domande

Mi chiedo chi siete voi che leggete. In quale mondo vivete. Come sono le vostre giornate, le abitudini, le difficoltà, i legami, l’allegria come nasce, i sentimenti e il loro grado di intensità, di libertà, se siano una nota di basso o un acuto che s’inerpica. Mi chiedo della vostra somiglianza e ancor più della diversità, ma soprattutto mi chiedo cosa sia per voi star bene.

Mi chiedo cosa vi spinga a leggermi, cosa intuite dalle mie parole, se da esse indagate in un pensiero sotteso, in una vita che non è la vostra eppure in qualche tratto approssima e forse coincide.

Questo mezzo, apparentemente virtuale, fornisce a chi scrive, una iterazione per immediatezza e intensità, sconosciuta agli scrittori, ma ( il ma ci sta sempre a temperare gli assoluti) è privo della conoscenza diretta, non è, se non di rado, un canale biunivoco. Certo vi intuisco, leggo di voi dove scrivete se anche voi lo fate, mi faccio domande sulla vostra persona, del perché scegliate alcune rappresentazioni e ne taciate altre. Alla fine ci si deve accontentare di un approfondire per  interesse e intuizione, delineare attraverso l’immaginazione, un’immagine a due dimensioni che prescinde da tutti quei codici che si usano nel reale: l’immagine, il gesto, l’età, il modo di esprimere il sentire, il silenzio tra le parole, la volontà di oltrepassare una soglia e mostrarsi. In questi luoghi la linea del con-fidare ovvero dell’aver fiducia dell’altro ipotetico è essa stessa una rappresentazione di sé, di un bisogno e di un limite. Ritaglia la dimensione e la fissa in un cliché comunque vero: mostro di me ciò che voglio arrivi a un qualcuno che non conosco ma che non mi è estraneo. Però è una verità interrotta proprio perché nel virtuale il vero è più corredato di immaginazione per riempire le caselle mancanti. Non c’è nulla di male in tutto questo guardare, pensare, immaginare, c’è attenzione, curiosità, partecipazione e bisogno di vedere. Però non possiamo, se non per caso, dirci davvero come stiamo, cosa vediamo e sentiamo nel momento in cui esso accade e diventa emozione per noi. Lavoriamo in differita e nelle riflessioni la distanza dall’accaduto può essere lunga, misteriosa, estendersi come le ife dei funghi, lontano negli anni. Ciascuno, io per primo, rappresento dei nodi, il loro persistere e la fatica dello sciogliere, mostro passioni la cui intensità è solo a me nota, taccio e parlo di qualcosa che non è solo cronaca, altrimenti corrisponderebbe a quel distratto informarsi su come si sta che neppure attende la risposta per passare ad altro.

Fuori piove, è un grigio pomeriggio di quasi primavera. La grondaia suona i rivoli d’acqua che cadono dal tetto, ne segue l’intensità con vibrazioni sempre diverse. È il giorno dopo la notte delle elezioni, sono accadute molte cose, altre ne accadranno, ma con rilevanze diverse. Per alcuni saranno dei fatti che sorprenderanno, per altri saranno un lento erodere delle speranze faticosamente costruite sul futuro. La mente analizza e cataloga, è abituata ed è stata formata per questo. Anche a riconoscere la propria insufficienza. Mette assieme ipotesi e scenari, li riporta sulla propria vita e sulle vite comuni, ma sa che questo è un esercizio privo di assoluti. Approssima certezze e paure, le combina per ricavarne un pensiero di futuro.  È un lavoro inutile eppure è difficile sottrarsi al mestiere dell’indovino. In fondo chi vaticina vorrebbe non azzeccare mai le previsioni che non gli piacciono perché sa che non può influire, se non in minima parte, su esse, ma sa anche che non riuscirà a sottrarsi alla loro influenza. Si realizzino o meno, le vite ne verranno cambiate. La tristezza della notte quasi insonne si è mutata in malinconia e bisogno di silenzio. Anche di stare a guardare senza ragionare.

Non ne parlerò oltre di elezioni, ma mi chiedo come altri vivano il momento, la giornata trascorsa nell’attesa. Non mi interessano i grandi vincitori o gli altrettanto grandi sconfitti, ma chi ha interessi analoghi ai miei e che in qualche modo conosco e che penso come persona concreta, vera, portattrice (non è un refuso ma il fondere l’essere attrice, il suo interpretare e portare questa capacità ad altri) di vita e di passioni. E mi ritorna un senso del relativo che è stanchezza, il mirare la realtà e il passar oltre mescolandola al quotidiano.

Far l’amore la notte della battaglia era un ritornare a sé del guerriero, del rivoluzionario, o anche più modestamente, il bisogno di un presente che cancellasse per un poco il futuro, assieme e infinitamente soli. E in questo pensiero racchiudo ciò che è mancato alla notte.

 

domenica si vota

Con confusione e difficoltà gli italiani arrivano a un appuntamento che dovrebbe definire come saranno governati nei prossimi anni. Premetto che non cercherò di convincere nessuno. Non mi viene, non l’ho mai fatto. Ho le mie idee, discuto, dico per chi voto e poi mi fermo perché credo che votare sia importante e che ognuno debba avere la responsabilità di ciò che fa.

Da molti anni ormai, e precisamente dalla scomparsa dei grandi partiti storici, c’è una progressiva sfiducia in ciò che verrà fatto dalla politica. Un giudizio a priori che include le storie passate e il futuro. Come se questo Paese fosse irriformabile e dovesse andare sempre più giù, in un baratro di privilegi, illegalità, caste, diseguaglianze. Con il cessare di un noi che mettesse assieme, che facesse argine, prima sono diventate più difficili le proteste collettive, poi gli ideali di cambiamento, infine le persone sono state spinte a competere le une contro le altre in una logica di difesa del poco rimasto a disposizione. Così anziché rivendicare i beni comuni, i diritti conquistati, il welfare universalistico, il noi si è sciolto nell’acido dell’io incapace di vedere oltre un vantaggio, una barriera, un futuro personale. Quest’io non è l’identità, ma la debolezza del singolo, la richiesta di un favore che lo riguardi da parte di chi può, la condanna di chi non riesce ad arrivare all’ affermazione personale che coincide con lo stato economico. I poveri crescono nell’indifferenza eppure anche i poveri votano, le donne hanno meno diritti, differenze costanti con gli uomini, sono caricate di pesi che potrebbero essere tolti da politiche della famiglia, ma anche le donne votano. I ceti medi, gli operai, il lavoro in generale è più precario anche per chi ce l’ha, ma anche queste parti della società, votano. I giovani sono i più bistrattati, hanno meno benessere dei loro padri, sono inseriti in una società che per loro considera solo l’attitudine a competere, sono immersi in una precarietà che non cessa praticamente mai, ma anche i giovani votano.

In questi ultimi 20 anni il voto è diventato un modo per protestare, per dare il segnale che questa società e il modo di condurla non andava bene. Scomparse le ideologie, l’attesa di un futuro che fosse la realizzazione degl’ideali personali e collettivi, l’inefficienza del cambiamento si è tradotta in due risposte: o la ricerca del favore, della protezione del potente, oppure il rifiuto aprioristico di un’ aggregazione che fosse per qualcosa. In sostanza i voti sono andati sempre più contro qualcosa e qualcuno. Questo c’era anche nelle ideologie, ma il voto contro un avversario era a favore di qualcosa, mentre ora è semplicemente contro, e basta.

Di fatto si è tolta la caratteristica principale dell’esercizio della cittadinanza ovvero l’essere parte di una comunità che persegue un fine comune. E questo ci si dovrebbe chiedere al momento del voto: quale fine comune sostengo? Quale speranza contiene il mio voto? Il votare e l’essere cittadini sono funzioni che non si esauriscono in un giorno ovvero quello delle votazioni, perché sia l’essere insieme che la realizzazione della speranza continuano nel tempo, e il controllo comporta che vi sia un’attenzione critica costante.

Insomma al noi come lo intendo, serve un’ idea di benessere che coinvolga tutti,  e che questa non sia sottrattiva, ovvero il mio benessere non può essere il malessere di altri che come me hanno aspirazioni e diritti comuni. A mio avviso sono due i diritti che si sono affievoliti in questi anni: quello di un lavoro dignitoso e sano per tutti, quello del diritto a una vita che includa il benessere di tutti e la tutela dei più deboli. Questi diritti che sono il legante egualitario in una società di diversi, di persone che hanno personalità e attese differenti, sono stati oggetto di una progressiva erosione per cui il lavoro è diventato lavoretto, la sanità si sta progressivamente privatizzando, con dieci milioni di persone che ormai non si curano più, mentre le parti più a disagio della società non dispongono di meccanismi di supporto che le aiutino a uscire dalla loro condizione o almeno ne leniscano lo stato. Quindi questi diritti bisogna rafforzare per riportare il noi al centro del voto. E poi esercitare il controllo sulle politiche perché migliorino il benessere collettivo del paese, tutelino la dignità delle persone e la crescita attraverso il lavoro giusto, sano e stabile.

La mia scelta di voto è per un insieme di persone che si sono riproposte di creare una sinistra forte e di governo in Italia, ed è in Liberi e Uguali che mi riconosco, per i programmi che vanno al cuore dei problemi, perché hanno un noi all’interno delle soluzioni e perché questo noi include tutti: quelli che votano per questa lista e quelli che non la votano. È un farsi carico attivo e propositivo del malessere per trasformarlo in benessere. E questa è una speranza vera, un processo che coinvolge e include, che non che lascia per strada ed esclude. Si riparte dall’attuazione dell’articolo tre della Costituzione dove la Repubblica, ovvero chi la governa, dà pari dignità ai cittadini, comunque la pensino e si fa carico di rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che limitano la libertà e l’eguaglianza, il pieno sviluppo della persona umana e la partecipazione effettiva all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.  E questo penso sia il compito di chi governa e che mette un noi condiviso nella propria azione, nelle leggi, nel futuro del Paese. Quindi voto per una speranza che vuol farsi realtà assieme a molti e non un patrimonio di pochi. E in queste settimane ho avuto la sensazione, partecipando alle discussioni, che soggetti nuovi si siano proposti per questa speranza da rendere politica. Donne soprattutto e giovani. Persone che lavorano, che attraversano i problemi di una grande quantità di cittadini in Italia. Persone che si sono avvicinate alla politica senza una storia che venisse da lontano eppure sentendo una spinta forte a dare un contributo, a essere, insieme a tutti, protagonisti. Non ne conoscevo nessuno, eppure vivevamo nella stessa città, per un vecchio arnese della politica, come me, che ha fatto il suo tempo e pensa di rispettare le sue idee dando una mano, è stata una bella sorpresa.

Domenica si vota e si comincia, non contro qualcosa o qualcuno, ma per un futuro che magari non sarà esattamente quello che ho in testa ma che se verrà discusso e condiviso, sarà nuovo, positivo e nuovamente insieme.

primo marzo: ascolto e odo

Rare faville di neve su tetti bianchi. Il caffè l’ho rovesciato. Una tazza intera mentre un biscotto attendeva d’essere inzuppato. La delusione del biscotto meriterebbe Cioran. Come potrei parafrasarlo? Solo nel disfarsi il biscotto trova la sua natura, irrigidito nella cottura eccessiva, come pensiero stantio, si libera nell’intridersi di natura altrui. Ovvero come rendere un’apoteosi la delusione e far dello sciogliersi tra nature una metafora dell’amore. Se l’amore non cambia la sostanza imbibendosi dell’altro, che amore è?

Della vigilia del voto scriverò domani, oggi curo l’anima che non ha vigilie.  Un passo di un’epistola in versi di John Donne

 

Una sospettosa presunzione sta di casa in questo luogo,

e l’avere tante orecchie quanto tutti hanno lingue;

pronti a vedere i torti, lenti ad ammetterli. 

 

indurrebbe al silenzio e a un diverso ascolto: ascolto te oppure ascolto me? Ovvero Ti ascolto per trovare una mia ragione oppure per sentirti entrare con le tue ragioni.

Le ragioni si dovrebbero mischiare come si fa con le carte perché il gioco precedente non si ripeta, ma ogni volta le possibilità facciano il loro lavoro.

Mischiare le ragioni e cogliere i segni e le immagini. Dare un significato alla taroccata vita e fermarsi sui segni per straniarsi dal consueto, dall’apparente.

Posso dire con sicurezza che il caffè versato era peggiore di quello nuovo, ne sono sicuro: era un segno che mi occupassi di me senza distrazione. O forse, romantica presunzione, era un pensiero che scoccato da distante voleva raggiungermi e dirmi qualcosa che dimentico nell’abitudine.  Anche la neve, che continua indolente a cadere, è segno di un guardarsi attorno: non ci si chiude in casa se non per paura, ma si resta a casa per scelta e ci si guarda attorno per vedere come si è.

 

Nel tuo dire esplicito ho trovato tracce d’innumerevoli rintocchi

e l’aprirsi all’amore che, ostentato, era meraviglia e insicurezza, 

il timore che sfuggisse l’attimo 

dileguando in un richiamo importuno,

o che il dubbio prendesse un posto che non era suo. 

Del doman non v’è certezza è l’invito alla pienezza, mia cara, 

e il rigetto di ciò che ha scalato il cielo e poi è caduto

ma ora vola, altro dirà di te.

 

Non ascoltiamo le stesse cose, non leggiamo gli stessi segni, ma ciò non impedisce che nel caffè che si versa io veda un richiamo ad altri caffè non versati, la sequenza di quelli che seguiranno in diversa (versa e diversa hanno la stessa radice che è versus, ossia il part. pass. di vertĕre volgere) e più agevole compagnia.

Non ti curare del senso, che di me io parlo, che ascolto ma odo e si rincorrono le voci  della polifonia di Biber.

Odo la neve, odo il segno d’un tempo che scade se messo nell’abitudine, odo l’accento di una lingua che non è la mia. Odo e ascolto la prima neve di una quasi primavera. 

avrai altro da fare

Ci sono attese che hanno l’ attenzione della punta del coltello.
Non quella furente dell’arma,
ma quella del coltellino che animava le tasche ragazzine.
E la seguo questa punta, come fosse d’altri,
nell’impegno che muove a incidere,
sul legno, un tempo,
e ora nella carne,
attenta a non far male troppo,
come esistesse un troppo nei minuti
o nelle ore
che tranquille scorrono indifferenti
mentre guardo il farsi della distanza immota.

lettera della domenica sera

C’è un po’ di malinconia in ciò che scrivi, anzi è proprio malinconico. Poi mi ha parlato del suo libro, che sta andando bene e che ristamperanno. Tu sai che il mio non verrà ristampato ed è vero che è malinconico, anche se mi pareva, scrivendolo, la malinconia gioiosa di chi racconta un po’ di sé e un po’ quello che è stato, senza rimpianti veri e con la speranza di un futuro che continui la sua storia. Noi non siamo mai cosa, ed è vero che l’ ultima passione offusca le precedenti. Purché sia vera. Con l’età abbiamo bisogno di non raccontarci più balle per non scivolare nell’apatia del tutto uguale.
Così in questa domenica sera, anziché di me e dei miei sogni, ti racconterei la compatta forza del ciliegio che fuori stringe le sue gemme e oscilla alle folate del burian. Ti racconterei il sommesso scorrere del fuoco nel camino, la sua richiesta di attenzione senza fretta, la musica di Bach che non è mai la stessa e che si sposa con l’umore mutandolo. Ti racconterei le mie letture che saltano tra curiosità e passioni e così evidenziano il tempo e la necessità di non subirne la tirannia. Il tempo non può scegliere per noi, è questione di dignità e bisogna ricordarlo.
Forse lo pensava Katherine Anne Porter che guardo in una fotografia in cui è evidente la sua notorietà. Così ti racconto di lei e di come la vedo in una di quelle pose da terza di copertina che usavano gli editori e i fotografi di Life, negli anni ’50, con la luce davanti, il fondo scuro nel bianco e nero che accenna a libri e quadri. C’è un paralume plissettato di color ecrù, le tre luci sono spente, eppure la Porter legge seduta alla scrivania, controluce. Si intuisce una macchina da scrivere nascosta dal foglio che tiene in mano. Altri fogli sono sparsi sul piano, il messaggio che il fotografo vuole trasmettere è quello di un nuovo libro nel suo farsi. Ma è lei che vorrei descriverti. Ha sopracciglia curate e sottili, un viso bello, la fronte troppo ampia per un bianco e nero che la confonde nei capelli biondi. Al collo porta un filo che presumo d’oro, e finisce in un pendaglio. È il triangolo che lascia vedere della sua pelle, il tener per sè e per chi sceglie ciò che la riguarda. Il resto. Oggi si usa meno. Però lei molto dice nei suoi libri, è già famosa e sa di essere brava, si è prestata a questa foto come si presta ai cocktail, alle presentazioni, alle cene ufficiali. È bravissima, tra le grandi scrittrici americane, eppure non può sapere che la sua scrittura sbiadirà sovrastata dal clamore di troppe parole di altre e altri. Posso immaginare un suo sogno che è quello di poter essere normale pur restando ciò che è, ossia una persona che ha un dono speciale: quello di raccontare le vite che non si raccontano. La piega della bocca, appena piccola, rivela un intento senza allegria. È perplessa, adesso deve fare questa foto, ma il pensiero è lontano, incerto tra un futuro che dev’essere creato e un presente a cui non è possibile abbandonarsi. C’è fatica nel dire, e dubbio, e perplessità perché chi scrive è giudicato.
Fuori della posa e della fotografia continuerà a scrivere mettendo un molto di sé, e qui sbaglia chi pensa che ci sia solo ricordo nello scrivere, no, ci sono molte delle vite possibili, quelle che sono state precluse o vissute in parte. E così in ogni grande scrittore, c’è moltissimo di sé, ma sparso ovunque, con la dote di essere più d’uno e mai intero.

Fuori il vento scuote gli alberi con violenza, si infila sotto le porte, i prossimi giorni ci racconteranno i danni e li attribuiranno all’eccezione, mentre sappiamo che non è cosi, ma mutare, come scrivere, costa fatica. Meglio farsi raccontare la realtà che viverla. Anche questo porta malinconia quando ci si rende conto d’essere inermi e volutamente muti. Ignavi, insomma.
Comunque questa storia della malinconia è vera, tienne conto. Che sia una serata buona per entrambi e che i sogni spingano il giorno.

inutili consequenzialità

Avrei a disposizione una poesia dell’attesa, alcuni biscotti poco zuccherati e pieni di passato, una tazza di caffè e una parola a cui girare attorno. O raggirare. Invero fuori c’è dovizia di cose, una luce verticale, umida e netta come la gravità della pioggia, le linee dei coppi sui tetti, finestre assortite e ombre fugaci piene di daffare. Posso aggiungere i rumori tenui e rispettosi del vicolo, le intimità facoltative di sguardi distratti su tende poco chiuse. Un mondo limitato che si apre, che espira e si sofferma stupito nella magia che precede. Cosa? Qual è l’attesa e quale la parola. Nel mettere frasi piccole, descrizioni di azioni asciugate dal troppo, nell’uso discreto delle congiunzioni e delle virgole, si dipana un pensiero. Non è un’armata che a ranghi serrati procede da noi verso il mondo: il vicolo non lo tollererebbe e neppure il corso che lo accoglie sarebbe capace di districare il tumulto dei pensieri, delle sensazioni, dei ricordi, delle attese, dei contenuti, dei desideri e delle delusioni. No, avere un’accalcarsi di immagini non gioverebbe a chi legge, ma neppure a chi scrive. Per queste cose serve una poltrona comoda, la tazza di caffè nero e bollente, e lasciar scorrere il fiume che c’è dentro. Non interessa la piena ma il fluire ordinato. A volte neppure quello. Sono nell’ipotassi o nella paratassi? Se dovessi descrivere le cose che ritmano il giorno meglio sarebbe non perdersi nelle subordinate. Un diario asciugato che scandisce gli appuntamenti, corredandoli di piccole note. Un’impressione, un risultato, un rimando, oppure il nulla di un’ora. Le ore scritte perdono la loro efficacia nello scriversi: chi c’era dietro quell’incontro, cosa c’era attorno, e come ne siamo usciti? In un diario d’inessenzialità come sono gran parte delle nostre giornate, si collocano piaceri senza traccia e doveri sottolineati. Abitudini spensierate, costrizioni che non costruiscono ma tengono assieme come colle che simulano la continuità. Di tutto ciò che riempie ed è daffare, si rischia di restare senza nulla. Di accorgersi che la fine della settimana, o del mese è più un affare di stagioni che di mutamenti che ci riguardano. Eppure c’è una sopravalutazione del mutamento. Si dice che il cambiare spinga verso una felicità che ora non c’è. Si dice eppure si persegue l’immobilità o il cambiare impercettibile che assicuri la persistenza di ciò che si conosce. Dal personale all’impersonale, dall’io al noi procedo, come questo fosse il criterio per riconoscersi eguali. Almeno un  poco, non nell’oggetto, ma nei modi, nell’esperienza che s’assomiglia. Il mio caffè con un biscotto che compro da quando ero ragazzo è l’idea del caffè di tutti, il meditare e il lasciar scorrere la libertà del pensare oppure il distratto assumere la caffeina necessaria alle prossime ore, al prossimo impegno. Fuori nella terrazzetta, battono sulla ringhiera i cd che dovrebbero allontanare i colombi, suonano i piccoli tubi che annunciano le brezze, vortica una girandola. Artefatti tra le erbe che ancora esitano, gli stecchi che forse rifioriranno. Questo è il pensiero segmentato per la paratassi, un seguire le fila che portano da qualche parte, ma quale essa sia non è dato conoscere, però si può goderne. E non è poco.

la colonna sonora era quella che c’è qui sotto, e i versi dell’attesa meglio attenderli.

 

17.53

Erano circa le 17.53 e si preannunciava una serata intensa, ma soprattutto arrivava un tempo pessimo. Quel circa le 17.53 potrebbe far pensare ad una mia mania di esattezza, in realtà era l’ora inesatta del computer che era diversa da quella dell’orologio al polso e ancora diversa da quella della sveglia. Le 17 sono l’ora in cui il pomeriggio diventa sera, il tempo dei poeti che meditano sulla polvere, il tempo della stanchezza dopo il lavoro, il tempo in cui si esce per incontrare qualcuno. È il tempo in cui gli amanti si pensano, le gambe si avviano, le spiagge d’estate si vuotano e chi è in montagna ritorna. È stata autorevolmente sostenuta l’inadeguatezza di quest’ora per cose solenni, per l’inizio di ostilità, per concludere trattati. Alcuni ne hanno ravvisato la funzione di osmosi tra il pomeriggio e la sera, cioè il modo per lasciare che i contenuti utili al prosieguo del giorno possano avere la loro centralità e quindi esprimersi totalmente. È una tesi suggestiva, seppure di scarsa utilità perché pare che non si filtri nulla del tempo e delle giornate ma bensì tutto scorra e se vada per suo conto. Che poi è anche il nostro conto. Comunque gli alberghi ad ore alle 17 registrano una caduta degli arrivi e un crescendo di partenze e questo dovrà pur significare qualcosa. Le circa 17.53 sono nel frattempo diventate le circa 18.04. Altra ora impossibile per chi voglia leggere qualcosa che non sia un quotidiano; a nessuno viene in mente di affrontare un romanzo a quest’ora, però un film al cinema ci potrebbe stare. Sono belli i film alle 18, c’è una fauna di pensionati e di sfaccendieri, cioè persone che non si curano di fare, che amano il cinema o sono semplicemente interessati alle labbra e al corpo della persona a fianco. Sono belli questi film perché ti fanno transitare dalla luce o dalla modesta oscurità della prima sera, alla notte e quando esci sei ancora intriso delle vicende del film e il traffico, le luci, le persone, la stessa coppia che si era dedicata con molta attenzione al benessere specifico, appaiono differenti. È la stessa sensazione che si prova quando si arriva di sera in una città sconosciuta e devi trovare l’albergo, o la casa o almeno un luogo per attendere una coincidenza, e nel frattempo tutto è estraneo, ma al tempo stesso sembra ti debba chiedere qualcosa. In fondo ti chiede chi sei, ma si capisce che non gli importa molto. E a te questa cosa un po’ dispiace perché oltre a non riconoscere ciò che ti sta attorno capisci che non interessi a nessuno. A meno che tu non faccia parte della coppia di cui sopra. Le circa 18.18 sono l’ora perfetta in cui sfumano le possibilità, il film è già iniziato, l’articolo è finito, per la cena è presto, si potrebbe scrivere. O telefonare.  Che bella questa parola ormai in disuso, telefonare, mandare la voce distante, tele fonare. E non solo la voce, musiche, silenzi, perplessità, scoppi di riso e di pianto. Voi vi aspettate che io vi dica che non si telefona più. Ebbene è così, contenti? Mi rendo conto che la prevedibilità non è una buona dote per uno scrittore. L’alcolismo era una buona dote, il feticismo degli oggetti, la capacità di mutare il senso delle parole, la costanza (D’Altavilla? chi era Costanza d’Altavilla, su, rispondi, non consultare Wikipedia. Non hai studiato a suo tempo, eh, e neppure sei siciliano e adesso non recupererai più. Resterai come sei, come ti sei fatto, alle 18.23 di una sera che non promette nulla di buono per il tempo e dovrai decidere se uscire o meno verso noccioline e aperitivo. Ma leggiti qualcosa su Costanza d’Altavilla, la madre di Federico II e ti sembrerà un romanzo, anche perché dove trovi misteri a josa, colpi di scena e una gravidanza a 40 anni con un marito di cui si dubitavano le doti segrete nel talamo?). Dopo una parentesi così, con pure il talamo in mezzo, si sono superate le 18.32. Circa. Fuori è notte. Fa freddo. Sta arrivando il burian, vento freddissimo siberiano che polverizza la neve in cristalli e la lancia sui visi attoniti di tanto cambiamento climatico. Ma non doveva essere caldo tutto l’anno? E invece il marito della buriana ovvero la tempesta che improvvisa prende le vele, le squarcia, scuote le finestre e le porte delle case, le irrora di acqua gelida, piega gli alberi, si annuncia per folate che sollevano e avvolgono senza alcun bene né rispetto, sta arrivando. La buriana che portò l’inverno del ’29, ma anche quello del ’96, corre verso questo lago che ci ostiniamo a chiamare mare, sta correndo contro le ore, contro le correnti caldo umide dell’Africa, che noi amiamo molto in inverno e nelle stagioni di mezzo, mentre pare che molti amino solo il caldo ma non amino i profughi dall’Africa. Ma come, preferiresti solo i lupi siberiani, allora? Prendi l’uno e anche l’altro, si compensano e non preoccuparti che poi se ne vanno perché in fondo qui si sta bene ma solo se ne hai i mezzi per star bene altrimenti stai male come dappertutto. Intanto la buriana sta correndo perché qualcuno le ha aperto la porta e questo è il cambiamento climatico. E così mentre attendo che arrivi il suo preannuncio, leggo, guardo il buio, conto le luci delle case vicine, vedo preparare le prime cene e rimando l’uscire a un tra poco. Quando saranno circa le 20, e allora, forse, il burian sarà giunto o forse no, ma intanto guarderò chi esce dal cinema vicino, vedrò le loro facce sorprese, mi godrò lo spaesamento che ben conosco e l’affrettarsi verso una casa, una pizzeria, un letto. Tutto questo per un moto e un essere presi che è stato trattenuto dentro a un cinema, in una vicenda che non c’entra adesso e spaesa. E allora… Qui ci dovrebbe essere una morale o una fine, oppure un riassunto circolare di ciò che è accaduto. Resta alla fantasia di chi scrive concludere o meno, e questo non è magari un modo per instillare un dubbio, mettere una piccola certezza, farsi una domanda? Sono circa le 18.45, tutto deve accadere nelle vostre vite, guardatevi attorno. E guardatevi dentro, se ne avete il coraggio.

io sono l’aria

Io sono l’ aria,
immateria qualcuno mi dice,
e mentre m’ ignora,
altrove cerca sostanza.
Eppure m’ insinuo, e colmo silente,
mostro il colore, lo muto,
spargo il profumo,
delle stagioni racconto,
ma d’ un mistero mi glorio,
nel mentre sorreggo: senza me non c’è grazia nel volo,
muto della corsa il sapore,
e persino d’un luogo non resta il ricordo.
Pensa che nel costruire dove tornare,
ognuno tiene me nel ricordo e cerca la forza sicura d’ un cielo:
sono ciò che non pesa e fa la mente volare.

tra soli e solitari

In quell’egoismo che stentiamo a riconoscere, a volte, non c’è chi vorremmo ci aiutasse con la presenza. Bisognerebbe ricordare che lo stesso facciamo noi quando riconosciamo una richiesta di aiuto e ci schermiamo per una qualche impossibilità. Non è cattiveria e neppure indifferenza, è che l’umano che c’è in noi ha un contatore che dice che non ce la fai. Forse è quel limite strano che tutti quelli che santi non sono attribuiscono agli altri e chiamano egoismo. Oppure è uuna incapacità di essere sempre troppo fuori di te. O ancora, più semplicemente, è un limite. Abbiamo limiti e dovremmo accettarli, in noi e negli altri. 

Dovremmo ricordarcene quando una risposta non è come la vorremmo perché conosciamo cosa significa essere soli e rendere più soli.

Dovremmo esserne coscienti, quando ci pare d’essere trascurati, che se non c’è stata risposta, un qualche motivo ci sarà pure ma noi non lo sappiamo perché è difficile dirlo. 

Non ci basta, quando si sta male è l’aiuto che conta, non la giustificazione della sua assenza. E allora anche il dolore di un’assenza  dev’essere accettato, un dirsi: non sei come ti vorrei, ma ci sei.

Tutto complicato e difficile perché si svolge in quella terra piena di trabocchetti e di solitudine non cercata che si chiama bisogno d’amore. E nessuno, neppure i solitari, quelli che scelgono di stare per loro conto prescindono da questo bisogno. Certo un solitario è più portato a cercare in sé risposte, ma anche lui cerca un’anima con cui parlare, un dire che non si ferma alle parole e ai silenzi.

Questo riguarda tutti e non c’è maggiore solitudine di quella che non riesce a dire, che ha una particella di sé da mettere altrove e non trova il luogo. Poi c’è chi si accontenta, chi attende che passi, chi seppellisce sotto coltri di momentaneo altrove il bisogno, ma questo è lì, pronto a chiedere e i conti si fanno con la solitudine più sola, quella che il poeta chiama con atroce gentilezza il cuore del mondo, ma è anche un fuoco che si spegne prima di una partenza, un treno che s’allontana, un guardare uno schermo che non s’illumina, questo è il cuore limaccioso dell’assenza.

 

apolidismo spicciolo

 

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Camminare, ancora camminare, per percorsi circolari perché sempre si torna, perché sempre c’è un’ora in cui le cose si invertono, perché perdersi è l’orlo della follia, l’emergere dell’insicurezza di sé. E noi abbiamo bisogno di sapere chi siamo, che poi è dove siamo e che ora è del giorno, in che mondo viviamo. A questo servono i notiziari, i giornali, a dare conto della sicurezza che il nostro mondo esiste, che ha nefandezze evidenti ed eroismi nascosti. Abbiamo bisogno di concludere che la realtà è quasi fuori dalla nostra portata decisionale ma non del tutto e che muta con noi. Guardiamo il mondo dietro una vetrina e pensiamo che qualcosa passi con lo sguardo dall’altra parte. Almeno finché sappiamo dove siamo. Sapersi è confinare il pericolo e la sua paura, dare un posto tranquillo a noi e una possibilità all’amore e al suo bisogno.

Le vite, penso, sono un ancestrale controllo dell’insicurezza ed è così rara la libertà di perdersi perché in essa c’è la follia oppure un fidarsi estremo di sé.
Cammino in fretta tra le luci di un san Valentino municipale, luci in attesa d’essere smontate. Mai come quest’ anno l’amministrazione cittadina è stata prodiga di luce, forse a raccontare che è cambiato qualcosa di profondo, che una nuova stagione viene e muta la città, e con essa i rapporti tra le persone. Più luce e più festa, più condivisione e maggiore crescita assieme. Naturalmente non è così, ma sembra il messaggio che i nuovi amministratori ci provano e pur mettendo assieme desideri e pregiudizi diversi, molte parole ripetute e fatti incipienti, mescolano la volontà con il tempo che corre per suo conto. Una sorta di esorcismo e così flussi negativi devieranno fuori da questo territorio che vuole star meglio. Come in una città medievale ci si chiude in una realtà ristretta, la città è cinta da lunghe mura e ciò che minaccia scivolerà all’esterno. In quella luce di festa residua si può guardare con fiducia al presente e al futuro. E creare il nuovo nella luce dove non c’ è nulla da nascondere non è forse la cosa più bella che si può regalare alla consapevolezza? Oppure non è così (penso) e tutta quella luce serve a distrarre da ciò che si annida nell’ombra?
Segni ovunque, incuria e comunicazione, leggo simboli e li rivesto di significati impropri. Che m’assomigliano (penso), sono loro che si sono assunti il compito di parlare ben oltre l’ evidenza.

Mi viene da ridere perché ciò che pensavo non era la realtà ma un desiderio e se con i desideri si costruisce il mondo, io di desideri ne ho pochi, poche passioni e molta stanchezza. Non fisica, o almeno non cosi pronunciata da impedire di fare ciò che voglio, ma stanchezza di una lotta infinita. Penso al lottatore cosparso d’ olio che a metà incontro vede sia l’ avversario che il tempo senza limite che sta innanzi e viene preso dal dubbio su di sé, sulla sua forza, sulla capacità di resistere. E si chiede ragione di tutto quello sforzo, della fatica immane che l’aspetta. La vittoria si allontana e la sconfitta si aggettiva nell’ onorevolezza. Perdere con onore, sì va bene, ma vincere ha un altro significato. Combattiamo per una causa giusta e vinceremo. Parole ormai antiche a cui bisogna aggiungere il tempo: non importa quanto ci metteremo, cambieremo il mondo in meglio, lo renderemo più giusto, più eguale, più umano.

E vincere è tirare una linea che distacca dal passato, che diventa definitiva perché poi si può anche cadere. Le acquisizioni non sono per sempre, però è la vittoria che porta avanti. E nel momento della stanchezza bisogna attingere a risorse nascoste, credere nelle proprie capacità di influenzare il corso degli eventi. Questo è il mio stato (penso), ma sono stanco.
Camminando i pensieri si quietano, si ordinano. Come il respiro hanno un ritmo. Dickens, ha raccontato bene la solitudine e in più, preveggendo, ha capito anche la solitudine del possesso e del lavoro che rapina su chi ha bisogno. Quando parla sullo spirito degli anni già stati legge il peso del non fatto. Il passato è ciò che non siamo stati, anche, soprattutto, ma c’è la possibile speranza dell’uscirne vedendo gli altri come sono, non come avversari o ombre. Quante solitudini ho confrontato con la mia, e sapevo che non erano confrontabili perché nessuno sente allo stesso modo ma al tempo stesso c’è sempre la speranza di mettere assieme un desiderio, un ideale, un modo di vedere sé e il mondo. Ero giovane e vedevo che attorno si disseminavano donne e uomini che la società espelleva come disturbanti, persone che si ubriacavano per dimenticare, che usavano tutto quello che avevano a disposizione per accentuare una differenza, come a dire: se non ce la faccio a essere come voi, guardatemi pure come posso peggiorare.

Quelli che nascondevano sotto patine di normalità e perbenismo questo stordirsi di percezione erano i peggiori, facevano finta e stavano mentendo a se stessi oltreché agli altri. L’ ho fatto anch’ io (penso), con moderazione, ma l’ho fatto. Mi sono stordito di speranza, di possibilità di mutare me stesso e il mondo e poi col tempo ho capito che cambiarsi era una faccenda lenta e complicata che includeva molto di più che l’accogliersi e l’evolvere assieme. Era più facile essere qualcosa di adeguato subito, ma se non ti viene che fai? L’adeguatezza è un criterio che viene esaltato, che premia immediatamente e per essere tale deve includere anche la diversità, ma compatibile. Non è questione di educazione, di regole di convivenza ma proprio di conformità. Anche l’individuale deve essere ricompreso in un infinito bon ton dove solo ai geni è consentita la diversità più accentuata, ma bisogna essere geni.

Funziona così in politica, nell’economia, nei rapporti sociali e mi chiedo che fine abbiano fatto i devianti conosciuti. Quelli che si ubriacavano per solitudine le notti di tutte le vigilie d’una festa, quelli che studiavano con me ed erano scappati via, chi avanti, chi nella droga, chi nella follia, ma anche quelli fuggiti dall’Italia perché già allora non c’era una buona aria per i diversi. E di quelli che non ce l’avevano fatta ho ricordo? Si erano persi, scegliendolo, qualcuno l’avevo pure incontrato nel lavoro, dopo anni, ricoverato in luoghi che assicuravano la sicurezza che dentro non erano riusciti a mettere assieme.

Si scrive una lettera mettendoti alla fine? Perché questa è una lettera e tu lo sai. Tu che hai collezionato una bella serie di sconfitte diverse e simili alle mie non me le racconterai mai. Sei distante, magari giudichi inutile il ricordare e forse pure il vedere questa realtà che costruiamo noi pian piano in posti diversi. La realtà siamo noi, mi ha detto un’amica, ed è vero, siamo una casa sull’acqua. Una palafitta. Sotto scorre il mondo che ci riguarda solo quando esonda, quando trasuda dal pavimento su cui camminiamo e la realtà è questo attorno che è fatto di difese. Un tempo, prima di partire, hai abbassato le armi: mi hai detto che la vita era altrove e sorridevi di questa avventura che si apriva. Poi il buio tra notizie frammentarie, una cartolina, le mie respinte per il mittente sconosciuto. Diventiamo sconosciuti per scelta, per arroganza, per autosufficienza o per incuria. Meglio l’ultima anche se non fa bene e fa capire chi è passato sotto nel crivello dell’importanza.

Ci stai ancora con qualcuna? Oppure sei un solitario, che inquieto cerca giovinezze impossibili? Sei stanco di praterie e di città, di campus e di conversazioni al bordo dei barbeque?  Magari nelle conversazioni usi ancora i luoghi comuni che abbiamo condiviso, stupirai e spiegherai, traducendoli nella tua lingua, che sarà pur matrigna ma che in fondo ti ha dato molto di più di quello che trovavi qui. E sei ancora diverso o ti sei bruciato il cervello in qualche solitudine nuova dal sapore antico? Ieri sera ho visto un programma che ha fatto mio figlio su San Remo, c’erano canzoni che abbiamo vissuto assieme. Ho pensato che le canzoni parlano molto di noi e che non avere più coscienze critiche e canzoni che narrano la realtà ci costringe a confrontarci solo con la nostra. Le tue canzoni, dopo, sono state diverse e le mie sono scivolate nella musica antica. Lo sai che la nostra epoca assomiglia al 1600 per insicurezze, false notizie ed efferatezze? Ma in fondo è solo un modo per cercare similitudini a quello che non assomiglia e quando ci si trova dopo tanto tempo, non si sa di che parlare oltre la curiosità di capire dove sta l’altro. Questo è un paese per vecchi, ma tu lo sapevi già da giovane, questa era la tua diversità che si accettava con fatica.

Non sapere nulla mette tutto il possibile, ma mi hanno parlato di te, dell’agiatezza e della precarietà, dell’ultima volta in cui, per caso, hai parlato di te e di noi. Era tempo fa, in un luogo che non è luogo. In italiano apolide.