auto recensione

Leggo abbastanza addietro e trovo una scrittura puntuta, asciutta. A tratti nervosa. Ricca di insoluti. Un pensiero che borbotta tra sé e poi esce per incontinenza. Più sotto, sento il raffrenarsi perché dire troppo non conviene mai. Spesso le chiusure si sospendono, lasciano i compiti per casa, le soluzioni aperte. E cosa c’è di meglio di una chiusura che apre?

Gli aggettivi non ridondano, c’è una ricerca delle parole nella memoria, non nel vocabolario, si sente che esse portano ad altro e affascinano. Mancano, o sono rare, le similitudini e quindi è attenuata la voglia di trarre un insegnamento generale dal particolare. L’aforisma però è presente, la sua asciuttezza ammalia lo scrivere. È pur sempre un po’ moralistico, ma ha la funzione di mettere in ordine le idee e aiuta chi si contrappone: a nettezza si risponde con nettezza.

Complessivamente è il giorno a fare da padrone: ciò che accade urge e trabocca. C’è un piacere nell’urgenza, ovvero quello del consumare perché il tempo lineare non concede ripetizioni. Emerge la necessità di avere più tempi a disposizione, e lasciare che ognuno possa dare ciò che può. Sono scritti notturni o diurni, formazione che è salita, con gioie e fatiche inattese. Insoddisfazione, che implica necessità di soddisfare. Perfezione e innocenza per andare oltre alla realtà, così imperfetta e complicata di colpe non sue. Autoironia e consapevolezza dei limiti messi in una tensione febbrile, vissuta molto più dentro che nelle parole che anzitutto parlano al sé. Priorità, per fortuna, alterate rispetto a ciò che conviene ed è utile. La ricerca di un equilibrio non è pace, ma oltre. E in questo oltre c’è il futuro.

tempo 2.

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Frammento sulla fine della giovinezza … 

Non era coinciso nulla. Maturità, attese, posizione, amore, situazioni. Nulla che avesse un posto predefinito, che potesse far dire: c’è un prima e quindi un dopo. Così nel flusso tutto, semplicemente, continuava mutando. Anche i fatti avevano una loro singolarità, ma erano fatti. E non era un giudizio di valore, certo che l’importanza veniva sentita, ma erano accadimenti, con una loro meccanica che includeva il mutamente. E non poteva essere diversamente proprio perché erano importanti ma umani. Forse che prima d’essi, non c’erano stati altrettanti, e magari più profondi, mutamenti? E allora se non si quietava il confluire dell’accadere, nello scorrere tranquillo (pareva che l’idea di flusso fosse quanto di più vicino al tempo che viene vissuto, indossato a pelle, e acconciato a sé), se questo non s’allargava e rallentava, allora non si capiva dove fosse un prima se non per cronologia, oppure per quella localizzazione che era più una mappa dell’anima che di luoghi.

Si poteva dire: allora, in quel giorno, ero qui, sentivo questo. E la geografia di sentimenti avrebbe avuto un suo perché assoluto, com’ essa fosse il vero portolano che descriveva la rotta d’ una vita. Però di molti anni non restava traccia, come se essi si fossero consunti in un grigiore di candele senza presenza. Neppure delle infinite sequele di piccoli piaceri, di incontri, di discussioni accese, di mondi ardui, di sentenze scavate a fatica, feroci, apparentemente definitive, restava traccia, come se quel lasso di tempo lungo, e in sé ben vissuto, fosse infine privo d’un colore definito, e per questo utile a sé solo. Guardando il passato, esso era una sconfinata serie di piccoli avanzamenti, un pullulare di fatti, di cose, di eccezioni uniche, poste su un turbolento orizzonte avanzante e non una sequenza lineare per cui ciò che era stato nuovo, ora fosse in uno scaffale. Semplicemente era stato prima. Non era definitivo in sé, era accaduto e non aveva chiuso nulla davvero. Quindi la vita poteva essere una infinita serie di aperture o di chiusure e stava in noi scegliere l’una o l’altra condizione e quindi il definitivo prima e l’assoluto dopo.

E la giovinezza finiva davvero assieme alla sua follia? E se la follia non terminava sarebbe sfociata nella pateticità? Chiedersi quando finiva la giovinezza era dare una data alla follia del corpo, all’eccesso portato sorridente oltre il suo limite, ma il pensiero che lo guidava, che attingeva goloso al nuovo e lo gettava in quel flusso, ed era ricco d’ansia costante d’incompiuto, di lasciato in disparte, e di nuovo che sorgeva, poteva esso generare, combinando tutto, una condizione d’essere non connotata. Libera da collocazione e ruolo, rispondente a sé e alla propria percezione del mondo. Pensava di sì, perché non poteva fare altro se la vita apriva. E solo il patetico, e il suo farsi ridicolo, era da evitare con accuratezza, per non essere caricatura di se stessi. Insomma corrispondere a ciò che era ed evitare, l’insania suprema del ridicolo. Assomigliarsi per vivere bene il tempo proprio, non un’età.

miles

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Noi così pieni d’amore e di disperazioni, di baratri nelle coscienze, di icone e santi laici.

Noi così pieni di sentimenti fatti di silenzi, di forza e di fragilità, di battaglie perdute e di speranze.

Noi così pieni di senso del limite, di rivoluzionarie gentilezze, di stanchezze immani, di parole piene d’ amore.

Noi così pieni di sogni e di certezze, di dubbi e di voglia di capire.

Noi che quando vinciamo ci chiediamo come sta chi perde.

Noi che ogni volta che cadiamo diciamo come da piccoli: fatto niente e riprendiamo a correre.

Noi che contiamo le cicatrici e guardandole ci sembran belle perché, ogni volta, gli occhi e il cuore si sono riempiti di sangue, lacrime e sorrisi.

pulviscolo

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Dopo aver arieggiato la casa di primo mattino, venivano accostati gli scuri delle camere fino a lasciare una lama di luce e d’aria. Attraverso quella fessura, le cose all’esterno,  diventavano puro colore. Anche quelle usuali e sciatte, pur viste mille volte con distrazione, diventavano nuove e misteriose. E attraverso quella lama di luce diventava chiaro un universo danzante di pulviscolo: nell’aria apparentemente immota, s’ agitavano cose sconosciute.

Ero incantato. Saggiavo  la luce per sentirne il calore. Agitavo l’agitato cercando di scompigliarlo. Muovevo le mani piccole e poi mi fermavo: erano quei minuscoli riflessi che rimettevano in riga me, catturandomi per incantamento. Vivevano, loro, dell’ aria che non sentivo.

Poco lontano, oltre la penombra, le voci care, parlavano piano, perché d’estate anche la voce sembra fare caldo.

A volte bastava un filo d’aria per gonfiare le tende e sentire un fresco che non sarebbe durato, ma sembrava l’eterno cambiare in bene la fatica.

luci di notte

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Inquietano le luci della veglia, la notte dovrebbe ospitare il sonno.

Tornano a mente luoghi in cui le notti si sono consumate senza riposo. Corridoi con piccole luci, sale vuote illuminate da neon impietosi, finestre aperte sul buio denso che inghiottiva la luce.

E da qualche parte c’era chi vegliava.

La veglia è altra cosa da chi non dorme indagando un piacere, oppure mete fatte di piccole eternità.

Svegli e diversi, inseguendo qualcosa che sembra appartenerci oppure appare poco distante da noi. Veglie con gli occhi che si chiudono, e si lasciano andare al sonno e altri che si costringono attraverso singulti di realtà ad esserci. Oltre la stanchezza, oltre il pensiero di sé.

Così tra tante notti consuete, ci sono notti gioiose e altre che scrivono pagine di pensieri con inchiostri intinti di buio.

Allora c’è un demone che non s’acquieta: nella pagina si confondono le righe, la lucidità perduta insegue un pensiero che s’avvita. Sembra chiudersi il sonno nei grigi orizzonti, nelle spirali che perdono sbocchi. Forse allora non bisognerebbe respingere il sonno che porta con sé il sogno…

Il sogno, bestia d’ altre realtà vorrebbe donarle, renderle vive. Anche quando porta a spasso per sentieri su cui i passi non piegano l’erba, quando apre stanze dense del colore che abbiamo dentro, quando affretta la luce pur contenendone una propria. Vorremmo sogni normali quando l’eccezione ci viene donata.

Ma anche i santi sognano e i loro sogni mostrano solo i desideri d’una vita che non li contiene.

unter den linden

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Al profumo dei tigli corrisponde una serenità inespressa, una luce verde che si fa strada tra le foglie, la necessità lieve del camminare lento e del guardar vedendo. Dentro e fuori.

Non esiste un’ essenza di tiglio che conservi tutto ciò, è necessario viverla questa stagione e ricordarla poi, se si vorrà, con qualche tisana d’inverno.

O, ancora, conservarne il ritmo vitale nell’andare lento sotto altri alberi che raccontino, evochino, ciò che è stato e ciò che si ripeterà.

C’è un passato che non muta nei lunghi viali di città. Le forme geometriche nelle vite acquietano. Il sapere che domani le cose saranno ancora al loro posto aiuta ad affrontare la notte.

E’ un senso del trascorrere che sta tra la nostalgia e la sicurezza d’un futuro.

C’è circolarità nel tempo. Accadrà di nuovo, troveremo tracce di noi nelle cose, ci sarà qualcosa che manca e qualcosa di possibile.

Un anno in più. Uno dei tanti.

sei giugno

Ieri a Firenze faceva un caldo becco, come si dice da queste parti. E anche qui, nella pianura che si immerge nell’afa a maggio e ne esce a ottobre, non si scherzava affatto. Lo pensavo, mentre il treno bucava la calura e trasportava qualche centinaio di storie incomunicabili e congiunte dalla comune sensazione di disagio. Questo pianeta non ci segue, e noi non lo seguiamo.

Il convegno era davvero interessante e il mio ruolo di moderatore di tavola rotonda, fumoso Così con molta libertà circospetta, come mi accadeva a scuola, sono andato a usma. Termine che indica l’annusare dell’animale indeciso sul percorso, ma che una strada la deve pur trovare. Alla fine e durante, ero contento di ascoltare cose intelligenti e nuove. Perfino troppe, tanto che pensavo: ma dire anche un po’ di sciocchezze come nella vita normale magari alzerebbe lo scontro tra intelligenti e futili, invece tutti intelligenti erano. Però pensavo che fa bene sentire il dipanarsi dell’intelligenza e che anche ascoltare dubbi fa altrettanto bene.

Una riflessione che inopinatamente ho detto, riguarda il potere della scienza. Comunque più piccolo di quanto la scienza pensi rispetto alla politica e molto più grande di quanto essa pensi rispetto al senso comune. La scienza analizza e prova, trova risposte parziali, mentre da lei si vorrebbero soluzioni risolutive e immediate. Insomma si è sempre insoddisfatti dalle risposte che i ricercatori danno, perché la scienza ha un concetto di tempo disgiunto dalla politica e dall’economia, e guarda le cose nel loro evolvere, così questo non è capito dai quei due soggetti, che dovrebbero assicurarle i mezzi e la libertà di crescere. Parlando di sostenibilità ambientale e well-being è facile scivolare nell’apocalittico, e guardarci attorno non ci rassicura, così alla scienza in fondo si chiede di liberarci dalla morte e dall’apocalisse senza fatica e non di dirci: guarda che stai cadendo nel precipizio.

Ci sarà tempo e modo di entrare noiosamente nelle idee sullo sviluppo compatibile, ma ciò che m’interessa è dire brevemente una impressione. Noi siamo la nostra storia e le nostre attese. Abbiamo un vissuto, errori e qualche buon risultato, ma consegniamo la percezione di essere vivi, cioè agenti su noi stessi e sulla nostra realtà, ad alcuni momenti, spesso a fatti esterni a noi. Ed essi pur piacevoli o meno, hanno ormai il crisma della singolarità. Come se l’essere vivi fosse più un’abitudine che una cosa di cui essere grati a noi stessi e a chi ci ama. Il grande sonno senza sogni di quest’ epoca, in fondo è tutto qui: abbiamo chiesto ad altri di sognare per noi, di vivere per noi, di dirci cos’è buono e cosa non lo è. Eppure eravamo, e siamo dotati, di meccanismi che ci spingono ad addentare o succhiare la vita, l’indifferenza e l’assuefazione sono entropia del vivere. Allora della vita cosa ne abbiamo fatto? La stiamo impiegando nel fare o nell’essere vivi ? Insomma vogliamo viverla o no, questa vita che è poi solo nostra? 

caldo notturno

Mia cara, fa un caldo improvviso, aggressivo. Stanotte sono andato a letto tardi, non ho spento subito, come sempre. Leggevo dei racconti di A.L. Kennedy e mi piacevano. Mi sono chiesto che significasse quell’A. L., rigettavo il pensiero a stamattina, però ci tornavo: Anne? Luise? Era comunque una donna, e descriveva gli uomini in prima persona, con la precisione distratta di chi ne conosce i desideri, i tic, le abitudini. Pensavo che ci assomigliamo in maniera imbarazzante e che solo la sguaiataggine ci impedisce di capirlo e metterci un freno. Magari lo chiamiamo pudore, ma è paura di perdere l’unicità.

Poi mi è venuto sonno e ho dormito a sorsi lunghi, con qualche risveglio per il caldo e sogni che caleidoscopiavano, frangevano in piccole stanze di storie. Sconnessi e connessi alla realtà, come sanno fare i sogni. Ho avuto l’impressione ci fossi anche tu. Mi ha svegliato uno squillo di telefono. Anche se mi sono alzato in fretta, non suonava più. Cercavo appigli con la realtà, dov’ero, dov’era il telefono. Al solito posto: lo schermo era nero. Nessuna traccia di chiamate, un’impressione. Non ero ben sveglio, anzi ero ancora preso dall’ultimo sogno. Mi muovevo piano, con gli occhi semichiusi per tenerlo legato. E ascoltavo le impressioni, ovattandole: una luce tenue, grigia e rosa, dalla finestra ,il pavimento di legno sotto i piedi, fresco e amichevole. Passando davanti allo specchio  sembravo senza colore. Mi sono sorriso per un momento, bagnato il viso e poi tornato a stendermi sul letto. Dalla finestra aperta entrava aria e il canto delle allodole. Ho cercato di riprendere il sogno, a braccia e gambe aperte, lasciando che il fresco mi percorresse. Era un entrare ed uscire dalla veglia, come fosse acqua e nuotassi piano. Poi tutto si è annodato nell’ultimo pensiero cosciente del corpo e ho ripreso sonno. Era davvero presto.

p.s. A.L. sta per Alison Louise

terrazze

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Col sole e il caldo, terrazze si sono popolate. Ombrelloni, tavoli, pompeiane rinnovate, lettini. Chi prende il sole, chi conversa e mangia di notte, chi cura le piante. Un bisogno di luce e calore in attesa di vacanze ancora distanti. Si aprono porte e finestre, le persone rendono le abitudini, valori. E le voci sommesse di notte, raccontano storie intime, proiezioni di quotidiano consumato. Subito, senza pensarci troppo, vivere. Come il sole di giorno, anche la notte.

Le terrazze sono il luogo raccolto dove, come da bambini, basta nascondere gli occhi tra le dita per essere invisibili.

tempo 1.

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La cosa era (è), semplice: scegliere tra caffè dolce e caffè amaro. Girare piano il cucchiaino nella tazzina, osservare il vapore oleoso che si levava e aspirare con calma. Poi, levare lo sguardo e, pensare di avere tempo. Tempo per qualsiasi cosa. Per non far nulla, per fare cose importanti, per scialacquare tempo (passarlo in qualcosa che lo depurasse dalle incrostazioni della fretta), per correre con una meta o per piacere, ma soprattutto per dominarlo, il tempo. E se c’era qualcuno con cui condividere, nel discorso fatto di parole scelte, di risate brevi, di sospensioni con gli sguardi a parlare, lasciare che il tempo si sciogliesse nella tenerezza che si mette quando ci si protende. Sentire allora che si apriva una porta, una finestra, un pertugio, ed entrava luce. E quella luce illuminava le solite cose rendendole diverse. Scomponeva, sgranava, guardava da dietro, o sotto, o sopra, ma alla fine portava all’essenza. Noi, io, eravamo colori separati da un prisma e ricomposti da un altro. E in quello spazio di tempo dominato, in quei colori, tutti contenuti in noi, potevamo dire ciò che emergeva in una sintassi fatta di purezza e di profumo. Parole blu che avevano un significato blu e potevano sgranare verso l’azzurro, il grigio, oppure puntare al violetto e poi al rosso. Parole che si coloravano di significato perché non c’era la fretta di dire.

Il giusto tempo, il tempo per il profumo del caffè, diventava (diventa), modo d’essere.

Essere senza costrizione di fine.

Solo essere.