un cavalier dalla losca figura

C’è un cavalier dalla losca figura e s’aggira per il mondo. È l’incipit d’un picaresco romanzo capitalista, è un suono di metallo, l’odor del ferro e del suo sapore in bocca. E chi lo vede? Attorno sembra importante solo lo schermo luccicante, una applicazione e lo smartphone ben carico di comunicazione. Distratti dall’affetto sparso a piene mani nelle frasi, negli emoticon, diventiamo ciechi e privi di tatto. Scorriamo la realtà col dito e così i visionari s’afflosciano. Debosciano in un futuro prossimo tragicamente uguale al presente. Di supposta sicurezza ci si spegne, di presunto futuro ci si infuria, né l’uno, ma né l’altro lasciano segno. Cosicché di quel cavaliere non nasce l’epigono antagonista, colui che capisce e sa dove la lama penetra. E neppure nascono santi perché nessuno si danna più, infatti cos’è l’anima dell’occidente se non una pasciuta distesa di pornografa vista, d’incapaci tentazioni, di equilibri anoressici tra cibo e vino. L’anima satolla si spegne nelle parole ripetute, estasiate di sé e infine prive di senso che dura. Colpa come motore del mutare del bianco cavaliere e consapevolezza che gli stazzoni anima, mantello ed armatura. Che lo induca a capire, a cercare assoluzione e non espiazione, a uscire dalla colpa e cambiare. Definitivamente o per un poco, cambiare. Ed allora anche un cavalier dalla trista figura va bene. Un sognatore di passato che crei il futuro e sia appassionato. Anche appiedato va bene, purché dia un’alternativa, un senso che faccia finalmente vedere dove siamo e andiamo. 

incontri inattesi

Ho visto l’altro me, ed era ben più vecchio. 

M’ ha sorriso con un cenno, ma subito s’è perso,

chi aveva salutato?

Come i capelli, il completo chiaro e grigio,

un po’ slacciata la camicia,

la pancia prominente, la camminata lenta,

era come allora, 

solo invecchiato.

M’ha sorriso e ha proseguito,

m’ha sorriso e s’è voltato,

scegliendo con circospezione i ciottoli,

gli occhi a terra ha riportato.

Qualcosa gli era sfuggito,

forse se l’è chiesto o forse c’era abituato, 

così ha proseguito,

scuotendo un po’ la testa ad un pensiero dileguato.

Mi sarebbe piaciuto vedere un lampo,

un abbraccio,

del comune allora, un segno,

ma non c’è stato modo,

ché oltre l’angolo ormai era sparito.

Come il tempo, 

che a volte ci riconosce

e a volte scrolla il capo

pensando d’essersi sbagliato.

torcia lanciata nella notte

Certe storie sono una torcia lanciata nella notte,

illuminano finestre chiuse, 

usci attoniti, 

alzano gli occhi dietro i vetri e qualcuno,

sovrappensiero,

volge il capo al cielo. 

Una parabola breve

che le mani non stringono, 

un fuoco che s’allontana e ci scopre, 

nudi, come siamo sempre nel buio. 

Che resta di quella scia?

Scintille sparse,

piccoli lumi che possono generare incendi

nel cuore, 

oppure un fuoco altrove, a volte,

o ancora, un suono, che è già un ricordo

mentre la luce s’apre nel cielo.

Tra le case s’è formata una piazza d’aria,

nella notte cuce assieme sospiri dalle case,

di giorno le rondini le corrono attorno,

stanotte gli occhi cercano un ricordo,

ma i muri tengono strette storie

che non s’affacciano.

sidereus nuncius

DSC02192

le stelle vivono nel giorno, ma

conoscono la solitudine della notte,

il brivido dell’assenza,

i letti vuoti,

l’amore che si disfa piano

in briciole di luce.

Guardi nel cielo e ti meraviglia,

il mistero che si svela,

le cose che si ripetono nuove, 

ma non senti il sommesso grido che l’attraversa,

l’abbraccio che non stringe,

il ruotare vuoto, 

secondo leggi d’abitudine?

Non c’è luce in cielo,

non abbastanza,

a volte è buio pure il giorno,

però genera il barbaglio d’un lampo,

l’ ipotesi d’amore,

l’attesa, 

il mutare che spinge i corpi l’uno verso l’altro, 

e nasce fuoco che trasforma,

perché, come ciò accade?

Emerge dal cuore, cristallina,

l’età dell’innocenza, 

equazione che posa,

invertendo tempo, abitudini, 

orbite,

perenne, il desiderio suo.

alla fermata del tram

IMG_3023

Alla fermata del tram, un bacio si appoggia sulla guancia. La piccola pressione delle labbra lascerà sensazione di fresco e di caldo tra chi dà e chi riceve. Si girano appena i volti e s’incontrano gli occhi. Sgorga il sorriso che poi scivola dentro, tra la dolcezza e il benessere da bene.

Arriva il tram, se ci sarà posto accanto, una testa si appoggerà su una spalla e per poco o tanto, il contatto dirà cose che fanno bene al cuore. Nasce un’ isola di felicità, che dispensa piccole speranze attorno. 

la fatica del dubbio

IMG_4156[1]

Di tanta sicurezza che vedo attorno, capisco solo l’insicurezza su cui si poggia e la paura che tutto crolli se s’indaga appena. Preferisco la coscienza del proprio limite, che include la fatica del dubbio, la battaglia che si combatte per il giorno, dove la sera è un premio, l’esitare della strada e la soddisfazione del giungere, il bisogno di ripartire. Si contrappone l’ansia vacua d’immortalità con la coscienza del giorno, e commuove la bellezza della rosa, gloriosa del suo esserci,  nel flusso del divenire.

il limite del manga, ovvero parliamo tanto di me ma solo di ciò che vedi

IMG_0180

Il manga è stereotipo, espressione certa, teatro del nð estremizzato in disegno. Rappresentare la vita per emozioni nette elimina i punti morti, quello di cui parlava l’Ulrich di Musil, è la semplificazione delle vite mettendo sotto il tappeto la consuetudine, il quotidiano.

E’ tutto così irraccontabile, signora mia… Ma anche nello scrivere non si scherza, tra stilemi, modi di dire, rimasticature che vengono da chissacchè, insomma superficie, ovvero ciò che si mostra e si vuol far trasparire. Il vetro colorato è pietra preziosa se intravisto tra fessure, e si dimentica il legno che lo racchiude per un barlume. Ma poi ci si stanca. Avete osservato che le emozioni stancano, che la superficie stanca? La stanchezza, come la schiuma, poi vela le cose, non permette di cogliere la sostanza, attiva un resipicere, una riluttanza all’immergersi nell’altro. Se l’ira, la gioia, la tristezza, la stessa noia, sono maschere, come si potrà capire la differenza che abbiamo dentro? Pazienza gli altri, s’accontentino, ma noi cosa sentiremo davvero di noi stessi? Occorre tempo. Per capire occorre tempo e capire non è solo intelligere, ma fare proprio, possedere. E per farlo, serve tempo. Invece si crede più all’intuizione che allo scavo, al lampo più che alla fatica del percorrere. Si crede all’intuizione del manga e al più si passerà al pregiudizio in un percorso che dalla superficie elabora modalità di capire/prevedere le cose che esimono dall’analisi. Capire, invece, è una faccenda seria, spesso lunga. Non è questione da geni, anzi spesso le persone geniali lo sono in un campo specifico, fuori di questo assomigliano a tutti, ometti non di rado incapaci di comprendere, ma almeno la loro funzione è certa e soprattutto non riguarda le relazioni tra persone, casomai il rapporto con se stessi. Anche loro usano stereotipi per esprimere la superficie, hanno bisogno di non essere disturbati. Forse sono tra i pochi ad essere giustificati nel loro semplificare le cose. Eppoi perché parlarne, se geni non si è, resta il quotidiano, l’adesso, i rapporti che intendiamo profondi, qui il manga disturba perché è un velo che nasconde altro. Il manga ci semplifica la vita, ma davvero vogliamo una vita semplice, oppure la vorremmo intensa e piena?

tangibile intangibile

DSC01396

Velluto, voluttà, voluta. Dal morbido carezzare di dorso e di palmo, alternati sino all’arco, ancora morbido di linea e di pensiero.

Soffice, sensuale, sentire. Un seno che si poggia e poi cerca un petto sorpreso, un corpo che aderisce e, ancora, cerca le anse che contengono. L’essere  colmi dell’altro, sentire l’incastro come segno dell’essere speciale, dell’incontro unico, oltre il banale del caso, dalla superficie emozionata, giù nella profondità pullulante e densa. Il senso.

Tutto ciò è pensiero, sentire, toccare. Alternanza che si completa. Riflettere è tener dentro, trasparire è essere permeabili, di volta in volta l’uno e l’altro, per il tutto, l’uno. Non c’è priorità, tutto s’acqueta nella tensione, tutto tiene le due nature assieme.

Tangibile, intangibile, desiderio, quiete.

Nome e corpo, qual’è il più caro?

Corpo o beni, quale conta di più?

Guadagno o perdita, qual’è peggio?

XLIV Tao tê ching

camminare soffice


IMG_0009

Quando hai tutta sabbia attorno, sotto i tuoi piedi c’è una miriade di vita che calpesterai, è allora che puoi imparare a camminare soffice.

E vale per qualsiasi sabbia tu scelga per camminare, e per qualsiasi vita vorrai per te importante.

errori di giudizio

SAM_0213

A scuola avevo buoni voti in Italiano. A mio modo, dicevano, scrivevo bene. E poi non mi mancavano i vocaboli. Sembravano cosa preziosa i vocaboli, ci costruivano persino i test d’intelligenza, però nessuno scavava i significati. Mi sarebbe piaciuto si scrivesse un tema su una parola, su qualcosa che alla fine si rivelasse a chi scriveva e a chi leggeva, sino al succo del significato. Per capire chi c’era dietro e dentro le parole, per capire davvero di più.

Ma non era questo lo scopo della scuola e sapevo la verità: non ero io a scrivere bene, erano gli altri che scrivevano male. Anche i professori scrivevano male, erano solo corretti, ma insipidi. Cosa si poteva trarre da tutto ciò, se non la percezione di chi scrive davvero bene e l’amore per le parole e la scrittura? Vizi che non valgono nulla se non il piacere che provocano. Ecco ho ricevuto un piacere che mi porto dietro per un errore di giudizio, di questo sono grato.