tempo di decisioni

Siamo immersi in fatti, situazioni, storie molto più grandi di noi. A noi è stato dato questo tempo meraviglioso e terribile. Pensavamo di essere immuni al male ed eterni nella libertà. E le possibilità della scienza e della tecnica, mai come ora hanno reso possibile affrontare i grandi e i piccoli problemi di ciascuno dando il necessario a tutti.

Eppure mai come ora la ferocia della guerra, il male come offesa ad altro essere umano, all’ambiente in cui vivere, minaccia la distruzione totale.
Molti allargano le braccia, confessando la loro impotenza di fronte a decisioni che distruggono il dialogo, annientano le persone, la speranza di giustizia, il futuro.

Eppure ogni gesto, ogni piccola conquista che riporta un sorriso, che costruisce qualcosa che fa star bene vicino a dove viviamo, genera una speranza di un mondo diverso. L’egoismo è pensare che non ci sia abbastanza per altri che non siamo noi, ma non è così. Siamo così fragili che senza l’aiuto di altri non resta che la solitudine e il delirio di onnipotenza.

Non è scritta la fine dell’umanità, della giustizia sociale e in chi si oppone e costruisce c’è forza e speranza. Pensate a quante persone ogni giorno fanno ciò che devono e si muovono nella costruzione di un presente che abbia dignità per loro e per quelli che vivono con loro. Pensate a quanti atti gratuiti e giusti costruiscono la vita quotidiana delle persone. La differenza tra un mondo che opprime e distrugge con quello che invece costruisce la vita degna, esiste ed è pratica di molti che in silenzio fanno.

Essere Sinistra Futura è creare giustizia sociale e pace. Nessuno si illude sia facile, che subito tutto cambierà ma non c’è alternativa al fare quello che si deve e si può, altrimenti l’oppressione crescerà, la libertà diminuirà, l’ingiustizia sociale continuerà a prevalere.

siamo brave persone

Cosa sono le abitudini, e quanta morale contengono? Quasi tutti pensiamo di essere brave persone, perché certe cose non le facciamo e altre le disapproviamo profondamente. Eppure facciamo l’abitudine all’orrore. Basta sia lontano da dove viviamo e l’umanità, il diritto, il giusto, scompaiono. Ci sono morti che non fanno notizia, appaiono e spariscono subito. Eppure siamo nell’era dell’informazione, I buoni principi dovrebbero rafforzare un pensiero forte, generale, umano. Non è così. Quattro immigrati vengono bruciati vivi dentro un auto perché non volevano pagare il trasporto e da metà aprile non venivano pagati per il loro lavoro. Quattro euro le donne, un paio in più, gli uomini per dodici ore al giorno nei campi. La schiena piegata, il sole, i pesticidi, tutto compreso. E di quei pochi soldi quasi tutto finiva al caporale per un letto e un pasto. Bruciati vivi, bloccati dentro l’auto, irrorati di benzina e dati alle fiamme. Non giriamoci dall’altra parte, chi li ha uccisi e li vendeva aveva un compratore, poteva non sapere o preferiva ignorare? Un anno fa, in provincia di Latina un uomo è stato deposto dal datore di lavoro davanti a casa con il suo braccio. Staccato dal corpo. Poteva essere salvato, è morto. A Milano il nuovo consolato americano viene edificato da operai a quattro euro l’ora. Sequestrato il cantiere, ma per quanto? L’abitudine all’ingiustizia, alla violenza perpetrata su altri corpi, lascia intatte le coscienze. L’opinione di sé. Anzi individua in queste donne e questi uomini il nemico, quelli che invadono. Siamo stati invasi dall’indifferenza, non da loro. La mancanza di giustizia, di regole, rende ciò che mangiamo parte di un abominio. Una schiavitù senza pietà e giustizia. Basta non pensarci e diventa abitudine. Ricordiamoci che essere brave persone è una fatica e un impegno, che la fatica è non distogliere lo sguardo, capire cosa umilia e toglie dignità e vita.
Non è cronaca è la società in cui viviamo e se ci va bene siamo complici. Siamo brave persone ma dov’è il trucco che ci fa vivere accettando come normale la pratica della violenza e l’ingiustizia su chi lavora, su chi chiede un salario dignitoso?

verso il congresso

Tra un paio di settimane ci sarà il primo congresso nazionale della associazione Sinistra Futura, di cui sono segretario. Parlerò di come sento l’approssimarsi a questo momento di incontro e di analisi della realtà e del fare. Rischierò la vostra noia, ma questi sono spazi in cui c’è una libertà non da poco: quella di scegliere cosa leggere.
In ogni partecipazione sociale e politica c’è una dimensione collettiva e una personale. Sono inscindibili, anche se ben distinte e sono il nostro modo di vedere e di essere nel mondo. Credo che la dimensione personale abbia radici profonde in ciò che la nostra coscienza ritiene essenziale per la comunità in cui si vive.

La politica è un dialogo con sé stessi e una forma d’amore, l’appartenenza a una idea sociale organizzata è l’adesione a un progetto che è molto più grande di ciascuno. La giustizia sociale, l’eguaglianza sostanziale tra le persone, la solidarietà, sono sentire che si realizza nel fare, non sono principi astratti, ma un percorso di coerenza, di verità, di azioni.
Questo penso.
Nella mia storia politica personale ho già provato a descrivere un momento del mio sentire politico. Ne era nato un blog, essilio, presto sospeso per la difficoltà di avere tempo per capire e meditare ciò che provavo e nel trovare le parole per dirlo.
Vediamo come andrà questa volta, perché le decisioni comunque verranno a maturare. Importanti ma non eccessive, si uniranno alle emozioni e assorbiranno tempo, sentire ed energie.
Il tempo in cui viviamo esige comprensione, pietas e fedeltà all’umano.
Non sempre tutto è chiaro, ci mancherebbe, ma la confusione è uno stato che vuole da noi comprensione, e coagula o deposita, diventa solido,
un punto rappreso su cui poggiare,
o un liquido chiaro attraverso cui vedere.
Il capire è fatto di intensità diverse,
essere onesti è anche sentire la propria ignoranza,
darsi il tempo per agire,
sapere che si può far meglio e che ciò che si fa è il possibile.
Quando sono inquieto, sento che
passo da una cosa all’altra,
ricordo troppo
allora di sera, o di giorno, il calore mi spinge fuori,
la città è materna con me,
sussurra ricordi nelle vecchie strade,
mi tranquillizza e sembra che  camminare aiuti a mettere ordine. Come avere principi e ideali, aiuta a camminare nella vita e ad assumere responsabilità.
Resta sempre l’alito della confusione,
dei pensieri senza il riposo delle parole, ma i luoghi conosciuti e il nuovo che emerge finché mi guardo attorno,
portano l’attenzione altrove.
Subentra una pace sospesa
che radi lampi illuminano.
Ciò che sembra dovere
e spinge in una direzione, a volte è solo timore, considerazione del proprio lavoro come indispensabile. Non è così, anche se nel rispondere a sé stesso e agli altri è più facile trascurare le proprie necessità e quelle di chi ti è vicino. Partecipare e fare con passione ed equilibrio.

Sono convinto che sarà un buon congresso e che aiuterà a far nascere nuove energie. Come molti, ho paura di quanto accade nel mondo e nel nostro paese, e sono convinto che analizzando e discutendo sulla realtà, leggendola alla luce dei principi che mettono assieme le persone, le rispettano, assicurano dignità e giustizia, emerga il che fare.
Con fiducia, avanti. Al lavoro e alla lotta.

nell’ora buia

Quando nella notte il sonno si ritrae,
il sogno è fatica,
l’oscurità prende la ragione,
è forte il desiderio della luce,
unica salvezza per discernere,
per capire se vi sia tempo alla vita.
Se le dita della bellezza
potranno scorrere
meditando ciò che avvicina gli uomini,
nell’unità che trabocca dal bisogno. Sappiamo troppo del mondo
e solo l’apparenza
per sentirne il dolore vero,
la tenebra che avvolge le coscienze.
Parole terribili vengono pronunciate: ricada su di noi il sangue.
Baratri d’odio vengono aperti,
male che s’accumula ovunque,
e d’umanita fa spazzatura buttata.
Odio che toglie luce ben oltre la tragedia,
odio che vorrebbe essere ragione,
odio che corrode,
che giustifica ogni crimine,
odio senza amore che redime.
Sappiamo per provare la pietà,
per capire che tutto questo ci riguarda
ed qualcosa che esige da noi un risveglio,
un accendere la luce dentro,
guardarsi attorno,
vedere gli affetti che respirano nei sogni, sentire che il giorno porta tempo e luce
ed energia da spendere,
per fermare l’abisso,
per conservare la capacità di ridere,
per amare e fare e disperdere,
ma vivere,
vivere e far vivere,
amare e insieme vivere.

la piuma e il volo

Qualcosa l’avrò pur fatto
inutile a me e buono ad altri,
così metto tra righe di memoria
briciole per I passeri.
E ciò che resta dovrebbe essere pietra,
ma penso alla piuma,
al suo essere parte del volo,
e la pena è l’aria che non è più la stessa
l’azzurro e il verde differenti
Ora è ricordo e via di cielo.

Liberaci dall’essere immersi nel brodo della colpa
sbagliare non è stato facile
e viverlo neppure.
Se abbiamo gioito dell’amore
e ancora lo facciamo,
è perché non è mai abbastanza.

desideri

Vorrei che tu, io, fossimo l’orlo di quella nuvola che sfrangia dal grigio al candido,
parla col cielo che muta ed è solo bellezza.
Essere la luce che muove le foglie
il suo calore che spinge l’aria
e tu pensi sia vento di nulla.
Riflesso d’un sogno che muta,
vorrei fossimo,
la trasparenza del verde denudato dal chiarore,
pace d’essere e stare, apparentemente immoti,
mentre la pelle ciarla leggera
dei racconti di noi.

adolescenza

In questa stagione la scuola era un misto di troppo e di colpa.
Andavo a pescare
dove la città diradava le case
e cedeva ai campi l’aria e il colore.
Le anse di fiume erano splendide acque lucenti,
acidulo e forte l’odore di riva,
come i pensieri che cercavano il senso
e la tregua.
Tutto era possibile,
l’esser d’altri, fatica,
così si sommavano ore
e risucchiava I pensieri, la luce:
ero cosa tra cose,
in un fervore di voli, di gridi e di tuffi.
L’attimo stirava la tela del tempo, era piena di vita,
e il futuro era immoto,
nella solitudine acerba,
allora capivo l’allegria del pesce
che balzava a catturare le barbe di pioppo,
della sua vita felice d’essere cosa.

quiete

Per vuotare la testa,
infrangi I circoli di oscure necessità,
ferma il passo sulla pietra,
ascoltala mentre racconta.
Lascia percorrere lo sguardo
c’è un portone graffiato dall’uso,
a cui forse gatti e cani
hanno chiesto udienza,
sopra una finestra
un numero inciso sulla chiave della volta
rende inutile il tempo dei pensieri urgenti:
1748 con una scritta che implorava misericordia e pace.

Noi così inutili e a noi stessi necessari,
sappiamo che nei particolari c’è la quiete del mistero,
trattiene anse d’ombra
e se i fatti s’assomigliano nel loro importunare,
ciò che cuce la loro trama
è l’infinito scorrere di pause
e di ripetersi:
cosi dall’inutile pensiero entra la silente assenza,
e una felicità che non pretende.
Mi perdo in questo nulla
che ogni stanchezza divora.
e s’arrende la ragione
lasciando che il bandolo si smarrisca.

25 aprile

Nella piazza stamattina,
festeggia il vento d’aprile
che gonfia rosse bandiere, gonfaloni e divise.
Siamo in tanti,
bambini e vecchi,
donne che reggono i colori della pace,
visi e sorrisi che stringono insieme
ricordi, parole, le vite.
Ci sono anni che non puoi più rivivere,
i ricordi feroci,
e neppure le gioie ricevute,
o il cuore che arrossava I visi.
Come nel primo sentire
torna la voglia di fare, d’essere
di partecipare.
Allora erano parole forti di speranze
mischiate al dolore per chi non c’era
ad ascoltare.
Chi allora riempiva la piazza,
insegnava lieta la gloria del resistere
e la normalità dei giorni e della paura.
Raccontavano I padri
quando senza libertà ci si opponeva,
ogni pensiero era una scelta,
ogni atto una forza,
eppure stanchi, affamati,
nella paura e nel coraggio
c’era speranza e rivolta.
E sentivo stamattina nel sole
l’unione di allora,
non erano le parole di adesso, non solo,
era la speranza che aveva plasmato le vite,
anche la mia,
nella libertà d’essere liberi,
col tempo che accoglie e costruisce
docile, amico,
genera speranze mai usate,
e nel buio traccia una luce.
No pasaran.
Stamattina la piazza era piena,
i sorrisi e le bandiere vivevano dello stesso vento
che chiede pace, e resiste,
sa di essere forte e resiste,
vuole giustizia e amore
e resiste.

oggi, vivere

Dai giorni, allungare la mano e prendere il frutto,
non il nome, non il peso maturato
ma l’essenza.
E distinguere il vivere da ciò che lo limita e toglie,
e se non parlerò dei macellai di carne umana,
delle intelligenze vocate al male,
del male certo e altrove,
ho l’esecrare,
il dire il mai che corrisponde al fare,
al pensare,
e alla paura
che si mischia nell’incerta sicurezza.
Parlo di noi che ci pensiamo moderatamente buoni,
parlo di dove torniamo
perché sempre si torna,
fosse una persona, un luogo, una memoria.
E non è detto ci attenda,
ma c’è,
o almeno esiste un luogo in cui collocare l’essere stati,
con la disponibilità che accoglie,
pur altra dal pensiero di chi torna,  ma pur sempre vera.
Le cose sono l’ultima coscienza
prima del dubbio e della solitudine, conservano la memoria d’un noi che vive,
come quegli angoli di verde incolto
che i progettisti dimenticano
e nessuno fa più suoi,
ma così diventano liberi
pieni di fiori e d’erbe ribelli
ospiti munifici d’altrove,
e dimora d’animali che proseguono le vite.
Se questo impastare giorni e sdegno,
sentimenti, percezioni e andare,
ha pur senso,
e genera passioni e voglia di cambiare
è perché siamo confusione,
imperfetto vivere e contraddizione,
dolci e tesi nel conservare umanità,
e nessuno replicherà ciò che muove
o tiene fermi i pensieri,
nessuno potrà dire d’essere eguale.
È la nostra imperfezione a donarci unicità
e insieme la bellezza d’una solitudine
senza eguali
che sa essere stella
e parte d’universo certo di sua luce.