Lei si era innamorata di un altro, all’inizio senz’avvedersene. O forse se ne avvide? C’erano le circostanze, il caso fece il resto. Lui disse ch’era già accaduto, ma prima s’era potuto rimediare. Adesso non c’era più nulla da fare. Passò il tempo, neanche tanto, anzi poco. Forse per un simmetrico bisogno d’attenzione, anche lui s’innamorò di un’altra. All’inizio senz’avvedersene. O forse se ne avvide? Si generarono dolori, qualcun altro ne fu sorpreso, in passato, gli pareva, d’aver saputo rimediare . Poi gli sembrò d’essere quasi ucciso dal dolore e che solo il ferire gli riportasse vita, ma si stancò d’essere senza luce, e cominciò a vedere il mondo che gli ruotava attorno. Mentre il tempo scorreva, nuovi nodi s’erano allacciati. Vite, che sembravano squassate, ritrovarono abitudini conosciute. Ma anche le altre vite, ch’erano apparse nuove, diventarono un po’ usate. Forse l’ urgenza ormai non era più tale. Tutto sembrò acquietarsi e ciò che sembrava forte, lo fu un po’ meno e quello che brillava, perse un poco la sua luce. Così avvenne che pensieri, più o meno uguali, si formarono in teste che s’erano profondamente conosciute: nei grovigli di destini, e un capo sempre fugge mentre disegna nuovi eventi. Ricominciò l’attesa che il nuovo accadesse e la storia facesse finta di ripetersi. Perché anche nell’abitudine allo star bene, la speranza ha sempre porte da cui uscire. If, si disse e di pescar la luna ricominciò a sognare.
Un vecchio barbiere a cui spegnere la sigaretta, proporre i miei pochi ricci, e portare dentro bottega. Ha le parole guardinghe di chi non conosce, il tempo che batte la vetrina, e la strada con le auto ormai troppo grandi. Ci sono ancora per fine anno quei piccoli calendari dal profumo sguaiato? Prima ciarliere, le forbici ora esitano, lo specchio rimanda il viso stupito, tra ironia e ricordo, si schiara la voce, tra poco la pensione lo porterà altrove, e l’asciugamano umido e caldo sul viso è un abbraccio tra vecchi.
Da dove si fosse originato tutto ciò non importava molto, era una risposta a qualcosa e forse era solo naturale evoluzione, crescita.
Come ci si muta secondo l’età? Ciò ch’era accaduto sembrava la prosecuzione dello stesso bisogno assoluto dei primi anni in cui ci si formava autonomi in famiglia. Quel darsi nella crescita senza un criterio, che non fosse il seguire tutto quello che prorompeva e premeva negli abiti, nel cervello, nei sentimenti, nel cuore in una novità continua che metteva in campo la voglia di misurare sé e il mondo, di non coincidere nei desideri comuni, nel mettere in discussione l’autorità.
Un individuo si forma, cresce, si stacca e nuovamente poi cerca di unirsi quando sa chi è, o almeno presume di saperlo, ma quella seconda unione non è la chiusura di una scissione dallo stesso corpo, piuttosto è il tentativo di riformarlo.
E questo riunire è più difficile, non solo perché ricerca pressoché impossibile a realizzarsi se non per pochi attimi, ma perché è un riunir restando individualità forte, un sentire comune che ha sentire diversi.
In questa fase, che già gli sembrata così forte, l’indipendenza s’era attuata, ne sentiva il sapore pregno di propri umori vitali, coglieva il legame con età vissute e mai sopite. E in essa c’erano le gioie profonde del coincidere, la necessità del distinguersi, il piacere di provare qualcosa che veniva condiviso ben oltre la superficie.
Tutto appreso strada facendo, in misura unica, perché l’unicità è in gran parte l’educazione che portiamo a noi stessi nei sentimenti, a partire dall’ambiente protetto dei primi anni e costruito più nelle difficoltà, nelle timidezze, negli scatti d’orgoglio che la costruzione della propria vita indipendente porta. E poi il lavoro, la fatica, i condizionamenti, le difficoltà e le gioie di un vivere autonomo fino ai diversi modi di vedere che si succedevano in un continuum di apprendimento che non apprende, di cadute e voli che dovevano lasciare il segno per iscriversi nei percorsi dell’anima.
Eppure non erano le difficoltà ad aver mosso prima l’inquietudine, poi il silenzio -che era modo di capire- anche se era stato a partire da quel silenzio interiore, da quella difficoltà a bastarsi com’era, che si era fatta strada la consapevolezza della necessità di un nuovo affrancamento, che pur essendo solo la naturale continuazione del precedente giovanile crescita e indipendenza.
Ciò che aveva mosso tutto era il rideterminarsi per sapere cosa era disposto a dare, cosa poteva essere. Una misura di sé, insomma, che non doveva dimostrare nulla a nessuno, ma costituire quel movimento verso il trovarsi, riconoscersi. E tanto bastava per motivare scelte difficili, banali e alte, sbagli e piccole rabbie per la difficoltà di mutare con la necessaria adeguatezza. Così gli pareva, occorreva velocità e intensità. E c’era la pazienza da apprendere e il proprio tempo, ché mica coincide con quello degli altri, ma è solo proprio, e capirlo.
È lo sfogliare quieto del catalogo già visto, la vita scorsa: figure e tratti di discorso attirano interesse e le fantasie di percorsi abbandonati, spremono il possibile mai stato. Ozio pensoso per il freddo sabato che già novembre saluta e fugge dalla calca e dalle luci delle feste.
Il giorno s’addensa nel tramonto freddo del colore pieno che riga l’orizzonte, è l’aria limpida che lo scrive e porta il sospiro lieve della notte. Poi sarà il laborioso sonno a traboccare dove tessono I fili mai tessuti e le trame inusitate. Storie dal senso arcano di figure amate, sicure di sé interpellano, tra enigmi ed emozioni.
Ci penserà il mattino, con luce piena e fretta di pulire, a cancellare quel dirsi perentorio e senza luogo. Ma cosa sono quelle briciole rimaste? Colori e pezzi di vissuto da spargere nel giorno, come coriandoli di festa all’usato nuovo che già urge l’attenzione.
Da qualche parte nascerà il mondo nuovo, non dubitatene. Scorre nel sangue, s’ annida nei pensieri, la realtà lo alimenta e lo fa crescere. Sarà con noi oltre la convenienza, oltre la cupidigia, oltre l’egoismo. I sentimenti hanno misura solo nell’uomo senza amore assieme diventano fiume e mare. E’ un bisogno di vita, non un desiderio e così emergerà, prima, come grido di pochi, poi crescerà e dilagando farà battere i cuori, scaldare le tempie. Farà esercitare le intelligenze, per mostrare l’evidenza a chi non vuol vedere.
Del resto vediamo, subiamo, sentiamo cosa produce un capitalismo senza dialettica. Lo viviamo nell’ambiente che si deteriora E ci rifiuta, nel lavoro che manca, nelle crisi che non trovano soluzioni, nel distacco sempre più forte tra chi ha e chi non ha. Lo sentiamo nei diritti che si affievoliscono, nell’uomo che conta meno del denaro, lo vediamo nella diseguaglianza che cresce, nella povertà senza riscatto, nella ingiusta lotta tra poveri per strapparsi un diritto. Perché consumata la democrazia, il rispetto, la dignità degli uomini, il denaro lucra sulla crisi, sulla salute, sui settarismi, sull’intolleranza.
Nascerà da qualche parte, avrà un nome antico, rivoluzione, e parlerà ancora con parole antiche: uguaglianza, fraternità, libertà, ma tutto sembrerà nuovo a chi lo vivrà. Non è una speranza, è una certezza, è sempre stato così, la storia non si ripete ma obbedisce alla spinta verso l’essere assieme, verso il costruirla assieme. Non prevalebunt è l’equivalente del no pasaran, sempre le stesse parole, sempre gli stessi bisogni. Profondi, radicati, incoercibili, certi.
Cosa ha visto il vecchio comunista palestinese, la sua vita è lunga, i suoi occhi sono chiari, le parole scandite, aguzze pietre intrise di terra, ricordo e presente. C’è l’ombra di un olivo, s’appoggia appena e toglie il sudore il dorso della mano, il pensiero segmenta la vita, il passato, l’attesa, il dolore. Il quotidiano fare, l’amare, sperare. Non c’è futuro senza paziente lotta, senza il bene che è giustizia. Già nel lavoro è il rifiuto del sopruso e nel dar vita alla terra amata e stenta è resistenza, l’olio profumato e il grano. Essere per i giorni che verranno, sentirne il profumo nel vento che il sole riscalda e a sera rinfresca e parla di casa come una carezza che fiorisce dalla pelle dura di lavoro e d’amore.
È così raro tenere il filo dei ricordi senza tempo, cucirli d’ordinato andare mentre gli occhi s’alzano verso il vetro e il cielo. Dolce è passare il dorso della mano, e scrivere immemori il vapore, presi dalla trama delle gocce che corrono e cancellano la storia. Pomeriggio d’autunno di cui amare il calore immoto, è tenera la penombra della quiete prima della lampada, che rammenta il segno d’un rumore antico. Il pensiero annusa il tempo e taglia il cotone con forbice affilata, attento al gesso dei confini, per cucire una sorpresa stata. Come voce nel teatro vuoto, nella casa dagli accostati scuri, la notte entra staffilando la residua luce, il credo dell’amare è rimasto a guardia del sentire.
Forse perché la giovinezza non finisce mai il tempo scorre, ma amico a noi rallenta, e trascina nel vivere tristezze e gioie che sgorgano in progetti e incauti entusiasmi, così si vedono le giornate che aggiungono e poi tolgono, mai banali per davvero, mai prive d’un colore, d’uno sguardo che stupisce e allegra, ed è scoperta d’un vivere in cui v’è posto per diversa attenzione e meraviglia. In questo vivere gli anni, come costruzione e attendere ch’essi donino cura, s’anima la speranza dell’amore. Sentire di cui si sa molto e nulla, oggetto per timido timore d’infingimenti e oneste ritrosie, ma vitale e vivo, come usa la perfezione senza pretese, ch’è finestra felice aperta all’aria. E anche quando l’impalpabile è freddo Il desiderio alla limpidezza muove gli occhi, dice che tutto è difficile e promette, ma che anche il bianco e nero è così ricco e profondo di colore.
La sera ghermisce luce e case, spinge il pensiero dentro bozzoli sicuri, è l’aria che distrae, sceglie colori, coglie attese, mette improvvisa fretta a gambe e auto. Nella luce che traccia grumi d’ombra c’è un riposo del sentire fatto di garza, pronto a rapprendere in parole, e sorrisi, e dita che sfiorano le dita. Parla il tempo con la luce, ora è foglie e cioccolata, sussurri ritmati dai cucchiaini nelle tazze, occhi che cercano, e la voglia che la notte non porti altrove. Si sta così bene qui, tra luci gialle e voci sovrapposte, si sta bene nel pensiero traboccato, spanto sui tavolini come sentire. Immersi in luci che sembrano riflessi le parole ancora taciute, sono calde di azzardo e timidezza. Gli occhi s’alzano, benedicono la stagione del tepore, guardano nella via dove scorrono auto e gambe veloci, e s’intrecciano I destini evocati dai portoni aperti con intenzione. Sopra la città una cupola di luci tiene assieme ciò che non si conosce con i sentieri dei corpi e dei pensieri. Scie scrivono ovunque, il desiderio di non essere mai davvero soli.
I gesti che si ripetevano erano aria smossa che subito si ricomponeva, ma serbava memoria come accade alle cose e ai suoni. Gli anni chiedono dell’amore, delle sue occasioni, a chi accumula tenerezze e malinconia, e ne tesse abiti per la notte quando gli occhi guardano il soffitto e i minuscoli chiarori sembrano lampade che rivelano il senso di ciò che è stato. Nelle stanze, sulle pareti e nelle parole che piano si rincorrono stanno viottoli nell’erba, strade senza pretesa che conducono lontano, vicino è tutto ciò che è pace nel cuore inquieto il vero si nasconde ma interroga e conta le albe passate. e i giorni e le vie percorse, tra pietre divelte dalla furia del nuovo. Sui muri il segno aggiusta l’inquietudine di tante proteste, e il luogo dove tornare ha perduto le tracce dei colpi di tosse, gli scalini scavati, il profumo di caldo e di cibo, la sera. Il passo ha il presente e il futuro e i particolari s’affollano, vociano e mostrano istantanee su cui scorre il pensiero e morde l’assenza.