edifici dismessi: la legatoria



L’ultima macchina è stata piegata,
divenuta sinuosa nello spazio angusto,
ancora funziona, ma è sola e s’alimenta di curve veloci.
Poco oltre il silenzio,
mancano commesse per ciò ch’era eccellente,
ora è fuor di misura d’interesse.
Una sera, eravamo in due, a parlarne
si sentivano i passi nei grandi spazi,
rimbalzavano le voci su scaffali e soffitti,
sui tubi di aspirazione, sulle condotte colorate di rosso e di blu,
sui fasci di cavi e sulle macchine ferme.
Nel disfarsi di un progetto ci sono catene d’eventi,
e i muri assorbono tutto,
anche le macchine subiscono tutto,
gli uomini ricordano che prima accarezzavano i quadri di luci,
ed ora scompaiono poco a poco.
C’erano cento persone ora ne bastano meno di trenta
e nel rumore dei nostri passi si percepiva il non procedere,
il fermarsi che vorrebbe spiegare,
discutere,
mettere evidenze a compensare errori.
Prima che tutto fallisse,
che le vite tese nel dimostrare un valore
fossero indifferenti,
nessuno sembrava cogliere il tracollo,
ancora governava la speranza di dare un senso all’evolvere.
Questione di soldi, d’interessi, d’impazienze,
e poi la polvere ha iniziato a cadere sulle macchine,
i portoni si sono chiusi,
mentre il freddo ha investito ciò che di silente rimane,
ora dagli alti lucernari, la luce fatica a entrare allegra,
e neppure illumina, ascolta i passi,
cerca nel suono qualcosa che riporti la vita.

carnevale

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L’uomo ragno tiene per mano un uomo ragno piccolo. Un uomo ragnetto. Camminano su un tappeto di coriandoli verso il carnevale di paese. Carri mascherati molto casalinghi, a cura del comune e la pro loco, cioccolata calda e bibite gratis. Una folla di damine, zorri, cenerentole, biancaneve, tra adulti, mamme con neonati mascherati nelle carrozzine. Qualche maschera adulta, ma per ridere, mica siamo a Venezia. La statale è stata chiusa, non oso pensare la densità di bestemmie per la deviazione delle auto sui percorsi sconosciuti della zona industriale, ma un effetto straniante, e bello, è il camminare in mezzo a una strada in cui di solito c’è un’auto al secondo. Nei paesi il carnevale è dei bambini, c’è l’eccitazione del mascherarsi, dell’essere altro, ma dura fino alla folla, poi quando, a frotte, si immergono con gli altri, i giochi ridiventano quelli di sempre. Qualche damina è un po’ schizzinosa, è entrata nella parte. Speriamo non lo sappia la Fornero. Non mancano i pianti. Il pensiero di una mascherina, qual’è? Credo che i bambini elaborino tutto in relazione alla normalità, ovvero pensano che il confine tra eccezione e normalità, non sia così rilevante. Per cui un giorno particolare è tra i giorni vissuti, si ricorda e si dimentica, dipende quello che accade, ma la stanchezza è quella di sempre, come le guance arrossate, il gridare, il correre, il ridere contagioso. Quand’ero bambino non c’era la mascheratura di massa, al più qualche lenzuolo frusto, da bucare per fare il fantasmino. C’era qualche arlecchino o Colombina, ma erano rarità e cose da benestanti. I vestiti di carnevale  degli adulti, erano pochi, molta tradizione del ‘700 e riservata ai ricchi, che festeggiavano nei palazzi con il piano nobile e le finestre con i vetri a piombo. Per gli altri, la festa era fatta di galani, fritole e vino rosso e qualche mascheratura da giovani buontemponi. Vecchie cose, tabarri, qualche saio, perché il frate aveva sempre appeal.

Adesso gli adulti sembrano aver bisogno d’altro. L’eccezione. Venezia, ad esempio. Premetto che sono prevenuto, se posso evito il carnevale veneziano perché oltre a vedere qualche maschera particolarmente originale, non colgo l’allegria naturale. A Venezia comunque bisogna andarci in gruppo, perché ci si divide tra chi si mostra e chi guarda. Come nella vita. Ma il gruppo serve per ridere. A pensarci questo è vero tutto l’anno, il carnevale non aggiunge molto. Quindi non è l’eccezione che diverte, ma il mostrarsi differente. Per questo credo che i veneziani non amino il carnevale nel loro cortile di casa, loro sono eguali al resto dell’anno e la confusione non li fa ridere. Solo gli albergatori ridono, e i negozi che vendono maschere cinesi e i bar altrimenti deserti, perché aver gente in una stagione morta porta comunque guadagno. I veneziani si tappano in casa, oppure bisogna rincorrere tutt’altre mascherine nei campielli fuori percorso canonico e ci si accorge che, umidità a parte, assomigliano agli zorri, cauboi, biancanevi, omini ragno e damine dei paesi di terraferma. Non c’è commedia dell’arte, anche qui gli arlecchini non sono più di moda e i campielli sono piazze di un micro paese, chiuso ai foresti, con abitudini e regole impermeabili ai più, ma molto simili alla normalità.

Chissà a che serve davvero il carnevale adesso, oltre che ai bambini. Con i blog, fb e compagnia cantando, la gente si maschera tutto l’anno. Credo sia questo il vero successo della rete: il poter essere altro sempre e non solo quando l’anno lo permette. Ma è solo una sensazione, chissà se è davvero così.