non sum dignus

non sum dignus

Ricordo una piazza strapiena, si era alla metà degli anni ’90, gli slogan: meno stato e più mercato. Io sotto il portico, più incuriosito che preoccupato a guardare questo nuovo che non era il mio. I giovani che c’erano, tanti, ciellini per lo più, ma non solo. Anche gli orfani del rampantismo degli anni prima c’erano. Festanti. Stavano vincendo e la vittoria si annusa a volte.  Poi negli anni successivi, c’è stato sempre più stato e meno economia, ovvero si è lasciato fare e si sono socializzate le perdite. Il debito non è un caso, i salvataggi continui di banche e dei soliti noti,non sono un caso, ma il contrario di quello che proprio quelle persone chiedevano, ovvero meno stato e più mercato. Solo che il mercato è un tritacarne umana e non ha etica se non la crescita, il profitto, il denaro. Era questo che volevano?

A volte ci si sbaglia, ma non si ricorda. Anche noi ci facevamo domande, oltre la propaganda, eravamo mutati, e non poco, anche noi sentivamo che una stagione era finita. Si discuteva e sembrava che il competere fosse un di più da affiancare all’eguaglianza e alla solidarietà. Eppoi con tutto il favoritismo e le raccomandazioni democristiane, socialiste, di trent’anni di repubblica, si era pur creato un corpaccione malato e inefficiente, un peso che gravava su tutti. Più mercato e meno stato, per noi, voleva dire che allo stato spettava aiutare chi non poteva, che vigeva la sussidiarietà, ovvero che le cose venivano decise e fatte al livello minimo di potere e non tutto dall’alto e in un mercato solidale, gli altri potevano correre liberamente, crescere, competere.  Ma c’era un baco in questo ragionamento, si perdeva facilmente il gruppo e restava l’individuo, però nessuno di noi avrebbe mai pensato che l‘individuo era in realtà uno e tutti gli altri erano sì individui, ma solo nella testa. Non lo pensavano neppure i giovani festanti di quella piazza, che lavoravano per eleggere l’Individuo, e hanno continuato a non pensarlo. Anche oggi è difficile riconoscere di aver sbagliato, si vede dai risultati. Ma quello che persevera non è lo sbaglio comune, quello lo facciamo tutti. Quanto si è sbagliato nel centro e a sinistra, quante divisioni inutili,tempo sprecato, cecità, incapacità, accomodamenti. Non quegli errori, ma l’Errore principale, quello che consente ad un uomo di essere intoccabile e di rappresentare tutti, quello che devia il corso di un gruppo, una massa, un popolo, quello è l’errore mortale. Quell’errore dovrebbero sentirlo quelli di quella piazza, dovrebbe essere un errore che trascende la persona, le leggi individuali fatte dagli avvocati difensori eletti in parlamento, dovrebbe essere qualcosa che supera i conflitti di interesse. Dovrebbe diventare coscienza e comunque la si pensi, non si dovrebbe fare più, o almeno non con facilità. Vedete c’è una differenza tra le tante, nell’intendere la democrazia e il governo, entrambe le parole esprimono un concetto che contiene un concetto fondamentale: non per uno, ma per tutti. Un tempo si trovava nei pensieri una frase, che dalla religione era passata, magari come vezzo un po’ ipocrita e autoironico, nel vivere sociale: non sum dignus. Anche senza il Domine, quel concetto aveva effetto, faceva pensare, ed era coscienza del limite e del servizio. Questo vorrei tornasse, nel meditare a ciò che serviamo noi in democrazia, con il nostro voto attivo: produrre governanti responsabili, senza interessi personali, intercambiabili, che non si sentono onnipotenti e soprattutto che non sono unici.

3 pensieri su “non sum dignus

  1. All’epoca sarà stato anche un po’ ipocrita il “non sum dignus” ma sicuramente lo spirito di servizio in politica era maggiore e la coscienza del limite pure.
    E alcuni valori fondamentali e non negoziabili erano alla base della politica degli statisti che operavano in politica negli anni precedenti gli anni ’80 (mi viene in mente De Gasperi ora, ma ce ne sono stati anche altri e di schieramenti diversi –
    invece statisti oggi mica ne vedo più…)

    Inoltre _anche_ a causa della demolizione del senso morale (nessun riferimento alla morale cattolica, eh!), dell’omologazione della massa ad un modello votato all’individualismo, all’arrivismo, alla prevaricazione, all’importanza estrema dell’apparire rispetto all’essere, arrivata dalle televisioni dell’intoccabile, si è scivolati lentamente e inesorabilmente sempre più in basso con sempre meno possibilità di recupero.

    E la mia domanda è la seguente: com’è stato che non ci si è accorti in tempo di tutto questo?

    Comunque sia …buona giornata Will,
    ciao ciao 🙂

  2. A volte penso che non vediamo tutti la stessa realtà per cui mi chiedo se non sia io a sbagliarmi, a cogliere una crisi crescente e sempre più ardua nelle soluzioni. Se sono io ad aver paura di quanto accade all’esterno e all’interno del paese, senza un governo che consenta di decidere, di non essere in balia degli eventi. Se sono io che vedo un guasto etico prodotto nei comportamenti, se vedo in una persona non tanto l’incarnazione del male ma il rappresentante di ciò che non vorremmo nelle nostre case, nei nostri figli e figlie, che non vorremmo nei nostri rapporti tra persone. Mi chiedo se il mio concetto di equità, giustizia, solidarietà, democrazia sia sbagliato, fuorviato, difforme dal reale. Mi chiedo queste e molte altre cose e non so concludere altrimenti che se sono sbagliato questo non è il mio paese, non lo è più.

  3. Sono assolutamente convinta che tu non sia solo e soprattutto che non ti sbagli, Will.
    Magari per alcuni (speriamo pochi) è più semplice, più comodo e rassicurante pensare che le cose vadano abbastanza bene o per lo meno …meno peggio.
    Oppure che esse prima o poi si risolveranno più o meno da sole (ma senza impegno continuo di ciascuno di noi non andremo da nessuna parte e nessuna soluzione cadrà dal cielo)
    Se invece mi sbagliassi pur io… beh dai, almeno saremo in due a pensarla allo stesso modo … 😀 😉

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