richard strauss

Ascolto Strauss, che accettò Hitler e ne trasse vantaggio. Ascolto gli ultimi lieder, ed è tangibile la sua malinconia di fronte alla fine del bello, della cultura tedesca sotto i bombardamenti, della vita. Sento che questa malinconia comprende cose e uomini assieme. Ciò che c’era non ci sarà più, nessun nuovo compenserà l’annientamento. Eppure era chiaro, insito fin dall’inizio che il reich avrebbe distrutto oppure sarebbe stato distrutto. Perché Strauss non vide? Ascolto il suo stupore dolente di essere stato privato della vita consona al genio, ma della vita altrui perché prima non è importato? Per convenienza, o incapacità, anche l’arte diventa cieca e i grandi cadono in misere pozzanghere. Resta arte, anche se proviene da chi non capì o non volle capire, e perse poi (l’arte dei vincitori non ha problemi)? Sì ma così si rivela il limite dell’arte, la sua imperfezione e approssimazione. Il genio non muta, ma si stacca dall’uomo quando non vede la realtà nel suo divenire (uno scopo dell’arte è cogliere il muovere della storia e l’assoluto insieme) e si induce al compromesso, alla connivenza. Perde la purezza in cambio del potere e del denaro. Non sempre e non tutti, ma è forte l’attrazione del successo, dell’adulazione e dell’assoluto per decreto. Ed è il limite dell’arte che nasce dall’uomo: l’uomo stesso. La natura non ha di questi problemi, frequenta il reale e l’assoluto, assieme. 

del perseguir l’inutile

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Oggi qualcuno, in radio tre, si chiedeva perché e a chi si scrive. Sembrava mi stesse parlando: scrivi per te? E chi se ne frega…

Capisco, bisogna scegliersi un interlocutore. E allora io scelgo te che sei curioso e paziente. Maschio o femmina, ti chiedo di sederti e ti mostrerò le parole che metto in fila. Alcune mi piacciono molto, sono piene di significato e simboli, altre le uso perché sono me, le porto appresso da sempre o quasi, altre ancora mi sono piaciute ma si perderanno, comunque quello che ne esce mi riguarda. Ma qui mi fermo perché la testa è tua e se posso permettermi, quel chi se ne frega, lo puoi adoperare subito, ma è un po’ fascista. Cioè si interessa poco degli altri e in particolare di chi non la pensa allo stesso modo, ha la puzza sotto il naso di chi si sente al disopra. Però se questo è il limite dell’attenzione, allora forse rappresenta in modo improprio, ma bene, ciò per cui uno può scrivere, l’utile ad esempio. Oppure l’attenzione legata a un vantaggio possibile (ancora l’utile). Oppure, ancora, il bisogno d’apparire (che è anch’esso legato ad una utilità personale). Naturalmente ci sono molti altri motivi per cui una persona scrive, ma se guardi bene, il concetto di utilità si troverà spesso. Qui invece c’è molto di inutile, diciamo che al più riguarda i curiosi, i perditempo che si fermano a guardare i lavori e giustamente pensano che li farebbero meglio.

Il rapporto tra chi scrive e chi legge, mi ricorda la fatica di chi guarda, da dentro, l’orologio della torre. Si è saliti per il panorama, ma se si legge l’ora, ascoltando il ticchettare dei meccanismi, è una soddisfazione. Così emerge che, per me è importante ciò che non ha un fine su cui si misurare il successo, e la fatica di leggermi sarà, al più, un andare assieme da qualche parte.

Allora scrivere è distillare parole, lasciare che salga il loro grado alcoolico attraverso il sentire, berle degustando, e pensare ad altro. Ché poi è proprio quest’altro che c’interessa, non l’utile o quello ch’è scritto, ma ciò che ha suscitato.

sidereus nuncius

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le stelle vivono nel giorno, ma

conoscono la solitudine della notte,

il brivido dell’assenza,

i letti vuoti,

l’amore che si disfa piano

in briciole di luce.

Guardi nel cielo e ti meraviglia,

il mistero che si svela,

le cose che si ripetono nuove, 

ma non senti il sommesso grido che l’attraversa,

l’abbraccio che non stringe,

il ruotare vuoto, 

secondo leggi d’abitudine?

Non c’è luce in cielo,

non abbastanza,

a volte è buio pure il giorno,

però genera il barbaglio d’un lampo,

l’ ipotesi d’amore,

l’attesa, 

il mutare che spinge i corpi l’uno verso l’altro, 

e nasce fuoco che trasforma,

perché, come ciò accade?

Emerge dal cuore, cristallina,

l’età dell’innocenza, 

equazione che posa,

invertendo tempo, abitudini, 

orbite,

perenne, il desiderio suo.

dove l’amicizia non può vivere

Il potere non ha amici. Basterebbe ricordarsene quando lo si esercita, ed è un dovere esercitarlo se l’hai cercato e accettato. Basterebbe saperlo quando hai folla attorno, quando le lodi sono eccessive. Lo sono sempre e lo sai. Basterebbe capirlo quando ti parlano male dei tuoi avversari, per cercare il tuo consenso. Basterebbe che te ne facessi una ragione e non cercassi l’amicizia dove non c’è. C’è una diversa solitudine nel potere, una solitudine che inebria, che distacca. Non è la solitudine che acquieta, ma quella che inquieta ed isola. Bisognerebbe combattere il potere che porta via da noi, riportarlo a servizio, a coscienza del non essere indispensabili, ma solo portatori di un’idea che ha la grande occasione di diventare realtà. Basterebbe capire che si è davvero soli, e accettarlo. Per quanto dura. E non cercare di farlo durare per sempre.

l’odore dei libri

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In casa c’è odore di libri e di sole. Lo sento quando entro, quando mi sveglio, quando mi guardo attorno. Mi piace come si mescola con il profumo del legno. Penso sia il mio odore. Ieri sera ero in una grande libreria, un bel prodotto di architettura, ammiccante e furbo, ma c’era odore di soldi e carta più che di libri. Le grandi librerie sono come gli ipermercati, generano confusione di scelta, non diventano luoghi. Il credo del marketing è la quantità, il cliente dev’essere irretito dall’opulenza, chiamato all’acquisto come a una liberazione. E’ prigioniero del sistema e deve pagare un riscatto. Invece sto riducendo gli acquisti, non di libri o di musica, per altri inutili, ma di cose. Esco dalla paura del restar senza. E preferisco le librerie piccole, una in particolare. Siamo amici, è un posto in cui stare. Sfoglio, spulcio tra gli scaffali, leggo. Sono un buon cliente, porto a casa e posso restituire ciò che non mi piace. E’ un piacere andarci. Tornare.

I libri nella casa mi rassicurano, anche se son troppi. Parlano con un fruscio sommesso di pagine sfogliate. Hanno l’odore delle idee, dell’inchiostro usato, della carta che invecchia assieme a me.

E’ questione di stile. Capisco che ora lo stile si è fatto più morbido, conformato a me e rifiuta l’apparenza. Così invito poco, non ho voglia di spiegare. Chi viene non chiede o parla di contenuti, vita insomma e non è la stessa cosa.

un dialogo solipsistico

Oggi mi sono sentito offeso. E lo dico a me perché se parlo con chi mi offende questo direbbe che non esisto, che sono uno zombie.

Come mai? Prova a cercare dentro le ragioni dell’offesa. Cos’è che ti fa male?

Credo sia la mancanza di rispetto, la protervia. Tu sai che non condivido quello che accade per fare un nuovo governo. Non ero neppure d’accordo sul governo Letta, figurati adesso per il modo e la maggioranza che viene scelta, ma l’incontro(?) Renzi- Grillo mi avvilisce. Mi dice che quelli che si oppongono, che pensano di cambiare le cose restando nelle regole democratiche sono degli illusi. Che io sono un illuso. Mi chiedo perfino se sono conservatore, se non capisco davvero quello che accade. Eppure sono immerso nella realtà, la cerco e devo fermarmi nei giudizi, perché mica accetto facilmente che un milionario mi faccia la paternale, mi dica cosa non va in questo paese. Tu sai che di alcune cose ho un minimo di conoscenza diretta. Ebbene si spacciano idee che non hanno alcun riferimento con la realtà, i mi piacerebbe con il reale. Si parla di green economy senza conoscerne consistenza, possibilità di occupazione, realtà economica. Si parla di cose sovvenzionate che vengono spacciate come modelli principali di crescita. E chi paga se non i consumatori, i cittadini. Si parla di uscita dai mercati come fossimo nell’800, di schiavitù dell’uomo alla macchina. Se una persona non ha mai visto una fonderia non può capire che le macchine lì sono il modo per rendere compatibile il lavoro immane, il pericolo che esso contiene, che l’uomo senza macchine è schiavo della fatica, che questo accade in ogni parte del mondo e che casomai bisogna inventare cose nuove per creare lavoro non togliere le macchine. Se una persona conosce ciò di cui parla per averlo sperimentato, non dice sciocchezze, casomai migliora il modo di lavorare. Ma vedi che mi monta la rabbia e non sono sereno?

E ti sei chiesto perché ti sale la rabbia, il rifiuto?

Credo di averlo capito oggi, pensandoci dopo l’ incontro e il comizio successivo travestito da conferenza stampa. E’ l’impotenza, il buttare all’aria la possibilità di una protesta che costruisca. A me non piace distruggere, mi piace costruire, modificare le cose, renderle conformi all’idea di giustizia ed equità, e il costruire non ha scorciatoie, neppure chi demolisce ci crede perché per ogni cosa che sparisce bisogna fare la fatica di rimpiazzarla con altro. Ci sono gesti e modalità d’agire che mi ricordano l’assalto ai forni del pane. Quando la gente ha fame abbatte barriere, regole e la farina viene buttata per strada, il pane nel fango, perché non si può passare dalla fame all’indigestione. E’ la cultura della rabbia e dell’attimo, mentre io penso che per cambiare le cose occorra costanza, forza nel tempo, rigore dopo aver davvero capito come le cose funzionano. Ma così mi pare di giudicare le persone ed io non voglio giudicare chi protesta, solo sento che vengo violato anch’io che mi oppongo. Penso a come si sono comportate persone come Gramsci o Pertini, i tanti che con un regime vero hanno cercato prima attraverso le regole e poi attraverso il pensiero strutturato di cambiare le cose. Cambiando le abitudini, le persone, cercando una giustizia che fosse tale. Ma qui neppure ci si ricorda di ciò che è stato, di queste persone che si opponevano nel rispetto della casa comune, anzi vengono messi in disparte, derisi come incapaci nel modificare davvero le cose. Collusi perché il mondo non è mutato. 

Forse ti dà fastidio il turpiloquio, la violenza del linguaggio, il fatto che non ci siano proposte, ma ultimatum.

Può essere anche questo, ma in fondo ne ho vista di violenza a partire dalla fine degli anni ’60. Ci sono stato in mezzo. Sai proprio in questi giorni c’era l’anniversario del comizio finito male di Lama alla Sapienza, con gli insulti degli indiani metropolitani e degli autonomi, la cacciata di Lama che diceva che non bisognava dividere lavoratori e studenti, e poi la conquista del palco, la sua distruzione da parte di chi contestava. Cos’è rimasto di quegli anni, di quelle persone? La cronaca, non un gesto successivo, un’opera che ci abbia resi diversi davvero, niente che potesse mutare il Paese, perché non c’era una proposta, c’erano velleità e voglia di rompere uno schema, ma quale fosse quello alternativo era un desiderio. Comunque a me non interessa il passato, è questa incapacità di rispettare la casa comune che mi mette in difficoltà. Mi chiedo quali siano i limiti della democrazia, se essa possa contenere la sua distruzione e ammetterla come forza positiva. Insomma mi sento vecchio e conservatore con il mio oppormi democratico, con il rispetto delle regole, e questo mi mette in un profondo disagio. Ho l’impressione che i giornali per conformismo e interesse spicciolo, una parte non piccola di altri interessi anche economici, liscino il pelo al gatto perché quando l’attenzione è sullo show passano sotto silenzio ben altre cose.

Insomma ti senti arruolato tra i governativi.

Peggio, mi sento arruolato tra gli stupidi, tra quelli che non capiscono, tra gli utili idioti di qualcosa che pensano di combattere e questo mi interroga e infastidisce profondamente. Devo togliermi dalla testa che in realtà sono persone privilegiate che cercano di conquistare il potere per imporre le loro regole, e che queste non sono migliori di quelle che ci sono. Perché questo è un giudizio, e i giudizi non servono a capire cosa c’è sotto, da dove nasce la rabbia. Oggi ha detto che non è democratico, che vuole una dittatura morbida. Sono impaurito da queste affermazioni, dal fatto che non ci sia un contraddittorio, una qualsiasi comunicazione. Mi inquieta che si dica, noi e voi, ma voi non esistete, dovete morire perché solo così potrà nascere il nuovo. Io non sono voi e se penso in maniera diversa continuo ad essere noi, questa è la società, non la democrazia, la società. Per questo mi fa paura il dividere tra amici e nemici, perché c’è chi ci crede e la cultura del nemico rende fragile la democrazia anche quando sembra forte. La democrazia non ha antidoti contro la violenza di massa che non rispetta le regole comuni. E non è solo la crisi che rende questo terreno, fertile per le avventure, è lo scarso senso del bene comune. Il fatto che l’evasore additi il privilegio, che il comportamento deviante voglia che la sua condotta sia riconosciuta come prevalente. In questo le responsabilità della sinistra, parlo di quella perché Berlusconi e la destra hanno favorito questo processo di relativizzazione del giusto, del privilegio come norma, ci sono e sono importanti. Dov’era la sinistra quando già c’erano i segni del disastro, perché non si è fatto tutto quello che si poteva fare? Per paura di essere moralisti? Perché comunque i privilegi si sono spalmati in talmente, tali e tante, forme che toccarli poi davvero significava mettere in discussione il proprio elettorato? Credo che  nei comportamenti che hanno ignorato, girato la testa altrove, ci si sia giocata una grande occasione di riforma in senso giusto ed efficiente del paese, ma detto questo come posso pensare che l’unico modo per uscirne sia demolire tutto? Comunque se questo è il ragionamento che prevale, se questa è l’opposizione, mi sento inutile. Inutile a una possibilità di cambiamento. E questo mi offende ed avvilisce. Ecco questo è il sentimento, oggi mi sono sentito offeso ed avvilito nel mio impegno contro questo stato di cose. 

piccole libertà

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Prendersi un’ora per sognare. Ad occhi aperti, come da bambini, e guardare fuori dalla finestra.

La voce della maestra (c’è sempre una maestra) che diventa brusio dolce mentre gli occhi s’attraggono senza fuoco né fretta.

Gli occhi collegati ai pensieri, scorrono e fissano. E’ guardare senza vedere, cogliere colore da mettere nel sogno.

Gorgogliano le immagini dentro: una polla traccia cerchi attorno. 

Coscienti piccole libertà, ed una incosciente cura.

Manutenzione della fantasia. Dono a sé. Arte del sognare.

utili idioti

E’ riemersa la categoria dell’ utile idiota, magari adesso riscopriranno pure lo scemo di guerra, il marrano, il minus quam… Utile idiota è colui che viene manovrato per un fine da cui non trae vantaggio. Credo che quasi tutti quelli che si sono scambiati l’epiteto, abbiano, in realtà, tratto vantaggio, c’hanno sguazzato, eccome se c’hanno sguazzato tra leggi ad personam e carriere altrettanto ad personam. Confesso che la cosa mi lascia indifferente nell’epiteto, ma molto meno in quello che è accaduto. E sta accadendo. Perché in realtà una possibile utile idiozia è davanti a quella parte di sinistra che appoggerà un governo che tratta solo con la destra. Di fatto da almeno tre presidenti del consiglio, gli ultimi, continua l’apertura a destra e non è come dal sarto che ti chiede dove lo porti per regolarsi, no qui si sta prendendo una piega innaturale dove la sinistra porta avanti programmi liberisti. Allora il mio dubbio è: qual’è il vantaggio della sinistra del PD ad appoggiare un governo che tratterà solo con lo schieramento a destra nel parlamento? Perché per le definizioni di cui sopra, un qualche motivo bisognerà trovarlo. Può essere un buon motivo salvare il Paese? Sì, lo è, ma se lo si salva davvero, ovvero si salvano i cittadini. Proviamo a chiedere ai ceti medi, agli operai, ai milioni di disoccupati se è stato salvato il Paese; questi qualche dubbio ce l’hanno. Poteva andare peggio? Per molti è difficile andasse peggio, per alcuni certamente. Ecco allora che bisognerebbe chiedersi chi si è salvato e perché.

Il nuovo governo farà una patrimoniale? Una legge sul falso in bilancio? Sul conflitto d’interessi? Oppure punterà a ridurre i contratti nazionali, riformare la costituzione, cambiare il titolo V e la legge elettorale? Perché c’è una differenza sulle priorità e sugli interessi preminenti dei cittadini e su questa differenza si capisce se si è utili a qualcosa che non ci appartiene e quindi idioti. Ma l’idiota che lo sa non è tale, quindi è meglio emerga questa utilità che non si vede, perché con l’emergenza si sono nascoste altre cose. La paura di votare, ad esempio, se si fosse andato a votare anziché aver fatto il governo Monti o Letta, qualcuno avrebbe vinto e portato avanti un programma di parte e certamente chi l’avrebbe votato ne avrebbe avuto utilità. Quindi non di idioti ma di persone intelligenti e determinate, abbiamo bisogno. Quello che non ha queste caratteristiche serve solo a portare avanti i problemi, a salvare chi non ha saputo fare. Ma gli italiani sono immemori, di queste cose non si ricordano e se si andasse a votare ancora una volta voterebbero per chi non ha fatto i loro interessi. Strano allora che vi sia confusione nella politica? No, purtroppo, no.

manca il mare

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Manca il mare, alle genti di pianura,

la sua carezza ripetuta,

il suo ritmare ch’ entra nel cuore

e lo distende.

Manca l’odore forte d’alga e pesce sfatto,

il legno che ha viaggiato sulla sabbia,

i voli d’uccello indifferente,

le nubi fredde più dell’acqua,

manca la sera che prende di traverso,

la luce che si spegne. 

Qui tra pietre ripetute in muri,

nelle gole di traffico tra le case,

nei nervosi rumori di mattina,

il pur vicino mare, manca, 

come sa chi ne ha meraviglia e non uso, 

chi odora di terra e lo avverte,

chi è isola e si muove,

lento come quei nodi d’erba, 

che piano scendono dai fiumi

e attendono d’essere accarezzati dalla spuma. 

al solitario viene chiesto

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Al solitario, senza genere, in fondo viene chiesto di vivere nel presente. Di apprezzarne il gusto forte e le sfumature, di essere nelle situazioni adattandosi, e restando se stesso.  Di passare dalla tecnologia all’assenza di essa, dalla presenza travolgente dell’amore alla sua carenza, dall’equilibrio ordinato al disordine noncurante. Gli si chiede passione e tranquillità, forza e gentilezza. E chi gli chiede tutto questo? Una indole, una natura che lo porta a cercare la compagnia e il luogo in cui isolarsi, il rumore e il silenzio. Un capolavoro di ossimori, insomma, e siccome un equilibrio vitale è dinamico o non è, il suo controllore non sarà mai pienamente soddisfatto, al più ogni tanto gli ripeterà che è stato bravo e che si è sterili senza l’imperfezione. E che questo vale ovunque. Quindi sia felice e continui.