lo stagno e il campari

Conversavamo. Si parlava del passato comune, di allegrie condivise e fatti accaduti, c’era quel tono leggero del porgere dove ciascuno mette il proprio ricordo e sceglie ciò che è piacevole o almeno non crea discussione. Il pensiero era più complesso, perché raramente le cose accadono con precisione condivisa e la descrizione divarica. Ciascuno ne ha una percezione ed emozione differente e come tale la racconta, così muta la stessa trama e l’essenza di ciò che è stato. Come in uno stagno la pietra che solleva l’onda, comunica quiete, ma porta alla superficie anche il fondo con il suo fango. Nel raccontare si omette l’opacità a favore della limpidezza, ma il ricordo contiene l’una e l’altra. E quel fango è stato materia viva, erba e terra, petali e semi, cose che potevano essere altro e invece sono state scartate e poi decomposte, ma di loro, del loro essere state, da qualche parte, in noi, c’è memoria.
La giornata era bella, il sole piacevole si mischiava con l’aria fresca e l’eco di voci vicine, era il presente con la sua carica di possibilità. Ognuno lo rendeva momento di passaggio per un incontro che ci sarebbe stato oppure no, ma era spiacevole pensarlo.
Era bello parlare di allora come fosse un niente, importante solo al piacere d’averlo vissuto e l’adesso un proseguire una retta di vita che in realtà si era ingarbugliata in altro. Non meglio o peggio, la risultante di decisioni giuste quando si erano scelte e sbagliate nel ricordo. Lo stagno macina e mescola, tutto è diventato altro ma il campari è lo stesso. Potenza dei simboli e delle cose.

Lascia un commento

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.