epifanie urbane

Vorrei fotografare il profumo che esce dal fornaio e il rumore croccante del pane caldo che si spezza, il sole della piazzetta, le persone sedute che parlano senza fretta, l’ondeggiare morbido e sensuale della ragazza che cammina sorridendo, le pietre rosse delle case attorno, la musica del quartetto klezmer che staziona in attesa di offerte, i passeri curiosi che si portano via le briciole dai tavolini, le parole importanti e inutili nell’aria, il cielo pieno di azzurro e nuvole candide, un rossore per un pensiero colto su un viso, il brusio delle cose pensate e non dette, la sofferenza di un rapporto che deperisce e muore, un gioco di bimbo tra le sedie, la bici che passa, un volto interessante che fuma assorto, la bellezza della giovinezza e la sua difficoltà, le ore che trascorrono per loro conto, l’utilità dell’inutile, la luce che filtra tra i rami, il pensiero d’essere vivi.

Vorrei fotografare tutto questo assieme, e magari un giorno ci riuscirò.

stanotte, credo, ancora pioverà


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Ho lasciato i vetri al furia di stravento e le gocce: tic, tic, tac, tic, tracciano sentieri d’acqua nel buio. Stanotte, credo, ancora pioverà. L’acqua dai coppi luccicanti correrà verso lo scuro vicolo, in un gorgo sordo di lamiera. E leggerò quel romanzo inutilmente lungo, finché gli occhi passeranno su una frase quattro, cinque volte senza capire. Perché non c’è più niente da capire, solo spegnere e ascoltare la pioggia scivolando nel sonno. C’è un grande equilibrio nell’acqua che scende, una pace del dovuto e se il senso delle cose è ancora da scoprire, la pioggia dice che c’è tempo, lavando l’ansia della fretta.

Non c’è più niente da capire stanotte, solo sentire, ascoltare e talora provare, lasciando che tutto trovi la sua importanza domattina.

l’altra velocità

Tornavo per poche ore. Dal treno vedevo schizzare le case, i campi, i pioppeti, il cuore si apriva, riconoscendo il paesaggio. Non i luoghi , le pietre, proprio il paesaggio che era la stessa lingua che parlavo e che scriveva i rapporti tra le cose, il modo di lavorare, di recintare, di far fatica. Si può aprire il cuore? E’ solo un’immagine, ma è vera e si sente che allarga, che parte da dentro e alza le spalle e lo sguardo ed io così vedevo -e immaginavo- questo mondo conosciuto, le sue parole, i tempi, le vite. Mi pareva rivivessero presente e passato assieme, ma soprattutto le passioni, i tempi lenti delle passioni collettive, ché quelle individuali hanno fretta, ma quelle dei tanti, sono lente, modificano il vivere e ci pensano prima di diventare passioni.

Eppoi il dolore nei tempi lenti diviene acerrimo, fa più male, e così ha bisogno di consumarsi rapido, così pensavo che il dolore diventasse una spinta alla velocità, al leggero, per cui ogni ferita profonda potesse diventare scalfittura. Ed ancora accelerasse fino a schiantarsi addosso all’impossibilità di mettere assieme tutte le immagini di noi, tutto ciò che non eravamo potuti essere, tutti i nostri star bene, tutte le felicità consumate dentro quel dolore che non se ne andava. C’era bisogno di un’altra velocità. Giocavo con le parole, altra non è alta, veloce non è buono, rapido non è vita, eppure sapevo che il senso non era questo, che ciò che mancava non era il rallentare, ma la gestione del ritmo. Il proprio ritmo, risucchiato dagli altri ritmi esterni, dalla necessità che ingigantiva, diventava dovere, razionalità cartesiana delle vite. In ascisse il tempo, in ordinate la vita o lo spazio, che dir si voglia, e la curva si inerpicava, non c’era senso perché quel puntare in alto non aveva direzione, ad un certo punto esplodeva. Guardavo i pioppeti, le case, i campi e pensavo che bisognava togliere il tempo. Bisognava che il tempo fosse, al più, una variabile dipendente. Bisognava.

Se si potesse vivere in un istante quasi immutabile perché ricompreso negli eoni dell’universo, saremmo accumulo costante di esperienze senza fretta, di curiosità soddisfatte e di meraviglie senza rapidità. Anche il male verrebbe curato per ciò che è, la riabilitazione non esisterebbe, in quanto non ci sarebbe abilitazione, ruolo obbligato, ma voglia di fare e d’essere. Stati che ricomprendono anche le cose storte, non le scordano, ma le collocano in una pianura verso le montagne, tra gioie, fatiche, riposi e nuova voglia. L’altra velocità era il mio ritmo, il ritmo di ciò che si assimila, il passo dell’aborigeno e l’antibiotico, il tablet e la penna, o ancor più il bastone con cui un uomo assorto disegna sulla spiaggia. Perso nei suoi pensieri, si dice, e se fosse perso ciò che è esterno ai suoi pensieri? 

Dicevo tra me: immagino le vite come case, i rapporti come fili, nuvole, flussi. Immagino il tempo come un territorio da percorrere, una relazione in cui si può scegliere il tipo e il modo della velocità e la direzione. Immagino il mondo come modificabile, gli uomini come esseri pensanti, la società come una somma di luoghi comuni superficiali e di forti vincoli sotterranei. Ho riempito la mia casa di libri e di musica, nelle persone ho fatto prevalere il sentire al giudicare, ho difeso i miei territori intangibili, ho rispettato quelli altrui. La mia casa adesso ha mille finestre, le ho aperte per curiosità e ne ho chiuse ben poche. Eppure la sanità che c’insegnavano da bimbi consigliava di chiudere un libro, un giornale, un luogo, una persona. Chiudere e passare ad altro, in velocità. Ed invece vorrei ricordarlo questo passato, per lasciargli essere creativo, vivo nel suo mutare con i nostri anni, ho imparato a lasciarlo parlare, sommessamente, nel bujo della mia testa. Non farlo urlare e prendere posto d’altro. A che serve l’esattezza nel ricordo, se questo non è attuale, la citazione è senza vita se non ci siamo. Il senso, catturare il senso, il ritmo, lasciar aperte le finestre e puntare su un’altra velocità, che esiste. Si sono certo, che esiste. 

Poi arrivavo in stazione, il flusso riprendeva tra orari, tram, luci che corrono. Solo le domande restavano, con le loro parziali risposte, da esporre al dileggio di chi non ha tempo. Già chi non ha tempo è nel reale e gli altri dove sono?