Con il passare delle esperienze il corpo si rafforza, diventa meno permeabile. Questo è ciò che ci pare di vedere, a volte di sentire, poi basta poco per scoprire una fragilità. Se il poco può ferirci significa che non è così insignificante e vuol dire anche che l’insicurezza che abbiamo ben riposta sotto la pelle è sempre in attesa di conferme. L’amore aggiusta tutto, il disamore disfa, ruota tutto su questa dualità che si contrappone e annulla per infiniti gradi le attese reciproche, le modifica. Basta una parola e tutto torna da capo, come si fosse in un immenso gioco dell’oca fatto di sentire, di esperienze, di fatti accaduti che dovrebbero aver insegnato. Ed è vero, hanno insegnato, ma non definitivamente perché qualcosa, da qualche parte, ci dice che ciò che si è sbagliato una volta può essere rifatto differentemente, che ciò che ha avuto un esito può averne un altro e così si apre con forza la via dei ghiacci dell’esperienza. Ogni anno un rompighiaccio rompe la morsa che stringe il porto di una città del nord del mondo e apre la strada perché assieme alla bella stagione tornino gli scambi, tutto ridiventi fresco, l’aria trovi quel profumo che da lontano ricorda tutto quello che può essere fatto e si farà in parte. È una metafora che ci riguarda? Penso di sì perché siamo fragili e le nostre fragilità sono un valore immenso in quanto ci permettono di sentire e valutare sfumature che rendono la vita nuova e bella ogni giorno, siamo, in parte, come quel ghiaccio che improvvisamente si fa sottile, riflette la luce e poi, prima d’essere acqua, si frange. Ma siamo anche duri per paura di soffrire. Conosciamo la sofferenza, ciascuno a suo modo e in un suo grado, che nessuno può sindacare su di essa, è una cosa nostra. A volte preziosa perché dimostra il valore di ciò che si perde o muta, anche se sappiamo che ciò che vale davvero non si perde mai, sappiamo anche che non sarà mai più come poteva essere. In questo la durezza è scorza, superficie che tiene sotto il sentire. Duri e fragili come quel ghiaccio che si frange e lascia che irrompa l’acqua, che lo scorrere diventi visibile. Sentimento sentito, provato, percorso con timore e con trepida speranza. Dovremmo, (brutta parola che esprime ciò che non si fa) prendere cura delle nostre incrementanti fragilità. Sapere che gli anni ci rendono esposti alla parola più che alla rissa. Usare le parole e i silenzi con amore verso noi stessi per avere qualcosa da donare a chi è importante per noi. Invece ci si acconcia alla cultura dell’apparire e così non siamo mai nessuno. Non noi che vorremmo essere altro, non quel simulacro che può scivolare nel ridicolo della non età, del non appartenere al nuovo che possiamo esprimere ma alla moda che ci dovrebbe rendere differenti, più fascinosi al mondo. Non siamo più noi se durezza e fragilità davvero non ci rappresentano, nei principi che ci rendono differenti, nella corazza flebile che ci espone all’amore quando esso vuol colpire. Accettare che le fragilità aumentino con la consapevolezza dell’aver vissuto e amato rende quella durezza il morbido comprendere ciò che ci viene detto e ci mantiene saldi su ciò che fa la differenza dei nostri principi, dei sogni da sognare, del nuovo che ancora non sappiamo di poter vivere.
Sfugge l’importanza di avere un oppure perché oggi, qui, in occidente e in altre non molte parti del mondo, la parola ha un significato di alternativa. Ad Auschwitz e in altre decine e decine di campi di concentramento, non c’era un oppure. Nelle carceri della Gestapo, in via Tasso, alle fosse Ardeatine, non c’era un oppure. Non c’era per i bambini che venivano eliminati immediatamente, non c’era per i vecchi, mancava per gran parte degli uomini e delle donne che eccedevano la capacità momentanea del campo, che dovevano far posto ai nuovi arrivi. Non c’era un oppure che indicasse una speranza, un’alternativa, non un libero arbitrio che non fosse il suicidio: la scelta finale non veniva mai contraddetta.
Noi possediamo schiere di oppure, scegliamo, sbagliamo e modelliamo vite, oppure facciamo altre scelte, mettiamo in moto i destini, carichiamo il tempo di possibilità. Chi non ha oppure viene rifiutato dal tempo, non gli è utile, non contribuisce al suo accumularsi e il rifiuto del tempo è il rifiuto della vita. Così non ci rendiamo conto che in quell’oppure che possediamo sta la libertà di essere se stessi o magari non esserlo, ma con una alternativa. Possiamo, per volontà essere altro.
A milioni di persone quell’oppure fu tolto, erano 6 milioni di ebrei e 5 milioni di altri che non concordavano con un’idea, un regime, che erano zingari o testimoni di Geova, anche solo la malformazione bastava per togliere l’oppure. Non è finita e su questa parola bisognerebbe riflettere perché anche oggi, in altri modi, ad altre persone, viene sottratta l’alternativa della scelta. Ed è una scelta tra l’essere uomini oppure non esserlo, come fosse possibile a qualcuno togliere questa natura.
Siamo nati nella parte giusta del mondo, siamo nel momento in cui essa ha il suo maggior benessere rispetto al passato, non abbiamo memoria perché la memoria toglie piacere a ciò che si ha e di cui certamente non portiamo merito, ma dovrebbe farci riflettere che proprio in questa parte del mondo altre persone pensavano che gli stessi diritti, il benessere, la propria capacità di scelta, di avere un oppure non sarebbe mai stata messa in discussione e invece è bastato poco. Un nonnulla e non c’era più l’oppure nelle vite. E neppure le vite.
Ci si confronta con la densità dei sogni, li si chiama passioni. Si trascura ciò che suggerisce la logica del relativo e si fornisce loro credito. Non sono forse i sogni, e quindi le passioni, che ci liberano da una realtà ripetitiva, che mettono a posto l’oppressione delle consuetudini, che prefigurano una vita differente da quella che ci raccontiamo come interessante ma non è priva di noia?. Quante volte nel ricordo o nel ripetere stanco emerge quel totalmente differente riferito all’occasione perduta, al dovere eccessivo o solo all’ignavia e all’infingardaggine che accompagnano i codici dell’essere sociale . A volte, colti dall’entusiasmo per qualcosa di nuovo che ci prende, in uno slancio di bonomia verso noi stessi, chiamiamo amore ciò che nel gradiente degli amori avrebbe un colore rosa, magari acceso, ma non quel rosso semaforico che ci riporta alla decisione di fermarci e ripartire differenti. Sorridendo, allora, ci raccontiamo storie. Con gentilezza e con la credibilità che riserviamo ai bambini quando la logica non ha solidità mentre incombe la necessità. Di dormire, di mangiare, di fare e soprattutto di non fare. Del resto il bimbo che è in noi attende paziente ma esigente, che gli raccontiamo non solo come va, bensì come andrà a finire e ci tira per la giacchetta, dicendoci: ancora, racconta, dimmi. Di questo muoversi nel confine di ogni attesa, la passione ha un ruolo formidabile, trasforma le cose e il possibile, rende il tempo e la vita paralleli alla realtà che si ripete. Abbiamo bisogno di passioni, per crescere, illuderci, fallire e riprovare con le gote rosse d’eccitazione e paura. Ne abbiamo bisogno come delle corse mute a perdifiato, del verde inatteso e solitario, del suono d’una voce amata quando la notte diventa buio d’anima. Abbiamo bisogno di passioni e di follia, per volare e per guardare stesi nell’erba, il cielo. Ne abbiamo bisogno per pensare che tutto muta in noi mentre il corpo funziona come un orologio. In ritardo o in anticipo non conta, ma oltre il tempo banale di una cosa costretta, di un fare non voluto, di una noia da sconfitta preannunciata. Vogliamo essere attori dei nostri gloriosi fallimenti, a questo e a molto altro servono le passioni.
Lunghe file di alberi sulle creste, l’appennino è anche così: un vecchio tappeto di rocce consumate, di muschi soffici ed erbe alte, ferite di cave di tufo e case, fatte con la pietra delle colline. Nella mia terrazza sopra il catrame che la rende impermeabile, ho messo più tappeti. Il primo era di fibra grezza vegetale, mani forti d’uomo l’avevano tessuta, ma si è sciolta col tempo. Segno che gli anni sciolgono tutti i nodi. Ad aiutare il tempo, ci si son messe le erbe, le borse del pastore, i semi d’acrostide e d’erbe matte sfuggiti agli uccelli, per un verde a chiazze, selvaggio ma con radici orizzontali pronte a nutrirsi del disponibile. Il tappeto antico è finito nella raccolta differenziata, sostituito da uno fatto d’ erba finta di plastica e ancora una volta le erbe vere si sono insinuate, hanno scavato e fatto chiazze di verità, irridendo quel finto verde che voleva loro somigliare e non fioriva, non figliava, insomma non viveva. La natura ha le sue incontrovertibili ragioni, vince sempre e si plasma, si modella con quello che ha a disposizione. Nell’appennino, il vento ha reso dolci le colline, ha sparso sabbia e sali nei terreni, si è ricoperto di boscaglia per rendersi arduo alle futilità del coltivare irrispettoso. E ha assimilato il brutto, il disordine di campi apparentemente regolari ma prigionieri della proprietà, con il bello d’un verde composito, fatto di differenti forze e silenti accordi perché a ciascuno resti qualcosa per crescere e prosperare. Le case intonacate di giallo, sono solitarie sulle creste e poi, improvvisamente, radunate a mucchi. L’una sull’altra perché gli uomini hanno bisogno di calore e di vicinanza. Come le erbe e gli alberi di tratto in tratto diventati macchia, solo che il verde non compie gesti inconsulti, pensa il tempo come scorrere in avanti e usa il presente per tenere da conto ciò che può esserci davvero di buono per sé e per altri. È strano che in natura il brutto, il disarmonico, l’imprevidente e lo stupido non esistano. Neppure la falsità esiste e neanche le promesse vane. Segno di un amore per il vero che è naturale, senza fatica. Così in queste colline dolci, dove l’uomo pensa d’essere comunque signore delle cose, esse si consumano e attendono d’essere altro. Per necessità e per amore, annodando l’una e l’altro in un bisbigliare di dolcezza senza assillo del tempo.
Tra valzer vaporosi e champagne in calici scintillanti si chiuse un’epoca e si apri una nostalgia. E come tutte le nostalgie era il prolungamento piacevolmente masochista di un’assenza che non si sarebbe sanata col ritorno.
Negli stessi anni il sangue tumultava dentro i corpi. Per milioni fu fuori di essi, e correva tra idee infuocate e un noi che a volte sembrava solidale come mai. Era un sangue anonimo, disperso assieme all’intelligenza di ciascuno, disperso nel terreno assieme alle ossa, nei cuori che sopravvivevano e avevano visto, nelle domande tardive, nella storia che non è storie. Noi eredi consapevoli, così credo, a poco a poco, siamo diventati apolidi, di un’idea, di una patria, di un motivo per cui vivere con entusiasmo e gioiosa rabbia. Nelle nostalgie c’è penombra e sole che tramonta, bisogni senza luogo d’esistenza, amori consumati da sé stessi. Nelle nostalgie ci sono le strade non percorse, le ipocrisie giustificate, le idee calpestate. C’è un vivere che non s’accontenta perché è la bulimia a fare da padrona nella realtà: non è mai abbastanza e quindi divoriamo anche la falsità. Così allora, come ora. Come fosse una condanna che da soli ci infliggiamo, anche se a ben vedere non è così e si può ben dire che ad una scelta non fatta non corrisponde una vita altrimenti felice, ma quella vita che c’è adesso. La felicità è un sentire che ha l’odore di ferro come il sangue e la dolcezza del pomeriggio che scivola nell’orizzonte. Non ha una misura è una sensazione che da un valzer passò a una carica di trincea, da un calice di champagne al cognac prima di un assalto, ma chi non aveva mai ballato oppure riso per il pizzicorio al naso, non aveva nostalgie e neppure scelta, solo una vita da tenere stretta. Neppure sua, e questo lo capiva, e gli sembrava l’insulto più grande ricevuto.
Lascio andare gli auguri tardivi. Si perdono gli indirizzi, poi traballano i nomi. C’è quel crudele ed egoista dire che chi non ci cerca neppure ci merita. Come ci fosse qualcosa da meritare per ciò che facciamo, diamo e sottraiamo. Solo chi ha un infinita comprensione di sé dona senza attendere, per gli altri, non importa di cosa, ma c’è sempre un’attesa. Forse un’ interlocuzione che metta in contatto, che misuri lo star bene assieme. In realtà quel pensiero è il predellino di un treno: se mi chiama resterò, altrimenti con dispiacere relativo ci sarà un silente salutarsi. Sbiadiscono gli indirizzi, non i ricordi, e del molto che abbiamo avuto resta traccia, soddisfazione, non poco rimpianto per ciò che si è perduto e tra questo perdere ci sono quei fili caduti. Anche quelli non annodati. Ma erano già a terra e non bisognerebbe accampare scusa d’offesa per ciò che anche in noi era già maturato. Ciò che urge, che è amore, che compone il nostro vivere non si perde, il resto è importante ma mai così tanto da non attendere un gesto che non viene.
Prima ho assaggiato e poi bevuto, un Lison bianco. 2013, ben conservato e fresco. Continuava a mutare man mano si accompagnava al cibo, conservando la sua identità morbida. Era tenero ma non arrendevole e non si lasciava racchiudere in definizioni, preferiva essere assaporato e bevuto. Poi è seguito uno Chardonnay del 2015, leggermente frizzante. Si mascherava di poche bollicine per giocare col gusto. Anche lui esigente e dotato di più anime, sembrava chiedere una preferenza tra esse per poi negarla. Un vino deve essere complesso, forse in questo assomiglia all’uomo che ha sfumature differenti e profumi nelle situazioni che lo rendono centrale in un rapporto. La complessità esige pazienza, la nudità raggiunta nello sciogliere gli enigmi e i nodi non ne esaurisce l’essenza ma ne palesa la difficoltà. Due essenze si incontrano quando l’una non ascolta il suo profumo ma si integra, assapora, è consapevolmente pervasa dall’altro.
Siamo in tanti, diversi eppure uguali, mai troppi se ci siamo anche noi nel conto. Ci portiamo dentro, ciascuno, un’ enorme sequela di fatti accaduti, di pensieri pensati, di scelte non fatte, di errori felici e di ragioni infelici e di vite vissute. In un modo o nell’altro portate avanti. Se posso dirlo, non è mancata la fatica, ma neppure la gioia e spesso la noia. Abbiamo vissuto eppure c’è sempre bisogno di leggerezza e di impossibile, però spesso scegliamo altro e siamo poco felici. O almeno non quanto vorremmo. Leggerezza e andare oltre il limite, sono cose entrambe difficili e tu lo sai, ma fanno parte di noi, delle nostre scontentezze, della serenità che è pur sempre un camminare su un filo teso. Se ciò fa parte della nostra natura, un po’ ci spetterebbero sia la serenità che la spinta oltre il limite, ma quello che non ci è stato scritto in quel nostro DNA così complicato, è il metodo. Quel metodo che dovrebbe liberare il passato dai pesi inutili e consentirci di essere nuovi se facciamo in nuovo modo le cose, se viviamo in attesa di qualcosa che è al limite, magari un po’ oltre, ma può accadere. Ci sforziamo e abbiamo bisogno d’aiuto per essere nuovi nel capire e vecchi nel ricordare le poche cose che contano davvero. Forse per questo ti chiediamo che ogni amore abbia il suo posto, che nulla prevarichi la fatica dell’altro, che essere capiti sia un’allegria che ci scambiamo con dolcezza. Ti chiediamo il profondo di noi stessi e il coraggio per viverlo, ma insieme vorremmo la gioia del galleggiare sorretti da un mare che è esso stesso vita, scelta, opportunità, tempo e felicità di esserci in questo anno che inizia e in tutti quelli che verranno. Non badare a noi, a quello che crediamo, a come esercitiamo le nostre poche qualità, cerca di cogliere quello che con fatica emerge. Dagli forza e umanità, aiutaci a non sentirci soli quando lo siamo davvero e fa che la nostra compagnia ci sia gradita. Facciamo quello che si può e a volte siamo stanchi, di questa stanchezza tieni conto, come di tutte le scelte sbagliate che ci capita di fare. Dacci una seconda occasione e poi una terza, tutte quelle che servono per sentirci utili a noi stessi e agli altri. E di quella leggerezza riempi il nostro zaino perché ci faccia ridere felici o piangere quando serve, e ci dia la forza di fare e star bene perché facciamo. Grazie.
Il garbin, la quasi tramontana si è girata in scirocco. Mutevole il vento, immagine di una stagione che non ha tante idee ferme. Così a Venezia la marea era indecisa e si è fermata un po’ sotto alle previsioni, ma abbastanza alta da far danno e creare ulteriore ansia. Come gli amori pervicaci non finisce e morde pietra e legno, rispecchia le luci, bagna le piazze, si insinua corrosiva nelle case.
È tempo di auguri e tornano alla mente cavalcate scomposte fatte di visi, di ricordi, di sensazioni senza nome. Le conoscenze che non sono mai state amori sono corde annodate, nodi laschi che si dissolvono e lasciano oppure si stringono. Mai alla gola ma in quel tronco, che tronco non è, dove si dispongono in buon ordine e corrono, nervi, segnali elettrici e chimici, dal cervello alle membra, al corpo, agli organi che fanno il loro mestiere, ma esigerebbero cura, attenzione d’emozioni, ascolto.
Andare a Venezia, come la scorsa settimana, per scoprire il silenzio delle calli stranamente senza turisti frettolosi, parlare con calma agli amici. Sentire il loro abbraccio che già si prolunga in avanti e coglie la coda del prossimo anno. Anno bisesto anno senza sesto. Come se gli anni precedenti avessero avuto una direzione, un andare preciso, un sesto festoso di futuro… Riprendo antichi auguri. Sono sempre buoni, ma attorno le cose mutano in fretta, indecise e vischiose. Incapaci di liberarsi della scoria della paura. Incapaci di speranze forti, di mani fidate per carezze e per guidare.
C’è chi forte, magari per paura, lo è da sempre, e chi per scelta, non lo è diventato mai.
C’è chi si è nascosto così bene che quando s’è cercato non c’era più da tempo e chi da sempre è stato in bella vista, ma l’hanno visto sempre poco.
C’è chi ha avuto momenti d’amore, così intensi che gli sono bastati per tutti gli anni a venire e chi, invece, quando vengono, non gli basteranno mai.
C’è chi dice che non ne val la pena e sta a guardare quel che accade e invece c’è chi sbaglia ogni volta un poco, ma si getta nella mischia per cambiare.
C’è chi ha avuto grandi passioni ma poi gli son passate, e chi proprio per le stesse passioni continua a pensare che sono la vita degna d’essere vissuta.
C’è chi è felice a Natale e nelle feste che stanno per venire, c’è chi cerca di essere felice ogni giorno dell’anno.
C’è chi si entusiasma e poi gli passa, c’è chi per ogni entusiasmo cerca una ragione perché duri.
C’è chi è solo e si riempie d’ amicizie che durano una notte, c’è chi sa di essere solo e cerca di farsi compagnia.
C’è chi ti dice sempre cosa fare e chi invece non ha mai davvero una risposta, però non smette di starti accanto.
C’è chi fa centinaia di auguri perché a Natale così si usa e c’è chi gli auguri li fa ogni giorno a chi vuol bene.
C’è il Natale, capodanno e l’Epifania, che le feste porta via, e c’è chi ogni volta che c’incontra ci fa festa.
Pare che non ci siano più partiti, che le differenze non contino più tanto, ma io che non ci credo e posso permettermelo, sto col partito degli inermi, dei deboli, dei consapevoli. Sto con quelli che non hanno gli auguri facili e che ogni volta ci pensano per farli. Sto con quelli che davanti a una pagina bianca hanno la penna che si raccoglie nei pensieri perché vuole scriverci il cuore. Sto con quelli che stanno spesso zitti, ma che parlano guardandoti negli occhi, che non hanno nulla da dimostrare, che non si vergognano di aver bisogno d’essere amati, che tengono come cara e imprescindibile la dignità propria e di chi gli sta davanti. Quelli che non hanno verità da imporre, tweet entusiasti da scrivere più volte al giorno, che sanno quanto faticoso e paziente sia l’esercizio della speranza, che si mettono a disposizione per ogni causa che ritengono buona, che non si contano per decidere se ciò che pensano è giusto, che portano avanti la vita con chi gli sta accanto e cercano che sia migliore per tutti.
Sto con quelli che si preoccupano della salute del pianeta, dei loro figli e nipoti e degli uomini che non conoscono ma sentono che sono uomini come loro. Sto con quelli che non hanno bisogno di auguri perché ogni giorno con fatica li creano. Tutti questi li abbraccerei volentieri e a loro va il mio augurio perché le vite ci tengano assieme e che ci ricordiamo, loro e noi, d’essere davvero tanti.
C’è confusione attorno, frotte di persone seguono le stesse strade, stanno sotto le stesse luci, gli stessi addobbi. Le vetrine s’assomigliano, i negozi di intimo si tingono di rosso, nelle botteghe sotto il Salone rifulgono pile di cibi colorati. Mostarde e mascherponi montati con cura, formaggi con alfabeti colorati e arcani che parlano delle loro maturazioni, carni impudiche che si mostrano ordinando cotture lunghe e minuziose. Fuori le verdure si mettono in ordine, attendono, assieme ai coni di secchi legumi e alle polveri colorate delle droghe. È l’opulenza del commercio non la festa, ma la festa ha sempre portato con sé la trasgressione e il sonno che ordina sempre quel tronco ordinato che ci sovraintende e che sospende il pensiero. Non dobbiamo pensare, sembra suggerire, perché la festa sparirebbe. Si vedrebbe una realtà senza luccichii, né colori rutilanti. Ci si accogerebbe che molto è uguale e che manca ciò che conta per timidezza e poca ostentazione, ma quello lo portiamo con noi. È il nostro bagaglio dell’anno, non un peso ma quella guida che, al contrario del vento, non muta. Non porta l’acqua dove vuole, la tiene al suo posto, toglie il sale e sciacqua la nostra piccola casa. Un fortilizio oppure una tenda che sarà accanto in ogni notte stellata. Mi chiedo se ancora ci sarà quella persona vestita del bianco abito dei lebbrosi, all’angolo di una strada di Asmara, se la sua pazienza di vivere sarà durata tanto a lungo, se qualcuno si sarà preso cura di Lei. Mi chiedo dei bambini che giocavano sulla spiaggia con un pesce ormai secco, che ridevano per le macchie di petrolio che scivolavano dalla sabbia in mare. Mi chiedo se questi pensieri oziosi non abbiano la funzione della fune che ancora salva l’umanità che ciascuno possiede. Se il poco che ciascuno di noi deposita in una direzione comune non costruisca un paesaggio diverso che google map non riuscirà a vedere. Un paesaggio di coscienze, di anime che hanno quel tronco in cui tutto si ordina sin dall’inizio e che è il cervello con le sue leggi fonamentali. Mi chiedo del bisogo di silenzio che segue la confusione, che accompagna la trasgressione, che glorifica il corpo e lo spirito quando li tiene assieme. Mi chiedo del portolano che scrivo, della commozione che provo, del condividere il poco che si riesce e al tempo stesso vivere. Si può fare di più, quel che è possibile, basta non perdere ciò che ci tiene assieme, la speranza che muterà. Che anche la nostra piccolissima azione contribuirà a cambiare qualcosa, magari vicino a noi, magari dentro di noi. E che chi ci è vicino sentirà il sospiro che libera e che accoglie, che in qualche raro caso si fa parola.
A voi tutti i pensieri che vi servono, la strada che vi fa vedere il mondo e voi stessi assieme, l’amore che vi serve, la serenità che fa camminare e vivere.
Vorrei che tu capissi che m’interessa molto la tua vita, eppure non ti scrivo, anche se spesso lo faccio con la mente. Dirai che dicono tutti così, che ciò che conta sono solo i fatti, ma ne siamo ben sicuri? E a che servirebbe allora sentire e pensare a chi non c’è? Oggi ti parlerò di me non per suscitare la tua risposta ma per farti capire dove mi aggiro mentre non so cosa fai, come vivi, cosa pensi.
Non conosco i tuoi desideri, le attese che hai perduto e quelle nuove che sono nate. Basta questo non conoscere, per non sapere nulla? No, perché ci sono altre strade e momenti che hanno lasciato tracce e queste continuano a percorrere la loro vie, tracciare destini, pronunciare parole. Nei tabù che le nostre vite portano con sé ci sono i tanti modi della fuga, le parole che la descrivono, il dialogo che essa sottende e non interrompe.
È fuga il lasciarsi senza aver detto o mostrato l’ineluttabilità dell’accadere. È fuga il salvarsi quando la minaccia diventa prigione o ancora più provoca la perdita dell’identità. È fuga non pronunciare le parole che si sentono dentro per timore delle loro conseguenze. È fuga il scegliersi dopo aver a lungo cercato. È fuga approdare naufraghi sull’isola del proprio esistere, nudi e con la propria solitudine, di malintesa incomunicabile unicità. È una fuga creare schermi di parole, raccontarsi storie, rifiutarsi e rifiutare. È fuga lasciarsi scivolare nelle abitudini, nelle sicurezze che inquietano. È fuga accettare il gorgo dell’oblio, il rifiuto della memoria, la cecità per non vedersi cambiare e mutarsi.
Parole e succhi di significato che girano attorno a bisogni. Gli stessi con altri nomi, scoperte conosciute: il corpo non mente ma può essere tacitato, plasmato, ignorato, ricondotto al suo posto presunto. Non è questo il pericolo paventato da tanto pensiero umano incapace di ricucire sensazioni e pulsioni con il concreto accadere delle vite?
È domenica, e molto tempo lo passerò facendo le cose solite che a volte mi lasciano insoddisfatto per il divario tra il molto che mi propongo e il poco che poi faccio.
E tu che farai oggi? È il solstizio d’inverno, la festa della luce che comincia a rischiarare la notte, il buio del cuore. Ho ripreso alcune vecchie poesie, perché vorrei farne un piccolo libro che mescoli alcune di esse con il presente, col bisogno di parole nette, inequivoche. M’accorgo ancora una volta dei miei grandi limiti e di come essi generino cose che non finiscono mai, ma un aspetto positivo c’è: sono anche porte divelte, impossibilità di fughe. Questo vorrei tu ben capissi di me, non scappo proprio per la mia incompiutezza, per il limite ben presente che anche quando supero ne genera di nuovo.,
Non ti spedisco nulla, ma scrivo e continuo a farlo su carte che m’accompagnano, più per il mio bisogno che per i lettori. Penso molto e spesso non solo a me ma alle poche persone che mi hanno colpito in questi anni. Penso a come vivono, cosa sperano e si chiedono. Vorrei sapere di più ma comunicare a distanza esige un’ attenzione e un legame particolare, che è quasi una telepatia, un’ affinità che continua e si alimenta reciprocamente. È quel sentire profondo di cui proprio tu mi spiegavi quando raccontavi di un tuo amore appena concluso ma intenso e forte ancora. E io ti dicevo che capivo per analogia, ma non era la stessa cosa ed ora lo comprendo meglio perché le vite sono fatte di ascolto profondo e molto meno di confronto. Ho pensato che nella mia ricerca di un equilibrio interiore sarò ancora più silenzioso. Ho bisogno di capire meglio le cose e come io mi trovo in esse, mettendoci molto più ascolto, ironia e il distacco necessario. Mi accorgo anche che il molto ascoltato, le domande fatte e che mi riguardano non bastano. E anche questo è un modo di non fuggire, perché queste domande dicono che è difficile essere ascoltati nel modo giusto e che questo dipende dalle attese che si hanno. Anche le attese sono delle fughe? E i desideri sono una risposta al fuggire, un fermarsi a un sé che muta rapidamente, che si consuma e al tempo stesso consente di riprendere fiato?
La fuga è un sentire profondo che non ha pudori e che nasce da un percorso. Bisognerebbe spiegare anche questo, ma chi ascolta non può fare questa fatica o almeno non la si può chiedere: o viene come una disponibilità oppure non c’è e questo motiva il silenzio di cui mi circondò, lo scrivere che resta segreto e quello più esterno che diventa allusione. Penso anche che la fuga motivi molti impegni e il parlare d’altro senza passione vera, perché anche a quella serve un noi che dia dimensione alle cose che si fanno, un futuro e uno scambio limpido. Condizioni davvero difficili da realizzare. Così le mie giornate si annodano di cose, di impegni lievi o forti ma è il muto dialogo interiore che alla fine determina l’umore e quell’apertura al desiderare che, a mio avviso, è propria dell’uomo e lo spinge a comunicare profondamente. Pensieri solipsistici se non trovano uno sbocco, ma le cose non sono mai così assolute ed è la speranza e la ricerca distratta, si chiama caso, che lancia segnali e spesso si sbaglia, ma non cessa di pensare che da qualche parte il comunicare profondo esista. Che sia una buona domenica. Con un abbraccio