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Informazioni su willyco

mescolo tempo e vita con passione e sono curioso, mi occupo più o meno di sviluppo territoriale compatibile con chi ci vive, annuso il presente. Difficilmente troverete recensioni di libri o di film tra queste note, anche i versi citati sono rari, perché mi piace la poesia come fatto personale. Ci saranno pochissimi giudizi, gran parte dello scrivere sono impressioni. Per le analisi sono noioso e lascio perdere. Non troverete un canovaccio prestabilito, ad altro è riservato questo luogo, di fatto è uno zibaldone del senso del mio tempo. Gran parte delle mie opinioni sono parziali, si basano su tesi affini e non assolute, sono verificate per quanto possibile, per voglia, per interesse. Ho dei principi basati anch'essi su un'etica appresa e rielaborata, su concetti di giusto e ingiusto che cercano di contemperare il desiderio con la realtà. Di mio ho aggiunto una sensibilità verso l'uomo, la sua carenza di protezione di fronte alla violenza, all'arroganza. Quindi mi muovo in un relativo che per parte piccola o grande è mio e per buona parte mi viene da ciò che ho appreso. Non insegnato, appreso, perché ho aggiunto una discreta propensione al rifiuto e alla libertà connessa. Quindi, traete voi le conclusioni perché tengo a poche cose per davvero e il resto è opinabile.

San Martino e altro

In questo giorno i carri dei fittavoli e dei mezzadri, se l’annata non era stata soddisfacente, andavano in cerca di una nuova casa sperando in migliore fortuna. Perché di fortuna e non di diritto si trattava e se la mezzadria era già un passo avanti rispetto alla servitù, la vita di quelle persone era consegnata comunque all’indigenza, alla fatica, alla malattia, all’interminabile sequela di disgrazie che accompagnavano la miseria. Beppe Fenoglio ne parla in un racconto: la malora, cupo come la sorte che si accanisce, ma proprio l’etimo del titolo è sbagliato perché non si trattava di una condizione momentanea, ma di una vita di stenti e di insulti, di angherie che toglieva dignità alla persona. Le vite si chiudevano in silenzi cupi, con scoppi improvvisi di rabbia (ho raccontato tempo fa del delitto della contessa Onigo da parte di uno di questi quasi servi della gleba) e solo emigrare sembrava dare una alternativa, ma anche in quel caso i pochi che ce la facevano erano accompagnati da tanti che soccombevano oppure proseguivano altrove vite di stenti. Ebbene queste persone desideravano gli stenti e l’arbitrio di casa quando furono in guerra. Perché è bene ricordarlo, la guerra fu soprattutto di contadini contro altri contadini. Persone che guardavano il terreno e ne vedevano i pregi e i difetti oltre a scavarlo di trincee. Persone che conoscevano i nomi delle piante, ed erano in grado di usare gli attrezzi e di farli. Persone messe assieme in una accettazione del destino che investe chi non si ribella, ma che pensavano ai campi e ai lavori da fare a casa, alla miseria che cresceva finché loro erano al fronte.

Le lettere dei soldati dovrebbero essere lette e spiegate ai ragazzi nelle scuole. Credo che non sia rimasta alcuna percezione di cosa avvenne e quanto esso fu disastroso per le famiglie. Piccole prosperità distrutte assieme alle vite, orfani a non finire accanto a non pochi figli nati fuori dal matrimonio. Tutto venne occultato in una propaganda che parlava di santità della guerra e di una sua giustizia che non c’era e non ci poteva essere.

Penso ai comandanti e ai non tanti che vedevano gli uomini prima dei soldati, alla razionalità anche nel combattere contrapposta al puntiglio, che erano posizioni di minoranza di fronte all’inutilità di posizioni da raggiungere e abbandonare subito dopo, alla pianificazione di attacchi fatti di ondate dove gli ultimi dovevano camminare sui morti che li avevano preceduti. Cosa avranno pensato nel giorno di san Martino quei contadini già immersi nel freddo, nella paura di un ordine.

Ungaretti si guarda attorno e usa le parole scabre e definitive della poesia.

Eppure, lo dico per esperienza, se andate a san Martino del Carso non c’è traccia di queste persone. Se andate sulle doline del san Michele, non c’è la presenza di queste vite. Ci sono i monumenti, lacerti di trincea, ma non gli uomini, o meglio non la loro umanità.

Anni fa cercavo un luogo: la dolina delle bottiglie, dov’era morto mio nonno. Volevo rendermi conto di cosa vedeva, se sentiva l’odore del mare, se c’era terra attorno. Pensavo che qualche riferimento l’avrebbe rassicurato anche se non era un contadino. Il luogo non riuscii a trovarlo, non c’era nelle mappe militari, e al più si poteva indicare una zona. Così mi dissero, perché quello che scrivevano nei registri, spesso erano toponimi locali oppure nomi inventati dagli stessi soldati. Ma c’era comunque poca terra, una petraia e finte quote di colline inesistenti. Qualche lapide dispersa sui muri dei paesi. Nessun ricordo. Di centomila morti contadini in un fazzoletto di territorio non erano rimasti che i sacrari e le cerimonie delle autorità.

Ai ragazzi di adesso cosa viene trasmesso di quanto accaduto in quei luoghi, come si riesce a far parlare le vite per non disperderle nel nulla? Credo che l’identità di un popolo sia fatta non tanto della storia, ma della sua umanità. Che se dovessi parlare in una scuola a dei ragazzi delle medie direi loro della sofferenza del non avere identità, dignità. Gli racconterei non dei generali, quelli verrebbero dopo, nella sequela infinita di errori, ma di cosa pensavano e scrivevano quelle persone a casa, perché noi siamo cresciuti sulle loro vite. Gli direi che molti di loro conoscevano la famiglia e la fatica e molto meno l’Italia e che essere liberi, poter scegliere, era un privilegio.

E partirei da san Martino e dai traslochi per dire che un tempo la stragrande maggioranza di chi lavorava la terra e quindi del Paese, era precaria, ma che ci fu un momento in cui anche questa precarietà sembrò una felicità perché le stesse persone stavano peggio. E che san Martino era un militare che tagliò il mantello per darne metà a una persona che non aveva nulla. Era un militare che capiva la miseria e rispettava la dignità.

Sì partirei da questo.

Buon san Martino a tutti.

imparare il silenzio

Imparare il silenzio quando si posseggono le parole
“Prima di parlare, l’uomo deve anzitutto lasciarsi reclamare dall’essere, col pericolo che, sottoposto a questo reclamo, abbia poco o raramente qualcosa da dire” ” Heidegger”

Quando non si vuole rispondere a una domanda si parla di cose inerenti, interessanti, ma d’altro. Forse quella domanda non ha risposte in noi, eppure ce la siamo posta, magari da sempre la evitiamo perché affonda nel buio e il buio fa paura. La domanda resta, la si può coprire d’altro, anche per sempre, ma condizionerà a suo modo la nostra vita. Se è una domanda sui sentimenti, farà fare qualche omissione, dirà mezze bugie fino al suo esplodere o soccombere nell’implosione dell’impotenza affettiva, e allora devierà risposte e attese, fino ad essere consumata dalla vita.

Per questo il silenzio dovrebbe preparare la verità che deriva dall’ascolto e dalla comprensione che muta, non essere il modo per fuggire da sé e dagli altri. Per questo silenzio serve apprendere e l’umiltà di ascoltare.

4 novembre, i morti perdono sempre

Mio Nonno il 4 novembre 1918 non lo vide mai. Già dall’anno precedente, era morto e sepolto. Alla fine di quella quarta settimana di agosto 1917, avrebbe dovuto essere avvicendato al fronte, ma non era tornato insieme a metà dei suoi compagni; dopo mesi di inutile carneficina, aveva perduto vita, affetti, speranze in una di quelle doline che in 12 battaglie sull’Isonzo si portarono via più di 100.000 uomini.

Ogni tanto passo a salutarlo a Redipuglia, un colle come quelli da cui era venuto e da cui la famiglia sarebbe nuovamente emigrata. La famiglia così glorificata, riempita di pompose e inutili parole, questa volta era rimasta senza maschi adulti ed erano le donne e bambini ad andare verso l’ignoto. Quella guerra, che faceva piangere ogni famiglia e disfaceva quello che si era conquistato con fatica, costringeva a riprendere da capo le vite. Più deboli, più fragili, più soli: dov’era la vittoria? La nostra famiglia impiegò due generazioni a ritrovare serenità.

A questo dovrebbero pensare quelli che hanno il potere di dichiarare guerra, di trasformare l’omicidio e la morte in atti eroici o in danni inevitabili: che disfare è semplice ma rimettere assieme è complicato, lungo, doloroso, mai uguale.

La guerra la dovrebbero fare i ricchi, perché sono loro che si dividono il surplus di benessere del mondo. Sono loro a cui non basta mai la terra perché non la lavorano, le case perché non le costruiscono, gli agi e le ricchezze perché non nascono dal sudore e dalla fatica di vivere. I poveri o quelli che vivono del loro lavoro, dopo la guerra, se va bene resteranno come prima ma quasi sempre ne usciranno ancora più poveri, maltrattati, retrocessi a miseri.

La guerra devia le vite dal loro corso naturale e i morti perdono sempre. Gli affetti si trasformano in dolore, ciò che era possibile diviene difficile, spesso impossibile e ogni vita stroncata trascina con sé altri destini, ne segna il futuro. Poi tutto trova un faticoso equilibrio ma prima di ogni guerra, dovrebbe levarsi la maledizione corale per chi la provoca, la inizia, la prosegue: nessuna delle sofferenze sarà senza un responsabile e che esso sia esecrato non glorificato.

indeterminazione

A volte mi spiace, ma non so bene di cosa.

Apparentemente è qualcosa di non fatto, un non essere come tu mi vuoi, oppure semplicemente l’ assentire forzato che considero obbligato. Mi adatto a fatica, non sono molto adattabile. Non è una qualità, l’uomo dovrebbe adattarsi all’ambiente in cui vive o adattare l’ambiente a sé. Io al più convivo con esso.

Eppoi sono geloso del mio tempo, mi creo un ordine in testa che mette alcune cose prima e altre poi. Direte: lo fanno tutti, ma il mio è solo mio. Credo che anche questo accada a tutti, però così gli ordini non sono sovrapponibili. E non è solo importanza è un equilibrio faticosamente raggiunto.

A volte emerge, nel bene, un sottile ricatto: la paura d’essere lasciati soli si trasforma in una priorità di attenzioni. Non credo funzioni così, l’attenzione se c’è, si esprime secondo le modalità conosciute. È qui, forse, nasce quel mi spiace che si nutre di sensazioni, quella tra tutte di non corrispondere come verrebbe richiesto. 

Assomiglio più a un rivolo, a una vena d’acqua che a un onda, il molteplice sono io, non ciò che m’investe. E per capire mi chiudo in un silenzio profondo, per rimettere il mio ordine dentro. Con un silenzio che è una pausa alle risposte. A tutte le risposte che si devono dare per non ricevere altre domande.

Siccome non do ragione dei miei malumori, poi mi spiace. Allora cerco d’aggiustare l’incrinatura, di spiegare l’inspiegabile, il parziale, l’imperfetto, ma dovrei spiegare me. Fatica aggiuntiva e improba, giustificata nel momento e poco utile, perché la sensazione tornerà.

Non sono migliore di altri e forse basterebbe aggiungere: non sei tu la fonte del dispiacere.

E poi sorridere finché l’anima si quieta.

ascoltare il necessario del presente

C’è chi si ferma sui numeri impietosi delle elezioni, non per quanto ha guadagnato la destra ma per quanto ha perduto la sinistra, governando il Paese. C’è chi attende il disastro del governo Meloni scordando che esso accentuerà la povertà dei ceti medi e renderà insostenibile la vita ai poveri. Ci sono gli appassionati di sondaggi, che attendono la resa dei conti dentro alla destra, che i travasi già avvenuti si ripetano all’inverso e quindi scatenino le battaglie del fuoco amico. Nessuno pare si renda conto che le questioni fondamentali per ripartire sono la pace e l’emergenza ambientale. Gli accrocchi della politica politicante non funzionano più con queste due minacce fondamentali che comunque cambieranno la società mondiale in una scelta tra ancora più divisiva tra ricchi e poveri oppure, se le cose prendessero la piega della ragione, in una nuova concezione dell’economia dove vivere coincida con il diritto inalienabile della dignità e del necessario e quindi nella redistribuzione dei beni comuni ora di pochi.

Queste considerazioni semplici non spiegano perché l’Italia e il continente stia smottando verso destra, ovunque ci sono popoli che hanno problemi. In Italia questi si chiamano lavoro, un ascensore sociale fermo, un benessere decrementante e una povertà crescente. E nonostante queste condizioni viene scelta, indipendentemente da ogni valutazione etica, la destra più aggressiva da quando è nata la Repubblica. Siccome è ciò che pensa l’elettore che fa testo ciò che più mi convince è che il votante non sa più come salvarsi e che manca una politica radicale di sinistra che non sia subordinata al liberismo. Cioè la sinistra esprime una politica disgiunta dal presente e senza speranza di cambiamento. Allora vorrei soffermarmi sulla base delle questioni epocali che stiamo vivendo, pace e emergenza ambientale, su una parola molto usata a sinistra: compatibilità. È una parola che si è esercitata attraverso le leggi unicamente verso il basso, cioè si è chiesto ai poveri o a quelli che stavano per diventarlo, di essere compatibili con i bisogni dei ricchi o degli straricchi. Di mantenere una diseguaglianza che diviene iniquità. Questo evidentemente ha provocato un risentimento nei confronti di chi per compatibilità nega l’equità. Ha alterato una seconda parola che spesso si usa in politica, ed è conflitto. Escludendo il conflitto e il confronto con i bisogni e la realtà, il conflitto perde oggetto ma si radicalizza. È un presente che non coinvolge solo l’Italia ma ora l’intera Europa e non solo, perché la compatibilità rende logico il conflitto nella sua accezione di scontro senza trattativa.

Di fatto è una specie di guerra che si aggiunge alla guerra che sta rimodellando il potere nel mondo, che rompe le appartenenze, i vincoli di solidarietà, che rende logico il passare indifferentemente dall’una o dall’altra parte in attesa, non di un futuro migliore ma di un presente accettabile. Questa conflittualità estrema rende credibile ogni notizia, altera la verità a favore di chi ha il potere di creare una realtà non verificabile, toglie valore all’etica sociale, decriminalizza i comportamenti illegali. Naturalmente non tutti sono così ma mai come ora si è accettata la conformità alle parole che si vogliono sentir pronunciare e si è annullato il passato, la ragione, la logica della diplomazia nei conflitti combattuti.
È la dittatura del presente in cui alberga di tutto, la glorificazione di una democrazia che si applica a chi fa comodo per ragioni di potere, l’esaltazione immemore del furbo che cancella i suoi misfatti in cambio di un aiuto per conservare lo status quo, la logicità dell’esercizio del potere senza regole, l’irrisione della cultura, la mercificazione del consenso attraverso il privilegio.
Risalire da questa condizione implica che quelle due parole, compatibilità e conflitto devono essere riportate nell’ambito dell’equità e delle regole comuni, ciò non si fa con i pannicelli caldi dei pochi centesimi erogati per mitigare il costo dell’energia o con il moderato aumento di beni necessari, e neppure senza un travaso di ricchezza tra chi ha troppo e chi non ha a sufficienza. Questo implica una rivoluzione interiore nel riformismo di sinistra, deve cioè rendere compatibile e premiante la solidarietà rispetto alla furbizia, deve integrare ciò che è possibile nelle migrazioni, imporre che i nuovi poveri non facciano sentire ancora più poveri quelli che ci sono, deve investire in ciò che crea lavoro stabile e fa crescere le aziende senza depredare l’ambiente e schiavizzare i lavoratori.

Deve scegliere la pace come obiettivo inalienabile per la vita e il progresso dell’equità del vivere in una logica sovranazionale, planetaria, che salvi la specie dalla emergenza climatica, passando dallo sfruttamento indiscriminato alla necessità e utilità di ciò che si produce, scambiando beni e risorse.
Insomma non è possibile combattere la disgregazione senza mettere assieme il pensiero di molti, senza far sentire le persone parte di un cambiamento che li riguarda. E qui la compatibilità si rovescia e il conflitto sceglie i suoi avversari, non è tutto uguale. Neppure il presente è uguale per tutti e bisogna che questo cambiamento venga dimostrato con le leggi e il fare. Non vedo altra soluzione se si vuole evitare che il Paese continui a smottare verso la destra nell’ attesa di un uomo forte che sostituisca la politica. Già dai primi provvedimenti, dall’alterigia che alza il capo e si somma alla condizione più becera del potere: io posso, stiamo assistendo a ciò che è stato creato ovvero la peggiore destra da quando è nata la Repubblica, al potere.

disgiunzioni

Lui soffriva di malesseri speciali, non riuscendo ad essere felice. Lei si sentiva inadeguata e in colpa per questo. Questo generava il non avere luogo, essere virtuali anche in carne e ossa.

Avrai altro da fare.
Ci sono attese che hanno l’attenzione della punta del coltello,
non di un’arma, e neppure della sguaiata funzione dell’ utensile di cucina,
ma del coltellino piccolo che animava le tasche ragazzine.
Una forza da adulto, come fosse d’altri
l’impegno che lo muoveva a incidere,
sul legno,
mentre ora altra punta vuol tacitare gelosie,
attento a non far male troppo.
Come esistesse un troppo nei minuti,
già ore indifferenti, all’ombra nel cuore
e al farsi della distanza immota.
.

Cos’è necessario per essere felici? Ascoltare il desiderio che trova strade oscure dentro, la sofferenza per il suo latitare e poter dire entrambi con parole scarne mentre attorno tutto sembra facile e trabocca. Nani e giganti immaginari si confrontano, né l’uno o l’altro, la stessa lingua possiede, solo l’incrociare dei desideri che non parlano ma dicono. Con libertà dicono prima d’essere spenti, sconfitti, gettati in un infinito che si spegne e non lascia tracce nel ricordo.

Ricordi tu la notte del corpo che non ha, dell’anima che non trova e a cui non basta il poco, il niente, la penuria, l’appena sufficiente, l’errore, il non richiesto. La tenebra anziché la luce. La libertà è il silenzio, ma nessuno sa vivere nel silenzio che esso stesso emana, ne sente l’oppressione, e la libertà diviene scelta come è possibile, si cerca in essa ciò che è fondamentale per un equilibrio che generi senza dolore.

Rumore bianco, pulsare di stelle, radiazione fondamentale che aspira ad essere materia. Desiderio indotto di creazione del tempo. Del proprio tempo. In un mescolarsi di senso e di impalpabile luce. Nel ricordo di ciò che poteva essere si fonde ciò che è stato e diventa libertà di tempo. Aspirazione alla bellezza, all’equilibrio, all’inaspettata felicità del connettere ciò che prima appariva disgiunto. Bellezza sparsa e sciolta nell’aria, gioia del vedere, del capire, del sentire. Unione del sé esteriore con quello profondo e interiore. Le età sono l’una nell’altra e la bellezza antica si rivela all’attuale. Coincidono.

lettera 11 ovvero parliamo della guerra e dei tempi

Caro dottore, prima è stata la stagione del Covid 19, poi la povera politica italiana ed europea, ora è il governo di destra ad occupare le cronache embedded dei nostri media, ma fino a fine settembre era la guerra in Ucraina che sembrava essere il centro di ogni manifestazione comunicativa. Mi chiedevo allora, e anche adesso, dove c’era la cronaca e i fatti con le loro genesi e dove la tendenza a spettacolarizzare ogni cosa che alla fine sterilizza un processo che permetta, non la pietas, ma piuttosto il giudizio e il capire come se ne può uscire.

Abbiamo thanatos dentro l’Europa, questo è il fatto profondo e nuovo, che come tale dovrebbe essere percepito. Ed io, che credo di averlo inteso, avrei bisogno di rimettere in ordine le idee senza cadere nel pregiudizio del tanto peggio tanto meglio. Quando si personalizzano le cose, ovvero le si attribuiscono a una sola parte o ancor più a una sola persona, non solo si semplifica una complessità di poteri ma non si comprende quali saranno le prossime azioni, come esse ci minacceranno e chi davvero conta. Poiché la cosa mi preoccupa e colpisce molto, causa morti e rovine senza limite, prima finisce meglio è, invece la china che ha preso sembra una dissipatio il cui esito è un continuo azzardo verso il basso. La necessità primaria è che cessino le ostilità e inizino le trattative, poi il resto si risolverà, è una verità ragionevole, forse opinabile, magari non semplice, ma necessaria perché non ci sia una carneficina. A quale divinità viene dedicata l’ennesima ecatombe di uomini, donne, bambini? Perché tante possibilità di futuro sono stroncate e tolte persino del loro nome ma messe nel conto come necessità vitali, la morte che diventa collaterale al suo assoluto e neppure conta. Perché ci siamo ridotti così nel pensiero dopo le stragi della seconda guerra mondiale e quello che ne è seguito. Lo sa dottore da quanti anni i bambini non vanno a scuola in Syria, 11 anni. E nello Yemen da 8 anni si muore di bombe, di fame, di malattie, di sete, ma nessuno, neppure cita questo lento scomparire di vite.

Come portiamo questo peso semplicemente schierando una parte della mente tra l’uno o l’altro, sulla base di quale ragione, noi, non i lanciatori di bombe, lo facciamo? Perché abbiamo tolto la paura della morte e della guerra, che sembrano annullate e ridotte a un sentire marginale e personale. Viviamo e la nozione di pericolo resta distante dalle vite quotidiane. Certo non possiamo chiederci di essere interessati alla geopolitica, di avere nozioni di storia che si spingano indietro di un paio di secoli, ma c’è indifferenza e si fa strada con veline e giustificazioni la scelta delle armi come sistema per risolvere le questioni che attengono al riconoscimento del potere. Non delle patrie, ma del potere che essere in uno schieramento o nell’altro viene considerato consustanziale alle vite prospere. Tutto questo sta mettendo radici profonde qui da noi, tra persone che conosciamo e via via, in quelle parti del mondo che non sperimentano la guerra da oltre 70 anni, ma ne plaudono l’uso altrove.

Vorrei riassumere a me stesso ciò che sinora ho capito della crisi Ucraina e di come sta evolvendo il mondo. Certamente le radici di parte di questa perturbazione continua risalgono alla caduta del muro e alla successiva scomposizione dell’U.R.S.S. Eppure fu un vento di libertà, cadeva una ideologia, si sarebbe sostituita con il raziocinio di nuovi equilibri. Le idee sull’io prevalente e sul noi che condivide, come diceva Croce, continueranno a confrontarsi nel mondo, ma sembrava che quel confronto dovesse avvenire su basi nuove che comprendessero non la supremazia ma la competizione nei campi dove più è necessaria l’intelligenza ovvero la crisi demografica, la fame, la dignità dell’essere uomini, il rispetto delle risorse comuni per un avvenire che togliesse dal futuro le maledizioni del caso. Questa speranza, ricorda Rostropovich che suonava Bach presso la porta di Brandeburgo, era senza nazione, era fatta di una spinta alla cooperazione e al discutere delle proprie idee, all’abbattere muri. Una sorta di scuola di Atene, non un preludio al belligere. Le parlo di quello che accadde nel 1989 e continuò sino al 1993, e che coinvolse molti giovani che ora sono quasi vecchi come me e lei e che magari occupano posti di decisione e comando, oppure semplicemente sono vissuti, come è accaduto a tanti, dentro questo sogno. In Russia, con la creazione di una nuova federazione di Stati a cui aderirono solo una parte delle repubbliche che prima facevano parte dell’U.R.S.S. sembrava ci fosse aria nuova. E ci furono trattative, patti e assicurazioni reciproche tra l’occidente impersonato dagli Stati Uniti, dall’Unione Europea e dalla N.A.T.O. e quello che stava diventando la Russia. Non fu così, dietro alle parole di pace e di cooperazione c’erano pensieri di dominio, ne nacque un groviglio geopolitico irrisolto nei due canoni fondamentali che governano il mondo ovvero essere potenza e in quale grado.

Lei, mi dirà cosa c’entri tutto questo con le mie paure e con i motivi per cui vengo a stendermi sul lettino. Il fatto è, dottore, che per la prima volta ho paura della morte più stupida che ci sia, ovvero quella determinata da persone che detengono un potere inarrivabile, che non hanno principi etici ma solo calcoli di dominio e nessuna remora per considerare le vite perdute, danni collaterali. Che mascherano gli errori che compiono trasformandoli in necessità e che detengono il potere di uccidere senza limite e che nessuna persona di buon senso può affidare ad altri secondo un sistema di governo, qualunque esso sia.

Capisco che l’alternativa di salvare – e salvarci – le vite nostre e di chi ci è caro, è solo la pace, cioè l’inizio di un cambiamento radicale del mondo. Ma mi sento vecchio e impotente nell’agire, mi manca l’afflato di appartenere alla terza specie di potenza del mondo, perché attorno la sento debole e senza il nerbo necessario a infiammare cuori e menti sulla possibilità di avere un mondo giusto, equo, in pace e seppur diverso nelle idee, cooperante. Quella potenza costituita dai deboli, dai giovani, da chi ama la vita propria e altrui, dal sentire l’ingiustizia nel mondo come parte propria dell’agire quotidiano. Il potere del dire di no, del rispetto dell’umanità e della sofferenza, questo mi manca e mette la mia paura nella solitudine. Non c’è giorno nella notte dell’anima se non quando in altri si ritrova la stessa paura, la stessa notte. Questo tempo angoscia, dottore, e non so cosa pensare che rimetta in ordine la serenità dell’essere.

Siamo in molti a provare le stesse cose e non è una malattia, è il rifiuto dell’indifferenza. Come si guarisce dalle malattie dell’anima, insieme? Come si parla agli altri per capire chi ha la stessa sofferenza? Questo dovrebbe dirmi, ma temo che anche lei abbia paura e che semplicemente la tenga a bada. Siamo come nel quadro di Brueghel della parabola dei ciechi dove la caduta dell’ultimo di essi nel fossato, sta trascinando tutti gli altri che si tengono l’un l’altro. Vedere la realtà e mutare è un processo individuale, caro dottore, ma se esso non coinvolge chi ha la stessa necessità, allora è sterile e rivela la sua impotenza. La stessa che sento e che capisco che da soli non ci si salva.

Per questo ho paura e temo che sia la solitudine a renderla più profonda e neppure lei serve a molto, per diradarla se non puntando verso uno stoicismo che aveva maggiore possibilità di consolazione in altro tempo. Il suo Maestro era uno stoico? Quando lasciò Vienna, salvò se stesso e non le due sorelle che furono internate e uccise. Mai come ora per salvare noi stessi dobbiamo salvarci assieme, in questo serve più la sua psicoanalisi oppure la mia sociologia così precaria e vituperata? Abbiamo bisogno di processi collettivi e di paure vitali che ci portino a responsabilità, grandi e sopportabili. Me lo lasci almeno come sogno, dottore, ci saranno persone che lo condividono. Ne sono sicuro e sui sogni si costruisce la vita, ma questo lei lo sa.

tutto facile?

Perché la facilità di avere degli oggetti dovrebbe rendere più felici o più liberi? Il possesso si confonde con la stima degli altri, spesso travalica nella stima di sé e nell’identità. Cos’è il merito se togliamo il parametro della capacità di creare valore economico? È forse misura della persona e di quanto essa faccia progredire gli altri a iniziare da chi gli sta vicino? Quanto vale il saper compiere azioni che non hanno apparente valore ma contribuiscono alla felicità di sé e di qualcun altro? Le cose sono la paga del merito, il senso della dimensione sociale in una società dove non la persona ma la sua possibilità di acquistare beni, anche beni comuni, anche di segregare bellezza viene valutata come correlato del merito. Sviluppare questa cognizione porta a ridimensionare l’assoluto che sembra contenere. La possibilità di acquistare cose ne provoca l’accumulo e ne impedisce l’uso, la stessa tecnologia apparentemente mette a disposizione strumenti che permettono di fare più cose, cose che non avremmo fatto mai oppure da compiere con fatica e relativa soddisfazione e che ora nella bulimia del possibile scompaiono senza lasciare traccia. Non c’è differenza, non c’è ricordo solo confusa necessità d’aggiungere.

Il necessario come diritto sociale della persona dovrebbe essere ben più di un enunciato delle costituzioni, che infatti non prevedono la povertà ma i diritti individuali temperati dai diritti collettivi.

Necessario, questa parola evoca nell’epoca in cui tutto trabocca, la penuria, l’appena sufficiente, mentre è la libertà da tutto ciò che opprime con un desiderio indotto. Libertà di essere con dovizia se stessi, senza risparmio di tempo e bellezza, che sono disponibili per chi sa usare i sensi e goderne e quindi, non di rado, coincidono.

Hai passeggiato con i piedi tra le foglie?
E il vento è scivolato sul viso carezzando?
Qui l’aria è mite.
Dai tavolini all’aperto,
parole brevi, sussurrate, protese,
tra sorsi piccoli di cioccolata,
sfiorare di dita e sorrisi,
mentre attorno il giallo invade l’aria.
Le foglie si sovrappongono in mucchi gioiosi:
c’è un desiderio di gesti semplici,
necessari e pieni di dolcezza.

i pensieri dell’attesa: in cerca di casa

Dopo tanto dibattere serve una tregua, forse è il non sapere dove andare o il sentirsi limitati che provoca questo senso di girare attorno ai problemi, alle cose, a se stessi.

Oggi volevo entrare in un bar e sedermi come facevo un tempo. Non penso sempre al contagio, un tempo di più. Accadono, sono accadute tante cose che ora non è più il Covid la minaccia principale, ma la realtà non è più la stessa.

I tavoli sono vicini, riemergono liberi I sentimenti e le persone che si sussurrano le parole dei primi incontri, mi inteneriscono con una punta di amarezza. Cosa accadrà all’allegria, in questo tempo d’indifferenza, me lo chiedo senza riuscire a tirare fuori l’autoironia che un tempo mi salvava dall’età, dai percorsi dei ricordi. Si può cantare l’ amore, sussurrare, tenerlo a memoria e poi lasciarlo andare, perché vuol volare. Ma anche raccontarlo mentre il caffè si fredda e il sole gioca con la luna, e gli occhi non si stancano di parlare. Vorrei fosse sempre così, per sempre così.

Nella scuola Alessandrina la misura dell’amore non tollerava teoremi, solo quel piccolo assoluto quotidiano che era anzitutto gesto, ma anche sguardo, carezza, attesa, desiderio e soddisfazione. Né più né meno di un punto fermo che s’allineava ad altri e formava un segmento, una curva e infine diventava cerchio infinito di ogni attesa pensata, esaudita, concessa, rubata e gloriosamente donata.

Il mondo è inquieto, incerto, non ha strade definite, solo tracce e speranza. Forse mi sento triste di ciò che troppo spesso accade e volevo ringraziare chi dirada la vista del cuore, scrive poesia o dipinge colori per sentire perché mirabilmente la descrivono questa necessità d’amore, di sentirsi voluti bene, magari strappando anche un sorriso di leggerezza.

Il mantra d’augurio che offro è che la complicità sovrapponga i desideri, dipinga lo stesso sorriso sulle labbra, tenga la mano come nessuno mai e poi faccia sentire che tutto l’universo quantistico può essere contenuto nell’impalpabile parola amore, ma nessuno lo potrà mai spiegare, solo vivere.

campi arati e musica classica


Le cose si ripetono con diverse tecnologie. Arretro per guardare meglio e poi m’avvicino per cogliere il particolare. Importanti i particolari, la loro somma è il tutto. In musica, nell’arte, si coglie con facilità il mestierante, l’approssimativo per incuria o mancanza di talento, nella lettura ci sono buche e dossi che non dovrebbero esserci, che testimoniano il senso di una imperfezione da incapacità perché altrove non ci sono. Le esecuzioni musicali sono impietose, distinguono subito tra interpretazione e pressappoco. Anche in architettura si coglie con discreta facilità l’incongruenza, non solo per le case che si ripetono uguali, per gli stili che hanno avuto un iniziatore e poi imitazioni che imbruttiscono la semplicità del fare. In un villaggio in montagna o al mare, seppure con materiali poveri, c’era il bello del distinguersi in un fregio e l’essenzialità nell’uso. Un dammuso è perfetto in sé non ha bisogno se non di maestria nel costruire. Così accade negli oggetti, nella tecnologia che avanza ma cede nei materiali, apre buchi dove la semplicità esigerebbe una via piana al conoscere e all’usare. La complicazione che nasconde l’imperizia, il materiale che degrada, la plastica che appiccica. Questo mancare di rispetto considera chi vede e chi usa come una discarica dell’intelletto, si poggia sul non capire dato per assioma, sulla distrazione. Mancano note, c’è una stonatura, le parole sono ripetitive, i fregi sono fatti in serie, tutto porta a un’idea di scadimento anziché di possibilità di discernere.

Percorrevano strade incerte i cadetti nel grand tour, vedevano rovine e si estasiavano nelle distese di campi arati. Certo non è il soverchio profondo di macchine possenti, un tempo una coppia di buoi faceva il necessario, ora lame si infiggono sulla terra, zolle lucide mostrano compattezze di umidità profonde. Si ara a 50/70 centimetri, la vita sottostante ne viene sconvolta e poi ci penserà la chimica ad aggiustare le cose. Ma lo sapete quanto ci impiega il terreno a diventare humus fertile, 1000 anni, noi viviamo su quello che è stato creato dal lavoro di lombrichi e di miriadi di animali mentre sopra di essi uomini in armatura, straccioni, cavalli e cannoni si sbudellavano a vicenda. Quando il giovane Mozart arriva a Milano per la prima volta ha passato le Alpi e ha visto una pianura ricca di campi coltivati e di boschi, con i fiumi pensili arginati dall’uomo. Dentro gli risuona la meraviglia e la musica che spesso affiora sulle labbra. Un succedersi di tranquillità lo conforta in un viaggio difficile per lunghezza e strade, ma è tutto così nuovo e pieno di bellezze in città, ognuna diversa dall’altra, dove miseria e ricchezza si mescolano. Dopo un’attesa a Milano presso il convento di San Marco, il padre Leopold, riesce a farlo esibire e questo quattordicenne, mostrato come un fenomeno, dà sfoggio della sua imberbe bravura a casa del conte Carlo Giuseppe Firmian. Il concerto si ripeterà, mai uguale, perché Mozart è un improvvisatore oltre che un genio rigoroso. Applausi e sorrisi, fuori attende una notte nebbiosa ma le teste di chi ha ascoltato sono ancora piene di note e assieme ai pasticcini e lo champagne s’intrecciano discorsi sugli eventi europei. L’Europa è quasi in pace, la rivoluzione ancora non si fa sentire ma letterati e filosofi scrivono cose inusitate, mai sentite. La Lombardia è austriaca, un pezzo della Corte Asburgo è a Milano e W. A. Mozart non vuol fare più né il fenomeno da baraccone né il bimbo prodigio, scrive musica a getto, ancora imperfetta nel contrappunto ma a questo ci penserà Giovanni Maria Martini a Bologna. Mozart vorrebbe restare a Milano. Conosce l’italiano e quel mondo colorato ricco di intrighi e di corti qual è l’Italia, lo affascina. Il padre Leopold non allenta la presa, vorrebbe favorirlo ma combina guai alla corte di Vienna. Sa che la ricchezza dell’ingegno di Wolfang è il prestigio di famiglia e che essa dipende da quel talento che non sembra avere mai fine. Trascura la figlia Nannerl e fa male perché la ragazza di talento ne aveva tanto, ma la temperie è quella. La possibilità di diventare un Kappelmaister in una delle corti Asburgo sfuma e il primo viaggio dopo aver percorso infiniti campi e boschi, fino a Napoli tornerà a Salisburgo facendo incredibili deviazioni. Il nuovo che porta Mozart si mescola con il sapere esistente, ne esce qualcosa di originale e talmente singolare che solo la natura può essere un paragone. Una fertilità continua di conoscenze e saperi che mescolano la visione del mondo e la ricomprendono. Guardare nel particolare e cogliere l’insieme, seguire la trama come un pretesto alla meraviglia. Questa è la bellezza che ancora mantiene la sintesi tra l’uomo e la natura, tra l’innovazione, la tecnica e il sapere: non si butta nulla perché tutto deve tendere all’eccellenza. Ne saprà qualcosa Da Ponte quando capisce che i suoi libretti incontrano difficoltà crescenti e stanco di debiti e riti massonici cercherà nella democrazia aristocratica negli Stati Uniti, nazione nuova e già ribollente d’attrazione, di vivere una nuova vita.

Mozart torna tre volte a Milano, appena fuori le mura, cascine e campi arati, con cura e baulatura lombarda per facilitare lo sgrondo delle acque. Questa è una sapienza che testimonia perizia, conoscere la terra per cavarne il meglio è la stessa arte del pescatore che posa la lenza sull’acqua, del pittore che riassume tutto quello che c’è stato prima e lo trasfonde in un nuovo modo di usare il colore e il pennello. Lo sa chi scrive che si imbeve di realtà e di fantasia e fonde entrambe con perizia, come farebbe un fonditore che nel crogiolo crea la nuova lega e già pensa come trasformarla in qualcosa di differente attraverso cose apparentemente distanti come l’olio, la tempra, questa è la nuova e antica metallurgia che cambia il metallo e insieme lo rende unico. Così il contadino conosce il suo campo, a nessun altro eguale. Ne sgrana la terra tra le mani e sente la consistenza, l’afrore, i costituenti di cui neppure conosce il nome ma che percepisce nella giusta composizione, il terroir che lega il frutto alla sua unica madre.

Mozart conosce un pezzo della città e dell’aristocrazia a Milano, ma solo un pezzo perché la città di Beccaria, della vita dolce e lasciva non si mostra ai visitatori, li adopera per arricchire la sua comprensione del mondo. E’ il destino delle capitali e dei campi, dei boschi e delle montagne, degli uomini che sanno chi sono e vedono innanzi: attrarre, ricomprendere, essere nuovi senza rinunciare a tutto ciò che è stato, crescere secondo natura. Come un albero che noi e Mozart vediamo allo stesso modo, ne percepiamo il frusciare, sentiamo che un mondo sotterraneo l’alimenta ed è vita che dà anima alla pianta. Ascolto diverse interpretazioni dello stesso brano, sento la maestria di chi riesce a cogliere ciò che neppure l’autore sapeva di aver messo, perché i moti della creazione delle cose contengono un inconscio che parlerà in modo differente ad occhi diversi, allora la tecnica si staccherà dall’interpretazione. Condizione necessaria ma non sufficiente e se mancherà anche la tecnica allora nulla potrà parlare e dire qualcosa.

Nei campi arati, stormi di uccelli cercano il cibo lasciato dalle macchine che hanno tolto l’ultimo raccolto, accanto le zolle riflettono come specchi il sole di ottobre, le cascine sono molto diverse da quelle che vedeva Mozart, ma c’è ancora arte e differenza che circola nella terra ed è un sapere comune, una conoscenza che rispetta la natura delle cose. Ciò che non compie questo miracolo di equilibrio, corrode e devasta, ecco il nemico dell’armonia che desertifica la capacità di capire, di vedere, di sentire che ciò che l’ingegno produce o è per l’uomo oppure gli si rivolterà contro.