la libertà e i sognatori

Se son benevoli, al più diranno che siamo fuori della realtà, destinati a vivere di sogni, eterni ragazzi che corrono dietro alle passioni d’un tempo.

E’ vero che ci perdiamo un poco quando pensiamo alla libertà, che lasciamo che ciò che racchiude la parola apra il cuore e faccia d’un sentimento individuale la presunzione d’un bene di tutti.

E’ vero che per la libertà abbiamo un’attenzione speciale, qualcosa che ci fa litigare, noi che siamo pacifici, è vero che la nostra libertà fa fatica a compiersi e quindi spinge sempre ad interessarci di cose che sembrano perdute, come la cosa pubblica, la politica, il bene comune.

E’ vero che questa parola così individuale nel sentire, non si riesce a racchiudere in qualcosa di solamente proprio, che c’è bisogno di pronunciarla abbracciando, e ci fa sentire molti solo al pensarla.

E’ vero che è stata usurpata, che ne hanno fatto la sigla di un partito, come essa potesse essere solo di una parte. Un partito, che proprio libero non è, visto che chi decide è uno solo.

E’ vero che è una parola e un sentimento di tutti che nessuno ha il diritto di sporcare e di sentire solo suo. E’ vero che essa ci appartiene e solo noi possiamo cederla ad altri, se non lottiamo per essa.

E’ vero tutto questo, ma noi siamo sognatori e ancora pensiamo che ci sia una religione della libertà che spinge a fare cose inaudite, a superare ciò che sembra impossibile. Un giorno fu Resistenza, lo è ora come allora, perché la libertà è esserci, ed anche se non è più solo resistere, adesso è fare e non lasciar decidere al nostro posto. Applicarsi al mondo e capirlo con la pazienza che solo il rispetto può dare. Ecco la libertà è rispetto nel fare ciò che si sente dentro, per questo la libertà non prevarica, ma permette, essa sola, di essere davvero.

Forse per questo i cinici, gli infingardi, i prepotenti, gli arroganti, sentono che la libertà l’abbiamo noi che sogniamo. Ed è solo invidia per le nostre passioni così piene ai loro occhi, per il nostro guardare avanti con speranza, ed è anche la paura più grande di chi opprime, perché la libertà riemerge e tutto ciò che l’ha conculcata sparisce, diventa polvere e passato. Per questo siamo lieti di sognare, non solo oggi, ma ogni giorno.

Buona festa della Liberazione a tutti i sognatori.

posti davanti al mare : Miramare

Dalle alte finestre a ovest, verso Venezia, scende il sole, e si riflette sul mare.

In trasparenza si scorgono i visitatori nelle stanze. S’aggirano, è la parola giusta quando si guarda e non si sente.

Nei giardini, digradanti verso il castello, il glicine comincia a riempire vista e aria. E i platani, piegati a pergola, mettono nuove foglie.

Verde nuovo, grigio, azzurro, bianco  e blu d’acqua: è il mare, che si frange appena sotto, sui resti di falesie antiche, sventrate dall’uomo.

Tornando da Trieste, mi fermavo in questo equilibrio di tristezza ed esplosione del vivere, ad attendere il tramonto.

Qui tutto finiva e tutto ricominciava.

Di primavera.

Incessante.

l’età in cui nasce la malinconia e la felicità

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La scuola aveva due sedi, e si frequentavano entrambe. Quell’anno in autunno, ci furono piogge torrenziali e il rione pellettieri, che attraversavo, era interamente allagato. Parti povere della città, anche quando la città frammischiava le case tra poveri e ricchi, ma lì non c’era traccia di ricchezza, una vecchia villa era un postribolo da poco chiuso, poi, verso il canale un’altra villa, trasformata in clinica, per il resto erano case miserevoli, malsane, appoggiate l’una all’altra, in strade basse che s’ allagavano ad ogni autunno e tra esse, una fabbrica di colori, inchiostri e crema per calzature che provvedeva con i suoi scarichi, a colorare i livelli d’acqua sui muri. Così c’era il diagramma del malstare sempre a disposizione. Capivo poco, ma la miseria era evidente e passandoci in mezzo, entrava dentro come umidità, faceva star male al pensiero. La mia casa era modesta, ma linda e piena di sole, c’era legno e terrazzo veneziano, non pavimenti in terra, i miei vestiti erano ordinati e puliti, mi portavo dietro un profumo di buono, ma passando tra quelle case mi sembrava che ciò che avevo fosse in più, tanto da accelerare il passo, per uscire dall’impressione di pesantezza del vivere loro. Poco dopo l’intero quartiere fu smantellato, gli abitanti deportati in condomini e appartamenti sani, con il bagno, mentre lì, nel pellettieri, i bagni non c’erano e finiva tutto in canale, ma dico deportati perché fu dispersa una cultura, non per loro scelta e i vecchi si intristirono, i ragazzi restarono separati dal resto delle bande giocherellone nostre e ne fecero per loro conto, ma più chiuse e cattive, senza più gioco. Accadeva e noi non sapevamo nulla e così ci godevamo le demolizioni, andavamo a vedere gli affreschi sulle pareti della casa di tolleranza e per completare il giro, chi sapeva, ci portava anche a vedere i mosaici di quell’altra di via santa Agnese. Di tutto quel bisbigliare, ridacchiare, capivo davvero poco, non avevo ancora alcun interesse che fosse esplicito a me, non era ancora tempo, vedevo i nudi, ridacchiavo ed avevo un vago senso di peccato, ma la cosa finiva col parroco al sabato e qualche pateravegloria.

Le due sedi della scuola erano davvero distanti. Per raggiungere quella vicina al Carmine attraversavo mezza città. Camminavo tantissimo in quegli anni, con un’abitudine (che m’è rimasta), connessa ad un senso di gioia, come se le gambe e il loro muoversi avessero un potere di allegria, quindi non mi pesava e tornavo spesso a giocarci il pomeriggio. Un giorno, scavalcando un muro, m’ accorsi di un ciliegio coperto di fiori, dei petali che volavano come neve e divenne evidente l’aria fresca, già piena di umori, che veniva dal canale. Fermai una corsa per dirlo, ma non era già più tempo, i giochi nuovi e non più da bimbi, la scoperta delle cose dette a bassa voce, ormai cancellavano la meraviglia dello stupirci assieme, finì con uno spintone e un canzonare che bruciava, ma che mi permette, oggi,di tenere il ricordo di quel bianco in mezzo alle rovine della città che cresceva. Era l’età in cui nasceva la malinconia e la felicità attesa ed io mica lo sapevo. Il quegli anni quello che era stato seminato in me, spuntava, prendeva forma, e accadeva tutto ciò che poi sarebbe diventato forte. C’era una consapevolezza della spinta a crescere che cambiava vestiti e scarpe, ma soprattutto cambiava i pensieri, ed io i pensieri non volevo farmeli cambiare troppo, ci tenevo alla fantasia, alla meraviglia di quei piccoli giochi appena trascorsi, al fabbricare cose che sembravano altro nella mia testa, come quegli aerei di compensato ritagliati già pregustando il loro volo con i razzi, e il parlare seduti all’ombra sulle cose impossibili, e dell’ultimo film visto e il repentino alzarsi e ricominciando a correre, e le figurine nuove da mostrare, e il concitato sovrapporsi di parole dei litigi, e i silenzi improvvisi. Insomma a tutto questo ci tenevo, pur nel mio crescere impellente, eppure fuori tutto mutava, così trasferivo dall’esterno all’interno quell’essere di prima che non voleva morire, ma non me ne accorgevo. 

Alcuni giorni alla settimana li trascorrevo nell’altra scuola. A fianco dell’ingresso, appena oltre al portico, c’era un salumiere di quartiere, con un bancone così alto che mi sembrava un muro. Ed io non ero piccolo, ero il più alto della mia classe. di quella di prima almeno, perché nella nuova c’erano un sacco di ripetenti, perfino uno che aveva fatto il militare. In quella salumeria si entrava durante l’intervallo, si veniva investiti da un odore fatto di cento odori diversi, di pane, di canfora, di mortadella, di spezie, di diluente, di stoffa, di prosciutto cotto, di baccalà, tanto da restare per un attimo sospesi a decifrare, ma era un attimo, poi cominciava l’acquolina e l’attesa, finchè si usciva con un panino fresco, ripieno di tonno e cipolline sbrodolanti e gocciolanti. Gusto. Puro gusto e piacere. Era una novità assoluta: l’intervallo, l’uscita furtiva dalla scuola, il panino, il rientro. Una bricconata da cuore in gola da celebrare come una vittoria, un essere grandi prima del tempo, una libertà, un disporre di sé e del poco denaro raccattato tra mancette e borsette compiacenti. Tutti spiccioli, anche le giornate, solo la vita era davvero piena, colma, traboccante, da passare con la lingua oltre al bordo per non perderne nulla. E invece veniva disperso talmente tanto, scialacquato con allegria il vivere quotidiano che, più che una vita, era una scia di fatti, impressioni forti, flash nel giorno che rischiaravano i visi e sfumavano i contorni, sovraesponevano, ma restava tutto, oh sì che restava. Ci fu un fatto, un incidente, una chiazza di sangue larga, la segatura ad assorbire, come stessero pulendo il pavimento, il corpo portato via subito, l’impressione fortissima, poi il racconto di chi c’era e aveva visto, noi eravamo appena fuori, in cortile, al grido. E nel dire concitato, si sovrapponevano le vanterie dei testimoni, ma un peso che non aveva nome, e avevamo tutti, toglieva ogni enfasi ai discorsi, anche le parole altisonanti si schiacciavano per terra. Il pensiero di casa, di noi, della vita e del suo interrompersi per la prima volta, almeno per me, aveva un valore diverso. Non erano più angioletti, come li chiavano prima, un compagno di giochi, una peritonite, forse, e non c’era più, e ancora, il fatto dove pure noi esploravamo il fiume, uno scoppio, corpi dilaniati, il ripetere in casa che le cose strane non si raccoglievano, che la guerra che non era ancora finita negli oggetti letali, ma allora la morte aveva un altro significato, forse non ne aveva, accadeva, non era una vita a cui veniva tolto il futuro, non lo capivo così prima. Solo nella nuova scuola, in quel fatto, si palesò, nella sua definitività ed era la prima vera percezione, la morte.

Di allora, mi pare tutto eccessivo, un pullulare di contrasti, quiete e fermenti che schizzavano ovunque, continuo a pensare che tutto già c’era, che nella pallina di energia che si era accumulata pochi anni prima qualcosa si stesse srotolando, un refe, rosso, forte che prendeva dentro e attorno, cucendo tutto. L’ho capito allora che contenevo il tempo, non quello dei libri di storia, non quello sequenziale dei doveri, degli obblighi e dell’attesa di un piacere circoscritto, no, contenevo il tempo arruffato e circolare, il mio tempo, quello fatto di una crescita multiforme, di un andare, di un obbligo alla visione che non è microscopio, ma neppure sguardo distratto, un elaborare continuo di stimoli, di sentimenti, di possibilità, piacere che resta, un tempo che solo io avevo e che durava, si rivoltolava in me, urgeva e cresceva, come quelle torte senza lievito che faceva mia mamma, mia nonna, tutti: la torta margherita. Un tempo che abbuffava e soffocava, che faceva tossire per la fretta, e poi si scioglieva e lasciava pasciuti, in attesa di un nuovo essere, anzi dell’essere che si svolgeva. Ecco, lì, mentre nasceva la consapevolezza dell’esistenza della malinconia e della felicità, oscuramente cominciavo a capire che l’essere mio si sarebbe d’ora in poi, svolto, e che io scrivevo il tema.

il grafo della fine dell’infanzia

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In fondo erano poche strade, anche se a me parevano tante, il grafo dei miei percorsi l’avevo in testa, con relative priorità e gradi di piacere, ma allora non sapevo cos’era un grafo ed erano solo strade e luoghi di congiunzione tra necessità e libertà. Avevo 11 anni, quasi 12, come il millequattro quasi  millecinque di non ci resta che piangere. Casa, campo da pallacanestro, patronato, scuola, i giardini di certe case in rovina, case di amici, il Prato e gli zii, i giardini dell’arena e le piazze. Percorsi con i calzoni corti, di corsa, da solo, in compagnia, nel sole delle estati afose di città, piano, sotto i portici, d’inverno. Alcuni pensieri ancora li ricordo, erano di attesa di cose buone, di futuro. E poi quella nuova scuola. Tetra come sanno essere i conventi strapazzati dagli usi civili, ricca di superfetazioni, laboratori, cemento e aule ricavate in spazi che un tempo dovevano essere belli. Una scuola professionale, perché questo aveva pensato per me il maestro, ed era stato pure ascoltato; che stupidaggine vista la mia manualità e la fantasia solitaria e galoppante. Comunque era un’ altra scuola e a me bastava per uscire dall’infanzia. Non più l’elementare vociante dei bambini, dei grembiuli e dei fiocchi, dei nonni in attesa, delle dita sporche d’inchiostro. Non più le aule che odoravano di vecchio e di legno, i finestroni altissimi che si riempivano di pioggia, le tende pesanti, nocciola di sporco e di canapa, gli alberi visti mentre desideravo esser fuori e lontano una voce spiegava, spiegava e io sognavo di tagliare un ramo del tasso che vedevo per farne un arco (come Robin Hood), non più lo stesso maestro, gli stessi compagni, gli stessi percorsi: tutto nuovo, strade nuove, occhi nuovi per un’età che cresceva troppo piano e troppo in fretta rispetto ai pensieri e al corpo che s’inerpicava nell’età prepubere. L’età informe e indecisa, la terra di nessuno in cui sarebbe accaduto molto, troppo, e capito nulla o quasi. l’età delle trasformazioni in cui scoprivo la libertà, la possibilità d’essere solo e felice. Eppure in quel vivere mi sembrava di non imparare nulla di confrontabile con il prima ed erano pochi i ricordi che restavano dei giorni, delle cose, quasi a negare l’età precedente, perché il ricordare è faccenda personale, un riposarsi nel passato, cosa davvero poco interessante quando si cresce o si esce da un’età e si entra trionfanti e timorosi nella successiva.

Eppoi c’era una nuova casa, perché in quell’anno traslocammo, nuovi pensieri e nuovi luoghi di gioco. Ambienti più grandi da odorare, un sole diverso che irrompeva da finestre disposte secondo nuovi orientamenti, odore di calcina e di lacca, pavimenti di legno a lunghe tavole, il terrazzo veneziano nel soggiorno, una televisione, un frigorifero, un giardino, un muro alto che separava da un convento pieno di ragazze che cantavano canzonette, una terrazzetta, due scalini di legno su cui mi sedevo guardando il Santo, con le sue cupole e l’angelo con la tromba che si muoveva con il vento e la soffitta e i mobili in cui nascondere fumetti e un tumulto dentro con la scoperta della malinconia. Forse mezzo chilometro, ma il mondo era davvero cambiato. Io ero davvero cambiato.

E continua…

e che c’è da capire?

La domenica delle palme, forse più della Pasqua, evoca molto anche a chi non è credente. E’ molto umana, evidenzia la fugacità dei trionfi, l’osannare vacuo e interessato della folla, l’applaudire che si trasforma in dileggio. E’ l’anticipo del “crucifige” e chi è osannato dovrebbe ricordarselo. Basterebbe questo per riconoscere che molto di umano c’è nel religioso, e non solo il mezzo, ma l’insegnamento sulla relatività dell’uomo. Se l’uomo non si riconosce in sé, se non rifiuta la folla, se non si guarda dentro per trovare le ragioni che lo spingono e lo giustificano nei suoi atti, cercherà altro e soprattutto assoluzioni che non lo salveranno da sé, basteranno forse ad altri, ma gli altri sono quelli del trionfo delle palme.

Forse un agnostico non dovrebbe farsi troppe domande su ciò che vede, ma piuttosto badare a ciò che sente. Chi ha una fede è meno solo, ma non basta e non è per sempre. A volte chi non ha una fede se la costruisce, ne cerca la giustificazione in sé non nella razionalità, come fosse un salvagente lanciato nella notte: gli serve per galleggiare.

Chi non ha una fede sperimenta la solitudine e pensa non ci siano sbocchi se non nell’altro, nel sentirlo, affrontando con lui l’oscurità che emerge dentro. E’ la sola speranza che ha, ed è così flebile che la deve difendere da ogni evidenza contraria con una fede laica nell’uomo che spesso neppure la religione trova. Qualche anno fa mi trovavo la notte di Pasqua a Regensburg. Nevicava come in questi giorni, non avevo voglia di andare a dormire e mi ero messo a camminare per la città, anche se era tardi. Alla fine, mancava poco all’albergo e a mezzanotte, il freddo mi spinse nella cattedrale. La scena che mi si parò davanti mi stupì molto: la chiesa era zeppa di persone e totalmente al buio, solo verso l’abside c’era il cero pasquale acceso. L’officiante parlava salmodiando, ma da solo, al buio. C’era una sospensione tra le persone, un silenzio di attesa. Tutti sembravano solo respirare e ascoltare. E tutti guardavano verso l’altare che s’intuiva attorno alla voce. Guardavo attorno, con gli occhi che si stavano abituando al buio, quando all’improvviso esplose un halleluya e scoccando come una fiammata, dall’abside verso la navata, la luce invase la chiesa. Bianca e fortissima come divorasse l’oscurità. Il coro intonò un inno di giubilo. Adesso i volti attorno erano sorridenti e cantavano. Devo dire che l’emozione fu forte, forse troppo e dopo poco uscii. Avevo bisogno di restare solo.

Di solito a questo punto si scrive: quella notte capii… invece io non capii niente di più di quello che già sapevo, ovvero che c’è chi ha fede in qualcosa che non può toccare, eppure lo sente, e chi non ce l’ha, ma non per questo è sola razionalità. Però entrambi sono uomini e se condividono la spiritualità si possono parlare di cose immateriali che conoscono. Se non mettono in mezzo i dogmi, se guardano alle cose che possono fare assieme rispettandosi, si accorgono che possono fare tutto quello che è importante davvero. Poi se vogliono, uno metterà un limite e l’altro lo rispetterà, ma quel limite è cosa loro.

Star bene, rifiutare ciò che non appartiene, e tenere tutto il resto. Io credo (parola difficile per un non credente) che se ci si riconosce, allora anche l’osannare vacuo si perderà, la distanza si farà breve in ciò che conta. Non serviranno trionfalismi, solo l’idea che ciò che si fa è giusto e fa bene. 

inguaribili romantici

Portavo pantaloni neri alla zuava infilati negli stivali neri di cavallino, giacche di velluto chiaro e maglioni o camicie aperte. Mi piacevano (e mi piacciono i colli alla coreana), sentivo il cuore che pulsava all’unisono con il mondo. Il mio romanticismo era anche questo: passione in accordo con il fare, un buttarsi oltre perché ciò in cui credevo era più importante. Avvolgevo il tutto in un mantello nero a ruota che ho ancora oppure in un eskimo che finì a pescare con mio zio, quand’ero militare. Se c’è stata una costante in Europa per oltre un secolo e mezzo, questa è stata il romanticismo. Declinato in tutte le forme, ha infiammato, unito, rovesciato, diviso, creato, distrutto e costruito stati, economia, idee, scienza e sapere. Il novecento ha sepolto se stesso e il romanticismo, ma non l’idea che qualcosa possa far da collante al bisogno di cambiamento. Sarebbe triste un mondo che ripete se stesso, ma anche un mondo che muta con la sola tecnologia sarebbe altrettanto triste. Un imprenditore, padrone del vapore, portato allo scontro in fabbrica, mi diceva di sé che era un inguaribile romantico, forse intendendo che credeva nella forza che spinge oltre il singolo, che unisce e mantiene ben distinti gli slanci personali. Insomma credeva in qualcosa che non era il solo denaro, ma la crescita dell’uomo, e per farmelo capire bene paragonava la manifattura, che è fatta di forza, precisione, ingegno e trasforma, crea quello che prima non c’era e non ripete, rispetto alla finanza dove tutto questo non esiste e il denaro genera se stesso. Questo scontro tra padroni e operai, tra dominatori e liberatori era uno scontro tra romantici. Finito? Forse. Oltre al macro dato che alle aspirazioni alla libertà si sono sostituite altre aspirazioni, che creati gli stati ed esaurita la spinta coloniale ben poco rimaneva da fare, con la seconda guerra mondiale anche il romanticismo ha iniziato a scomparire dalle coscienze. Le ultime vampate del ’68 e degli anni ’70 hanno lasciato il posto al prevalere dell’individualismo, abbandonando il collante che ne permetteva il beneficio per tutti. Il mondo avanza sulla tecnologia e la passione è una virtù domestica da esercitare dove meglio si crede, tanto che è più facile unirla al sesso e al potere che ai progetti collettivi. Può bastare per un poco, ma credo lasci larghi spazi all’insoddisfazione senza nome. All’anomia che divora quando non si è parte di un progetto di futuro. Non importa se conduttori o passeggeri, ma un progetto è un veicolo con una forza enorme che trascina tutto in avanti.

Mi chiedo se chi è stato romantico lo sia per sempre, come fosse una cecità dello spirito che impedisce di vedere altro. Eppure mutiamo, non siamo quelli dei nostri anni giovani, se ci furono idee forti queste si sono attualizzate, più che invecchiate con noi. Mi impressiona sentir dire ai funerali di un compagno, di un partigiano, di uno spirito forte, che è stato fedele agli ideali della sua giovinezza, mi piacerebbe invece, che si dicesse che è stato sempre vivo, che di quegli ideali ha fatto motivo di una crescita personale che non si è mai conclusa e che non si è stancato di lottare per gli altri. In fondo questo fanno i romantici, vivono e lottano, provano passioni e cercano di condividerle. E sono un po’ fuori del tempo perché si richiamano a qualcosa che pare non sia specifico di un’età dell’uomo: la giovinezza. Mi pare sia così, forse lo dico per darmi speranza, per dirmi che se il romanticismo è morto non ha vinto il cinismo e che da qualche parte il fuoco è ancora acceso e che insieme si potrà andare avanti e che la libertà avrà un senso collettivo e che il mondo sarà un diverso terreno di competizione e di crescita per le idee e gli uomini, non solo il luogo per accumulare cose e denaro.

Mi chiedo anche quando, e se, sia finita l’età dell’innocenza dello sperare in qualcosa di comune. Me lo chiedo e lascio la domanda a ciascuno, perché in quel momento si inizia a diventare vecchi e non si smette più. Solo sperando contro l’evidenza si può essere giovani, invertire il corso del tempo reale. E allora gli ideali della giovinezza ritornano vivi, non gli stessi, ma quelli che permettono di sperare che cambierà e che spingono perché ciò si avveri.

Intelligenza, passione, fare insieme, credo sia tutto qui.

carnevale

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L’uomo ragno tiene per mano un uomo ragno piccolo. Un uomo ragnetto. Camminano su un tappeto di coriandoli verso il carnevale di paese. Carri mascherati molto casalinghi, a cura del comune e la pro loco, cioccolata calda e bibite gratis. Una folla di damine, zorri, cenerentole, biancaneve, tra adulti, mamme con neonati mascherati nelle carrozzine. Qualche maschera adulta, ma per ridere, mica siamo a Venezia. La statale è stata chiusa, non oso pensare la densità di bestemmie per la deviazione delle auto sui percorsi sconosciuti della zona industriale, ma un effetto straniante, e bello, è il camminare in mezzo a una strada in cui di solito c’è un’auto al secondo. Nei paesi il carnevale è dei bambini, c’è l’eccitazione del mascherarsi, dell’essere altro, ma dura fino alla folla, poi quando, a frotte, si immergono con gli altri, i giochi ridiventano quelli di sempre. Qualche damina è un po’ schizzinosa, è entrata nella parte. Speriamo non lo sappia la Fornero. Non mancano i pianti. Il pensiero di una mascherina, qual’è? Credo che i bambini elaborino tutto in relazione alla normalità, ovvero pensano che il confine tra eccezione e normalità, non sia così rilevante. Per cui un giorno particolare è tra i giorni vissuti, si ricorda e si dimentica, dipende quello che accade, ma la stanchezza è quella di sempre, come le guance arrossate, il gridare, il correre, il ridere contagioso. Quand’ero bambino non c’era la mascheratura di massa, al più qualche lenzuolo frusto, da bucare per fare il fantasmino. C’era qualche arlecchino o Colombina, ma erano rarità e cose da benestanti. I vestiti di carnevale  degli adulti, erano pochi, molta tradizione del ‘700 e riservata ai ricchi, che festeggiavano nei palazzi con il piano nobile e le finestre con i vetri a piombo. Per gli altri, la festa era fatta di galani, fritole e vino rosso e qualche mascheratura da giovani buontemponi. Vecchie cose, tabarri, qualche saio, perché il frate aveva sempre appeal.

Adesso gli adulti sembrano aver bisogno d’altro. L’eccezione. Venezia, ad esempio. Premetto che sono prevenuto, se posso evito il carnevale veneziano perché oltre a vedere qualche maschera particolarmente originale, non colgo l’allegria naturale. A Venezia comunque bisogna andarci in gruppo, perché ci si divide tra chi si mostra e chi guarda. Come nella vita. Ma il gruppo serve per ridere. A pensarci questo è vero tutto l’anno, il carnevale non aggiunge molto. Quindi non è l’eccezione che diverte, ma il mostrarsi differente. Per questo credo che i veneziani non amino il carnevale nel loro cortile di casa, loro sono eguali al resto dell’anno e la confusione non li fa ridere. Solo gli albergatori ridono, e i negozi che vendono maschere cinesi e i bar altrimenti deserti, perché aver gente in una stagione morta porta comunque guadagno. I veneziani si tappano in casa, oppure bisogna rincorrere tutt’altre mascherine nei campielli fuori percorso canonico e ci si accorge che, umidità a parte, assomigliano agli zorri, cauboi, biancanevi, omini ragno e damine dei paesi di terraferma. Non c’è commedia dell’arte, anche qui gli arlecchini non sono più di moda e i campielli sono piazze di un micro paese, chiuso ai foresti, con abitudini e regole impermeabili ai più, ma molto simili alla normalità.

Chissà a che serve davvero il carnevale adesso, oltre che ai bambini. Con i blog, fb e compagnia cantando, la gente si maschera tutto l’anno. Credo sia questo il vero successo della rete: il poter essere altro sempre e non solo quando l’anno lo permette. Ma è solo una sensazione, chissà se è davvero così.

delicatezza

Non ho bisogno di spiegare, lo sai cos’è la delicatezza. Certe cose si capiscono a pelle, non importa se parli sempre ammodo, quando serve sai usare parole non particolarmente educate per ridere o per sfogarti. E ogni tanto accade. Non importa neppure se in certi momenti ti lasci scappare qualcosa che fa parte dell’intimità, sono cose tue che fanno piacere in quel momento. Ma la delicatezza te la porti dietro e ti fa piacere. Perché è un modo di stare con te prima che con gli altri, una condizione che si raggiunge, in parte per educazione e in parte per predisposizione, ma quando ce l’hai non ti lascia più.

Dà molte soddisfazioni, la delicatezza, fa stare bene, aiuta a vedere lati delle cose che rendono più leggeri. Ha anche i suoi lati negativi, perché rende più vulnerabili alla volgarità, non quella delle parole, ma quella del cuore, quella della timidezza rovesciata in protervia, quella del rispetto dimenticato.

E toglie pure qualche possibilità di comunicazione con quelli che competono sempre e pensano principalmente in termini di sudore, risate, sangue e merda. Ricordi? quella era la definizione della politica fatta da un ministro socialista, ma a te di quella politica non è mai piaciuto il profumo, perché ciò che vedi non è mica fatto solo così. E’ una parte del mondo che hai conosciuto, non t’è piaciuto e hai deciso che non era per te.

Ti dicono che la delicatezza è cosa da donne, e ti ricordi che hai conosciuto donne che la delicatezza l’avevano solo in bocca, e altre invece, che senza dire, ne avevano fatto gesto, pensiero e umanità. Ma ricordi anche persone, tra le più belle che hai conosciuto, che emanavano rispetto anche quando incitavano a prendere posizioni dure. Ed erano uomini, delicati nel lasciare all’altro sempre la possibilità di dire e di essere.

Così finisci per pensare che stai bene cosi e che hai avuto uno strumento notevole per fare delle scelte, per distinguere senza giudicare, chi può essere con te e chi invece, pur con le più grandi qualità e intelligenza, non potrà esserci.  E neppure ti dispiace, come certamente non dispiacerà all’altro,  ma non ci puoi fare nulla,  per te la delicatezza è una premessa, la comunicazione viene dopo.

Jan Palach, Praga:16 gennaio 1969

Difficile raccontare quale fu l’emozione di quel 16 gennaio ’69. Ne scrissi già in passato, e ancora, ogni anno ritorna, perché resta un fondo di mestizia, di mancanza, come un sogno interrotto. La notizia che uno studente s’era dato fuoco a Praga, in piazza san Venceslao, era arrivata con i giornali della sera. E con la notizia l’emozione. Profonda, contigua alla rabbia, con un bisogno di far qualcosa subito. E’ facile scivolare nella nostalgia dei reduci, ma è penoso quando accade perché diventa il come avremmo voluto essere più che il come eravamo davvero. Eravamo chi? Quanti? E cosa pensavano gli altri? Era tutto scontato: eravamo in tanti, avevamo tutti la stessa percezione, eravamo pronti. Non era vero e i fatti poi lo dimostrarono, ma l’emozione fu davvero profonda perché ciò che era accaduto rappresentava la ribellione estrema attraverso il sacrificio di sé, ed era uno che aveva la nostra stessa età, che sognava le stesse cose. C’era la speranza in quel gesto, e in noi, anzi la certezza, che davvero si potesse cambiare insieme, che il mondo si sarebbe messo sulla strada giusta, per sé, per tutti. Bastava volerlo.

Da tempo giovani monaci si davano fuoco a Saigon, passavano le loro immagini sulle TV in bianco e nero , e sapevamo ch’erano vestiti d’arancione. Forse li vedevamo così anche nel bianco e nero e impressionava la compostezza nella morte data e orribile, ma c’erano i Viet Cong che facevano notizia ogni giorno e combattevano. Il primato dell’azione, di Davide contro Golia, la sconfitta della tecnologia e della forza, battute dal diritto e dall’ingegno. Non era una novità il suicidio con il fuoco per protesta, ma Jan Palach fu un’altra cosa. Era uno come noi che chiedeva il giusto, cioè l’impossibile che cessava di essere tale.

Nei giorni successivi, anche senza nominarlo, emergeva in continuazione, nelle assemblee, nelle occupazioni, nei discorsi tra noi. Gli interventi si infiammavano di giorno, la sera guardavamo ancora immagini e c’era una tristezza incredibile in quel bianco e nero, nella sua fotografia ripetuta, nella folla enorme che si radunava a Praga. Tristezza e consapevolezza che così non sarebbe potuto continuare. Credo che tra i grandi simboli di quella stagione, accanto all’entusiasmo, ci fu il suo nome, la sua giovinezza e il sogno che la accompagnava. La differenza con tutto quello che ho visto dopo era la certezza che avremmo vinto. Che i giovani avrebbero vinto, che sarebbe cambiato il mondo in meglio. Definitivamente.

Ma questi sono pensieri da reduci, il mondo è una scena e chi recita, interpreta ciò che gli pare giusto, basterebbe non stancarsi presto della parte. Vedendo come sta andando, verrebbe da dire a chi non prende in mano la sua vita: diventerete vecchi anche voi e se non avrete qualcosa di vostro dentro, cosa vi resterà? Pensieri da vecchi che non capiscono, per l’appunto.

Un tempo si diceva, di quelli che invecchiavano per loro conto e magari non sembravano neppure così vecchi: è rimasto fedele agli ideali della sua giovinezza. Non credo si usi più, perché quegli ideali così includenti e collettivi, non hanno più molta corrispondenza con ciò che c’è attorno. E anche gli ideali hanno bisogno di realtà.

cene di pianura

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Stasera ci sarà una cena tra quasi amici, cucinerò cose invernali, da pianura, dense di sughi, polenta, vini corposi. L’inverno ha un calore particolare dentro al suo freddo: spinge a conoscere, a chiudersi nelle case. Per questo i quasi amici possono essere una sorpresa. In tutti i sensi.

Quando non ci si conosce a sufficienza, negli incontri si dà spesso il meglio, e c’è molta verità nell’apparire. Basta guardare e soprattutto non decidere subito. Lo spirito di difesa ancestrale vorrebbe tagliar corto, presumere, scegliere e scartare sulla base di indizi, ma se interessano le persone meglio non scrutare troppo, almeno all’inizio. Da piccolo mi insegnavano di non fissare a lungo negli occhi. Quello, mi dicevano, viene dopo, quando ci si conosce a fondo, ci si vuol bene. Faccio una cosa a metà: guardo ascoltando.

C’è molta verità nell’apparire, nel cogliere cosa davvero vuol essere significato, dove finisce la rappresentazione e dove inizia l’esposizione dei bisogni. Per questo mi piacciono le cene in cui non si sanno ancora i discorsi che verranno fatti, gli argomenti che serpeggeranno indecisi dall’ignoranza dell’altro; c’è possibilità di sorpresa e di novità, promettono interesse. Le delusioni le raccoglieremo dopo, se ci saranno, ma prima è ancora il momento magico del possibile e pensare che il tempo sarà ben usato.