tre scalini

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Non è il bere ma il luogo. Passati i tempi in cui ci si imbastardiva di chiacchiere e vino, di spritz a cui seguivano prosecchi per poi finire nel rosso, perché il rosso pulisce la bocca e allora mangiamo un’acciughina e poi un bianchetto. Finiti. E se sono finiti bisogna prenderne atto. Anche il camminare adesso è footing o tapis roulant, gente che corre in mutande griffate, ma sempre mutande sono. E sono criceti o topi, similia similiantur, i pod, musica nelle orecchie, telefonino e corsa, prima erano vasche, ragazze, parole buttate da un marciapiede all’altro, allegria, insieme, risate, battute. Basta, finito!

E’ il posto non il bere. E il bel vedere umano e di pietre che fluisce attorno. Pieno di giorno: psicologia e ingegneria alimentano flussi alla Escher. Chissà dove andranno, entreranno, usciranno, ascolteranno, con i patemi d’animo di necessità, le pulsioni di necessità, gli slanci di vita di necessità. Ecchè è una condanna l’università? Poi la sera è diversamente pieno (cioè pieno con diversi, ché mica sono sempre gli stessi), solo perché e’ un bel stare, passare, andare. Credo che passare sotto la porta sia benefico, visto quanti vanno e tornano. Perfino la scalinata del porto ha sempre ragazzi che parlano, amoreggiano, bevono. Eppoi si mischiano con i docenti, con i congressini dove finite le relazioni fa figo bere all’italiana e tutti parlano inglese, ridono e s’annoiano da morire. Si mescolano con i fancazzisti come me che passano, si siedono e fumano mezzi toscani, con i tossici, gli spacciatori (adesso pochi, chissà dove sono finiti), quelli che arrivano in barca remando alla veneta, attraccano e vengono a bere e poi se ne vanno chissà dove, quelli che studiano in disparte e il mondo non esiste, quelli che discutono di fisica e si prendono a male parole sulle baggianate delle pseudoscienze, sullo spiritualismo, sulle religioni, sulla filosofia e trovano un accordo sulla musica, mentre si fanno un rosso e un prosecco, quelli che chiedono quanto costa uno spritz e intanto ti scroccano da fumare, quelli che fumano e non hanno mai da accendere, quelli che si prendono le pizze alla focacceria e il vino al bar, così si spende meno, quelli che sbarcano dal Burchiello e sono rintronati di sole e tompegane e non sanno più dove sono e vagano in gruppo tutti soli, quelli che cercano un ristorante e finiscono dai cinesi, quelli che sono lì per il concerto due ore prima, quelli che le zanzare e ‘sto cazzo di comune che non fa niente, quelli che si fanno la birretta, poi lo sprizzetto, poi il bianchetto, poi il rosso, poi il tramezzino, poi non c’ho fame e mi gira un po’ la testa, quello che vende il pop corn che nessuno compra ed è vestito di bianco come un gelataio, quelli che si sono laureati e cantano dottore dottore del buso del c.., quelli che gli hanno fregato la bici e vengono a vedere  le occasioni al volo, quelli che vorrebbero stare quieti e per i fatti loro e hanno proprio sbagliato posto.

E poi c’è Julija che fa gli esami per fare la psicologa terapeuta e tutti facciamo il tifo per lei, Julija che fa uno spritz buono e carico di bitter che due sarebbero troppi, ma il troppo non stroppia, Julija che parla dell’olio di canapa e dei suoi benefici effetti e tutti capiscono altro, Julija che sorride mentre dà la seconda dose di patatine, Julija che canta ma mai al bar, Julija che viene da distante ed è di casa, Julija che ti chiede come stai e sembra volerlo sapere davvero. Poi sulla terrazzetta ci sono Ale e Moreno, la partita di calcio sul lenzuolo, e tutti a dire e a criticare e magari si tira tardi, fino all’ennesima fumata perché tutto è un’altra storia e anche a parlar di tutto, alla fine poi si chiude e ognuno se ne va.

C’è un mondo in quel posto, che a coglierlo bene ti strappa dai pensieri di prima e di dopo, un mondo durante dove si vive solo lì, perché non si porta via e neppure si toglie, un mondo dove ricevi e dai quello che vuoi, un mondo dove tutti aggiungono e nessuno ha il bandolo del puzzle, perché è nell’aria, nelle pietre, nell’acqua, in quei tre scalini che sono quattro, nelle persone che si fermano e in quelle che passano, nei cani portati a spasso e non hanno voglia e in quelli che corrono sull’argine, nelle biciclette nel canale e in quelle appoggiate ai muretti, nel vociare, nei sorrisi, nei silenzi, nelle lacrime che qualche volta seguono un esame, un amore, un pezzo di vita, come la coda di una nutria che attraversa il fiume, guarda la barca e chi rema e poi se ne va.

silenzi

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Ci sono parole che durano poco, altre lasciano nell’aria il sapore frizzante della frutta troppo matura. Parole aspre si confondono nei noccioli tondi di significato, altre parole restano sole, chiedono, torcendo interrogativi. Con le parole si può fare molto, arrotarle per ferire, oppure renderle tonde e polite per accarezzare. Si possono plasmare o lasciar scorrere, trattenere o sbottare. In fondo le parole sono facili come i gatti di casa: dormono molto e graffiano il necessario. Diverso il silenzio, o meglio, i silenzi. Dipende dal loro peso e imposizione. Bella forza, direte, questo s’impara da piccoli, magari ricordando la punizione del silenzio imposto come una privazione di amore prima che di libertà di dire, ma se usciamo dal contesto del proprio ricordo, non è sempre così. Ci sono silenzi pubblici e silenzi privati. Silenzi che non parlano e silenzi che gridano. C’è un silenzio amoroso che non ha bisogno di parole e un silenzio d’intelligenza che è avido di concentrazione.

Ci sono silenzi politici che assomigliano molto alle parole della politica, non dicono quello che davvero pensano. E non è che, essendo mentitori, dicano di meno, anzi portano avanti un’assenza di coerenza che confonde, fa male alle idee e alla speranza. Pensate al silenzio del Pd sulle vicende attuali di Berlusconi, è un silenzio imbarazzante, prono ad equilibri inconfessabili, un silenzio che non è rispetto verso la magistratura, ma incapacità e malessere per sé stessi e per la verità. Ma come, ci sono condanne che si susseguono nei confronti della stessa persona che è stato prima avversario e poi nemico, e non si dice nulla? Ci si trincera dietro al fatto che le sentenze si rispettano e non si commentano? E la mutazione antropologica dei costumi portata innanzi in questi anni, fino a giustificare tutto nel nome del denaro e del potere, non vale nulla? Una sentenza ripristina un confine, dice ciò che sta da una parte e ciò che è dall’altra, ripristina il bene comune, la giustizia, riconciliandola con l’etica sociale. Tutto questo non merita un commento? Oppure il timore è che cada il governo? E se anche fosse, un tornare verso i valori importanti per tutti, non basterebbe per essere evidenziato, detto ad alta voce? Questi fatti hanno un valore politico e il silenzio in politica è omissione, confonde chi attende una parola chiara, un segnale che gli sforzi hanno un senso, che il vivere assieme e avere delle leggi, ha un senso.

Anche nella vita quotidiana, in quella dei sentimenti, in particolare, il silenzio ha un valore se è legato al cuore. Altrimenti il silenzio può essere assenza ribadita d’amore e quando subentra dovrebbe essere colto, almeno per quanto esso sta raccontando, ovvero una scelta differente, un’ incapacità, un patto che si rompe. L’innamoramento è ciarliero, entusiasta, fatto di flussi di parole dove anche i silenzi sono talmente ricchi di condivisione da assorbire la stessa parola, per questo nei sentimenti, il silenzio parla, proprio perché fa parte del sentire comune. E quando smette di parlare è perché la comunicazione si è interrotta e con essa il sentire comune. Quindi il problema non è stare in silenzio, ma dare ad esso un senso univoco, farlo parlare. E questo non è difficile, anzi al contrario della politica, il silenzio tra le persone può essere articolato in tutte le sue gamme, anche quelle oscure e pesanti, frutto del disamore, ma importante è che non nasconda, che sia inequivocabile.

Chi frequenta il silenzio, conosce la sua chiarezza, la forza che esercita su di sé prima che sugli altri, che lo porta verso la verità. Ecco, importante nel silenzio è che ci sia la verità interiore, ovvero ciò che si sente. La parola cerca di fare le stesse cose, ma fa fatica, si porta su terreni ambivalenti, e quando subentra la stanchezza dell’essere confusi, un po’ di silenzio fa bene. Aiuta molto a capire ciò che si vorrebbe dire e non trova le giuste parole.

maturità

Chissà cosa significa oggi l’esame di maturità, quanto conservi delle antiche paure che facevano perdere il sonno e cosa rappresenta ora come passaggio. Mi chiedo anche quanto distante sia la percezione dei ragazzi da quella dei genitori, che rivivono qualcosa che li ha colpiti allora. Certo è che l’esame di maturità è mutato molto negli ultimi 30 anni.

Quando l’esame di maturità nacque, nel 1923, pochi anni prima, a 17 anni, i ragazzi avevano fatto la guerra e comunque, anche in tempo di pace, a quell’età la giovinezza si avviava alla fine. L’università, per i pochi che la facevano, era l’anticamera del lavoro, per gli altri il lavoro iniziava subito, ed erano stati privilegiati rispetto ai coetanei che avevano iniziato a lavorare 6-7 anni prima. Gli uomini a 18 anni facevano il militare, altro passaggio verso la maturità, comunque tutti erano convinti di essere grandi e autosufficienti. E la maturità non rappresentava forse questo, sia pure camuffata da esame? ovvero la capacità di disporre del proprio presente, costruire un futuro, avere un posto proprio nella società. Eh sì, era proprio questo lo snodo: il posto nella società, il ruolo, l’essere titolare di famiglia, generare figli, ecc. ecc. Oggi questo non c’è più, ovvero non è garantito e infatti l’essere maturi non certifica nulla se non il superamento di un esame scolastico e al più fa cambiare scuola. E allora, forse adesso, il solo significato della maturità è che in essa c’è la prima vera prova in un mondo iperprotetto. 

Ci si dovrebbe anche chiedere se aiuti a crescere, se l’esame sia sufficientemente severo da proiettare negli anni precedenti la sua ombra e quindi essere formativo anche in tal senso. 

Nel ’69, durante le occupazioni, si studiava come funzionava l’università altrove, secondo il buon principio sul colore dell’erba del vicino, un esempio che mi piaceva era quello francese dove tutto avveniva alla fine con l’esame di accesso alla professione, dopo la tesi. Una sorta di esamone di maturità, che faceva di uno studente un laureato vero, cioè una somma di nozioni che diventavano competenze. Non so se sia ancora così in Francia, ma in Italia l’impressione che si ha, è che in questi anni gli ostacoli della corsa si siano abbassati e che si corra più veloci, ma verso dove nessuno lo sa.

p.s. non è che mi piaccia il brivido nefando dell’esame di maturità, tra l’altro l’ho fatto quando si portavano tutte le materie e la commissione, tranne uno era fatta tutta di esterni, e neppure vorrei che si restaurasse qualcosa che non ha più senso. Quello che mi chiedo è proprio questo: il senso. Se la maturità è la prima vera prova allora come tale dovrebbe essere vissuta, ma mi piacerebbe che non fosse una finzione, perché allora servirebbe a poco e soprattutto nasconderebbe altro, ovvero l’incapacità sociale di dare un ruolo e il convergere verso l’iperprotettività, quello che insomma non aiuta a crescere.

cinema italia

Non riuscivo più a riconoscere l’edificio, come se la memoria mi tradisse e le cose non fossero dove dovevano essere. Poi ho visto il cartello in cantiere: lo stabile era un fabbricato residenziale in trasformazione. Allora ho capito.

Di certo hanno parlato a lungo con i preti, il cinema Italia era loro. Immagino le trattative, prima in canonica, poi in quegli studi bellissimi, dietro al duomo, con i libri rilegati di rosso, e l’odore di legno vecchio, ma le pareti candide e luminose. Non più quel ristagnare d’aliti di digestioni difficili, ma i veri manager della proprietà. Colloqui circospetti, molti sorrisi, un parlare per cerchi concentrici e alla fine il prezzo: quasi immodificabile e niente di conveniente davvero, ma se piaceva per la posizione e il vicolo tranquillo, ci doveva pur essere un giusto vantaggio per chi vendeva. Queste trattative le conosco per cognizione diretta, sono simpatiche, lunghe e affidabili, se si conclude sono cari, ma senza bidoni.

Comunque chi ha comprato c’ha visto oltre quel cinema strano, chiuso da 40 anni, e ha intuito uno spazio che prima non esisteva. Sì perché il cinema Italia, era tutto fuorché un immobile normale. Neppure un cinema era, così stretto e lungo e multisala senza saperlo, ante litteram. La sala era divisa in due dalle colonne centrali e le file di sedie di legno erano al più 8 per fila, per 12-13 file. Otto da una parte e otto dall’altra, con due schermi affiancati sul muro di fondo. Si vedeva lo stesso film in entrambi, con un leggerissimo sfasamento e qualche particolarità. Non si potevano vedere film in cinemascope perché gli schermi erano troppo piccoli, però lì passavano tutti i classici, nonché i generi (telefono bianchi, western, noir francesi, cicli austriaci, ecc. ecc.) fatti tra le due guerre e i prodotti delle cinematografie squattrinate del sud america. Il biglietto era differenziato, a sinistra costava il doppio, perché il proiettore era solo da quella parte e si vedeva bene, a destra si vedeva la stessa immagine con un gioco di specchi, solo che per strada perdeva definizione e impaccava il colore. Se si pensa che allora al cinema si poteva fumare e a destra andavano i più poveri, il film, da quella parte, era immerso in un alone azzurrognolo da nazionali e alfa e il pavimento ricoperto di bucce di arachidi e di semi di zucca. Con l’altra particolarità che il suono veniva solo da sinistra e questo aumentava l’effetto di stranezza perché si sentiva con un solo orecchio. Ed era tutto un crocchiare di piedi, un guardare di sguincio, con quelli che chiedevano: cossa galo dito (cos’ha detto), al vicino e gli altri che zittivano, assieme a chi rideva o parlava d’altro, insomma una baldoria. Non c’era molto da vedere, si andava al cinema Italia perché era caldo d’inverno e per fare casino. Già il nome prefigurava un giudizio sul Paese, ma noi non lo sapevamo ed erano 50 lire ben spese la domenica pomeriggio, giorno in cui realizzava il tutto esaurito. Era un cinema di poveri in un quartiere di poveri, il prete regalava i biglietti per i ragazzi più devoti, ma regalava anche il pane e il fruttino alle quattro del pomeriggio agli altri. Insomma una sua funzione l’aveva, sia il prete che il cinema: definiva un’appartenenza a un luogo, anche se era un luogo povero e molti di quelli che ci abitavano avrebbero voluto star meglio. 

Adesso ci ricaveranno una casa da ricchi o un paio di appartamenti. Però mi piacerebbe che i muri che si sono imbevuti di tutta quella umanità, di tutte quelle immagini, conservassero ancora qualcosa e che magari nel silenzio del vicolo, la sera, ci fosse qualche crocchiare di piedi, il resto della voce di John Wayne, qualche risata soffocata, lo sguardo di Jean Gabin. E chi ci abiterà, allora chiedesse a chi sta vicino: cossa gheto dito, ma non per far paura, solo perché buttare via tutto è sempre una perdita.

caffè asmarino

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Il caffè con il ginger, in quella casa, veniva fatto con la moka, altrove con la napoletana. Entrambe eredità degli italiani e si vedeva dalle ferite d’uso. La donna, come spesso accadeva in cucina, nascondeva con il corpo il momento della mistura. Il gesto mi ricordava il bar vicino al Senato dove servono quel caffè con una crema di zucchero, mescolandolo dietro un piccolo paravento. I segreti sono ingenui ed eguali dappertutto. Lei non portava il velo in casa, altre mi dicevano di sì, davanti agli stranieri, e nei giorni di festa aveva certe acconciature complicate, i capelli luccicanti e tirati nel burro e poi attorcigliati in serti e treccine. Ovunque c’erano tracce della dominazione italiana, anche sulla tavola, con le gambe squadrate e dipinte di un verdino a olio, pesante nella laccatura, e sul ripiano di marmo, sbrecciato e con un inizio di crepa, così da cucina anni ’30. Tutto pulito, lindo, come le mattonelle di graniglia del pavimento. L’eredità degli italiani erano in realtà, le tracce di una fuga, evidente nell’abbandono di tutte quelle suppellettili, armadi, bauli, mobili pieni di specchietti e alzatine, che ora stazionavano nel mercato coperti da teli a brandelli oppure nei negozi attorno. Negozi? Semi magazzini, senza o con piccole vetrine impolverate, in costruzioni dal tetto piatto, chiusi da una porta malmessa o un cancello di ferro adattato. Molto bui, con corridoi tra cataste di mobili accatastati l’uno sull’altro, e su tutto una lampadina, di piccola luminosità, anch’essa eredità, od uso italiano, di parsimonia d’anteguerra, con raggi che luccicavano gialli sui vetri molati, qua e là lampeggiavano maliziosi sugli specchi, come ammiccassero una seduzione all’acquisto.

Il caffè, servito in tazze piccole o in gottini di vetro, spandeva il profumo misto d’amaro, dolce e piccante della mistura, e si sentiva subito al profumo. Poi molto di più al sapore. Mi dicevano facesse digerire e vista la modesta quantità delle pietanze, mi chiedevo cosa ci fosse da digerire. Forse quel pane schiacciato e molto morbido, l’injera, con cui raccoglievano e si avvoltolavano carni e sughi dello zighinì, uno spezzatino molto piccante. Forse aggiungere piccante a piccante, anestetizzava e tamponava l’interpretazione personale della mistura del berberé. Erbe e peperoncini, messi dappertutto. Forse era proprio il piccante che induceva alla frugalità e dava loro quei bei corpi asciutti, quasi privi di età.  Cose a cui abituare in dna: i peperoncini, li avevo visti polverizzare al mercato del Medbar, in un antro da tregenda, con le donne che uscivano dalla luce ocra, delle nuvole di polvere piccante. Loro, tra sacchi di spezia, che parlavano e ridacchiavano nel vedere che dopo essermi appena avvicinato, subito mi ritraevo con gli occhi che bruciavano. A casa, dopo ore, lavando mani e viso, c’era ancora sulla pelle il pizzicare e l’odore di quell’attimo, mentre il sapone si tingeva di riflessi arancioni e rossi.

Insomma non ho capito se vi fosse un’ utilità al matrimonio del caffè con il ginger polverizzato, so che mi piaceva e alla fine la bocca restava pulita.

lunga e paziente, la grammatica del cuore

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Il cuore tiene strette le sue alchimie, i segreti che connettono ciò che accade.

Fa accadere e si stupisce, esita e spinge a fare, coglie il reale e s’alimenta di sogni e di possibile.

Sorprende il cuore, nei suoi inesplorati contenuti, è inesauribile contenitore di meraviglie da cui estrae oggetti colorati, drappi scuri e ancora colore.

Di natura strana il colore che viene dal cuore, altera ciò che si vede, muta la percezione dei sensi, muove le gambe a correre e fa star fermi, chiede silenzio ed eccita parole e risate.

Conosce il senso degli aggettivi, il cuore, sa la profondità della tristezza, la leggerezza vaporosa dell’allegria, la bellezza tempestosa dell’amore, la soddisfazione queta della comprensione.

Il cuore ha paura e forza per superarla, solleva l’ansia e la placa, si emoziona fino al pianto e si distende nell’abbandono.

E’ insondabile e senza tempo, il cuore, combatte con la ragione e spesso vince perché pratica l’impossibile, ha memoria e oblio, giudizi inappellabili che solo lui può mutare. E tiene ciò che conta davvero mentre sciala ciò che non dura.

E’ generoso e sa perdonare, il cuore, con il suo tempo che non è quello della ragione.

Si lascia leggere, il cuore, e insegna la sua grammatica, con pazienza inesauribile, per l’intera vita.

il critico

Quando penso al critico nella mia testa compare l’immagine di chi osserva, partecipe, i lavori pubblici oppure di chi guarda giocare a carte, cioè persone che hanno un’idea precisa di come fare o di come vincere, ma non lavorano e non giocano. ” Sporcarsi” con il fare toglie la calma olimpica di chi guarda dall’esterno, espone all’errore, anzi include l’errore come parte di un processo che ha lo scopo di compiere e realizzare il meglio. L’errore è ciò che gioca a rimpiattino, un animaletto che fugge e si vuole acciuffare, e quando lo si acchiappa allora l’opera, la partita, è perfetta e dà una soddisfazione enorme, piena. Ma questo è il processo di chi fa, una relazione con se stessi che il critico non può capire nella sua importanza, anzi neppure ammettere, perché egli si ferma all’opera, all’esecuzione, alla tecnica. Così non può comprendere che la ricerca della perfezione di chi compie non è la sua, che l’opera stessa si genera nel fare, il suo compito è quello di condurre altri verso un lavoro non proprio, far vedere ciò che non noterebbero, collocare, relativizzare, mettere a confronto cose inconfrontabili perché appartengono ad altri lavori, altri tempi, modi, cervelli, mani.

Preferisco ascoltare, vedere, leggere, gustare e poi, se c’è tempo e voglia, sentire la critica.

p.s. pare che al minuto 6.24 ci sia un errore interpretativo, se non me l’avessero detto non me ne sarei mai accorto e mi sarei goduto la bellezza sublime della musica e di chi la suona, senza quel minimo di retro pensiero.

il limite del manga, ovvero parliamo tanto di me ma solo di ciò che vedi

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Il manga è stereotipo, espressione certa, teatro del nð estremizzato in disegno. Rappresentare la vita per emozioni nette elimina i punti morti, quello di cui parlava l’Ulrich di Musil, è la semplificazione delle vite mettendo sotto il tappeto la consuetudine, il quotidiano.

E’ tutto così irraccontabile, signora mia… Ma anche nello scrivere non si scherza, tra stilemi, modi di dire, rimasticature che vengono da chissacchè, insomma superficie, ovvero ciò che si mostra e si vuol far trasparire. Il vetro colorato è pietra preziosa se intravisto tra fessure, e si dimentica il legno che lo racchiude per un barlume. Ma poi ci si stanca. Avete osservato che le emozioni stancano, che la superficie stanca? La stanchezza, come la schiuma, poi vela le cose, non permette di cogliere la sostanza, attiva un resipicere, una riluttanza all’immergersi nell’altro. Se l’ira, la gioia, la tristezza, la stessa noia, sono maschere, come si potrà capire la differenza che abbiamo dentro? Pazienza gli altri, s’accontentino, ma noi cosa sentiremo davvero di noi stessi? Occorre tempo. Per capire occorre tempo e capire non è solo intelligere, ma fare proprio, possedere. E per farlo, serve tempo. Invece si crede più all’intuizione che allo scavo, al lampo più che alla fatica del percorrere. Si crede all’intuizione del manga e al più si passerà al pregiudizio in un percorso che dalla superficie elabora modalità di capire/prevedere le cose che esimono dall’analisi. Capire, invece, è una faccenda seria, spesso lunga. Non è questione da geni, anzi spesso le persone geniali lo sono in un campo specifico, fuori di questo assomigliano a tutti, ometti non di rado incapaci di comprendere, ma almeno la loro funzione è certa e soprattutto non riguarda le relazioni tra persone, casomai il rapporto con se stessi. Anche loro usano stereotipi per esprimere la superficie, hanno bisogno di non essere disturbati. Forse sono tra i pochi ad essere giustificati nel loro semplificare le cose. Eppoi perché parlarne, se geni non si è, resta il quotidiano, l’adesso, i rapporti che intendiamo profondi, qui il manga disturba perché è un velo che nasconde altro. Il manga ci semplifica la vita, ma davvero vogliamo una vita semplice, oppure la vorremmo intensa e piena?

lavoro ed equità

In ogni oggetto che acquistiamo c’è una parte visibile e una invisibile. Quella visibile è il prezzo, la qualità, la marca, il nostro desiderio di possederlo, in quella invisibile ci sono le materie prime, l’intelligenza nel progettarlo, il lavoro per farlo e portarlo fino alle nostre mani. In quella parte invisibile c’è un filo rosso che porta lontano, spesso in paesi fuori dal nostro immaginare, in città brulicanti con lingue sconosciute, in miniere, campi, fabbriche e uomini. In questa parte invisibile spesso si annida l’ingiustizia, il lavoro pagato poco e male, le condizioni di sfruttamento di donne, bambini, uomini. Qualche giorno fa è crollata una factory in Bangladesh cui lavoravano centinaia di persone, paga media 30 dollari al mese per 12 ore di lavoro al giorno. Meglio che lavorare i campi, hanno detto quelli che lavorano in fabbriche simili, almeno qui il lavoro non è stagionale e ti pagano ogni mese. E le condizioni magari miglioreranno di poco per il clamore suscitato dalla disgrazia, ma saranno sempre lontane da quel minimo che tutela dignità e diritti di una persona.

Chiarisco che non voglio che la merce resti nei negozi, anche perché per questi lavoratori sarebbe peggio, ma qual’è il nostro livello di tolleranza nell’ingiustizia e quanta siamo disposti a portarcene addosso?  Poca, tanta, infinita, ovvero facciamo finta di nulla, tanto è così?  E se l’oggetto che vogliamo, portasse un tagliando che certifica che il produttore applica condizioni eque di lavoro e paga una paga fissata come livello di vita accettabile da un organismo terzo come l’ILO  (international labour organization), saremmo più felici di comprarlo o meno? Se sapessimo che la commessa che ce lo vende non viene sottopagata, non è precaria, non lavora nei giorni festivi, saremmo più contenti oppure no?

Ecco, pur sapendo che l’equità è distante dal profitto e ancor più dalle catene della produzione e del commercio, se ogni anno ci avvicinassimo un po’ di più alla giustizia, ne sarei felice. Se sapessi che il mio telefonino, o il mio schermo, non viene da una fabbrica dove le persone si suicidano per le condizioni di lavoro, ne sarei felice. Se ci fosse una graduatoria dei produttori iniqui (e in parte c’è), potrei evitare quelli più ingiusti e incuranti delle persone. E se fossimo in tanti a farlo, questi si affretterebbero a cambiare modi di produrre e diventare più equi. Insomma penso che il primo maggio dura tutto l’anno e che applicarne lo spirito, come discrimine dei miei acquisti è la mia arma libera e pacifica. Tutta questo mondo si regge sul consumo e il consumo può cambiarlo, portiamo un po’ di giustizia ed equità nel nostro acquistare e il lavoro diventerà migliore.

p.s vorrei anche ricordare che molto egoisticamente, che è l’equità che difende i lavoratori anche nel nostro mondo. Dove non c’è equità la concorrenza diventa sleale e il mercato si altera, vince l’ingiusto e il truffatore, e le fabbriche chiudono.

la libertà e i sognatori

Se son benevoli, al più diranno che siamo fuori della realtà, destinati a vivere di sogni, eterni ragazzi che corrono dietro alle passioni d’un tempo.

E’ vero che ci perdiamo un poco quando pensiamo alla libertà, che lasciamo che ciò che racchiude la parola apra il cuore e faccia d’un sentimento individuale la presunzione d’un bene di tutti.

E’ vero che per la libertà abbiamo un’attenzione speciale, qualcosa che ci fa litigare, noi che siamo pacifici, è vero che la nostra libertà fa fatica a compiersi e quindi spinge sempre ad interessarci di cose che sembrano perdute, come la cosa pubblica, la politica, il bene comune.

E’ vero che questa parola così individuale nel sentire, non si riesce a racchiudere in qualcosa di solamente proprio, che c’è bisogno di pronunciarla abbracciando, e ci fa sentire molti solo al pensarla.

E’ vero che è stata usurpata, che ne hanno fatto la sigla di un partito, come essa potesse essere solo di una parte. Un partito, che proprio libero non è, visto che chi decide è uno solo.

E’ vero che è una parola e un sentimento di tutti che nessuno ha il diritto di sporcare e di sentire solo suo. E’ vero che essa ci appartiene e solo noi possiamo cederla ad altri, se non lottiamo per essa.

E’ vero tutto questo, ma noi siamo sognatori e ancora pensiamo che ci sia una religione della libertà che spinge a fare cose inaudite, a superare ciò che sembra impossibile. Un giorno fu Resistenza, lo è ora come allora, perché la libertà è esserci, ed anche se non è più solo resistere, adesso è fare e non lasciar decidere al nostro posto. Applicarsi al mondo e capirlo con la pazienza che solo il rispetto può dare. Ecco la libertà è rispetto nel fare ciò che si sente dentro, per questo la libertà non prevarica, ma permette, essa sola, di essere davvero.

Forse per questo i cinici, gli infingardi, i prepotenti, gli arroganti, sentono che la libertà l’abbiamo noi che sogniamo. Ed è solo invidia per le nostre passioni così piene ai loro occhi, per il nostro guardare avanti con speranza, ed è anche la paura più grande di chi opprime, perché la libertà riemerge e tutto ciò che l’ha conculcata sparisce, diventa polvere e passato. Per questo siamo lieti di sognare, non solo oggi, ma ogni giorno.

Buona festa della Liberazione a tutti i sognatori.