pescare la luna

Lei si era innamorata di un altro, all’inizio senz’avvedersene.
O forse se ne avvide?
C’erano le circostanze, il caso fece il resto.
Lui disse ch’era già accaduto, ma prima s’era potuto rimediare. Adesso non c’era più nulla da fare.
Passò il tempo, neanche tanto, anzi poco. Forse per un simmetrico bisogno d’attenzione, anche lui s’innamorò di un’altra.
All’inizio senz’avvedersene.
O forse se ne avvide?
Si generarono dolori, qualcun altro ne fu sorpreso, in passato, gli pareva, d’aver saputo rimediare .
Poi gli sembrò d’essere quasi ucciso dal dolore e che solo il ferire gli riportasse vita, ma si stancò d’essere senza luce, e cominciò a vedere il mondo che gli ruotava attorno.
Mentre il tempo scorreva, nuovi nodi s’erano allacciati.
Vite, che sembravano squassate, ritrovarono abitudini conosciute.
Ma anche le altre vite,
ch’erano apparse nuove,
diventarono un po’ usate. 
Forse l’ urgenza ormai non era più tale.
Tutto sembrò acquietarsi
e ciò che sembrava forte, lo fu un po’ meno
e quello che brillava, perse un poco la sua luce.
Così avvenne che pensieri, più o meno uguali, si formarono in teste che s’erano profondamente conosciute: nei grovigli di destini,
e un capo sempre fugge mentre disegna nuovi eventi.
Ricominciò l’attesa che il nuovo accadesse e la storia facesse finta di ripetersi.
Perché anche nell’abitudine allo star bene,
la speranza ha sempre porte da cui uscire.
If, si disse e di pescar la luna ricominciò a sognare.

botteghe

Un vecchio barbiere a cui spegnere la sigaretta,
proporre i miei pochi ricci,
e portare dentro bottega.
Ha le parole guardinghe di chi non conosce,
il tempo che batte la vetrina,
e la strada con le auto ormai troppo grandi.
Ci sono ancora per fine anno
quei piccoli calendari dal profumo sguaiato?
Prima ciarliere, le forbici ora esitano,
lo specchio rimanda il viso stupito,
tra ironia e ricordo, si schiara la voce,
tra poco la pensione lo porterà altrove,
e l’asciugamano umido e caldo sul viso
è un abbraccio tra vecchi.

in cerca di sé

Profondamente capirlo e farlo proprio.

sabato pomeriggio

È lo sfogliare quieto
del catalogo già visto,
la vita scorsa:
figure e tratti di discorso
attirano interesse
e le fantasie di percorsi abbandonati, spremono il possibile mai stato.
Ozio pensoso per il freddo sabato
che già novembre saluta
e fugge dalla calca
e dalle luci delle feste.

Il giorno s’addensa nel tramonto
freddo del colore pieno
che riga l’orizzonte,
è l’aria limpida che lo scrive
e porta il sospiro lieve della notte.
Poi sarà il laborioso sonno
a traboccare dove tessono
I fili mai tessuti
e le trame inusitate.
Storie dal senso arcano
di figure amate,
sicure di sé interpellano,
tra enigmi ed emozioni.

Ci penserà il mattino,
con luce piena e fretta di pulire,
a cancellare quel dirsi
perentorio e senza luogo.
Ma cosa sono quelle briciole rimaste?
Colori e pezzi di vissuto
da spargere nel giorno,
come coriandoli di festa
all’usato nuovo
che già urge l’attenzione.

https://youtu.be/N1TjiaYUbHE?si=uoSuey700U-IJDqh

da qualche parte nascerà

Da qualche parte nascerà il mondo nuovo,
non dubitatene.
Scorre nel sangue,
s’ annida nei pensieri,
la realtà lo alimenta e lo fa crescere.
Sarà con noi oltre la convenienza,
oltre la cupidigia,
oltre l’egoismo.
I sentimenti hanno misura
solo nell’uomo senza amore
assieme diventano fiume e mare.
E’ un bisogno di vita,
non un desiderio e così emergerà,
prima, come grido di pochi,
poi crescerà
e dilagando farà battere i cuori,
scaldare le tempie.
Farà esercitare le intelligenze,
per mostrare l’evidenza a chi non vuol vedere.


Del resto vediamo, subiamo, sentiamo cosa produce un capitalismo senza dialettica.
Lo viviamo nell’ambiente che si deteriora E ci rifiuta, nel lavoro che manca, nelle crisi che non trovano soluzioni, nel distacco sempre più forte tra chi ha e chi non ha.
Lo sentiamo nei diritti che si affievoliscono, nell’uomo che conta meno del denaro, lo vediamo nella diseguaglianza che cresce, nella povertà senza riscatto, nella ingiusta lotta tra poveri per strapparsi un diritto.
Perché consumata la democrazia, il rispetto, la dignità degli uomini, il denaro lucra sulla crisi, sulla salute, sui settarismi, sull’intolleranza.


Nascerà da qualche parte, avrà un nome antico, rivoluzione, e parlerà ancora con parole antiche: uguaglianza, fraternità, libertà, ma tutto sembrerà nuovo a chi lo vivrà.
Non è una speranza, è una certezza, è sempre stato così, la storia non si ripete ma obbedisce alla spinta verso l’essere assieme, verso il costruirla assieme.
Non prevalebunt è l’equivalente del no pasaran, sempre le stesse parole, sempre gli stessi bisogni.
Profondi, radicati, incoercibili, certi.

non c’è futuro senza lotta

Cosa ha visto
il vecchio comunista palestinese,
la sua vita è lunga,
i suoi occhi sono chiari,
le parole scandite,
aguzze pietre intrise di terra,
ricordo e presente.
C’è l’ombra di un olivo,
s’appoggia appena
e toglie il sudore il dorso della mano,            
il pensiero segmenta la vita,
il passato, l’attesa, il dolore.
Il quotidiano fare,
l’amare, sperare.
Non c’è futuro senza paziente lotta,
senza il bene che è giustizia.
Già nel lavoro è il rifiuto del sopruso
e nel dar vita alla terra amata e stenta
è resistenza, l’olio profumato e il grano.
Essere per i giorni che verranno,
sentirne il profumo
nel vento che il sole riscalda
e a sera rinfresca e parla di casa
come una carezza che fiorisce
dalla pelle dura di lavoro
e d’amore.

pomeriggio di novembre

È così raro tenere il filo dei ricordi senza tempo,
cucirli d’ordinato andare
mentre gli occhi s’alzano verso il vetro e il cielo.
Dolce è passare il dorso della mano,
e scrivere immemori il vapore,
presi dalla trama delle gocce
che corrono e cancellano la storia.
Pomeriggio d’autunno di cui amare il calore immoto,
è tenera la penombra della quiete prima della lampada,
che rammenta il segno d’un rumore antico.
Il pensiero annusa il tempo
e taglia il cotone con forbice affilata,
attento al gesso dei confini,
per cucire una sorpresa stata.
Come voce nel teatro vuoto,
nella casa dagli accostati scuri,
la notte entra staffilando la residua luce,
il credo dell’amare
è rimasto a guardia del sentire.

la giovinezza non finisce mai

Forse perché la giovinezza non finisce mai
il tempo scorre, ma amico a noi rallenta,
e trascina nel vivere tristezze e gioie
che sgorgano in progetti
e incauti entusiasmi,
così si vedono le giornate che aggiungono e poi tolgono,
mai banali per davvero,
mai prive d’un colore, d’uno sguardo che stupisce e allegra,
ed è scoperta d’un vivere
in cui v’è posto per diversa attenzione
e meraviglia.
In questo vivere gli anni,
come costruzione
e attendere ch’essi donino cura,
s’anima la speranza dell’amore.
Sentire di cui si sa molto e nulla,
oggetto per timido timore
d’infingimenti e oneste ritrosie,
ma vitale e vivo, come usa la perfezione senza pretese,
ch’è finestra felice aperta all’aria.
E anche quando l’impalpabile è freddo
Il desiderio alla limpidezza muove gli occhi,
dice che tutto è difficile e promette,
ma che anche il bianco e nero
è così ricco e profondo di colore.

https://youtu.be/GW1bda-Mp_w?si=y8Mn0Rq5-GPTba-N

si sta così bene qui

La sera ghermisce luce e case,
spinge il pensiero dentro bozzoli sicuri,
è l’aria che distrae,
sceglie colori,
coglie attese,
mette improvvisa fretta a gambe e auto.
Nella luce che traccia grumi d’ombra
c’è un riposo del sentire fatto di garza,
pronto a rapprendere in parole,
e sorrisi, e dita che sfiorano le dita.
Parla il tempo con la luce,
ora è foglie e cioccolata,
sussurri ritmati dai cucchiaini nelle tazze,
occhi che cercano,
e la voglia che la notte non porti altrove.
Si sta così bene qui,
tra luci gialle e voci sovrapposte,
si sta bene nel pensiero traboccato,
spanto sui tavolini come sentire.
Immersi in luci che sembrano riflessi
le parole ancora taciute,
sono calde di azzardo e timidezza.
Gli occhi s’alzano,
benedicono la stagione del tepore,
guardano nella via
dove scorrono auto e gambe veloci,
e s’intrecciano I destini
evocati dai portoni aperti con intenzione.
Sopra la città una cupola di luci
tiene assieme ciò che non si conosce
con i sentieri dei corpi e dei pensieri.
Scie scrivono ovunque,
il desiderio di non essere
mai davvero soli.

il vero si nasconde

I gesti che si ripetevano erano aria smossa
che subito si ricomponeva,
ma serbava memoria
come accade alle cose e ai suoni.
Gli anni chiedono dell’amore,
delle sue occasioni,
a chi accumula tenerezze e malinconia,
e ne tesse abiti per la notte
quando gli occhi guardano il soffitto
e i minuscoli chiarori sembrano lampade
che rivelano il senso di ciò che è stato.
Nelle stanze, sulle pareti
e nelle parole che piano si rincorrono
stanno viottoli nell’erba,
strade senza pretesa che conducono lontano,
vicino è tutto ciò che è pace
nel cuore inquieto il vero si nasconde
ma interroga e conta le albe passate.
e i giorni e le vie percorse,
tra pietre divelte dalla furia del nuovo.
Sui muri il segno aggiusta
l’inquietudine di tante proteste,
e il luogo dove tornare
ha perduto le tracce dei colpi di tosse,
gli scalini scavati,
il profumo di caldo e di cibo, la sera.
Il passo ha il presente e il futuro
e i particolari s’affollano,
vociano e mostrano istantanee
su cui scorre il pensiero
e morde l’assenza.

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