far finta di essere sani

Questo è un luogo particolare. Chi ci viene per scrivere, chi per leggere, chi per vantarsi, chi per chiedere aiuto. 15 anni fa neppure c’erano questi luoghi e le persone facevano lo stesso tutte queste cose. spesso con un contatto fisico. Pare sia meno necessario e la tecnologia ha creato un luogo di solitudini dove mettiamo in fila i bit cercando di farli assomigliare alla vita, a quella che abbiamo, a quella che vorremmo avere. Come se la realtà fosse eccessiva e avesse bisogno d’una valvola di sfogo: c’è chi sta meglio e chi sta peggio, ma qui non conta basta far finta di essere sani. 

Come stai? Benissimo. Ma tu cosa vuoi sapere davvero? Perché c’è l’obbligo a star bene, ad essere sani. E felici. Il resto disturba e non interessa davvero, se non a pochissimi e quelli te lo chiedono con la voce, con gli occhi, con le mani, e lo sanno. Ognuno c’ ha i suoi guai e questo è un buon luogo per raccontarli, sublimarli, capirli. Hai detto poco. Ma la solitudine non se ne va e dopo una sbronza di parole resta la sensazione che il mondo rarèfi, sfugga come aria e bisognerebbe inseguirla quell’aria, vedere dove va. Qui basta far finta d’essere sani.

breviario laico del limes

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Restare nell’attimo che precede l’azione, quando la forza è ancora una molla e il futuro non è scritto.

Ricordare il prima dell’accadere, quando non si sapeva e le cose erano consuete, percorse di pigro svolgere di tempo.

Percepire i piccoli segni di ciò che accadrà, con meraviglia tranquilla, lasciando che il possibile accada e diventi vita.

Sentire il filo, trasparente e forte, che lega le cose e ne fa tempo, ciò che sta prima e ciò che viene poi, amarlo in un sussulto d’amore che non si spegne.

Cogliere l’attimo e disporlo nel vaso, con ordinato amore, farne risaltare colore e bellezza, mettere l’armonia in accordo con esso perché sia per sempre nostro.

Restare sospeso nel meriggio del pensiero, fare del razionale una lama di luce netta in cui danzano i bagliori del sentire.

Guardare ciò che finora non si è visto, in un vuoto di pace che lascia agli occhi il loro lavoro.

Vedere e non sentire l’urgere di sé, quieto, in onde di respiro aperto, parte di una eternità che finalmente dura.

non sum dignus

Ricordo una piazza strapiena, si era alla metà degli anni ’90, gli slogan: meno stato e più mercato. Io sotto il portico, più incuriosito che preoccupato a guardare questo nuovo che non era il mio. I giovani che c’erano, tanti, ciellini per lo più, ma non solo. Anche gli orfani del rampantismo degli anni prima c’erano. Festanti. Stavano vincendo e la vittoria si annusa a volte.  Poi negli anni successivi, c’è stato sempre più stato e meno economia, ovvero si è lasciato fare e si sono socializzate le perdite. Il debito non è un caso, i salvataggi continui di banche e dei soliti noti,non sono un caso, ma il contrario di quello che proprio quelle persone chiedevano, ovvero meno stato e più mercato. Solo che il mercato è un tritacarne umana e non ha etica se non la crescita, il profitto, il denaro. Era questo che volevano?

A volte ci si sbaglia, ma non si ricorda. Anche noi ci facevamo domande, oltre la propaganda, eravamo mutati, e non poco, anche noi sentivamo che una stagione era finita. Si discuteva e sembrava che il competere fosse un di più da affiancare all’eguaglianza e alla solidarietà. Eppoi con tutto il favoritismo e le raccomandazioni democristiane, socialiste, di trent’anni di repubblica, si era pur creato un corpaccione malato e inefficiente, un peso che gravava su tutti. Più mercato e meno stato, per noi, voleva dire che allo stato spettava aiutare chi non poteva, che vigeva la sussidiarietà, ovvero che le cose venivano decise e fatte al livello minimo di potere e non tutto dall’alto e in un mercato solidale, gli altri potevano correre liberamente, crescere, competere.  Ma c’era un baco in questo ragionamento, si perdeva facilmente il gruppo e restava l’individuo, però nessuno di noi avrebbe mai pensato che l‘individuo era in realtà uno e tutti gli altri erano sì individui, ma solo nella testa. Non lo pensavano neppure i giovani festanti di quella piazza, che lavoravano per eleggere l’Individuo, e hanno continuato a non pensarlo. Anche oggi è difficile riconoscere di aver sbagliato, si vede dai risultati. Ma quello che persevera non è lo sbaglio comune, quello lo facciamo tutti. Quanto si è sbagliato nel centro e a sinistra, quante divisioni inutili,tempo sprecato, cecità, incapacità, accomodamenti. Non quegli errori, ma l’Errore principale, quello che consente ad un uomo di essere intoccabile e di rappresentare tutti, quello che devia il corso di un gruppo, una massa, un popolo, quello è l’errore mortale. Quell’errore dovrebbero sentirlo quelli di quella piazza, dovrebbe essere un errore che trascende la persona, le leggi individuali fatte dagli avvocati difensori eletti in parlamento, dovrebbe essere qualcosa che supera i conflitti di interesse. Dovrebbe diventare coscienza e comunque la si pensi, non si dovrebbe fare più, o almeno non con facilità. Vedete c’è una differenza tra le tante, nell’intendere la democrazia e il governo, entrambe le parole esprimono un concetto che contiene un concetto fondamentale: non per uno, ma per tutti. Un tempo si trovava nei pensieri una frase, che dalla religione era passata, magari come vezzo un po’ ipocrita e autoironico, nel vivere sociale: non sum dignus. Anche senza il Domine, quel concetto aveva effetto, faceva pensare, ed era coscienza del limite e del servizio. Questo vorrei tornasse, nel meditare a ciò che serviamo noi in democrazia, con il nostro voto attivo: produrre governanti responsabili, senza interessi personali, intercambiabili, che non si sentono onnipotenti e soprattutto che non sono unici.

la sera in pianura

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Vorrei raccontarti la sera in pianura, tra i campi, appena oltre la città. Qui si vede la sera tra le case, le facciate, i vetri si riempiono di luce rosa e poi aranciata, ma il petto un po’ si stringe. Vorrebbe respirare, s’allarga, ma lo spazio non lo contiene. Così ti racconto che basta uscire un poco per vedere il sole pieno di sé, che invade il cielo e promette mentre se ne va. Promette una notte che finisce, una luce nuova che verrà. Parte e promette, con una certezza che toglie la paura dell’abbandono.  

Stasera gioca il sole e si nasconde dietro ad una nuvola grigia.  E da lì preme, e avvolge nell’abbraccio la nuvola che non lo contiene, finché  questa s’arrende, e paga  allora lo riflette e lo spande, con la luce che trabocca, incendiando una tenda di nuvole bianche. Chissà se vedi la fila di pioppi, alti e serrati contro la luce, se cogli la finezza dei rami ancora privi di foglie, che filtrano di nero l’arancio, un confine alla terra che punta al cielo e si imbeve di luce, come fa con l’acqua, aspettando anch’essa il giorno, dopo il freddo della notte.

E sotto, la terra, tagliata in solide zolle squadrate dai lavori di primavera , velata dai confini d’alberi, eppure dilagante a perdita d’occhio. Chissà se vedi il bruno dei campi che si macchia di verde flebile e nuovo, chissà se senti il suo freddo che si riscalda nell’arancio che piove dal cielo. Se tu lo senti con me, allora vedrai anche quei piccoli pali piantati a reggere fili, le case di mattoni che s’accucciano nei cortili, la strada che percorre e non si ferma, vedrai fino a quel trattore che usa le ultime ore di luce per ancora lavorare e sentirai che sono piccole cose di noi davanti all’immane luce della pianura. Sentirai che rispettando la luce possiamo accogliere il buio sapendo che finirà. Sentirai che i sogni della notte non porteranno la paura d’essere altro, che saremo solo uomini che sognano. Sentirai, nell’arancio che si spegne nel blu, che non ci perdiamo perché la luce torna e tutto attorno a noi lo dice.

fornitori di re e d’imperatori

Reale farmacia, premiata macelleria fornitrice della real casa. A cercarle, senza troppa fatica, nel centro della città si trovano le tracce dell’ ancien régime.

Curiosità e meraviglia di passati fasti o semplici transazioni commerciali? Della mia famiglia potrei dire: già esercente d’appalto per l’imperatore d’Austria e Ungheria, e c’era pure nell’insegna, ma erano solo sali e tabacchi in un emporio che comprendeva locanda e osteria. Troppo poco per un quarto di nobiltà commerciale. E comunque non durava perché anche chi costruì fortune e cavalierati spesso si preoccupò di occultare le relazioni scomode con il passato. Prima era toccato al leone di san Marco, rimosso con maldestra cura e semplicemente venduto al maggiore offerente, come marmo. Però forse c’era un contrappasso in tutto questo perché Venezia, prima aveva fatto lo stesso, rimuovendo accuratamente le insegne del carro a Padova e del cane a Verona. Perfino dai piatti e dallo stovigliame di corte li rimossero in una damnatio memorie, che insegue sempre i vinti. Come se questa poi bastasse a cancellare il ricordo assieme al lazzo e lo sberleffo che accompagna il potere e i vincitori.

Il ricordo invece è misericordioso, dimentica la ragione e lascia il mito, così della premiata macelleria fornitrice della real casa, oggi resta un’insegna grande e rossa e s’è perso il ricordo dei quarti d’animale forniti alle fameliche corti. Non dice l’insegna che i reali, o chi per essi, erano cattivi pagatori e in cambio di manzi e vitelle, si facevano lo sconto e davano una patente di fornitore sopraffino, ma  palanche poche. Così alla fine s’archiviarono i debiti e restò l’insegna. Stessa sorte per chissà quanti altri e per lo speziale, ma per sua fortuna, a corte, s’ammalavano meno d’estate e la villeggiatura in villa, ché a questo servivano le forniture, non durava più di tanto. Pensate a un turbine di cortigiani, feste, famigli e servitori, un popolo che si sfamava. Che dico fame? No, era appetito, ché la fame era del popolo, che era poco distante e tribolava tra pellagra e malaria e magari era pure contento della regale presenza. Altri tempi, anche per i reali fornitori.

Poi venne la repubblica, nessun Presidente si fece più vedere da queste parti, per suo conto arrivò il benessere. Che pure pagava meglio, però le insegne non si tolsero, perché anche  a regime cambiato, quella reale fornitura dava un’aura di buono, di eccellente prodotto, insomma sembrava aiutare gli affari. Qualcuno s’avventurò a fornire lo stato e s’ accorse che l’abitudine a pagare in ritardo non era mutata e che il debito era parte della fornitura. Così molti hanno smesso, forse per questo non si vedono insegne di fornitore della Repubblica da queste parti e i macellai e i farmacisti sono tornati a essere solo buoni commercianti senza titoli.

l’utilità del vuoto

Per chi considera l’utile come parte essenziale delle vite, consideri che altro si può pensare, che 2500 anni fa il Daodejing parlava di armonie che continuiamo a inseguire, a volte nel fare, a volte nell’accumulare, a volte negli studi degli analisti.

Sgombrando il viso da sorrisi, per un poco si rifletta che noi siamo contenitore per avere contenuto, corpo per avere pensiero, desideri per avere governo. E che non tutto ciò che riempie è sufficiente, e non tutto ciò che possiamo contenere ci fa bene e dona equilibrio.

E la bellezza e l’armonia sono misura del vuoto, di ciò che lo riempirà e di ciò che ne resterà.

Dal DAODEJING

capitolo XI- l’utilità del vuoto

Trenta raggi si uniscono in un sol mozzo

e del suo vuoto si ha l’utilità del carro,

s’impasta l’argilla per fare un vaso

e nel suo vuoto si ha l’utilità del vaso,

s’aprono porte e finestre per fare una casa

e nel suo vuoto si ha l’utilità della casa.

Perciò il pieno costituisce l’oggetto

e il vuoto costituisce l’utilità.

non so voi

Alcuni segnali che possono acquistare significato, sono apparsi negli ultimi giorni. Indecifrabili, come tutte le cose che solo la prova dei fatti si occuperà di chiarire, ma suscettibili di creare speranza. A me accade questo. Ad esempio l’elezione dell’ on. Boldrini e del sen. Grasso, alle presidenze delle rispettive Assemblee, più che una vittoria di parte mi sembra un segno di cambiamento. Entrambi cresciuti fuori delle carriere politiche, entrambi  importanti per ciò che hanno fatto e detto fuori dagli schemi.

Anche il nuovo Papa, sembra andare fuori dagli schemi, così seppure non credente, non lascia indifferente la mia attenzione e mi sembra un possibile portatore di cambiamento. Quindi se ben capisco, ciò che mi suscita speranza è che si rompono schemi consolidati e in questo rompersi sembra ci siano pagine bianche da scrivere, futuro da creare. Non mi interessa parlare della difficoltà del fare un governo, dei problemi enormi dell’Italia, ma piuttosto del crearsi di un clima positivo. Forse, pur non avendo vinto alcuna battaglia, con una guerra da combattere, è finito l’inverno del nostro scontento. E credo sia importante sentirlo e dirlo. Da ora tutto sarà in salita, ma forse eviteremo la discesa nel baratro della sfiducia in una possibilità comune di farcela.

Non so voi, però stasera mi sento più leggero come se un piccolo passo nella giusta direzione fosse stato fatto.

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Essere lì dove c’è la luce e tra il nero delle nubi. Lì dove il tempo cambia e torna ad essere, dove lo squarcio diventerà blu e s’annidano le soluzioni.

Lì e capire il cambiamento e la tempesta per gettare ciò che è inutile al volo. E lasciare, non rottamare (rompere per non usare più), ciò che è vecchio, senza rimpianto per l’età dell’oro, perché adesso è l’età della pioggia e nessuno resterà davvero asciutto.

Neppure quelli che dalle finestre guardano e indicano una direzione con le dita, muti e prigionieri del vetro tiepido delle loro anime.

Lo so, bisognerebbe sbattere la testa contro la pietra di ciò che è inutile per non aver capito. Ma che c’era da capire, era lì, tutto davanti ai nostri occhi diventati vecchi anzitempo.

Non confondere l’assennatezza con il possibile, la lentezza con il vecchio, l’equilibrio con la compatibilità. Lo ripeto come un mantra che salvi il vuoto per volare e ciò che dovrà essere riempito. 

Eppure non sono certo che ci siano molti che vogliono vivere quello spazio tra le nubi, i più s’accontentano di desideri a colazione e cena e intanto dicono: fate, cambiate tutto, e non disturbate più che ora abbiamo altro da fare.

camminare soffice


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Quando hai tutta sabbia attorno, sotto i tuoi piedi c’è una miriade di vita che calpesterai, è allora che puoi imparare a camminare soffice.

E vale per qualsiasi sabbia tu scelga per camminare, e per qualsiasi vita vorrai per te importante.

stanotte, credo, ancora pioverà


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Ho lasciato i vetri al furia di stravento e le gocce: tic, tic, tac, tic, tracciano sentieri d’acqua nel buio. Stanotte, credo, ancora pioverà. L’acqua dai coppi luccicanti correrà verso lo scuro vicolo, in un gorgo sordo di lamiera. E leggerò quel romanzo inutilmente lungo, finché gli occhi passeranno su una frase quattro, cinque volte senza capire. Perché non c’è più niente da capire, solo spegnere e ascoltare la pioggia scivolando nel sonno. C’è un grande equilibrio nell’acqua che scende, una pace del dovuto e se il senso delle cose è ancora da scoprire, la pioggia dice che c’è tempo, lavando l’ansia della fretta.

Non c’è più niente da capire stanotte, solo sentire, ascoltare e talora provare, lasciando che tutto trovi la sua importanza domattina.