mi piaceva

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A me piaceva che tra le cose mie ci fosse traccia di ciò che eri, il sangue ch’ era passato, il brillare delle idee, la risata che ti scioglieva, le lacrime, allora utili e sconclusionate poi. Mi piaceva che ciò che più non c’era, esistesse per un suo alchemico trasmutare, un vivere oltre e comunque mutato, però ancora quello. Come se accanto alla vita così rombante e piena, oppur mesta e frammentata, ci fossero, innumeri, le altre vite, tutte compresenti.

Un giorno sono stato, che brutta cosa pensarlo nel fiele del ricordo. Ed invece sono, compagno d’allora, seppur diverso, però mai davvero tanto e ciò che provo ora è il nuovo che allora mancò all’appello perché non possibile. Mi terrò ciò che mi viene lasciato, ma nel sottrarre vorrei agire come chi sente il peso dell’ inutile e lo lascia scorrere via per sua stessa consunzione, non come chi ancora tiene caro ciò che sente e ne vede il permanere. Per questo, forse, non capisco il gettare brusco ciò che è stato, il mutare continuo, che a me sembra fuga, il disprezzo dell’essere per riconoscersi vivi.

Per questo vorrei dirti che tu tenga con leggerezza amorosa ciò che è tuo, la tua vita nel suo farsi, anzitutto, poiché tutto s’impara e tutto ci modifica, ma disconoscere se stessi è, in fondo, vile timore d’essere vissuti.

un uomo dappoco

La dualità comunicativa che tutti abbiamo: vivere nella società, parteciparvi (chi più chi meno), e il tornare a sé, alle piccole grandi cose che fanno le vite, sono bene evidenti. Nell’esaminare ciò che si è fatto e non si rifarebbe, subentra un senso di socialità (può essere buona o cattiva la socialità), che può dire rivolto ad altri: non fare, ti brucerai. Oppure un piegare di labbra che testimonia il cinismo (se questo ha preso il sopravvento): devi provare, scottarti, poi anche tu, come me, finirai nella tristezza di ciò che non è stato.

I grandi (?) si dolgono di quello che hanno fatto ben più di quello che non hanno fatto. Ovvero di ciò che è stato e non di ciò che sarebbe potuto essere. Allora, capendolo, il mondo dell’impossibilità a fare adeguatamente si chiude (oppure si apre all’introspezione?) negli orizzonti delle piccole vite. Non ci sarà il sangue che circola veloce, che palpita nella sensazione che si è nel cambiamento e ribolle con esso, non più il vociare interiore ed esteriore che coincidono come fosse una corsa che arrossa le guance e fa luccicare gli occhi di futuro, non più il respiro lento e possente del mondo che muta e risuona nelle orecchie, ansito di bestia, che domata si offre. Non più e allora? Van bene le distratte notizie di giornale, artefatti anziché antefatti, cose che hanno l’agrodolce della mistificazione consapevole, come il piacere che nel farsi finisce, se non ha un suo destino. In questa vigilia di cambiamento del mondo, al più devo decidere cosa mettermi per apparire e non stracciarmi nel coinvolgimento, nella rivoluzione dell’essere dentro al mutare, nella battaglia, che vinta o persa che sia, è vitale. Sarà che le cose sono, e sembrano, piccole, un comico prenderà il posto di un barzellettiere, un giovane buon conoscitore delle strade del potere vuol prendere il posto di un maturo buon mediatore, un indistinto sovrapporsi di nomi che contano (e che contano mai?), configura il ventre grasso e molle del perbenismo che lascia a ciascuno fare ciò che vuole, basta non si veda. Il centro il peggior chakra ci sia. Cosa c’è di emozionante in tutto questo, se non che quest’arena è pur sempre il luogo in cui decidere se essere spettatori o gladiatori.

Un modo alto di alzare la schiena e il braccio ed armarli della forza di mutare è quello di avere un’idea grande di tutti e di sé, invece se è il sé che prevale, per quanto grande sia, al più stimola il sorriso, o il dileggio, nei tutti. E’ questo il senso micidiale del relativo che ci ha colpiti? E’ da qui che tutto sembra diventato eguale e quando qualcuno, anch’io, si ostina a dire che non è vero, che la diversità, il meglio, esiste, emergono quelle indistinte litanie di fatti, fatterelli, non importa se veri o verosimili, incontrovertibili per stanchezza di ribattere, e che puntano ad un’unica conclusione: sono tutti uguali. Non siamo tutti uguali. Se siamo tutti uguali, come distinguere lo scarico dal robinetto, l’acqua dal refluo. 

Sarà così, per stanchezza o ignavia o superficialità, che nascono le abitudini che invadono e chiudono le nostre vite nella ripetitività, nel pascolo dei pubblicitari e degli esperti di marketing, sarà così che il vicino che soffre diventa un dato statistico e nella testa nostra soffre meno, che chi può, sbarra la porta di casa, che conta quello che ha, ed aspetta. Ho un pensiero che apparentemente sembra incongruo, ovvero che senza rivoluzioni e socialità l’economia langue, si avvita nella povertà del ripetitivo, che se la difficoltà, la sofferenza si chiude nel privato e non diventa palingenesi partecipata, il cercare i piccoli equilibri dello stare meno peggio, condanna ad esistenze senza costrutto. Vuote di respiro.

Non osare subito, quello verrà in un dopo molto prossimo, ma iniziare respirando. Respirare l’aria che non è solo nostra, che ha dentro un po’ dello scambio cuore polmoni di chi abita la casa, il quartiere, la città, il mondo.

un uomo dappoco non vive in casa,

non gli basta il lavoro per sognare,

per questo siede sulla panchina,

studia i piccioni ed ama gli uomini,

i passi rumorosi nel ghiaino,

un volare silente d’aquiloni.

Lì, nell’aria, sono i fiori che non ha piantato,

i libri che non ha scritto,

e un canticchiare di melodie 

di lingue sconosciute,

nella luce che cala,  

un brivido di freddo lo percorre,

è la stagione, dirà,

la stessa di me e di te.

l’età dei sogni

Ho vissuto dentro due sogni, li ho sognati con passione ed abbandono, credendoci, poi sono cambiato con loro che cessavano man mano di essere gli stessi sogni, od almeno così mi pareva. Ma i colori, la forza rimanevano. Sono una persona fortunata, mi piace il futuro, non vivo di rendita su ciò che è stato, ma ho potuto sognare e ancora mi succede. Chi ha avuto un amore è ricco, chi ne ha troppi, a volte, è confuso. I miei sogni giovani erano nati poco prima del ’68, così c’ho creduto subito e ho amato quei giorni, mi pareva d’essere all’interno di qualcosa che mutava il mondo. Mi pareva, anche perché vivevo quel sogno, mi modificava la vita ed io accettavo lo facesse. Mi pareva d’essere situazionista e qualche anno dopo, diventai comunista. Non era un sogno d’accatto, di serie b, era la prosecuzione all’interno di una struttura di pensiero ordinata, del sogno di cambiare il mondo. Forse è difficile adesso spiegare cosa siano stati quegli anni prima del terrorismo, ma c’era l’idea che il mondo potesse mutare profondamente, che parole come eguaglianza, pace, solidarietà, libertà potessero essere attuate appieno. Si discuteva molto, di tutto, si muoveva la vita dal personale al sociale e poi questa tornava indietro, in un flusso circolare che non finiva, ma si arricchiva, ingrossava in continuazione di idee. Molte scelte di vita furono fatte in quegli anni, qualcuno dei compagni più radicali nel cambiare la vita, ancora lo vedo, realizzato nel suo essere davvero alternativo.

Il 3 febbraio del 1991, Achille Ochetto, ultimo segretario del PCI, scioglieva il partito. Era tempo, doveva accadere, ma non si scioglievano le idee, si scioglieva la loro attuazione, la struttura, si cambiavano i fini. Un partito è un’organizzazione con scopi e obbiettivi, in un partito ideologico i fini coincidono con obbiettivi molto alti di cambiamento sociale e individuale.  Bisognava chiarire quello che sarebbe rimasto dei sogni, non fu fatto e ciò che è nato dopo è stato un insieme di tentativi che, partendo dal conosciuto, puntavano su qualcosa che non si capiva bene cosa fosse, la cosa fu per molto tempo il vero nome di quello che non poteva più essere un sogno. Parlare di quei giorni non è facile a chi non li ha vissuti, percorrevo il territorio, partecipavo come relatore di mozione ai congressi, ero occhettiano, mi pareva fosse la prosecuzione del pensiero di Berlinguer, un uomo che avevo amato per la coincidenza tra parola e vita, e volevo cambiare per non rinunciare ai sogni. Ma le lacrime, gli interventi appassionati, le rotture di chi non condivideva, non li ho scordati, erano di persone che non ho smesso di apprezzare e difendere, persone che quasi sempre avevano dedicato la vita ad una idea di cambiamento, di giustizia sociale. Adesso è difficile pensare che qualcuno sia disposto a sacrificare molto per un’idea politica, piegare una vita per difendere un principio, una legge di libertà, opporsi in una città in preda alla malavita, difendere una fabbrica e i suoi lavoratori. Allora accadeva, anche se non si era di quella città, di quella fabbrica, anche se la legge non l’avremmo mai applicata su noi stessi. Significa che i sogni finiscono all’alba, che siamo nel giorno e quindi nella realtà, oppure che ci sarà spazio per tornare a sognare? Io punto sulla speranza che l’uomo non finisca di credere che si può mutare il mondo, essere uguali, avere giustizia. Certo non posso pensare che sarà Monti a farmi sognare, non vedo leader che possano, con la forza della convinzione e dell’analisi suscitare passioni grandi. In fondo anche i tecnici sono lo specchio di questo sonno senza sogni. Però magari un po’ per volta, qualcuno comincerà a parlare del grande inganno che si consuma a carico dei giovani e dei deboli, qualche professore si rifiuterà di essere tranquillizzante con gli allievi, qualche docente universitario ascolterà la miseria giovanile e parlerà diversamente. Non rassicurerà sul merito, non spaccerà la cultura come fattore di successo, ma riporterà le cose nella realtà, ovvero dirà: studiate per capire, ma prendete in mano la società, rendetela più giusta, più eguale, più libera. Fatelo voi, dirà ai giovani, noi ci saremo.

Se saranno molti questi disvelatori della realtà, e se li cacceranno, e qualcuno comincerà a difenderli, allora il mondo tornerà ad essere reale.

E il sogno riprenderà, perché della realtà hanno bisogno i sogni.