non interferire con il manovratore, glielo dicevamo che non s’era in america, che qui si combatteva diverso. E lui andava avanti per la sua strada. Se il gruppetto di noi non s’è poi allontanato è stato anche per l’aria buona respirata allora. La stessa che faceva scordare le sberle ricevute. Eguale sensazione si ha per quel fenomeno che fa perdere ai candidati di apparato del Pd le primarie e poi fa vincere i comuni. Come non ci fosse una relazione tra il partito e chi lo vota, quando il voto è libero e senza  apparati. Per questo stanotte sono doppiamente contento, perché ha vinto il nuovo, quello che non si distilla negli incontri riservati. E questa è una grande speranza per il Paese, ovvero che ci siano energie nuove per fare diverso, per suscitare nuovi entusiasmi, indicare traguardi possibili e più vicini alla vita delle persone. Molti di voi diranno: c’è l’astensionismo, le persone hanno già abbandonato il campo, non ci credono più. E’ vero, ma se avesse vinto Alemanno o Gentilini, per loro sarebbe stato un problema l’astensionismo? No, si sarebbero goduti la vittoria e avrebbero continuato come prima. Ed invece ora si possono mutare le cose, riportare interesse e partecipazione tra le persone. Con il fare, con l’occuparsi dei problemi, con la moralità dell’agire. Ed è davvero una grande occasione.

Sarà per questo che mi godo la felicità del momento e mi ripeto che ha vinto chi prima aveva perso, cioè tutti noi.

giovane e’ l’amore

Hanno steso un telo per terra. Verde con dei fiorellini rossi. Si sono appoggiati al muretto,  sotto l’ibisco, e si sono riempiti di baci, di parole (immagino) dolci, di tenerezze e d’oscurità amica. Distesi, forse hanno fatto l’amore nel silenzio del vicolo, tra il verde, protetti dalla luce gialla del lampione.

E mentre salivo, le luci dei piani mostravano il solito granito delle scale, le porte scompagnate, le voci sommesse, le emozioni di chi vive,  è stato allora che m’ ha preso una dolcezza profonda che profumava di umano. Perché l’amore circola attorno a noi e ci abbraccia anche se vuole attenzioni disattente, silenzi e teneri occhi. Ed è generoso, l‘amore, mentre ci ricambia la comprensione con gioia di vivere e infinite onde di dolcezza. Così pensavo, abbassando le luci per non disturbare e il vicolo mi sembrava casa e più caro.

i disertori

Eppoi ci sono quelli che ti raccontano ciò che accade come fosse un’impresa epica. Tanto che ti guardi attorno per capire se stai vivendo nello stesso posto. Sono autoreferenziali, si convincono finché narrano la prima volta e poi non smettono più. Generatori di autostime che coincidono con la loro presenza, lavorano sul gruppo, motivano, presentano come vera la realtà che vorrebbero, demoliscono a colpi di asserzioni gli insoddisfatti, raccolgono il consenso degli astanti e lo amplificano. In politica e nelle società funziona così perché una persona si deve sentire parte di un successo e mai di una sconfitta. Tant’evvero che le sconfitte vengono giubilate, le dimensioni vere delle”battaglie” sottaciute, anzi chi racconta è un reduce ante battaglia e ciò che di epocale viene evocato, in realtà altro non è che la necessità di unire su un progetto senza domande, di creare una identità collettiva che si muova in modo coordinato verso nuovi successi, rammentando i precedenti. Non importa quali essi siano. Rimuovere, amplificare, eludere, motivare, sempre usando il noi, un noi siamo perché noi eravamo. C’è una grande mistificazione che circola, e non è l’interpretazione positiva della realtà, ma ciò che spinge a puntare sempre sul luogo comune, come se il passato fosse sovrapponibile al presente. e tutto questo funziona finché uno non ci sbatte addosso, perde il lavoro o non lo trova mai, oppure si spinge ad analizzare davvero i messaggi che gli vengono lanciati e comincia a definire priorità. La mistificazione cade allora e chi può, si salva puntando su di sé, diventa un uomo solo con battaglie proprie, rifiuta l’omologazione nell’azienda, mette in discussione obbiettivi e modalità. Disertore di realtà che non è la propria, questa persona diventa innovativa e può fare la fortuna dell’azienda, del partito, del gruppo, perché rompe il modo preconfezionato di vedere il reale, si misura con l’insuccesso e mantiene una propria rotta, ma raramente viene ascoltato. Sono rapporti di forza immane quelli che circolano, anche la realtà suadente e farlocca del gruppo era un recinto fortificato e lui diventa singolo nel combattere, va altrove, si sceglie i compagni, si coordina e costruisce un nuovo modo di fare che parte dalla debolezza, non dalla forza presunta. Il valore della debolezza cosciente è questo: dà una misura, mette un limite. E stranamente sarà proprio quel limite ad essere superato con modalità nuove e inusitate, proprio perché non c’è un prima con cui davvero confrontarsi. Poi, se il nostro “disertore” ha successo, verranno gli altri, ci saranno quelli che avevano capito tutto prima che accadesse, quelli che si adattano subito e sembra siano sempre stati così, quelli che non capiscono ma si adeguano. Insomma se vuol mantenere il suo modo di procedere il nostro lettore di realtà, dovrà distaccarsi dal nuovo recinto che gli costruiscono attorno ed innovare nuovamente, e così sempre, senza fine. Sembra una condanna alla solitudine e invece è la grande opportunità di stare con se stessi, ritrovarsi e motivare nuove sfide. Quelle vere, non le altre che sono rimasticatura di realtà.

6/6

Hai vissuto in lungo e in largo e la prendi un po’ distante. Per questo la fai lunga che non si capisce dove finirai. E ti pare di considerare tutto, comprese le ragioni che non son tue, ma a vivere di rabbie non si capisce nulla. E allora capisci e allarghi il braccio per comprendere in un abbraccio. C’è spazio e tempo al mondo, ma non ci credi che lasciato far da solo il tempo sia galantuomo, nel tuo gesto largo c’è bisogno di un cuore che ti raccolga. E in quel battere forte quand’è l’ ora c’è quello che vorresti subito: un po’ più dei desideri, un poco meno della pazienza. Poi nel ritmare lento, trovi il guardare senza fretta, lo spazio per ascoltare e poi capire.

C’è tutto quel che serve: gli amici, le ore che si fan dolci, il vino e il cibo buono, le chiacchiere, le voci sovrapposte, le risate. Ti vien da sorridere perché 6/6, è un pieno di vita che ti porti addosso e non sapevi d’avere tanto affetto fuori che aspettava, anche se è voglia di baldoria che si mescola agli affetti, ma in questo groppo di giorni che abbiamo condiviso, è rimasto quello a cui non si dà nome, e tiene e lascia, filo che ci cuce le vite addosso.

Che povero il tempo che non può fare a meno di noi per la bellezza, di lui ci sarebbe solo traccia di disfacimento e invece in questa notte balla per cerchi larghi. Con noi. Anche se manca sempre qualcuno che vorresti e che l’innocenza tiene legato al cuore, lo metti in un sorriso come un tango in una piazza vuota. Il brindisi è all’aria, al cuore, a noi e a ciò che non si consuma.

minimizzare le conseguenze

Cosa determina nella testa di un uomo con un’istruzione elevata, competente nel suo lavoro, che possiede un etica e un giudizio, la sospensione del rapporto-causa effetto su quello che decide? Cosa gli fa decidere l’ignoranza o il non voler conoscere per interesse, quando sa che sapere lo porterebbe in una situazione di conflitto morale interiore? E ancora, perché questa condizione non lo porta comunque a porsi domande? Il sapere è un’aggravante quando si fanno cose che sono dannose agli altri, quando c’è coscienza di ciò che accadrà, eppure le risposte vengono sistematicamente rimosse. Sarebbe importante che la psicologia fornisse risposte usabili su questi meccanismi di sospensione morale, di rimozione sociale e li proponesse alla sociologia, alla filosofia per capire come si generano queste propensioni al male. Se esso è per denaro o potere, perché continuano a delinquere quando ce n’è abbastanza, molto più dello spendibile e del necessario? Sono tutte domande che in presenza di reati contro l’uomo non hanno per me risposta certa. In particolare nei reati ambientali che costellano l’Italia e il mondo, emerge questa natura venefica del profitto senza morale. L’eternit, l’Icmesa, le tante fabbriche di veleni sino all’ Ilva, hanno dirigenti, manager, proprietari e consigli di amministrazione che sapevano eppure hanno continuato, deciso, fatto.  E ancor oggi minimizzano, esattamente come fa il piccolo imprenditore che consegna un carico di tossico nocivi da smaltire e non vuol sapere dove, ma quanto costa. Indifferente se dietro ci sia una organizzazione criminale, un possessore di discarica che non bada a ciò che sotterra.  Anni fa conobbi, prima dei processi e di qualche mese di prigione, uno di questi proprietari di discarica, che diceva di inertizzare ciò che riceveva e semplicemente seppelliva. Era una persona affabile, normale nei comportamenti, neppure tanto attaccato al denaro, rispettato nel suo paese, eppure stava riempiendo di porcherie territori che ora covano uova di serpente.  Terreni che nessuno bonificherà mai, perduti per sempre, perché altre sono le priorità e i costi talmente elevati da non essere sopportabili per un comune o una regione. La legge che dice che dovrà provvedere l’inquinatore non si riesce ad applicare dopo i fallimenti, e dopo che le proprietà sono state messe al sicuro non si trova nulla da aggredire, così c’è un danno immane che continua il suo effetto inquinante, che toglie salute e possibilità di utilizzo dei terreni, praticamente per sempre. A parte i delinquenti efferati che fanno sapendo di fare, credo che nella testa degli altri scatti una minimizzazione del danno, una rimozione degli effetti di ciò che si compie. Non so spiegarlo altrimenti. Credo si pensi che tutto si possa diluire, che la natura abbia un effetto sanificatore su ciò che le facciamo. Ma la natura non bada a noi, le siamo indifferenti, non ha una pietas indirizzata all’uomo e alla sua vita, casomai genera altra vita, la adatta al nuovo ambiente, come sta accadendo a Cernobyl, per questo credo si sottovalutino i reati ambientali perché quando si perseguono le morti sono già accadute e risanare diventa impossibile. Quindi la giustizia non è inutile ma non basta.

Credo che tutti possediamo questo meccanismo del non trarre le conseguenze di un comportamento oltre il limite del lecito e forse indagare perché ciò avvenga, aiuterebbe a capire, educare, prevenire e sanzionare più duramente. Non vedo alternative ad una responsabilità maggiore e piena su ciò che si compie, troppe attenuanti rendono conveniente il male, lo riducono a probabilità e così sembrano togliersi ogni responsabilità. Ma quando qualcuno muore o viene mutata permanentemente la vita, il reato ambientale è un eufemismo, un minimizzare, che nasconde l’omicidio.

cinema italia

Non riuscivo più a riconoscere l’edificio, come se la memoria mi tradisse e le cose non fossero dove dovevano essere. Poi ho visto il cartello in cantiere: lo stabile era un fabbricato residenziale in trasformazione. Allora ho capito.

Di certo hanno parlato a lungo con i preti, il cinema Italia era loro. Immagino le trattative, prima in canonica, poi in quegli studi bellissimi, dietro al duomo, con i libri rilegati di rosso, e l’odore di legno vecchio, ma le pareti candide e luminose. Non più quel ristagnare d’aliti di digestioni difficili, ma i veri manager della proprietà. Colloqui circospetti, molti sorrisi, un parlare per cerchi concentrici e alla fine il prezzo: quasi immodificabile e niente di conveniente davvero, ma se piaceva per la posizione e il vicolo tranquillo, ci doveva pur essere un giusto vantaggio per chi vendeva. Queste trattative le conosco per cognizione diretta, sono simpatiche, lunghe e affidabili, se si conclude sono cari, ma senza bidoni.

Comunque chi ha comprato c’ha visto oltre quel cinema strano, chiuso da 40 anni, e ha intuito uno spazio che prima non esisteva. Sì perché il cinema Italia, era tutto fuorché un immobile normale. Neppure un cinema era, così stretto e lungo e multisala senza saperlo, ante litteram. La sala era divisa in due dalle colonne centrali e le file di sedie di legno erano al più 8 per fila, per 12-13 file. Otto da una parte e otto dall’altra, con due schermi affiancati sul muro di fondo. Si vedeva lo stesso film in entrambi, con un leggerissimo sfasamento e qualche particolarità. Non si potevano vedere film in cinemascope perché gli schermi erano troppo piccoli, però lì passavano tutti i classici, nonché i generi (telefono bianchi, western, noir francesi, cicli austriaci, ecc. ecc.) fatti tra le due guerre e i prodotti delle cinematografie squattrinate del sud america. Il biglietto era differenziato, a sinistra costava il doppio, perché il proiettore era solo da quella parte e si vedeva bene, a destra si vedeva la stessa immagine con un gioco di specchi, solo che per strada perdeva definizione e impaccava il colore. Se si pensa che allora al cinema si poteva fumare e a destra andavano i più poveri, il film, da quella parte, era immerso in un alone azzurrognolo da nazionali e alfa e il pavimento ricoperto di bucce di arachidi e di semi di zucca. Con l’altra particolarità che il suono veniva solo da sinistra e questo aumentava l’effetto di stranezza perché si sentiva con un solo orecchio. Ed era tutto un crocchiare di piedi, un guardare di sguincio, con quelli che chiedevano: cossa galo dito (cos’ha detto), al vicino e gli altri che zittivano, assieme a chi rideva o parlava d’altro, insomma una baldoria. Non c’era molto da vedere, si andava al cinema Italia perché era caldo d’inverno e per fare casino. Già il nome prefigurava un giudizio sul Paese, ma noi non lo sapevamo ed erano 50 lire ben spese la domenica pomeriggio, giorno in cui realizzava il tutto esaurito. Era un cinema di poveri in un quartiere di poveri, il prete regalava i biglietti per i ragazzi più devoti, ma regalava anche il pane e il fruttino alle quattro del pomeriggio agli altri. Insomma una sua funzione l’aveva, sia il prete che il cinema: definiva un’appartenenza a un luogo, anche se era un luogo povero e molti di quelli che ci abitavano avrebbero voluto star meglio. 

Adesso ci ricaveranno una casa da ricchi o un paio di appartamenti. Però mi piacerebbe che i muri che si sono imbevuti di tutta quella umanità, di tutte quelle immagini, conservassero ancora qualcosa e che magari nel silenzio del vicolo, la sera, ci fosse qualche crocchiare di piedi, il resto della voce di John Wayne, qualche risata soffocata, lo sguardo di Jean Gabin. E chi ci abiterà, allora chiedesse a chi sta vicino: cossa gheto dito, ma non per far paura, solo perché buttare via tutto è sempre una perdita.

la pace del cielo è somma di guerre d’aria e di nubi

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Il cielo ha addensato forze nella notte, si sono svolti scontri immani nel buio, energie strattonate, confuse e infine sommate con immane potenza, sinché s’è rotta la trama del cielo. Così è iniziato un diluvio di acqua e di vento, che ha dissolto i sonni leggeri. Nel buio della stanza, il rumore sul tetto era dapprima morbido, poi è cresciuto improvviso, come di pioggia scagliata con rabbia. Il cielo non ha sentimenti, ma c’era molta violenza in tutto ciò, tanto che non soddisfatta, la pioggia, s’è mutata in grandine fitta, a scrosci. Si sentiva la bandiera sul tetto schioccare nel vento, e il rumore secco del ghiaccio faceva quasi male. Ci si rintana nel letto, s’ascolta e sembra non finire, si pensa ai rami spezzati, alle rose spogliate di petali, al gelsomino, ai fiori nuovi e a tutte le piante, che fiduciose hanno mostrato le foglie al cielo. Nel tepore del sonno perduto, si riflette sulla difficoltà della quiete e della bellezza. Così, infine, è scoccato il silenzio. Di colpo. e un’acqua gentile ha cominciato a ruscellare verso la grondaia, come a detergere le piante, il vicolo, le case. E il sonno, che tornava dopo la furia, s’è sciolto nella pace ritrovata, perché l’ira del cielo non ha memoria. 

e per chi vuole ascoltarla tutta, Kleiber è sempre una gioia e una scoperta.L’applauso finale è una delle cose più emozionanti che abbia mai sentito alla fine di un pezzo musicale. L’indecisione dopo il silenzio, la paura di rompere una magia con l’applauso, poi l’entusiasmo liberatorio e la sensazione dell’ assoluto che si era udito e non si poteva ripetere. Commovente e unico :