un dialogo per capello

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Lei non immagina di avere tutto il tempo che le serve? 

Siamo in piedi, la mano ancora stretta nell’accomiatarsi, la luce alle sue spalle. 

No, credo di no. 

Strizza un poco gli occhi, mi mette a fuoco, vorrebbe capire dove vado a parare, ma sorrido. Il sorriso nasconde le intenzioni. A volte.

Vede, ha già dei rimpianti.

Curviamo entrambi le spalle, c’è un effetto specchio che costringe ad imitare inconsciamente chi si ha di fronte, solo che riesce meno bene ed è un accondiscendere. Credo faccia parte del comunicare.

Crede di averli solo lei i rimpianti?

Bella mossa, la parità mette soggezione, annulla il piccolo vantaggio dell’aver detto per primi e rende orizzontale il dialogo. Quante volte cerchiamo un maestro, un tutore, un appoggio sicuro e per questo dimentichiamo che esso, al pari di noi, è soggetto agli umori, ha tristezze, sentimenti, forse passioni che possono evolvere nel corso della giornata. Quante volte parliamo con un’icona pensando che essa sia ciò che rappresenta e non una persona. 

No, certo. Ma alla fine ciascuno si tiene i suoi, li considera così importanti che quelli degli altri sono di serie b. 

È ora di concludere, le mani si lasciano, rimetto lo zainetto ed esco nel buio elettrico delle scale. Scendendo penso che se si guardano le vite, ciò che è accaduto in esse, tutto assieme, con le loro difficoltà e le scelte obbligate, ciò che si vede è un pastrocchio. Un’accozzaglia di colori senza capo né coda, al più gradevole alla vista ma difficile da trattare senza sporcarsi l’umore. Penso che il tempo è ciò che ci differenzia davanti alle cose, che cogliere l’attimo è diverso dal meditarci su, ma non vale solo per il singolo gesto: è qualcosa che si prolunga in avanti e indietro.

È vero, io penso che ci sia tutto il tempo necessario e che ci sia pure un bonus per perdere tempo.  E lui non lo pensa.

Penso che l’importante ci riguardi, ma che esso si ridimensioni a seconda di ciò che facciamo o siamo. Per chi è innamorato il tempo dello stare assieme non basta mai e invece per chi attende, il tempo è sempre troppo, ma non è questo che intendo, è il far accadere le cose che mi interessa e per queste il tempo sembra dentro di noi finché vogliamo davvero che accadano, poi sfuma. Forse il rimpianto è la somma di tutti quei tempi sfumati, di quei tempi stati che non si possono ricreare più. Il πάντα ῥεῖ di Eraclito portato dentro di noi che guardiamo la somma di ciò che è stato e poteva essere.

È un cartone di uova rovesciato sul pavimento: i colori si mescolano, il malanno è fatto, bisogna pulire, ma per un momento guardiamo ciò che si è creato. È privo di senso eppure ha una sua identità. Se il pavimento è sufficientemente colorato, persino una gradevolezza. Se fosse su una tela appesa si cercherebbe un senso al suo interno. E invece quella mescolanza di ragioni un senso non ce l’ha, è stata e ciò che si può attendere, oltre a pulire, è che alla prossima occasione un senso venga dato, un positivo per noi si attui. Per questo penso ci sia tempo.

incoercibile

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Dai piccoli semi di scarto frammisti ai fondi di caffè messi nei vasi sono nate piante di pomodoro e di peperoncino. In questa confusione di semi che vanno e vengono anche una melanzana svetta rigogliosa in cerca di sole. Nessuno ha detto loro che è settembre e che il solstizio chiude l’estate, provano a vivere di quello che c’è e ne prendono tutto il buono.

La vita ha un bisogno incoercibile d’essere che è sfida alle regole, trova un suo modo, lo afferma e si tiene ritta davanti al contraddittorio. Mi sono ricordato che da sant’Erasmo, vengono i piccoli carciofi che non riusciranno mai a diventare grandi, sono le castraure, a Venezia e in terraferma ne fanno fritti con la pastella e sono piatti succulenti oppure li mettono sott’olio come quelli che a fine stagione non hanno la misura per il mercato. Segno di una identità forte che è solo fuori tempo dalla massa ma non dall’amare la vita. Lo pensavo, guardando le coraggiose piante della mia terrazzetta, che anche le stagioni dell’uomo sono fasulle, che non esiste il tempo per apprendere e l’altro per fare, o quello per innamorarsi e l’altro per invecchiare, ma che tutto è incoercibile nella passione di vivere e può partire sempre purché ci sia la voglia di crescere e quello che ne verrà non sarà fuori stagione ma semplicemente la gioia di dare frutto.

scritture e segni

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Una narrazione epica di eventi e giornate così comuni e apparentemente banali che solo la luce del vederle dal di dentro, riscatta.
Un mescolarsi tra pensieri subitanei, riflessioni ancora indecise, ingressi inconsulti d’altri pensieri, sollecitazioni apparentemente distanti e contaminanti. Tutto poi torna ancora sul singolo evento per leggerlo nella meccanica, scomporlo e ricomporlo scarnificato in simbolo: ecco la fisiologia dell’ideogramma.
Così la giornata, lo scorrere diventa immagine, calligrafia e si snoda, inanellandosi, dall’alto verso il basso, da destra verso sinistra, incontro a ciò che viene ed è già, a suo modo, avvenuto. Incomprensibile solo per un niente, quello che manca per afferrare il senso, ma è lì, ad un passo, sulla punta d’uno scatto di comprensione, d’ intelligenza. 
Essere sacerdoti d’un definitivo che di continuo si compie e non è mai apparenza, ma approssimazione del vero più profondo.
Ecco il senso del bianco, del riempirlo di segni, del guardare -e guardarsi- stupiti e complici.

felicità globale

Stavamo camminando, così tra lazzi e frizzi, e un attimo dopo, senza sapere, eravamo finiti dentro il cambiamento. Le parole si inseguivano, usavamo modi di dire infami all’intelligenza, che pareva esprimessero chissà che.  Erano giaculatorie quelle parole, riempivano i vuoti, sembravano pieni. E le liste di letture per capire: due palle infinite. Come se la realtà disvelata non fosse di per se stessa evidente. 

Anche allora c’era una propensione alla chiacchiera, le promesse si susseguivano, solo che per un poco molti non ci credettero più. E neppure si rispettava più l’autorità, il potere che rappresentava. L’abitudine alla deferenza aveva fatto scordare a chi ricopriva un ruolo che c’erano obblighi, che le parole servant public non erano da raccontare ma da praticare.

Ma cos’era questo autoritarismo da ribaltare e dov’era? Era dentro e bisognava vomitarlo per togliere la tossicità e ritrovare l’innocenza. Più facile ripensare la società, ex novo, puntare sul piacere come strada alla felicità globale. Il piacere era rivoluzionario, la felicità transitoria ma ripetibile. Una condizione comune e un vivere dentro il migliore dei mondi finalmente possibile. Così, pareva, senza inquinamenti di sapere e di analisi, la vita sconfinava nell’essere.

La giustificazione era trovata e molti aderirono subito, altri poi e senza nessuna intenzione di cambiamento. Solo polpa e niente osso.

Utopia? Certo, ma cos’è più fertile di essa? Rimpianti? No, compatibilmente con i limiti che ciascuno sciorina a giustificazione.

Non che i limiti non esistano, ma quante volte sono diventati l’escamotage per negare la spinta, la rivoluzione, il rovesciamento di ciò che è comodo. Oggi che i lazzi sono più complicati e le passioni latitano, pure la realtà viene seppellita sotto cumuli di parole. Basterebbe ripensare cosa davvero ci tiene assieme, se il limite è solo stanchezza. Uno sberleffo e un guizzo d’intelligenza. Un elogio all’irriverenza.

spine irritative

D’autunno e in primavera il rapporto tra apparato digerente e cuore si fa più stretto e il primo può attivare delle “spine irritative” che innescano altre disfunzioni. Meglio proteggere.

Così ha detto: spine irritative.

Me le sono figurate lunghe, acuminate come quelle dell’albero di Giuda o di certi cespugli apparentemente inestricabili e invivibili e che invece sono albergo condiviso di rettili, uccelli, piccoli animali da sottosuolo. Mi sono ricordato di mio padre che nelle stagioni di passaggio sentiva acutizzare l’ulcera, regalo di guerra, e mangiava poco, piegava la bocca per il dolore e taceva più del solito. Queste due parole, quasi ossimori, perché la spina non solo irrita ma fa male, conducevano al pensiero che siamo noi a portare dentro le cause, e a contenerle assieme agli effetti. E, pensavo, che ciò accade ovunque ci sia un rapporto in noi, di piacere e dolore, anche nei sentimenti, anche negli amori che pur quando passano, poi i ricordi riacutizzano. Come le stagioni di passaggio che, indecise sul da farsi, intanto cominciano a mettere in discussione equilibri, propongono svolte ancora indeterminate, scuotono tra euforie e depressioni il quieto vivere deciso. Le stagioni del dubbio e della relazione non possono che produrre malesseri irritativi, mi dicevo.

Sono spine irritative che producono effetti altrove – pensavo – complessità di gangli nervosi, circuiti, tutto questo meraviglioso gravame di connessioni, interno e interagente con l’esterno, di cui non si può cogliere davvero la causa ma solo l’effetto. Noi siamo quello che mettiamo in noi, ma non è a costo zero, perché siamo davvero molto più coesi e complessi di quanto pensiamo ed è in noi che il battere d’ali lontanissimo provoca uragani incontenibili.

Così pensavo, camminando sotto i vecchi portici che conosco dal mio sempre. E intanto notavo un nuovo finger food nella strada che un tempo portava al monte di pietà. Lì c’era un artigiano che un tempo mostrava il suo lavoro nel farsi, circondato da attrezzi, con una vetrina scura pena di oggetti da cui lo si vedeva lavorare. Ora era arrivato Hopper senza essere Hopper e la vetrina era molto illuminata, con quella luce fredda che consuma poco e non riscalda il cuore , ed esibiva una scritta da fantasia liceale: idem con patate. Burger, würstel e cartocci di patate con salse varie-gate. Così diceva ed era un locale che si giocava l’apparenza dell’anonimato, ostentava colori indecisi come il crema e il marrone, tagliava la lunghezza della stanza con un bancone spoglio. Sembrava che l’unica gloria fosse il luccicare dei forni. Guardavo curioso la solitudine del rosticciere, l’oro fritto che s’ammosciava nella patata in attesa, le pareti che già cominciavano ad invecchiare nel pulviscolo d’olio. E sentivo la consistenza della spina irritativa, quella che volevo raccontare al medico e che non dipendeva dalle stagioni, ma era fatta di un disfarsi dei ricordi, delle parole, del linguaggio, delle abitudini, delle qualità. Confondendo la bulimia con il desiderio della pienezza, del benessere perenne, la quantità diviene spina che lancia segnali al cuore -pensavo- e il degrado non è cambiamento, è indecisione del prendere in mano i destini. Vigliaccherie per interesse, ignavia, e così le passioni si deterioravano in una luce senza sole. Volevo dire al medico del disgusto crescente che prendeva quando si guardava il vuoto senza essere vuoti, volevo narrare la difficoltà di dare nome proprio alle cose, di essere precisi e insieme dubbiosi. Volevo dirgli che scomporre le passioni in coriandoli non ha mai giovato a nessuno. Ma come fare, come dire il disagio che non impedisce di vivere ma lo disorienta?

Spine irritative, dentro, fuori, e acuzia di stagione. In fondo è ottimistico pensare che sia la ciclicità della natura che ci richiama, che basti un gastroprotettore per rompere un legame doloroso e intanto attendere, pazienti, le infinite rinascite che riparano alle vite ammalorate.

Rassicura pensare ci sia sempre una soluzione che non svolta davvero, la possibilità di attenuare il dolore che non guarisce, infine trovare un equilibrio con ciò che vorrebbe scelte e attenzione.

E allora, camminando, pensavo che dovremmo trasformarci in quei piccoli uccelli che vivono tra i rovi e trattano le spine come consigliere e volano e tornano felici, in quei percorsi che solo loro sanno.

Solo loro e nessun altro.

elogio del piccolo

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Le cose che facciamo non sono quasi mai importanti in assoluto. Non per tutti almeno, e non allo stesso modo. Però continuano ad essere per noi importanti, e ciò che riguarda molti, si allontana da noi. Ci sembra che ci sia stata tolta, chissà quando, la possibilità di essere davvero attori di cose grandi che riguardano tutti, e che il futuro comune si sottragga alla nostra possibilità di influenza. Al più, pensiamo, ne subiamo le conseguenze. Così si torna al nostro piccolo importante, anche per fuggire sensazioni d’impotenza o d’inutilità. 

L’opinione sulle proprie capacità cambia con queste sensazioni, anche se i principi restano, non si spiegherebbe altrimenti il rientrare di molti, per stanchezza prima che per comprensione o età, all’interno di silenzi collettivi. Se poi le sconfitte sono state così ripetute e forti da far rintanare la voglia e la fiducia di poter influire, allora subentra la consapevolezza che ciò che facciamo può essere importante a noi e a chi ci sta vicino, ma non avere altri effetti che in noi stessi. Si perde una dimensione e se ne enfatizza un’altra.

È bene o male?  

È così, e però non vorremmo negarci un modo per rappresentare la nostra singolarità e per proiettarla verso l’esterno. In fondo il discrimine è tra atti pubblici, che riguardano altri, e atti privati, che riguardano noi, e lo scrivere, il dipingere, fotografare, fare giardinaggio o qualsiasi altra cosa che per noi abbia importanza è un messaggio privato, sintetico, di noi, che descrive una singolarità complessa, ma a suo modo esplicita, fatta di cura e di rappresentazione. E così il piccolo cessa di essere tale e diviene grande, perché ciò che facciamo ha sempre una sua grandezza. Forse ci rattrista un poco che questo piccolo esserci nel nostro importante, non venga colto, che si pensi ancora di prenderci in giro raccontandoci storie: siamo capaci di cose grandi epperò nessuno le addita più, si mette insieme a noi a costruirle, si preferisce il racconto del futuro piuttosto che farlo. E tutto questo diventa rumore, chiacchiera.

Ecco, il nostro piccolo importante include l’amore, non la chiacchiera. Non è difficile capirlo.

i molti sensi della cura

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Il senso della cura è in quel chiamare, pensare, scrivere: ci sono e ti penso. 

È nei piccoli gesti che si arrendono all’evidenza delle molte specie d’amore e che solo chi ne conosce la grafia sa interpretare e tenere cari. La cura è colmare un silenzio intuito, sorprendere con un gesto inatteso.
La cura è l’attesa e la sua risposta nell’esserci. La cura toglie il calcolo dai gesti, dalle cose, è un accucciarsi caldo, una carezza inventata e lieve, un sentire che nell’aria c’è il profumo della presenza.

La cura è togliere dalla solitudine quando questa fa male e lasciarla quando è necessità del ritrovarsi.

La cura non ha tempo, non ha ora, è fatta di codici segreti, di piccole abitudini che tengono assieme la luce e il buio, è un dire con parole giuste e sbagliate, un eccedere che coglie l’inespresso, un tenere per mano quando la mano ha freddo.

La cura è essere se stessi e porgerlo quando si può, è attendere che arrivi un segnale e capire che esso ha le difficoltà che ogni vita contiene. La cura siamo noi in ogni movimento verso un amore, in ogni attesa di esso, in ogni contingenza che non ci distoglie dalla certezza di ciò che conta. E che sappiamo ci sarà adesso, stasera, domattina, fin quando sarà bello che esso sia perché viene accolto e sentito e restituito.

Questo, e molto altro, è la cura.

dicerie del vicolo

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Non so come si sia diffusa la voce, ma di certo è accaduto. Magari si sono detti: ma lo sai che lì nessuno disturba, che si sta bene, c’è pure una copertura per il troppo caldo. E magari c’è scappato pure un sorrisino. (Chissà come ridono i colombi…) Poi qualcuno ha proseguito in dialetto: squasi squasi me fasso là ‘a covàda parché lu, el paron, non ghe xe mai e se sta proprio ben. E hanno capito anche quelli che parlano solo italiano che lì era un buon posto per covare, e sorridenti hanno rispettato la priorità, perché tra uccelli così si fa.

È così ci sono, per il secondo anno, prima due uova e ora due colombini. Rispetto allo scorso anno, il nido l’han fatto dentro una vasca che tiene qualche tulipano, due arbusti di lantana, e delle fresie. Solo la lantana è in fiore e copre i colombini. Ogni tanto devo innaffiare e c’è un movimento buffo che cerca di schivare gli spruzzi poi un accomodarsi in una piccola pozzanghera calda di terra e acqua, appena un inizio di tubare e poi un perdersi nel pensiero della crescita.

Guardando la colomba, ho pensato che forse è la stessa che lo scorso anno è nata qui, che abbia conservato nei suoi pensieri un’idea di casa. Cioè è casa sua questo balcone, anche se l’ho irto di punte, anche se il tubare mi sveglia il mattino, ma lei pensa, giustamente, che il luogo in cui si nasce un po’ ci appartiene. Gli uccelli hanno spiriti diversi, ci sono gli avventurosi e gli stanziali, tutti tornano a qualche casa; a me piacciono di più quelli che osano, ma rispetto quelli che oziano nel vicolo. Quelli che parlottano tra le terrazze e i tetti, quelli che camminano più che volare. E imparano a sporgere il petto, a fare passetti brevi intervallati dal volare per balzi. Una sorta di ostinazione, di caparbietà nel dire: abito qui, come te, è anche casa mia. 

Tra non molto i colombini se ne andranno. Con le piogge d’autunno si scioglierà il guano e l’odore, forse la lantana ne approfitterà, magari anche le fresie. E quella presenza ostinata diventerà colore, profumo, equilibrio. Un diverso modo di volare. Quello concesso a noi umani che abbiamo la capacità di vedere che scorrere è indifferente che avvenga in aria o in acqua o terra. Volare è scorrere la terra con gli occhi. Volare è scorrere il cielo con lo sguardo. Vedere.

come sarà l’autunno?

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Si sente,

il respiro lungo del sonno e l’irrompere sommesso dei sogni nel reale,

nei giorni in cui il sole scava nelle cose

piccoli grani per danzare nei suoi raggi,

è allora che la stanchezza di ciò che non accade avvolge il tempo,

e il suo scorrere sembra chiedere significato.

Come sarà l’autunno,

che scandisce di impegni le giornate,

e i suoi progetti riprende con fatica?

Ancora starà zitto il cuore

mentre si commuove in una foto,

e piano decifrando l’aritmetica d’assenza

chiede conto dell’andare, dove?

Tutto cheta nel dirsi:

c’è la noia di chi ha visto e non s’ è seguito,

ma non basta,

perché ci saranno i pomeriggi disarmati,

il senso che non acquista la profondità del rosso.

Così si ascolta, si sente,

e il pensiero va all’instancabile

rimescolar di conchiglie e sassi,

mentre si vuotano scogli e sabbia,

e i perditempo stan seduti a sentire

il pensiero del tramonto,

perché ancora una volta è sera

e poi notte

e poi sogno,

ancora.

controluce

Sono quasi le nove di sera, la vetrina è buia. È una bottega piccola, con poche cose, alcune curiose, altre belle, tutte di gusto e a prezzi convenienti. Nel fondo della stanzetta, c’è una macchina da cucire e una lampada accesa: una donna con i capelli raccolti ha un’aureola di luce, mentre cuce un vestito rosso. Il controluce tiene il viso in ombra e manda riflessi sui vetri soffiati, sui piccoli tappeti appesi, sugli orecchini e le collane di oro rosso.

Si accorge che la osservo, mi invita ad entrare. Le dico il motivo dell’insistenza dello sguardo e sorride: anche mia madre era sarta, mi dice. E così mi commuovo perché è la memoria di un altro viso in controluce a mischiare il tempo. Perché nel cucire c’era una cura che vorrei raccontarle e invece la voce accenna, si rompe. Invecchiando i ricordi, a volte, diventano prepotenti e dolci e allora troppo resta dentro travolto dall’emozione. Credo sia perché c’è uno scontro d’ amore: quello di allora e quello di adesso e sembra che il nostro cuore sia troppo piccolo per contenere entrambi.

La saluto e le dico che tornerò, mi sorride. E così basta.