vi ho pensato

Vi ho pensato, voi che siete nel cuore. Ciascuno è arrivato vicino, come per caso, e ho sentito che ci mancava tanto, le parole non dette, i gesti mancati e quelli eccessivi, gli egoismi che non erano tali ma solo voglia di non perdere il poco che teneva assieme l’essere speciali. Vi ho pensato nelle vostre solitudini che sono la dimensione di ciò che davvero siamo. Vi ho pensato senza gelosie per chi vi amava, per chi condivideva la vostra unicità. Vi ho pensato concreti, con le paure che tutti abbiamo, con i dubbi su ciò che si è fatto e che ancora sembra dirigere la vita. Alcune di voi le ho pensate con i differenti amori, vi ho volute felici perché la felicità è vostra come di ciascuno. Vi ho pensato nelle scelte che non condivido, confesso che ho accettato e capito che davvero siamo differenti. Ho discusso silenziosamente con voi del corpo e dell’ immateriale, ho trovato le mie ragioni che scadono ma intanto, ho pensato, sono ottime per vivere. Vi ho pensato dopo i pranzi comandati quando il cibo rarefa le parole e si vorrebbero mettere sogni e stanchezza assieme, vi ho pensato discutere o correre tra l’erba, vi ho pensato sorridenti e rabbuiati dall’ improvvisa pioggia sul prato. Vi ho pensati in compagnia, circondati d’affetto. Ma ciò che ho sentito in voi è la solitudine di qualcosa che sfugge e manca, ho amato la vostra solitudine. L’ ho profondamente amata e sentita simile alla mia, anche se ciascuno è per suo conto felice e solo.

Che ci siano i pensieri buoni, le risate, le persone che volete con voi, che la bellezza che si rinnova vi accompagni e  che di ogni consapevolezza ci sia l’antidoto felice che la rende solo un passo, non il cammino.

solo un fazzoletto pulito

Guardando e ascoltando le tortuosità d’una scelta, pensavo che ognuno ha le sue felicità, che non so nulla dell’evidenza e di ciò che essa cela. Che tutto avviene per qualche casuale incrocio, poi mettere assieme le sensibilità funziona solo tra chi si sceglie o non si perde.  Oltre il banale, la superficie, il consueto per le persone che restano c’è una scelta. Che è fatica e sfida a tutto ciò che è abitudine o convenienza. Come scalare, come voler essere di più per approssimare ciò che si può essere. Mi sembrava presa dalla sua vita scelta quando la osservavo, spesso felice, ma adesso mi diceva che non era così. E che i momenti di felicità si erano persi in un dover fare quotidiano, in mille necessità che coinvolgevano e allontanavano. Anche dire era difficile e per questo dopo un po’ si diventava zitti, non silenti, ché il discorso continuava dentro e si sfogava in mille piccole distrazioni. Per non pensare che la vita poteva essere altra e non era. E non valeva dire:passerà, perché quel passare era una perdita. Così le alternative si allontanavano e restava una solitudine in compagnia e poi un fastidio di sé. Per non aver capito a tempo, non aver scelto altrimenti. Così mentre la guardavo lei radunava lo zucchero spanto vicino alla tazzina e le serviva un fazzoletto pulito. E solo quello potevo darle.

vecchi amanti

Lui era un signore con una qualche distinzione e gli abiti di tweed della precedente fortuna. Lei era la sua governante, diventata tale dopo molte vicissitudini, nessuna davvero felice. Comunque si erano incontrati. Il caso era diventato necessità e nessuno dei due poteva spendere di più, sentimenti, vita, denaro, quindi erano assieme come si poteva. La vicinanza li aveva resi amanti, per compagnia, per piacere, e l’alcolismo furioso di lei, prima li aveva fatti complici poi disgraziati.
Abitavano una casetta in fondo a un giardino che confinava con il mio. Due camere su due piani, al pian terreno la cucina con soggiorno, a quello superiore la camera da letto e il bagno. Con la pensione di lui pagavano l’affitto, il poco mangiare e il vino. Lei metteva a disposizione la sua cura della casa quando era sobria. Sempre meno e sempre assieme, col tempo le liti del tardo pomeriggio si erano spostate al mattino. Quante volte ci si può ubriacare ogni giorno, almeno due, quelli bravi, tre. Lei era brava. C’erano gli urli, le offese, le accuse, volavano pentole vuote perché piatti, bicchieri e cibo erano preziosi. Poi il pianto di lei e quello a seguire, di lui. I pianti dei vecchi fanno più pena, commuovono perché sono inermi e impotenti e per questo più ingiusti. Lei prometteva, lui ci credeva e smaltita la sbornia era un altro giorno. Non quello  di miss Rossella, ma nuovo lo stesso anche se si ripeteva uguale. E cosi, avanti, sempre peggio e sempre nuovo tempo per rosicchiare vita. Lei nascondeva la bottiglia ovunque, lui ne vedeva gli effetti, morì per prima, non era vecchia era solo bruciata dall’ alcool e sconfitta dalla vita. Lui le sopravvisse per un po’ nella casetta, usciva sempre meno e neppure si faceva da mangiare. Lo aiutavano i vicini, ma quando lo vedevano. Se ne andò senza avvisare, lo si capì che era già troppo per la decenza e per l’umanità di tutti. Aveva il suo vestito di tweet e s’era steso a letto, come per riposare e sognare.

la politica non è solo un’opinione

Questa mattina mi son lasciato invadere dalla speranza,
ed è pericoloso di questi tempi in cui tutto sembra fatto,
e deciso nel peggio, che non è proprio peggio,
eppure ti toglie il colore,
semina grigio nelle parole,
distribuisce forse che sono già dei no.
Ma stamattina le parole erano colorate,
c’era il rosso della piccola passione da spendere ogni giorno,
il verde che non accetta l’asfalto e cresce indifferente,
il giallo, cosi difficile con la pioggia sui vetri, prometteva il cambiamento.
Erano colori della vita
senza ritegno né creanza, così il viola sposava il blu e parlava arancio.
Ma non erano confusi e neppure sembravano parole: erano finestre
in un tempo di muri
mostravano che c’è aria da respirare
in quel sentimento insensato che si chiama speranza,
e se spesso non ha una precisa attesa,
si muove allegramente e tu sai che è vita.

mi ha preso la tenerezza dei vecchi

Mi ha preso la tenerezza dei vecchi. Non perché mi ritenga tale, ma gli anni si accumulano, costruiscono una montagnola dalla quale si vede attorno. Magari sfuocato e così le cose diventano masse colorate, fili appesi al cielo, con una loro gentilezza interrogativa che chiede sorridendo: chi siamo? E nulla è mai ciò che appare, perché il ricordo aggiunge, spinge a ripetere pur sapendo che ci sono meccaniche celesti, come direbbe Battiato, alle quali si sfugge solo con la speranza. Sarà diverso e non finirà, però…

Ci si perde tra le immagini, ci si perde nella tenerezza del giorno in cui l’equinozio annuncia nuove gemme, colori e abiti leggeri. La tenerezza dei vecchi è addolcita di tracce, di mappe, che i passi conoscono a perfezione, è fatta di sabbie in cui è bello lasciare impronte, di asciugamani colorati stesi ad accogliere. È costruita con pensieri senza capo né coda, perché i pensieri non devono per forza avere un inizio e una fine. La tenerezza è fatta del vedersi, dell’ascoltare il corpo che brontola allegro tutte le ingiurie che gli abbiamo inflitto, ma è anche la pelle che sente il cotone fresco di bucato, il sole che la spinge. È il pensiero che già racconta altre attese mentre il corpo ascolta e si distende.

La tenerezza è ciò che si può fare ed è nuovo, così nuovo che suscita contentezza e oscura quello che ormai è da parte. Volevo scrivere in un quaderno, dividendone a metà le pagine, da una parte ciò che non potrà più essere ma è stato, e nell’altra metà, a fronte, mettere il possibile, il desiderato, il sollecitante. Mi sono accorto che la prima metà era ricchissima, ma la seconda era infinita e quella mezza pagina di ciò che attendeva d’essere, era gentile col passato perché gli lasciava tempo e infiniti spazi bianchi da riempire. Con tenerezza aspettava che raccontasse.

Forse anche per questo mi ha preso la tenerezza dei vecchi che hanno la pazienza del vedere, che si soffermano su una parola, che alzano gli occhi e guardano in alto, accorgendosi del cielo, dei cornicioni dei palazzi che giocano con l’ombra e le nuvole e gli sorridono. Mi ha preso la tenerezza dei particolari dimenticati che un tempo avevano richiesto cura e sapienza ed erano stati lasciati allo sguardo attento della bellezza. E ho pensato che quando si rallenta il mondo prende forma – lo sa bene chi cammina – e tutto ha una sua nascosta ragione, una domanda gentile di attenzione. 

Mi ha preso la tenerezza dei vecchi e la mente ha abbracciato l’aria nuova, il sole, i rumori del cantiere, il vestire con una maggiore cura del solito, e il rizzare il corpo, fiero d’essere uomo. È stato allora che la gratitudine che si era sparsa tra i pensieri s’è fatta palese e forte e mi è sembrato un sentimento bello e pieno di compagnia. 

 

 

chi è l’amico

Tenersi un amico non è un atto di possesso ma di rispetto. Per lui, per noi. È conservare un legame, approfondire un affetto, permettere che una comunicazione si mantenga ed evolva. Ma per tenersi un amico bisogna averne cura, esserci il giusto: né troppo né poco. Avere un interesse vero, che si rinnova, ma non esclusivo perché quest’ultimo è riservato all’amore. È una bella favola che le cose si riannodino subito dopo anni di silenzio, serve a tranquillizzare le nostre assenze. Ci si rincontra e si parla delle vite che sono scivolate in avanti ma è leggere un libro perché quelle vite non sono state la nostra vita.

Mi sorprende chi mi chiama caro amico e poi scompare, per riapparire dopo mesi, prima di una nuova assenza. Mi sorprende che non senta che non condividere qualifica l’amicizia, ma mi sorprenderebbe anche il contrario, ovvero l’essere troppo addosso che nasconde un bisogno non espresso. Comunque è l’apparire/scomparire che qualifica i legami, ci siamo se quella persona conta e risuona in noi, così riserviamo l’amicizia a chi la considera importante, diciamo a questi amico caro, il resto sono visi noti nella folla.

dov’ero?

Ricordo i particolari di quella mattina. Ero distaccato in sindacato dal lavoro. Le notizie le avevo sentite per strada. La scorta di Aldo Moro era stata uccisa. 5 agenti, uno era al suo primo giorno di servizio. Pasolini aveva già detto chi erano i figli del popolo tra polizia e manifestanti con i padri importanti e nel sindacato si parlava di come rappresentare questi lavoratori che erano stati spesso contrapposti a noi. Pensavo a quei morti e a cosa si sarebbe fatto. Era un colpo di stato? Bisognava bloccare la città, il Paese con lo sciopero? Moro era quello che aveva parlato con Berlinguer, l’artefice del governo in cui forze distanti avevano convenuto che era il Paese a venire prima. Pensavo tutte queste cose confusamente, mentre salivo le scale. Ci fu una riunione e subito fuori a fare assemblee sui luoghi di lavoro. Mi colpiva il fatto che la città fosse indifferente, non c’erano assembramenti, le persone facevano la spesa nelle piazze, si coglieva qualche commento distratto. Durante la prima assemblea cercai di illustrare la pesantezza politica del momento, il pericolo per la democrazia. Ci furono interventi che assentivano, ma senza forza particolare. Alcuni rifiutarono lo sciopero immediato. L’assemblea successiva era più distante, ebbi tempo per pensare nel tragitto che forse la mia enfasi non era il modo giusto per dire la preoccupazione e la gravità dei fatti. Usai parole come difesa della democrazia e momento oscuro dopo la liberazione, dopo il fascismo. Alcuni lavoratori, che sapevo democristiani espressero dolore, ma anche parlarono di clima che si era giustificato. Che i rossi avevano giustificato o lasciato scorrere la violenza. Mi sentii attaccato, parlai delle difficoltà che c’erano, delle minacce ricevute anche personalmente. Poi mi fermai e chiesi quanti erano disposti da subito a fermare il lavoro, a far capire che le br non avevano un retroterra operaio. Contai le mani, erano una minoranza. Uno dei lavoratori democristiano mi disse che si affidava allo Stato, che gli scioperi non servivano a nulla, altri suoi colleghi assentivano. Era l’ora di mensa, l’assemblea si sciolse. Nel pomeriggio ci fu una manifestazione partecipata, ma mi parve insufficiente. Delle mie assemblee erano venuti in pochi, i soliti. Più forti e decisi i metalmeccanici riempievano le prime file del corteo. Dopo ci furono i giorni infiniti della prigionia. La notizia che rimbalzava tra la prima e le pagine interne dei giornali. Gli scontri politici tra fermezza e trattativa, fino all’epilogo tragico della morte. Non credevo l’avrebbero ammazzato, Moro, le br avevano avuto tutto: notorietà, impatto, divisioni tra lavoratori e nella politica, fatti segreti che erano stati loro rivelati. Pensavo che una mattina mi sarei svegliato con la notizia che avevano trovato un uomo, male in arnese, che avrebbe detto: sono Aldo Moro. Non fu così e al solito, il Paese non fece i conti con i misteri di quella morte, non fece i conti con la tenebra che sta sotto l’apparenza. Ho sempre vissuto questa data con un doppio senso di fallimento: l’Italia, quella in cui credevo, era impotente a dissipare trame, non colpiva l’antistato che si annidava nei poteri e non riuscì a salvare Aldo Moro con la legalità. Ma neppure gli Italiani lo salvarono, e avrebbero potuto farlo isolando con manifestazioni imponenti le br, ma già allora avevano in odio le icone del potere e le pensavano portatrici di colpe irredimibili. Questa sensazione di errore, di sfiducia in ciò che la parola, i principi, potevano generare come reazione collettiva a ciò che era profondamente sbagliato, in me toglieva la speranza e da quel giorno è sempre stata una maggiore fatica ricostruirla questa speranza. E ancor oggi la sento come un non capire appieno, un’insufficienza, una colpa. 

ti sbagli

Ti sbagli. Ogni volta che credi di aver capito, ti sbagli. E poi ritenti, e scendi, e non tocchi il fondo, e ancora scendi come non ci fosse fine, forse credi che sarà nuovo? Ti sbagli. E fatichi, ti disperi, hai il senso del fallimento. Lo sai cos’è il fallire, è la sensazione che un errore lontano abbia incrinato tutto un percorso e l’abbia distrutto quando doveva compiersi. Fallire è la colpa, è la dimostrazione della tua piccolezza nonostante tu pretenda un cuore grande, un sogno che vola, un agire visionario, la colpa è la realtà che si incarica di dimostrare che il poco è più grande del molto. Ti sbagli. Ogni volta è così, tornare a un daccapo che non è mai lo stesso, tornare e trovare tutto cambiato. Tornare e sapere che non è questo il posto. Ti sbagli. Non c’è alternativa ad essere come si è, non c’è alternativa, te lo ripeto. E per questo non c’è una colpa nel piccolo bene che persegui in te, non c’è una colpa nella misura dell’amore, non c’è una colpa nel vuoto che segue ogni partenza, non c’è una colpa nell’assenza di un futuro immediato, in una negazione, nel tenere la barra dritta verso la tempesta. E nel cercare ore strane per il tuo vivere, non c’è colpa. Lo sai che non parlo di me. E neppure di te, ma di quello spazio che sta a mezzo tra un desiderio e un bisogno, tra l’essere e il dover essere, tra tutto ciò che non ci siamo detti e quello che resta da dire. Però ti sbagli. E sbagli ogni volta che pensi aver capito, sbagli quando pensi che sia finita, che non rifarai più la stessa strada. È vero a mezzo, perché la direzione è quella e il deserto di notte congela le tracce ma di giorno le cancella, e tu lo sai e cammini di notte. E ti sbagli, perché non finisce, non può finire. Il sogno non finisce e neppure il giorno, sono compenetrati in un mescolarsi che non li distingue. Non troppo, non abbastanza. Non quanto vorresti ed è questo in cui sbagli ancora, volere ciò che è attesa, voler raggiungere mentre è solo la direzione che è certa. Ti sbagli e gloriosamente sei felice, a volte. Ma non sei tu, non sono io, è quell’essere a mezzo verso cui corriamo, che paziente attende e non ha freddo né fatica, attende e sorride. Oh sì che sorride, di te, di me, di noi, e sa che ti sbagli.

occupiamoci di cose generiche

Occupiamoci di cose generiche, lo specifico muove vortici di domande e genera inquietudine. Occupiamoci dell’oggi, anzi del giorno, che agli storici spetta il giudizio. Lasciamo perdere il ieri, quel che è stato è stato, le nostre memorie allo stato solido conservano migliaia di foto che non guarderemo mai.

Però permettetemi una digressione. Prima pioveva e c’era il sole, le ragazze camminavano in fretta, qualcuna sorrideva, dei ragazzi hanno tirato il cappuccio sulla testa e parevano contenti. Chi aveva un ombrello lo apriva. La strada scorreva di pedoni e biciclette, nessuno si fermava sotto i portici, sembrava godessero di una pioggia gentile che annunciava la primavera. È stato allora che ho notato l’esiguità  delle mura del ‘300, il mozzicone rimasto con lo squarcio verso l’altro pezzo di mura. Dallo squarcio si vede il palazzo che fu del banco di Napoli, davanti c’è la discesa del parcheggio che si intrufola sotto le mura, sulla strada un tempo, ero bambino, c’era il fiume, le barche e solo a lato, in alto, le auto. In uno spazio ristretto le auto, perché l’acqua e la vista era più importante. Poco avanti, c’è la casa in cui Dante non soggiornò e forse non incontrò Giotto (ma era bello pensarlo e così c’hanno messo una lapide al riguardo), davanti alla casa c’era un ponte, a tre arcate, di epoca romana che univa l’università dei giuristi, il Bò con l’ospedale vecchio di san Francesco, il luogo in cui è nata la medicina moderna. A sinistra del ponte, dopo il Bò, le piazze, la civis con la sala della Ragione, i commerci. Ora ci passano i tram in quella riviera, gli autobus e le auto, ma oggi c’erano anche le ragazze che sorridevano nella pioggia di marzo, e quel muro così esiguo per difendere una città, mi diceva qualcosa di me, di noi. Ci fu un pretore che difese quel muro, un sindaco condannato dopo anni di processi, e quel sindaco non era Attila, ma come il predecessore che aveva tombinato il fiume, pensava che la modernità poteva fare a meno dell’acqua e del muro di cinta d’una vecchia città ormai esausta di ricordi. Erano persone per bene questi due sindaci, che interpretavano il progresso come ineluttabile e la modernità come un generico contenitore in cui tutti potevano stare. E si sbagliavano perché pensavano genericamente e non interrogavano l’anima delle cose (che poi coincide con quella delle persone se c’è appartenenza). Io sono un sognatore, mi piace l’assoluto e il relativo, ma maneggio male i ricordi e senza dare colpe penso che il generico è come il nulla, erode ciò che ci sta attorno. A noi che ricordiamo, non alle ragazze che camminano sotto la pioggia e guardano nel loro futuro.

Però e questo è il secondo però di cui chiedo venia, se ci abituiamo tutti al generico, al relativo, non ci sarà più spazio per l’importante. E che fine faranno le vite se non hanno una direzione propria. Se non abbiamo nulla di profondo di cui dirci davvero. Se non ci sarà nessun segreto da tirar fuori a fatica perché ci rivela davvero e ci consegna inermi all’altro, che fine farà l’eros? Se tutto è rappresentazione qual è la commedia e quale la realtà? 

Avete osservato che circola diffusa la paura di essere interpellati per davvero, che qualcuno ci chieda se abbiamo studiato come vivere domani, dopodomani. Con la competizione si sono risolte molte cose, si fa una corsa in qualsiasi campo, il lavoro, il divertimento, gli amori, uno vince e domani si ricomincia. Magari non gli stessi, non con lo stesso panorama perché nel frattempo qualcuno si è perso, un muro si è abbattuto, un tabù è stato espugnato, ma si ricomincia verso l’indefinito infinito senza chiedersi cosa sia davvero accaduto, cosa abbiamo provato. E credo sia perché anche se ce lo chiedessimo a chi potremmo dirlo davvero? A questo servono i poeti, che hanno il compito di mostrarci l’essenza delle cose, ma non compriamo libri di poesia se davvero non vogliamo andare nel profondo, se non vogliamo lottare con la realtà. Per l’apparenza, i poeti, basta citarli a spizzichi, con un tweet che suona bene ed è adatto alla bisogna e che sembra far bene per un attimo prima di restare uguali. 

dire ti voglio bene

In fondo non ci obbliga nessuno ad aggiungere parole al ringraziare. Forse l’insicurezza di non essere creduti. Oppure la misura che percepiamo insufficiente e che vorrebbe trovare il giusto aggettivo, quello assoluto che corrisponde al sentire. Ma se abbiamo un briciolo di sensibilità, se riusciamo a vederci per come siamo, dobbiamo ringraziare.

Con molta consapevolezza del limite, penso alle passioni che sono nate da una donna e che senza di essa non sarebbero nate. Il limite è proprio questo, non è possibile fare a meno della generazione primigenia, del parto che poi evolve e cambia facendo finta di essere tutto nostro. Se tutto nelle vite, alla fine, si riduce all’assenza o presenza di amore, se il bisogno, anche in chi cerca la solitudine, ha sempre elementi femminili ci deve essere qualcosa che non è scritto solo nei cromosomi e questo non può prescindere da un confronto: esisto, penso, vivo perché qualcosa di femminile mi ha generato e accompagnato. Questo femminile mi accompagna pur non capendolo appieno, mi aggiunge perché mi mette dentro alla dolcezza della vita. Ma come si fa a ringraziare dell’impalpabile che ci avvolge, come si può ringraziare di una necessità, di gesti che hanno il vero della natura anche quando sembrano frutto di ragionamento. Nella parte femminile che abbiamo ricevuto non c’è solo la materialità di un dolore condiviso nel nascere, non c’è solo la ricerca di un dialogo col mistero che genera l’amore, non c’è  solo l’impossibile coincidere che alimenta la meraviglia e il timore di non capire mai davvero, c’è qualcosa di grande che si riferisce a un aver ricevuto e ricevere inatteso, senza contropartita. È per questo che il ringraziare diventa insufficiente e il discorso dovrebbe essere sostituito dal gesto quasi muto, dal dire quell’amore che si declina in poche parole e dentro un abbraccio più lungo, più sentito e abbandonato a Lei. A Lei che si abbraccia e ci accoglie e ha bisogno di bene e di amore come noi, eppure ne ha sempre più di noi. Ogni giorno in cui si sta assieme. Comunque. Finché dura la nostra intelligenza e il ricordo di ciò che siamo e di come saremmo infinitamente più poveri e disperati senza quell’amore che continuiamo a ricevere. Da una donna, dalle donne della nostra vita.