nebbia

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La nebbia è scesa improvvisa, ha riempito lo spazio tra le case, adesso fuori è tutto ovattato, la luce piove dall’alto, riflette ovunque, come se venisse seminata da un una mano sapiente. Sembra un film di Kurosawa dove nella nebbia si cerca l’uomo tra gli impulsi e se non lo si trova è perché la nebbia è un contenitore, non un’immagine di noi.  Anche ieri notte c’era la nebbia, ma è d’uso da queste parti. Si fermava in pozze discrete ai piedi dei lampioni, illuminava scie d’auto e figure imprecise di passanti. Rade, le une e le altre, avvolgeva e lasciava.

Il tramonto non s’era visto, ma una luce rosata improvvisa aveva investito tutto, riempito ogni spazio, non veniva da ovest, era senza luogo, ovunque, e talmente innaturale che s’ era accompagnata ad un silenzio inatteso. Poi è diventata violacea ed è sfumata, piano nella sera, lasciando un ricordo d’ eccezione, di un gesto senza mano. Per descriverla si poteva usare solo la parola che diceva com’ era venuta: elargita, donata senza appello. E chi la coglieva era stupito, sentiva che non aveva relazione con sé, con i propri meriti o colpe, ma apparteneva al fatto di essere, qui ed ora.

Sono giorni di nebbia, mi piace il suo regalo che porta verso il silenzio, il meditare, restando tra gli altri. Si liberano i sensi quando non c’è molto da vedere fuori, sento profumo di mele conservate in soffitta, di legno scaldato, di carta, d’inchiostro, rumore di pacchetti stropicciati, di passi frettolosi, sensazioni di freddo che si chiude fuori del giaccone, odore di dolce, di pane cotto nel forno. E tutto è più lento e silenzioso, anche la notte arrotonda i suoni, li consegna a chi, insonne, ascolta.

Poi, stamane, il giorno, dapprima è stato limpido nel freddo pungente che ha liberato l’aria dai vapori, ma poi s’è arreso al tepore ed ora accoglie la nebbia. Ed io, l’accolgo e la tengo per sfumare i miei contorni, le punte che fanno male e basta. In fondo, se penso all’anima, penso sia un’ellisse tondeggiante, una nuvola che contengo e mi contiene.

12.12.12

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Con molta allegria mi hanno detto che non vedrò più una sequenza di numeri uguali nelle date che vivrò. Ho fatto un rapido calcolo e ho concluso che è vero, nel prossimo 01.01.01 avrei 153 anni, e anche se ci arrivassi non so se capirei che giorno è. Mi è anche venuto in mente che questa cosa delle date è una bubola che riguarda una parte del mondo, questa, perchè nulla di più illusorio del calendario, che al più misura stagioni e cicli astronomici, ma sui numeri è davvero un’ opinione.

Basti pensare che il nostro calendario (sottolineo nostro, perché ne esistono davvero tanti di attivi per miliardi di persone)  si è “fumato” 10 giorni tra il 5 e il 15 ottobre 1582 e per non farsi mancare nulla, stabilì pure che siccome il 4 era giovedì il 15 fosse venerdì. Tra le tante cose curiose, cosa accadde per i nati inesistenti  nei 10 giorni abrogati, visto che molti preferirono a lungo il calendario giuliano, non è dato sapere, ma in quei tempi si era di manica larga. Quindi il calendario (gli uomini) si trovò a dover cancellare pezzi di se stesso per far coincidere con le stagioni con se stesso, e i numeri (e la pasqua) con le stagioni.

Il calendario non è che un segno sul muro, come ben sanno i carcerati e i coscritti, e come tutti i segni va interpretato: gli si vuole assegnare il compito di rappresentare la nostra attuale voglia di tra/scorrere e vivere oppure, nella nostra insicurezza, abbiamo bisogno di fargli assumere il ruolo di rappresentare punti solidi e incontrovertibili per perimetrare le vite?

In altri tempi la meraviglia trovava un segno in alcuni giorni, soppiantava la monotonia e la pesantezza del reale, era portata fuori dai palazzi e dalle chiese in processione, la si racchiudeva in teche per farne vanto, distinzione e mostrarla ai propri pari. Ma la meraviglia d’oggi si corrompe tra le mani che la stringono, non ha ancora brillato ed è soppiantata dalla meraviglia successiva, che già è spinta da un altra che chiede il suo posto in un incessante succedersi di segni e di eventi. Tanto che per noi è fatica capire dove siamo collocati in questo fiume di simboli, ed è difficile distinguere ciò che ci bagna e ciò che ci lascia asciutti. Così il segno decade a rumore e la meraviglia non assolve al suo compito di aprire alla speranza che l’inconosciuto possa accadere. E noi desideriamo il nuovo senza aver sentito davvero il sapore dell’appena passato.

Anche questa data scivolerà via tra le tante curiosità che si accumulano come le fini del mondo che si attendono e si derubricano in attesa della prossima. Altra storia nell’anno mille.

smussare le punte

In questi giorni di giuste proteste della mia vecchia frattura alla colonna, penso di essere fortunato di vivere qui ed ora. In fondo ho solo dolore e neppure sempre. Certo a tratti è lancinante, ma è per poco e perché faccio qualcosa che non dovrei.  Vivere con questa compagnia esigente significa smussare le punte del dolore e non obbligarsi a fare cose incompatibili con l’acuzia del momento. Non è per farmi consolare che ne scrivo, piuttosto per il pensiero che se fossi nato un secolo fa ed avessi fatto il minatore o l’operaio, sarei stato licenziato, senza tutela, destinato alla miseria, alla fame. O peggio, nato qualche anno dopo, essendo dissidente, sarei finito in qualche campo di concentramento per motivi politici, e in quanto non utile, semplicemente eliminato. C’è una civiltà nel dolore, nella tutela dello star male che è sintomo di un tempo, di un’alta concezione dell’uomo. Se non possiamo tenerci in sintonia, se non per brevi tempi, con il dolore altrui, possiamo sapere che esiste il dolore, smussarne le punte, considerando la natura etica della sua esistenza nelle scelte personali e civili.

Lasciar soffrire, perché anche il dolore ha una sua libertà, ed al tempo stesso operare per diminuire la sofferenza, è espressione di quel prendersi cura civile che contraddistingue una società partecipe. Se ci si pensa, quando non viene rispettato e lenito il dolore, a qualsiasi livello, è l’uomo a non essere rispettato. Vale per i deboli, ma in fondo, anche per chi sta bene e si pensa forte, perché il dolore come le radici, pesca e si dirama dappertutto.

Se non capisco chi sta soffrendo, far soffrire non mi costerà poi tanto. Lo sa chi riceve violenza, qualsiasi forma di violenza. Dovremmo pensarci anche in occasione delle tante ricorrenze, domani ce n’è una dedicata al dolore della violenza sulle donne, che scorrono via senza lasciare traccia, come vi fosse un rifiuto del dolore altrui, della sua evidenza che non diviene fatto educativo. Se non veniamo educati all’esistenza del dolore, lo rimuoviamo, come la morte, pensiamo che solo il piacere e l’attimo siano le dimensioni della vita. 

Il mio dolore è acuto, ma breve, banale nella sua genesi e poca cosa. Posso curarmi, un massaggio gentile mi farà bene, qualche antiinfiammatorio, e passerà. Anzi come occasione di riflessione mi è pure utile. Ci sono dolori sordi e diffusi, che non hanno analgesici, sono privi di comunicazione, tutela e solidarietà. Dolori che a volte solo la fuga può allontanare, ma quanti generi di fuga contempla la nostra mente?

Sono fortunato perché vivo qui ed ora, perché posso dire, se voglio, condividere. E bisognerebbe pensarci a questa fortuna, quanto si smarriscono le coordinate di dove si è e si guarda distrattamente altrove, dolore altrui compreso.

bora

Fino a stanotte speravo di ridacchiare dei metereologi, perturbazione dal Portogallo, dicevano, con forti venti ed abbassamento delle temperature. I soliti pessimisti, pensavo, ma se è tiepido. O almeno, quasi tiepido, sì è vero, la pioggia insiste a scrosci, ma il forte vento non c’è. Poi stanotte la bora ha riacceso il ciocco nel camino, ha flagellato gli alberi scuotendoli per far capire che la stagione è cambiata davvero e che le foglie è ora di lasciarle. Adesso i giuggioli, i cachi, il mandorlo mostrano frutti tardivi non raccolti, molte foglie resistono, ma la battaglia è perduta. Tra poco sarà la rugiada e la galiverna ad ingentilire ciò che rimane. L’erba vira verso il verde spento, tanto vale adattarsi. Guardavo le bandiere che indicano la forza e l’indecisione della bora. Sembra un vento circolare, da queste parti dovrebbe venire da est-nord est, siamo pur sempre nel grande golfo che da Trieste si chiude a Venezia, invece ci sono raffiche da ovest, refoli da sud (refoli si dice da queste parti; è una bella parola refoli, sono rivoli di vento, forti e consistenti, ma limitati di ampiezza, come ruscelli impetuosi d’aria che prendono ed avvolgono), che improvvisamente tacciono e vengono soverchiati da ondate di vento da nord est. Attacchi e calma, la bora è così. La penso a Trieste dove le barche non s’azzardano d’uscire, che chiude gli uomini nelle case o nei caffè, al caldo, e all’uscita prende i foresti come me, li blocca increduli, attaccati ai corrimani nelle salite, come in ferrata, mentre vecchiette sottili risalgono tranquille verso casa. La penso a Venezia dove oggi c’è acqua alta, mica cose importanti, 125 cm, ma quanto basta perché ci si incolonni sulle passerelle, la laguna sciacqui san Marco, la città prenda, fuori dai percorsi affollati, il suo carattere malinconico e lamentoso. I turisti ridono, hanno una Venezia insolita, ne hanno sentito parlare della minaccia del mare che vuol riprendersi la città, gli sembra di vivere qualcosa di irripetibile, una nave che affonda. Non sarà così, la città si salverà, ma come? Ecco sul come e su cosa resti della città e dei suoi abitanti ci sarebbe molto da dire. La bora spazza tutto, anche i discorsi, rende la pioggia quasi orizzontale, inutili gli ombrelli, lava uomini e palazzi, indifferentemente.

Avevano ragione i metereologi è autunno, anche se non fa il freddo previsto, restare nelle case e al caldo porta un tepore interiore, pigro, di luce e pensieri. Nelle pasticcerie che hanno la creanza di ricordarsi dove sono, le favette dei morti fanno bella vista con i loro colori. Il loro sapore si scioglie sul palato, si sente la mandorla, che non invade (siamo a nord), lo zucchero a granelli, la consistenza morbida e croccante. E’ possibile avere una consistenza morbida e croccante? Certo se c’è la bora che è un vento circolare, saranno pur possibili diversi sapori nello stesso tempo.

E’ la bora che ha preso la scena e scuote gli alberi, è la bora che rinchiude nelle case, è la bora che ricorda che l’estate è andata, che ci saranno mesi in cui il sole sarà un dono da cogliere, prevarrà il grigio, il marrone e l’azzurro intenso, quando il cielo vorrà donare il suo occhio agli uomini. Si vive d’autunno e s’attende, imparare la pazienza dà molte soddisfazioni in quello che verrà.

il cielo consola

Le case nelle città medie sono basse, tre, quattro piani e basta alzare lo sguardo perché il cielo entri negli occhi. Nella testa. Nubi grigie, bianche o azzurro. Oppure quei rossi aranciati, impossibili, che solo qui si vedono e che il Tiepolo a lungo ha inseguito e guardava, arretrava, insisteva sugli azzurri, li rendeva trasparenti, si portava sulla pennellata, scuoteva la testa e riprovava. Ma non tentava gli aranciati, meglio i visi, le persone del cielo, quel cielo che lo attirava, ma diventava protagonista, inglobava le persone, ne sapeva qualcosa Jacopo Tintoretto che quasi vedeva le persone risucchiate nell’infinito, tenute solo da quelle nuvole, da quegli azzurri e rossi, che avrebbero divorato ogni espressione e così chiudeva i cieli, li stipava di angeli e santi. Cose di colori, pensieri da città.

L’abbiamo sempre saputo senza impararlo: il cielo consola. E’ un sapere innato nel nascere, ovunque. E nella città o nella campagna, ancor più consola, finito, infinito, in un’oscillare dentro, fuori, che porta a noi con gli occhi persi nelle nuvole, che fantastichiamo, meditiamo, e siamo qui e altrove.

Con sé, mentre sbiadiscono le nostre tracce lievi di ricordo, il cielo porta un senso di equilibrio, di spersa serenità che si diffonde e prende. Certo esistono i cieli di battaglia, cieli collettivi, cieli che fanno paura, ma per noi, fortunati, il cielo domestico riporta a noi. A noi come persona, non più collettività, tanti, a noi singoli, nudi di intenti urgenti in un rimboccare materno che avvolge e permette di crescere.

Nelle città medie il cielo c’è ancora e gli uomini costruiscono, rispettosi senza sapere, ma in qualche fondo c’è memoria della Babele, ovvero del “confondere” le menti, del differenziare e del dividere contrario all’ abitare con della città. Forse per questo, qui, più che altrove, il cielo non è indifferente e fa la parte degli uomini, racconta loro d’un rapporto con sé che non isola; li differenzia in un meditare quieto sulle grandi domande.

E li lascia senza risposte, ricchi di speranza: domani è un altro giorno. E’ una certezza così forte che permette d’addormentarsi, mentre la coscienza lascia il posto ad altre realtà, in attesa d’una nuova luce.

crocchiare tra luce pallida e compresa

Parlerò poco di foglie, forse solo questa volta. In autunno bisogna pur trattenersi, anche perché la consistenza della foglia secca sulle dita non interessa a nessuno e quindi in realtà si parla del colore e del calpestare. Per il primo sarebbe più semplice parlare del pantone, ne avremmo per tutta la vita e anche di più. Quindi trionfi di gialli, rossi, aranciati (che bella questa parola da bere) stagliati contro un verde che brunisce e s’impacca, insomma una gioia transeunte per gli occhi che se la bevono felici, ma oltre al colore che sfuma, muta e vira inevitabilmente al marrone come punto finale ( che sia per questo che il marrone è colore da vecchi ? ), un classico è il rapporto tra piedi e foglia, un misto di udito e tatto dove il tatto è pur sempre mediato da una scarpa, eppure si sente una sensazione positiva oltre la suola. Potrebbe essere una pubblicità di scarpe: il benessere oltre la suola. La parola che definisce questo suono di calpestio spesso è crocchiare, le foglie bagnate sono molto meno interessanti, afone e pure scivolose. Crocchiare evoca qualcosa da mettere sotto i denti, qualcosa che risuona nel cervello e nel carnivoro che ci portiamo dietro da sempre, quello che si mangiava tutto, ossi compresi. Magari in testa si associa  il crocchiare al croccante ed una dolcezza autunnale trova il suo corrispondente di stagione nella natura, tutto un consonare piacevole, acqualinoso che fa dell’autunno una stagione saporosa e odorosa.

Comunque sia le foglie crocchiano perché sono secche, non perché abbiano un’attitudine al crocchiare, loro preferivano trasudare fotosintesi, ma tant’è, si adattano anche ai nostri piedi calpestanti, trituranti, scalcianti. Ecco tre azioni che ci riportano al bambino che abbiamo dentro, quello che sente i piedini solleticati dalle foglie, che ha un oggetto soffice e rumoroso che può essere preso a calci e scatenare energia, è per questo che ride, modifica il mondo, lo frantuma ed al tempo stesso lo sente alla sua portata. Un senso di dominio delle cose che non può che rendere allegri. Ecco, quel bambino che si nutre di suoni e di colori in autunno può ancora espandersi, correre, sentire che il mondo muta eppure è sempre bello. Il senso dell’autunno e delle foglie non è forse questo? Il mondo muta e ci stupisce e ci consente di vivere nel giorno. Il bambino che abbiamo dentro non pensa alla primavera, alla prossima estate, ogni sera, quando va a dormire, ha una sottile paura del buio perché ha paura che la luce non torni ai suoi occhi, per questo ha bisogno di vivere ciò che ha, di consumarlo.

Così adesso mi godo assieme al bambino che m’accompagna, il colore e il suono delle foglie, lascio che entrino dentro, provochino felicità di esistere. Sapete da dove deriva la felicità di esistere, dalla meraviglia, dall’inatteso, le foglie che mutano sono inattese, il bambino ci trasmette il sorriso e l’autunno comincia a promettere nuove meraviglie.

pronomi personali

L’io sembra essere il pronome prevalente della nuova comunicazione. Sono stato educato a non usarlo pubblicamente, ai miei tempi lo stile coincideva con il non apparire e anche la modestia veniva considerata un tratto positivo del porsi, ma adesso lo scrivere (anche mio, meno per fortuna il parlare) è zeppo di identità. Su fb si chiede cosa stai pensando, non cosa pensi di… , e la risposta non può che parlare di sé, o direttamente o attraverso il sentire.

Non so se ci faccia bene tutto questo centrare su di noi; da un lato siamo più consapevoli (forse), cresce l’autostima, dall’altro siamo più soli, abbiamo una misura di noi stessi e del mondo forzatamente limitata. Entrare ed uscire da noi stessi ci porta a vederci, e ad essere assieme agli altri, ovvero a pensare in termini di noi. Non è una minore considerazione o libertà, anzi direi che entrambe sono maggiori con questa modalità. Basti pensare a quanto ci stupisce trovare le consonanze con gli altri, proprio mentre ci sentiamo unici ed irripetibili. Proviamo sensazioni comuni, viviamo vite simili, usiamo oggetti ed abitudini allo stesso modo, eppure ce ne meravigliamo, mentre bene lo sanno gli esperti di marketing e di psicologia sociale.

L’unicità, l’io, è in quel 5%, forse, che ci portiamo dietro come dna, educazione personale, cultura, appartenenza per scelta, mescolati assieme alle qualità ed ai difetti di ognuno ( che, gioverebbe pensarlo, neppure questi ultimi sono così singolari), eppure quel 5% ci fa sentire molto parte di noi e poco parte degli altri. 

Come si dovesse dimostrare qualcosa, mentre non c’è nulla da dimostrare e già sentire questa necessità ci rende meno liberi. 

non ho parole

Non parlo del modo di dire, ormai privo di senso, che da tempo infarcisce non pochi discorsi, ma dell’assenza di parole per descrivere qualcosa di inusuale. Che sia un’emozione forte, un perdono, una gioia inattesa, oppure un sentire sottile che sfiora la percezione, spesso il vocabolario a disposizione diventa insufficiente. Anche i modi del comunicare ci paiono inadeguati, per cui si affrontano giri di parole, similitudini che lasciano larghi laghi d’insoddisfazione, così subentra la paura di non essere davvero compresi e ci si sente diventare strani o ridicoli. Allora la volta successiva si tace.

E’ il limite delle parole, oggetti vivi quando si estraggono dai loro involucri di significato comune, ma cagionevoli e pronte a morire sulle nostre labbra, quando la pregnanza nuova che hanno acquisito per noi, resta confinata nella necessità di spiegare troppo. In realtà avremmo bisogno di parole nostre per dire ciò che sentiamo, di oggetti leggeri e grondanti significato, mentre ci troviamo sul limite del fraintendere. E considerato l’oggetto del comunicare, è un fraintendere che fa particolarmente male.  Avremmo bisogno di significati che colmino un silenzio che non vorrebbe essere tale, e quindi anche di orecchie amorose e incoraggianti che accolgano e vibrino assieme.

Questo è il ponte instabile su cui passano dei pressapoco che si lasciano trasformare in suoni, via via, più netti e definiti, un sovrapporre ciò che si sente a ciò che si dice, finché si trova qualcosa a cui ancorarsi e sapere che è quello che cercavamo.  Allora  il non ho parole per dirlo scompare, e un passo innanzi nel nostro dizionario dei sentimenti è stato fatto.

Dizionario personale:la raccomandata

Tra le cose d’altri tempi, vagamente circonfusa di minaccia, vive ancora la raccomandata. Già nel nome è fastidiosa e melliflua, nasconde qualcosa che chi scrive vuole gettarci addosso, ma essendo un’anticaglia da molto ormai ha perduta quella potenza inquisitoria che il postino esercitava in conto terzi: c’è una raccomandata, bisogna firmare! Adesso il postino suona (forse) e mette direttamente l’avviso in buca. La raccomandata è un articolo del tempo in cui c’era qualcuno in casa, scendeva una signora asciugandosi le mani nel grembiule, firmava e poi aspettava che arrivasse il destinatario per sapere cos’era accaduto, adesso in casa non c’è nessuno, tutti sono al lavoro e poiché i postini si ostinano a non venire di notte, la probabilità che qualcuno risponda al citofono è estremamente bassa.

Credo che il postino soffra di solitudine, che mediti molto su sé stesso e che sopratutto abbia coscienza del suo decadimento sociale. Nei tempi in cui la letteratura, le canzoni, l’immaginario collettivo gli assegnavano  il ruolo che già fu di Mercurio, la sua fatica era un canto collettivo, un inno alla circolazione delle notizie e degli affetti, ora suona campanelli senza risposta, recapita pubblicità e riviste che sono esse stesse pubblicità con qualche articolo. Resta la raccomandata e il telegramma, ma né l’uno né l’altro hanno ormai un interlocutore, quindi credo che i postini siano ormai dediti alla meditazione e al filosofare sulla solitudine umana e sull’estraniamento da sé con un carico notevole di melanconia esistenziale.

Il gestore vero delle raccomandate è l’ufficio postale centrale dove queste tornano in giacenza e così ogni volta mi armo di pazienza e di tempo, prendo un numero, aspetto un tempo variabile tra mezz’ora e un’ora e dopo essere stato identificato da un impiegato, che non può amare quel lavoro in conto terzi e quindi è annoiato e vagamente inquisitorio nel suo scrutarmi : ma lei dov’è la mattina, dove va?, finalmente mi consegnano la raccomandata.

Solitamente è un nostalgico malfidente del servizio postale che mi scrive, che notifica qualcosa e spesso impone di pagare. Questo non aiuta la mia opinione sul mezzo anzi mi verrebbe da non ritirarle più le raccomandate, lasciare che macerino nel loro livore perché non m’hanno trovato. Tanto chi conta davvero sa dove raggiungermi, mi scrive, telefona, incontra, gli altri sono solo anonimi minacciosi che si firmano: agenzia delle entrate, corpo dei vigili urbani, ente di qua, ufficio di là, tutti uniti dal fatto che qualcosa gli devo.

La raccomandata insomma è un oggetto poco gentile, adatto a tempi e toni differenti in cui l’autorità pesava davvero e sparirà la raccomandata, oh sì che sparirà, ed io non la rimpiangerò affatto. Se devo pagare o vogliono chiedermi qualcosa, lo farnno in altro modo ed io vorrei lo facessero con gentilezza, senza alzare la voce, sorridendo, tanto pagherei lo stesso e tutti saremmo più contenti.

 

Aleppo

Poco più d’un anno fa ero ad Aleppo. Arrivavo dopo aver attraversato la Giordania e la Siria. Arrivare m’aveva dato la sensazione della prossimità d’un porto dalla parte del mare, un’onda calda e dolce che portava a terra, dopo tanto vedere, sentire, ammirare. Era un luogo che accoglieva, prima che una città bellissima, come aveva accolto per migliaia d’anni pellegrini, conquistatori, religioni, lingue, civiltà.

Nei luoghi ricchi di passato le civiltà si sovrappongono, ad Aleppo si incastrano e la tolleranza diventa un modo d’essere inclusivo. Ebrei, cristiani, musulmani vivono secondo le loro regole eppure accanto, lavorano nel souk in botteghe vicine, ti parlano tutti nello stesso italiano stereotipato, hanno la stessa gentilezza: sono tutti siriani.

E’ la sensazione che si respira nelle case di pietre squadrate e scolpite, nei patii interni rivestiti di cedro del Libano, sotto le tende dei negozi che riempiono l’aria di profumo di fiori essicati, sapone, spezia. Ne parlo al presente perché la mia testa si rifiuta di pensare che sia tutto distrutto e cerco di riconoscere i luoghi che ho conosciuto dai telegiornali, ma vedo cumuli di pietre, corpi, uomini che sparano. Il non riconoscere mi dà speranza che non tutto sia perduto, che finisca presto e la vita ritorni ad essere consueta, lenta, come l’ho vista nei caffè, nelle strade, tra le case. Ho letto che il quartiere antico è stato risparmiato dai bombardamenti, che forse anche il castello non era stato bombardato, mi ha preso una sensazione  di sollievo, perché se erano risparmiate le case anche le persone erano risparmiate, ma è stato un attimo, cosa stia avvenendo nella città lo si legge negli scontri casa per casa, negli eccidi e nelle esecuzioni sommarie.

La Siria è l’ennesimo fallimento dell’ Onu e dell’enunciazione pomposa dei diritti dell’uomo, in fondo Sebrenitza è stato lo spartiacque tra verità e convenienze politiche. Da allora si è visto con maggiore chiarezza l’inadeguatezza, ma anche disegni, strategie contrapposte che fanno emergere i cinismi delle cancellerie. La parte del Mediterraneo che contiene la Siria è una polveriera, basti pensare che i confinanti della Siria sono la Turchia, Israele, il Libano, la Giordania, l’Iraq e poi i curdi, hezbollah, ecc. ecc. Forse per questo Hassad si sente sicuro e massacra il suo popolo, perché toccare la Siria è aprire il vaso di Pandora, ma altri, l’Arabia Saudita ad esempio, giocano partite pseudo religiose di rivalsa Sunnita su correnti Scite, aprono ferite. Francamente mi riesce difficile pensare che tutto sia uno scontro tra ortodossie islamiche, che le benedizioni e l’appoggio delle cancellerie, fornitura d’armi compresa, non siano in realtà una guerra combattuta in conto terzi, una specie di gioco a somma zero in cui alla fine si avrà un nuovo equilibrio che prescinde dal popolo, dalle persone, dalle aspirazioni. Se la Siria avesse il petrolio della Libia la questione sarebbe diversa, qui si giocano altre strategicità, quella degli oleodotti e dei gasdotti ad esempio, ma anche la partita infinita di Israele e dei suoi nemici, la vera questione medio orientale che non è mai voluto risolvere. 

Il cuore mi si stringe in questi ragionamenti, quando si pensa in termini di strategie gli uomini scompaiono e invece ho visto, conosciuto persone, sperimentato una tolleranza religiosa inconsueta, uno spirito levantino allegro, ospitale, pervaso di gentilezza. Se penso ad Aleppo sento il silenzio lugubre dell’occidente, sento il silenzio dei molti come me, che si sentono cosa, impotenti nel fare e quindi nel dire. La tristezza è poco in questi anni, la tristezza è impotenza bisognerebbe ricordarlo.