Il pensiero torna a terre che mi sono care,
declivi e bosco ceduo, radi cacciatori, pietre che rotolano con un suono di percossa canna.
Curve verso l’ignoto in strade solitarie e sughere rosse di vergogna ai lati.
Da case che non conosco esce il fumo forte della quercia,
un sedile di sughero è vicino alla pietra che ospita la fiamma.
Ne conosco la consuetudine antica, le rade parole, il seguire pensieri nelle faville che s’alzano e il riposare l’occhio nella brace.
Accanto qualcosa cuoce o s’arrostisce senza fretta e parole mute aspettano.
Di solitudine si muore oppure ci si rafforza tanto da sentire incessante l’onda di ciò che attornia e si sminuzza negli infiniti discorsi delle cose,
dove ognuna ha una sua ragione, urgenza, bisogno d’attenzione,
un dire sommesso, che altrove, frettolosamente, vien chiamato amore.