controluce

Sono quasi le nove di sera, la vetrina è buia. È una bottega piccola, con poche cose, alcune curiose, altre belle, tutte di gusto e a prezzi convenienti. Nel fondo della stanzetta, c’è una macchina da cucire e una lampada accesa: una donna con i capelli raccolti ha un’aureola di luce, mentre cuce un vestito rosso. Il controluce tiene il viso in ombra e manda riflessi sui vetri soffiati, sui piccoli tappeti appesi, sugli orecchini e le collane di oro rosso.

Si accorge che la osservo, mi invita ad entrare. Le dico il motivo dell’insistenza dello sguardo e sorride: anche mia madre era sarta, mi dice. E così mi commuovo perché è la memoria di un altro viso in controluce a mischiare il tempo. Perché nel cucire c’era una cura che vorrei raccontarle e invece la voce accenna, si rompe. Invecchiando i ricordi, a volte, diventano prepotenti e dolci e allora troppo resta dentro travolto dall’emozione. Credo sia perché c’è uno scontro d’ amore: quello di allora e quello di adesso e sembra che il nostro cuore sia troppo piccolo per contenere entrambi.

La saluto e le dico che tornerò, mi sorride. E così basta.

l’ultima settimana di agosto

L’ultima settimana di agosto mutava l’umore, la spiaggia si svuotava degli amici di scorribande; anche la casa dove soggiornavamo, vedeva partire famiglie e ragazzi. Arrivavano gli inquilini di settembre. Anziani (così mi pareva allora) che amavano alzarsi presto, fare lunghe passeggiate per prendere l’aria e lo jodio, tendenzialmente nervosi per le nostre urla soffocate, per le piccole corse nei corridoi: persino lo scalpiccio sembrava dar fastidio. Per niente simpatici, sin dai convenevoli iniziali, con le caramella alla menta e le osservazioni sulla nostra crescita. Quando arrivavano loro era finita, subentrava un senso di straniamento verso il luogo e la vacanza stessa. Avvertivo lo scivolare ineluttabile dei giorni verso il ritorno e uno strano desiderio dei giochi di casa, come se la vacanza mi avesse colmato di tutto ciò che poteva dare ed ora stancamente, si ripetesse senza convinzione. C’era il mare, i bagni infiniti di richiami, il sole un po’ meno caldo, la sabbia che non scottava più come a fine luglio. E le ombre erano più lunghe, le sere meno luminose per cui tornare per cena metteva una leggera malinconia. Era un attendere qualcosa che non preannunciava nulla di esaltante, ma piuttosto un sentirsi svuotare senza potersi opporre. Meglio tornare. Sapevamo che ci sarebbe stato il rito dei libri nuovi da ricoprire, dei quaderni, del profumo d’inchiostro e del legno di cedro delle matite, tutto da sniffare nella cartoleria vicina a casa. E si sarebbero riallacciati i legami con gli amici di città, racconti di vacanze da infiorettare di avventure e qualche piccola scorribanda per saggiare le vecchie complicità. L’abbronzatura si sarebbe lentamente dissolta in un cedere alle lenzuola strati di pelle bruna. Diventavo scurissimo, c’era solo la traccia del costumino che spiccava e neppure quella era bianca perché, per scherzo, facevamo i naturisti tra le dune. Poi tutto sarebbe stato archiviato nel ricordo: estate del … e si sarebbe sovrapposto, salvo gli eventi eccezionali, alle altre estati.

Di quella settimana conclusiva sento ancora il suo sospendersi e mutare, come fosse un attimo senza tempo prima di una picchiata verso qualcosa che semplicemente pareva ed era dovuto. E lì ho appreso il gusto difficile del mutare che abbiamo dentro e che si manifesta quando non è ancora definito il cambiamento. Potrei dire che era l’attesa che prendeva fisionomia, che pian piano acquistava modalità d’esperienza e diventava parte di me. Ma non avevo ancora a disposizione la pazienza, il gusto dell’attendere lento, e questo farsi era così confuso e dolce che semplicemente mi ascoltavo crescere. E vivere. Ma questo l’avrei capito poi.

l’infanzia del limite

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Tutto si poteva riassumere nella sensazione di una definitività accessibile. Un assoluto che non aveva bisogno di nome, ma era lì, a disposizione, per essere capito, investigato, fatto proprio. Definitivamente.

E attorno c’erano piccole cose che tiravano via, urgenze false e fastidiose che volevano rimandare l’accesso a quella soglia di comprensione profonda. Ma a ben guardare, erano loro che acuivano la sensibilità e l’urgenza e rendevano netta la sensazione di scelta: si sarebbe perduto qualcosa di importante eppure sconosciuto oppure lo si sarebbe avuto poi, chissà quando, nonostante quelle forze che volevano posporre, strappar via e portavano il pensiero nella banalità del necessario. E non era forse più necessario il conquistare l’inutile piuttosto che perseguire la facilità beota dell’utile? Tra questi pensieri, intanto, il tempo scorreva e si restringeva, anch’esso preso da una scelta era attento ad un proprio tornaconto, e di fatto s’alleava con l’utile.

Nulla meglio della clessidra rappresenta la lotta e l’estraneità della necessità nel tempo. L’assottigliarsi della sabbia o dell’acqua nell’ampolla superiore, toglie l’idea malsana degli orologi che sembrano avere una riserva inesauribile di circonferenze da percorrere. Tutte uguali, tutte con le stesse distanze d’arco circolare, in fondo tutte prevedibili nel dire quanto manca alla prossima. La clessidra invece, mostra un tempo che, pur costante, diviene più rarefatto e veloce nello scorrer via. Il nostro sguardo e il pensiero lo mette in relazione al volume disponibile di sabbia o acqua che si svuota e così esso dà misura del nostro perenne ritardo rispetto all’assoluto.

Il filo di sabbia o le gocce d’acqua che scendono mostrano che c’è un’indifferenza rispetto al ritardo del nostro fluire, guardiamo a quel volume disponibile di libero arbitrio e il tempo sembra dire: fa ciò che vuoi, ma attento… E se ripieghiamo sull’utile, ne viene un’influenza cupa di scelte mancate o costrette, che ci rende irrimediabilmente in colpa verso ciò che doveva accadere e non è ancora accaduto. Per questo l’avvicinarsi al limite dell’intuizione profonda e il tempo dell’utile acuiscono le sensibilità e rendono definitiva la scelta: possiamo essere, forse, consapevoli di qualcosa mai intuito prima oppure lasciar perdere, rassegnandoci alla necessità. La scoperta, insomma, fa i conti con quel fluire dell’utile che rende precario il superfluo del nuovo e ci consegna al grigio della prevedibilità. Non avventurarsi nel limite ci rende poveri e puntuali, e toglie la differenza che solo nell’esplorazione dell’eccezione ci rende unici.

In questo confine così affascinante e pertanto pericoloso, tra necessità (presunta) e superfluo (utile a sé), si trova l’amore per quella parte incredibile (ciò che è credibile lo conosciamo, è ciò che ci meraviglia che è incredibile e sconosciuto) che ciascuno contiene e mortifica. E insieme ad essa, la libertà del disporre di sé, del non essere prigionieri della necessità, del poter dare consistenza a ciò che nessun altro può capire meglio di noi, perché ci riguarda in senso assoluto, perché questa è una geologica interiore forza che può crescere una montagna, eruttare un vulcano, piegare dolcemente un fiume e prosciugare un mare per ricrearlo altrove. È questa la manifestazione di noi che riconosciamo il chi ci ama e che vede dentro e oltre noi: è l’amore e il sogno che conteniamo, che urge e vuole diventare materia, noi, insomma, che dopo averci compreso non saremo più uguali. Ecco perché nel limite troviamo amore, ecco perché in esso ciò che era ritardo non lo è più e siamo altri da prima. Con altro tempo con cui rapportarci. Non è forse questo il senso del cambiamento che riapre le vite?

 

c’è un tempo

c’è un tempo che non ho voluto,                                                                                                         era libeccio, venuto in faccia, 
inatteso, alito caldo,
  e non c’era luogo,
né ora,
per farsi offendere,
per farsi consumare:
   non avevo viso da farmi accarezzare.
In quel tempo mi son perso,
in quel tempo ritrovato,
è bastato poi un fiammifero 
e un mondo ch’era torbido
improvviso s’è schiarito.
Potrei parlarti delle dita,
d’un fiammifero consumato,
    ma quel tempo non m’apparteneva
mi è stato regalato.

    Il tempo ci trova, ci segue e sorride.

A suo modo, sorride.

allure

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Queste strade medievali sono gole di montagna, tengono luce, odori, uomini, tutto stretto e frammisto alle pietre, ai balconi, alle porte, a quel taglio di cielo che sembra sopra, lontanissimo, ma oltre ogni nube, azzurro. E alla fine ci si riconosce, prima che per i volti, per una allure comune che non c’è altrove. Questo è un senso di vicinanza lieve. Cittadina e da borgo, assieme. Sotto il portico d’una casa importante, del ‘500, c’è una delle poche pescherie della città. Già di primissima mattina i banchi di marmo inclinato, si riempiono di pesci che vengono da Chioggia, Porto Levante, Codigoro, Caorle, poi verso le 11, cominciano ad arrostire e friggere, perché il pesce c’è chi lo vuole vivo, o quasi e chi lo vuole cotto. E stamattina l’odore delle sarde, dei calamari, dei totani, delle schie, degli scampi, delle rade e preziose moeche, invadeva la strada. Veniva spinto ad ondate, ben oltre la pescheria, dal movimento delle poche auto, dalle bici, e soprattutto, dai passanti che pareva volessero uscire dal profumo di fritto e però rallentavano annusando. Chissà cosa pensavano le teste che già erano nella zona dell’appetito, della crisi ipoglicemica di tarda mattina. Fame non era, qui non c’è fame, mai, però appetito, quello sì. E salivazione accelerata che ferma i discorsi e rallenta il passo, perché si associa, si pensa al pranzo, a ciò che lo accompagna. E non era finita la festa perché bastava fare pochi passi e il forno, pochi metri più in là, cambiava la mappa del senso, con ondate di profumo di sfilatini croccanti appena sfornati, di paciose pagnotte, di morbide mantovane, teneri ferraresi, e di dolci : crostate quasi casalinghe, con marmellate dense dai colori scuri, spumiglie colorate, fugazze da vino, e ancora, prosciutto appena affettato pronto a finire nella morbida croccantezza di un panino già tagliato. Insomma un insieme che annullava il fritto precedente e confondeva definitivamente l’aria. Ti prendeva per mano e ti accompagnava nella gloria del bar all’angolo dove il caffè cedeva il posto, vista l’ora, all’aperitivo, agli sguardi lunghi delle coppie sedute, alle chiacchiere al banco, ai salatini distratti, al guardare l’orologio per accorgersi che era quasi ora di pranzo.

Questa è l’allure, il fascino che diventa profumo per quei mitocondri che s’annodano da qualche parte del cervello e che rendono un posto, luogo, casa e ricordo. L’inconcepibile essenza che altrove non sarà uguale e che allora, con moderazione, diventerà nostalgia. Leggerissima nostalgia per un ritorno ipotizzato, a volte impossibile, se si è lontani, e che consentirà di non essere mai definitivamente sopraffatti dal presente perché c’è un’allure che è nostalgia di un luogo, di un profumo, di un suono, in cui abbiamo sentito diversamente. Proustianamente felici d’una piccolissima assenza e infelicità.

p.s. in questa strada ci sono nato e quindi la conosco bene. E distinguo il ricordo dall’adesso. L’adesso è ancora questa atmosfera particolare che si realizza con ingredienti nuovi. E questo mi fa un po’ felice di una vitalità che resterà in altri ricordi e appartenenze.

di te conservo

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Di te conservo un prato enorme che finiva nella pietra,. rasati entrambi per cura di frequentazione e decoro d’amministratori. Perché questa è la cura che metteranno nel cuore dei problemi immani e futuri.

Di te conservo la luce radente che il tramonto regala agli occhi e toglie al cuore. Una luce che puzza di addio, di distacco, di greto di fiume in città, di acqua già morta nel guizzare d’inutili pesci, di cose abbandonate anzitempo da un sé voglioso di nuovo. Eppure è una luce che allunga le dita, indora le cose, le maneggia e le arrossa. Una luce che ha il sospiro freddo del monte e il caldo della terra. Una luce che conserva negli occhi, che riordina gli steli del prato, che affretta le persone a raccogliersi. Una luce ambivalente che contiene immatura la sua fine eppure riluce, riflette.

Di te conservo quella luce che è l’ora in cui si immagina, quando il possibile s’affaccia, il sorriso è ancora dentro, quando la sera non preannuncia la notte, e le cose diventano inutili a mascherare i sentimenti.

Di te conservo il dettaglio della voce allora, già fresca di scuro, , la e che si allarga e la i che s’appuntisce,, il sorriso nervoso di tempo, che sfugge, sfugge,. e consapevole s’incrina.

Di te conservo la folla attorno già pronta ad andare eppure seduta, allungata, discorrente e intenta, inefficiente nelle felicità, distratta fintamente al suo afflosciarsi, esattamente come chi serviva ad esempio,. E il tempo s’affloscia nella luce, lo sapevi? S’affloscia e s’oscura di desideri mancati, di possibili spenti, di baci, di sudori, di corpi scongiunti, di esiti scongiurati, di doveri assolti.

Ci insegnano il congiuntivo e non il disgiuntivo, forse per pudore, nella memoria d’un personale dolore che non è lecito insegnare e allora si lascia fare alla vita. Ed è una vigliaccheria che s’aggiunge, un coraggio tolto agli eventi, un finto malcelato dovere che puzza di tutte le sacristie del mondo credente e ateo, una ignavia che si ripete.

E così ti conservo al margine d’ogni verde, d’ogni riflesso, d’ogni pietra che riluce. E non importa che non sia tu che vieni alla mente perché comunque coincidi. Come coincide il mare con il suo moto e l’immobilità del suo abisso,. come coincide ogni meriggio nella luce che allunga con l’ombra priva di luce,. come diviene ogni angolo in cui la polvere trova rifugio senza diventarne morbida parte.. E io penso che tu sia questo sentire che è forte e non ha più sembianza, ma è te ogni volta che cala il giorno. Ed è assenza che si fa presenza, vuoto che si riempie, coppa che spande, sguardo che si perde e ritorna, fatica e rifugio. Sì rifugio d’un passato distillato in senso,. solo senso come ambra che contiene qualcosa che visse e di essa riluce e vuole contatto di pelle e se s’avvicina al fuoco, brucia. E per questo si cura, perché nel bruciare non ciò che visse ma noi saremmo consumati. Definitivamente.

p.s. la punteggiatura incespica volutamente e cammina, essa sì per suo conto.

gennaio

Lo immagino la mattina di capodanno. Col cappotto lungo e la lobbia grigio scura messa un po’ sulle tre quarti. La sciarpa chiara, il sorriso che si accenna appena. L’ho colto nascosto negli occhi quando ci parlavamo, segno d’una ironia che non l’ha mai abbandonato. Eppure la vita non è stata tenera con lui, chissà come l’ha elaborata, fatta propria tra necessità e volontà. Torniamo alla mattina di capodanno. È tornato tardi e ha dormito ben oltre gli orari consueti. L’ha svegliato sua mamma col caffè. Era una consuetudine di casa che ho conosciuto bene, chi si svegliava per primo preparava il caffè per sé e gli altri. Si è alzato con calma, si è vestito con cura. In una fotografia ha la sciarpa allungata sul cappotto aperto. Si è messo una camicia bianca e una cravatta scura intonata al principe di Galles. Ama quella stoffa, il colore chiaro e le sue geometrie, la morbidezza della lana fine. Presto uscirà per incontrare gli amici, intanto parla con sua madre. È magro, mangia senza ingordigia, assapora, beve poco. Per raggiungere la piazza dell’incontro percorre strade che, pur molto mutate, percorro e amo da sempre. Si troveranno davanti a un caffè che esiste ancora e poi cominceranno a parlare e scherzare. Sono pochi e giovani, non amano le grandi compagnie, hanno fidanzate che andranno a trovare nel pomeriggio, lavori molto diversi, ma tutti in città. Si sono conosciuti per affinità e luoghi di crescita. Capisco che di quel mondo si è persa memoria perché non ho traccia di abitudini se non in qualche parola che riemerge e che non ha un oggetto tangibile da descrivere. Però ho percezione di quel mondo attraverso qualche vecchia fotografia. Devo stare attento perché quelle immagini sono statiche nell’apparenza, bloccano un momento, cosicché devo intuire ciò che sta sotto, metterlo assieme agli indizi che si sono accumulati nell’esperienza di vivere senza troppi ricordi espliciti. 

La giornata è particolare e con un aperitivo scherzano e parlano del presente e del futuro, c’è la speranza di tempi buoni, comunque migliori. Hanno un lavoro, lui un amore. Gli anni sono sconosciuti ed esplorabili, ricchi di fascino, impervi alla fretta e piegati dalla tenacia. Ha bellezza attorno e in sé e molta voglia di vivere. Pazienza e responsabilità, possiede entrambe e non teme la fatica.

Mi piace pensarlo così,  nel suo sorriso accennato, nel cappello che alza con due dita e da cui sfuggono i capelli chiari e fini che si intravvedono sulla nuca, sopra la sciarpa. Lo penso nei tratti delicati del viso e nelle mani belle e proporzionate, che non gesticolano ma che accompagnano le parole che aprono l’anno. È giovane, pensa che è bello vivere e questo gli muove il sorriso.

dormire sottocoperta

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Caro Cavaliere,

il tempo passa, o almeno passa quello cronologico che, come ci ricordavano i greci, divora cio che crea. Non passa il tempo delle occasioni, il kairos, ma quella è un’altra storia.

In fondo pur misurando le nostre vite su anni passati e attese future, di ciò che facciamo vorremmo restasse memoria. È il passato, il già fatto. Hai mai pensato che il passato è a suo modo un succedaneo dell’ immortalita, a noi concesso assieme ai figli,  e alla memoria per pensare che siamo e nulla finisce mai davvero, ma tutto inizia sempre. Però le vite che divaricano costantemente da noi, dai nostri desideri, ci raccontano altro, fatichiamo a tenere una loro oscura coerenza, e questa fatica è il presente e il futuro.

Possiamo conservare un’alta considerazione degli altri (cosa assai difficile) ma con noi stessi non bariamo. Parecchi anni or sono, questi giorni li usavo per riflettere sul tempo, quello passato e quello futuro, facevo il punto sulle cose fatte, quelle da fare, i propositi di mutamento, lo star bene da perseguire. Questo contraddiceva i fatti: a fine anno si lavorava di piu, c’era una specie di eroismo sciocco nel lavorare quando gli altri erano in festa. Ci misi tempo ad accorgermi che non avevo nulla da dimostrare e che non serviva essere riconosciuti come sempre disponibili, che era un esercizio perverso di conformismo a un ruolo.

Te ne parlo perche allora cominciai a rovesciare parametri, avrei dovuto rovesciare tavoli e invece pensai che eravamo noi da cambiare prima di quello che stava attorno. Il tempo sembrava passato e comunque fuggente, sapevo che non sarebbe mai finita questa impresa, e neppure riconosciuta da altri che noi stessi, ma ne valeva la pena. Non c’è nulla di elegiaco in tutto ciò, nelle vite ci stanno molti successi noti solo a noi e molti fallimenti che vengono percepiti in modo diverso. Dipende, in fondo è un nostro segreto. Magari si capisce che essendo altri forse si sarebbe stati migliori, ma di sicuro si sarebbe stati diversi. Ed essere diversi era un violentare le possibilita, cambiare era una faccenda nostra.  Se ci conformavamo a noi stessi, ci sarebbero state molte difficoltà, e qualche felicita immotivata, inattesa e possibile, ma conformarsi agli altri era una violenza e comportava comunque l’infelicita e l’estraniamento da sé.

Nei molti mestieri che ho fatto ho trovato soluzioni economiche al vivere, in cio che non era mestiere ho trovato la soddisfazione d’essere vivo. Credo che questo sentire sia molto diffuso, che praticare la propria diversita trovando una misura di se stessi, sia un lusso che ci si deve permettere. È una fatica, ma ne vale la pena, anche se comunicarlo nella sua preziosita è difficile, sembra un esercizio vano se non viene colto nella dimensione vera che ci riguarda. Credo che questa incomunicabilita e la ricerca d’elezione di chi puo capire sia un tratto dell’età. Una solitudine accettata.

Non è strano, ma un po’ singolare che tu abbia fatto studi che in una certa misura ho fatto anch’io, che tu abbia praticato, e pratichi, un mestiere che ho fatto anch’io. E pure mi piaceva. Poi le congiuzioni astrali che noi adeguatamente manipoliamo hanno deciso diversamente. Non mi spiace, anzi, devo confessare che sono responsabile di ogni cosa che mi riguardi. Cosi ho imparato che c’è molta soddisfazione nel tentare qualcosa di nuovo piuttosto che praticare la sicurezza del conosciuto. Era un modo come un altro per dedicarsi all’ inutile e vedere se esso era proprio tale. Questa potrebbe essere una delle definizioni della speranza, non credi? Come trarre una rispondenza a se da cio che non è importante come economico ma come pensiero, idea da seguire. Credo sia per questo che non faccio piu bilanci, stabilisco obbiettivi, perché la speranza non li tollera, li considera delle gabbie, non guarda al passato perché numerare ciò che non è  andato sovrasta sempre quello che si è realizzato. E questo paralizza, impoverisce. So che non è il tuo caso, che utilizzi cio che sai per aggiungere conoscenza, ma credimi, apprendere non ha un buon oroscopo da tempo, si preferisce cio che è finalizzato, ci si specializza restringendo il campo perche questo è cio che serve. Apprendere l’apparentemente inutile per il piacere di farlo è cosa da sognatori, da romantici perditempo.

Strano, le grandi intuizioni vengono spesso da una conoscenza diffusa, da un saper vedere il lato oscuro della luna, ossia dal superare il sogno non dall’eliminarlo. Il nuovo, si direbbe, viene anche da sognatori perditempo. Attorno vedo vite che scartano come un cavallo negli scacchi nel tentativo di sorprendere, ma la scacchiera è quella e si gioca in molti, solo che alcuni rispettano le regole e altri rispettano se stessi. Ecco che torna il riportarsi a sé. Vorrei condividere questa sensazione per capire meglio la mia nozione di tempo: allora non dicevo che pensavo al futuro, proprio perché ero fradicio di passato. Di quello che ricordavo e di quello che rimuovevo. E ciò che rimuovevo era, ed è, un amico beffardo che agisce nell’ombra. Quando confrontavo risultati e attese era già tardi oppure sempre troppo presto. Mentre percepivo che la vita non era esitare sulla soglia.

Visto che abbiamo età confrontabili devo dire che siamo stati per alcuni versi fortunati di vivere nel tempo di passaggio tra un prima consolidato e un poi più liquido, non perché sia scomparsa la fortuna ma perché è più difficile ora lasciare le poche sicurezze e immergersi in noi. Non penso a come eravamo, ma a come potremmo essere se si volesse. Questo ha avuto effetti nella mia tolleranza verso le compagnie prive di senso, m’annoio sempre più nell’eterno, sicuro, riandare dei racconti. Nella infinita sequela delle gesta dei figli, in ciò che è mancato tra coppie o nell’infanzia, nei rimbrotti di antiche ferite mai chiuse e nell’ilarità dei fatti depurati dai contesti. Ciò che manca in questo raccontare è stato male interpretato? Esattamente come ciò che c’è e che serve a reggere, tener su le storie come un intimo  che fa apparire ciò che non è più o non è mai stato. E così emergono gli amori stabili, ma anche le insicurezze, da mille particolari di paure e di carenze ben celate, di scelte malferme. È andata così, tanto vale farne un racconto celebrativo che addolcisca il presente. Viene espunto l’avventato che aveva prodotto disastri, le tristezze profonde e irreparabili, i motivi veri che avevano condotto alle scelte ritirate precipitosamente, e mi sembra, e sembrava,  una vita blanda, densa di miele che, come i dolcetti turchi aggredisce il gusto, e poi si inghiotte in fretta cercando il pistacchio o la mandorla avvolta in tanta copertura di dolcezza. Il “segreto” è piu vero e interessante, è quello che fa capolino, che scappa nel detto, richiamando l’attenzione annoiata. Cerco quello perché per il resto sembra che le vite spesso si siano già svolte nella parte importante mentre il futuro è lì davanti a noi, apparentemente intonso, ma già gravido dei se, dei ma, delle convenzioni del passato. Mi sembrava, e sembra, un dormire sottocoperta, cullati dal muover di marea e un voler scordare d’essere attaccati alla banchina, mentre il nostro destino è il viaggio.  

Se mi perdevo a leggere questo nei racconti già sentiti come non potevo farlo con il me stesso che conosceva, col mio passato che sapeva come le cose erano andate, cosa mostravo e cosa celavo. Devo ringraziare tutti quelli che mi hanno spinto verso me , e a mollare gli ormeggi in quell’ oceano senza tempo che abbiamo dentro. Mi piacerebbe ci incontrassimo per caso per parlare dei futuri, sarebbe per me bello. Chissà se accadrà.

Il caso sappiamo che ha bisogno d’aiuto, caro Bruno, per lasciare che il racconto si dipani e l’ascolto lo segua, e anche solo per aprire al futuro possibile ovvero a quello che ciascuno di noi porta con sé e non vuol prendere in mano.

È l’augurio che faccio a te e a quelli che con pazienza hanno seguito il disordinato svolgersi dei pensieri: cerchiamo di assomigliarci perché nessuno è come noi.

Con i miei auguri

Willy

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tempo 1.

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La cosa era (è), semplice: scegliere tra caffè dolce e caffè amaro. Girare piano il cucchiaino nella tazzina, osservare il vapore oleoso che si levava e aspirare con calma. Poi, levare lo sguardo e, pensare di avere tempo. Tempo per qualsiasi cosa. Per non far nulla, per fare cose importanti, per scialacquare tempo (passarlo in qualcosa che lo depurasse dalle incrostazioni della fretta), per correre con una meta o per piacere, ma soprattutto per dominarlo, il tempo. E se c’era qualcuno con cui condividere, nel discorso fatto di parole scelte, di risate brevi, di sospensioni con gli sguardi a parlare, lasciare che il tempo si sciogliesse nella tenerezza che si mette quando ci si protende. Sentire allora che si apriva una porta, una finestra, un pertugio, ed entrava luce. E quella luce illuminava le solite cose rendendole diverse. Scomponeva, sgranava, guardava da dietro, o sotto, o sopra, ma alla fine portava all’essenza. Noi, io, eravamo colori separati da un prisma e ricomposti da un altro. E in quello spazio di tempo dominato, in quei colori, tutti contenuti in noi, potevamo dire ciò che emergeva in una sintassi fatta di purezza e di profumo. Parole blu che avevano un significato blu e potevano sgranare verso l’azzurro, il grigio, oppure puntare al violetto e poi al rosso. Parole che si coloravano di significato perché non c’era la fretta di dire.

Il giusto tempo, il tempo per il profumo del caffè, diventava (diventa), modo d’essere.

Essere senza costrizione di fine.

Solo essere.