Corrispondenze. Idem sentire (arduo). Voler avere lo stesso ridere, le stesse lacrime (sogno romantico). Decrittare segni, con attenzione. Sì, attenzione, questo è importante. Cogliere nelle parole un desiderio di vita. Quello. Proprio quello che corrisponde alla vita sognata e vera. Termine di confronto che fa diminuire l’altra, quella dovuta. Eppure reali entrambe, solo che una è un amore sognato, un desiderio che s’avvera, l’altra è dovuta e quindi sembra povera.
Quando s’avverano i desideri, non si sa bene che farne, l’avverarsi è la loro morte. A che corrisponde un desiderio avverato? E in fondo a quel desiderio ci si era affezionati. Per questo i divoratori di reale sono tali, con una fame inesausta per coprire il vuoto e l’impazienza. Rispettare ed essere attenti alla vita, significa avverare i desideri con rispetto?
Costruire allora una macchina compatibile e discreta dei desideri, con un flusso che esce e spinge piano, in una direzione. Stare immersi in esso, dov’ è caldo, ci si avvera, soddisfa e ri genera.
A casa si sapeva dell’otto marzo. Mia madre diceva che era una giornata per le donne, c’era la mimosa, il senso di una particolarità, ma non si sapeva bene cosa augurare e in fondo tutto era come gli altri giorni. Però c’era molto rispetto. La violenza era stata prima, difficile sfuggirle in quegli anni. Il rispetto era nelle persone che si erano messe assieme, segno che si poteva sfuggire ai proverbi, al dover essere di qualcuno come identità. E non era questione di mitezza, anche se mio padre era una persona pacifica e decisa, era il valore del rispetto che in casa non era solo una parola e quello che si dava agli uomini era lo stesso per le donne. Mia nonna diceva che suo marito non le aveva mai detto neppure tirete in là, per scherzo. Quindi anche prima il rispetto era un valore, una sostanza per quella specie d’amore che circolava allora.
Mio padre, io stesso, siamo cresciuti da soli con donne, e il prendersi reciprocamente cura è stato naturale. Uno scambio, pur restando nei ruoli. Anche il rispetto si apprendeva tutti i giorni, magari con qualche ceffone per aiutare il concetto, ma non era una fatica. E’ stata una fortuna, anche se penso che sia la violenza ad essere innaturale, non la comunicazione e il rispettarsi. In più oggi c’è molto, la possibilità di andarsene, ad esempio, ma capisco che in una casa si gioca molto più che un rapporto d’amore, si crea e si riproduce ciò che c’è all’esterno. A volte si pensa d’essere in un isola o in una fortezza ben munita, ma in tutto questo chiudersi, in realtà si chiudono solo gli occhi. E il microcosmo dei rapporti in casa sarà in piccola parte ciò che accadrà fuori. La coscienza delle donne cambia gli uomini, li mette davanti alla loro debolezza, per questo sono loro che cambieranno il mondo. In meglio.
I grandi spazi sono immersi nella penombra, dove di solito c’è lavoro, persone, rumore, solo silenzio. E’ mattina, fuori c’è il sole, ma la luce fatica a farsi strada tra le alte pile di carta, tra le grandi macchine ferme. Una è lunga più di cento metri, progettata e realizzata in azienda. Un serpente di rulli, di pinze pneumatiche, di piccoli tunnel di ferro dove ogni cosa è stata pensata per essere perfetta. Il risultato perfetto, qui non ci sono tolleranze. Ma è tutto fermo. Alle difficoltà crescenti di un mercato che non perdona ed ha reso precaria la vita di chi vi lavora, si è aggiunto il furto dei cavi elettrici. La malora. Quello che fa andare tutto storto. Un mese fa uno dei due titolari si era ucciso in azienda. non aveva retto dopo anni di fatiche per resistere, alle difficoltà crescenti di pagare gli stipendi, ad una situazione che ormai era consegnata alla volontà delle banche. In fondo non serviva altro che un po’ di fiducia, di apprezzamento per un lavoro che ha clienti e commesse, ma non c’era stata. Fiducia e lavoro, le uniche due forze che hanno fatto crescere questo territorio, non ci sono più. Le banche che hanno appoggiato i soldi facili dell’immobiliare, ora sono piene di insoluti. Bisognerebbe chiedere loro conto della devastazione del territorio, dei soldi facili basati sulla crescita del valore degli immobili, ma nessuno o quasi, ha più voce, né voglia. Servirebbe Iacona per raccontare questa storia. Una storia bella d’impresa, dove l’imprenditore lo trovi in camice in azienda e sa tutto del prodotto, del ciclo lavorativo, delle macchine che servono per dare sostanza alle idee. Una storia iniziata all’università, come lavoro per mantenersi agli studi, rilegando enciclopedie a fascicoli. Conoscere, do you remember?, Fratelli Fabbri. Ogni casa ne aveva una. Poi passione per il lavoro, crescita, mercati, estero. Una bella storia, come tante altre che hanno affollato il nord est, fino a questi anni. Fino alla fatica a reggere la concorrenza. Qui la parità dollaro euro significa il 30% di sconto prima di cominciare a discutere, ma è così. I mercati ragionano in dollari. Allora con le difficoltà c’è stato lo stringersi attorno all’azienda. Potevano andarsene, non l’hanno fatto. I lavoratori l’hanno capito. Ci si affeziona al lavoro. Non è questione di articolo 18, è che se uno ha un mestiere, quello può fare. E chi gli dà lavoro, di lui ha bisogno. Sono i lavori dequalificati, quelli dove uno vale l’altro, e che sono sempre più diffusi, che mancano di rispetto al lavoro. Lo impoveriscono e lasciano chi lavora senza identità. Un po’ di soldi e basta. Qui non era così, pur tra le difficoltà e la fatica.
Bisognerebbe ci fosse un’etica anche nel rubare. Togliere i cavi delle dorsali elettriche per vendere il rame ha messo in ginocchio tutto e tutti. Un danno immane che nessun rame rubato commisura. Un danno che pesa su chi è in ginocchio e fatica ad alzare gli occhi. Un danno che è una pugnalata. Servirebbe etica anche nel rubare. Non si ruba il lavoro a chi non ha alternative. Servirebbe Iacona per raccontare. Servirebbe fiducia. Loro ci provano. In silenzio. Ancora.
Quando potrete riprendere? Gli ho chiesto.
E chi lo sa. Un mese forse. Sono cavi speciali, li fanno su misura. Pensa che sono lunghi 150 metri e pesano ognuno 7 quintali e mezzo e li hanno tranciati e sfilati tutti. Stiamo facendo ancora l’inventario delle automazioni distrutte per sovraccarico. Dovevano essere in tanti: c‘hanno impiegato una notte intera. E hanno fatto un disastro. Anche negli spazi di lavoro. Sembrava fosse cascata una bomba.
Non c’è rassegnazione, ma la botta è stata devastante. Il lavoro, i contratti da rispettare. I clienti da non perdere. Con fatica ci provano. Con immensa fatica.
Un lettino riposto in un angolo, i muri gialli, l’aria che muove pochi panni stesi. Le terrazze sono vuote di sole, nessuna pelle attende di abbronzarsi, pochi passi frettolosi scaricano gli stendini. Pochi rumori di faccende e torna il silenzio delle case verso i cortili, si chiudono le finestre delle stanze da letto lontane dal traffico del corso. Facciate che non mostrano, che non devono mostrare. La filosofia zen stabilisce che una parte dell’opera dell’uomo non debba essere finita perché la perfezione è riservata alla divinità. I muratori di pianura mica lo sapevano, e neppure gli architetti, solo che gli pareva inutile abbellire ciò che non era visto da tutti. Così le facciate si mostrano sul corso, mentre qui ogni spazio ha un suo posto, una funzionalità che ha trovato stabilità nel tempo. Si sono radunate piante, montati condizionatori, scavati nuovi camini, chiuse verande, segnati i muri di nuove telefoniche comodità. Ciascuno per suo conto. E in questi lati nascosti è più esposta l’intimità del vivere segreto.
S’era accorto ch’era stato un carnevale privo di maschere, ma con molte frittelle e golosità diffuse.
Pensò che c’era una sensualità particolare nella golosità, un cercare il gusto prima della bocca, nell’assaporarlo e aggiungerne altro. Era una ricerca del nuovo nel conosciuto.
In un gioco erano state messe a confronto diverse pasticcerie, ma era finito tutto anzitempo. Per sazietà, o forse per rifiuto d’essere fedele oltre l’insensatezza. E il carnevale era proprio passato, come gli anni, il colore e il folto dei capelli, i chili acquisiti, perduti, ripresi e tutto s’era rinchiuso in abiti che assomigliavano a costumi. Adeguati al lavoro, agli incontri, alla solitudine. Maschere essi, senza risata. Ma in fondo si rideva poi davvero nel carnevale o ci si mostrava?
Del carnevale non era rimasto nulla e così cominciò a pensare alla vita. Di quella, per fortuna c’era davvero molto, ma allora perché questa impressione di leggero vuoto. La stessa che lascia un treno sgusciato in una corsa, mentre lì, sulla banchina, dietro la linea gialla, c’era lui in attesa di un nuovo arrivo. Non era il suo il treno fuggito, ma qual’era il suo treno?
C’è fortuna nell’avere passioni forti che si sorreggono su piccoli amori. Eccessi contenuti nelle vite, poesie tracciate nell’aria, a volte su carta, ma tutto nell’ironia del limite.
C’è allegro timore nello sporgersi un po’ oltre la barriera e, mentre lo spiritello guarda verso il basso, provare un brivido. Non cade, lo spiritello, assapora ciò che attrae, e torna a sé.
Dicevi che aprire una porta serve a fuggire verso l’altro. E se le passioni fossero invece molle caricate, spirali che attendono mani pazienti nel fare, orecchie ed occhi impazienti nell’udire e nel guardare?
Nel lasciar entrare ci può essere fortuna di piccoli amori racchiusi nelle vite. Sono galeoni costanti, ben pasciuti di mare e merci rare e preziose, decisi a navigare in venti tiepidi. Assieme.
Grandi di costanza, di misura, forti di tempo. Altri corrono, spingono, percorrono, si spengono. Non loro.
Troppa tempesta non dà mai tempo per togliere la sete che ha provocato. E non è saggezza, al più conformità, ad un andare che non si spegne, che curioso percorre, mischia, discerne, posa e ritorna.
Pensiero un po’ greve del lunedì, poi si migliora.
Viviamo in un mondo imperfetto, conduciamo la vita attraverso l’approssimazione e l’errore, impariamo da esso eppure lo rifiutiamo nei pensieri. E’ difficile pensare di sbagliare, molto più facile pensare in termini di perfezione. La perfezione fa perdere la nozione del reale, lo idealizza e visto che questo è lontano dall’uomo, lo porta verso quell’età dell’oro e dell’innocenza, che magari non è mai esistita, ma è quantomai necessaria per pensare alla perfezione. Quasi un liberarsi dalla fatica del percorso delle vite per essere migliori, ma che restano pur sempre umane. La perfezione elimina la contraddizione, quella che ci portiamo appresso con l’errore insito nel fare e che sembra non riguardare il mondo pensato, desiderato. Ma il mondo che genera questa perfezione sarebbe un mondo vuoto, privo delle imperfezioni degli altri uomini, un mondo in cui saremmo soli, persi nella contemplazione della perfezione. Un mondo francamente noioso.
Questo è un mio pensiero imperfetto, ma che ha conseguenze pratiche. Se penso alla minaccia alla pace di questi giorni, all’Ucraina, capisco che categorie ideali vengono applicate a un paese reale. Chi conosce quel paese, sa che è una pentola in cui sta bollendo di tutto, eppure come per l’Egitto, la Siria, la Libia, la Tunisia si accoglie l’idea che la rivolta di popolo sia la palingenesi della politica: dalla dittatura alla democrazia senza passare dal via. Salvo poi accorgersi che la democrazia è essa stessa imperfetta, che non genera automaticamente quello che vorremmo e allora si accettano le violazioni delle regole se esse sono convenienti. Così in Egitto un presidente, democraticamente eletto viene deposto e l’occidente, Stati Uniti in testa, riconoscono il regime che lo sostituisce. In Libia (chi si ricorda più della Libia?), milizie armate si muovono indisturbate, parlamentari e cittadini vengono uccisi, il governo non è in grado di controllare il paese, nulla o quasi di quanto sembrava possibile, ovvero una democrazia che assicurasse diritti, benessere, tolleranza, accade, ma in fondo basta che arrivi il petrolio. In Siria, ci si accorge troppo tardi che il cambiamento può portare verso la creazione di uno stato islamico, jiadista, quindi ancora più privo di freni, antidemocratico e antisemita del regime di Hassad e non lo stato libero favoleggiato. E’ possibile continuare, quasi ogni teatro di conflitti genera risultati diversi da quelli ipotizzati: è questo il mondo perfetto che si evoca nell’immaginario? Accettare l’imperfezione a livello collettivo, non significa rinunciare ai diritti, a un mondo migliore, ma partire dal mondo che c’è e chiedersi come esso possa essere mutato dicendo la verità. In Ucraina, ad esempio, la diplomazia occidentale si è mossa più con l’intenzione di creare difficoltà a Putin e creando attese difficili da esaudire piuttosto che dire la verità agli ucraini, ossia che l’Europa non ha soldi per loro, che se vengono in un sistema capitalistico la casa e il gas dovranno pagarli, che l’occidente non è un prestatore di denaro a fondo perduto mentre una parte importante del 45 milioni di abitanti vive di assistenza e di rimesse dall’estero. Ma si sa quant’è la pensione di un professore universitario in Ucraina? (0 dollari al mese, gli stipendi sono poco oltre i 150/170 dollari, come si pensa che questa realtà sia immediatamente integrabile con l’Europa? Non a caso la Polonia preme per una soluzione, perché ci saranno masse di profughi verso l’occidente, da accogliere, a cui dare lavoro, se il cambiamento sarà repentino. La Germania considera, da sempre, il territorio ucraino almeno un proprio mercato e si comporta di conseguenza, ma qualsiasi azione che non sia solo commerciale, troverà per forza la reazione di Mosca, e non solo per la Crimea. E la Russia è un mercato ben più grande e ricco dell’Ucraina. Per questo non si comprende, se non in termini di strategia militare perché l’azione dell’occidente e degli Stati Uniti, non sia stata quella di favorire passsaggi che fossero contrattati tra i veri attori della vicenda, ovvero l’occidente e la Russia. Difficile dire in un mondo perfetto che le sovranità nazionali e le democrazie contano fino a un certo punto, ma non è forse così anche per le economie, tra cui la nostra, dove trattati e diktat contano molto più dei parlamenti eletti? Se si parte dalla realtà e dall’imperfezione si possono trovare compromessi imperfetti che portano avanti, che approssimano le soluzioni e creano un mondo possibile dove le varie spinte vengono contemperate, altrimenti si gioca, come sempre si è fatto da secoli, agli aprendisti stregoni. Si è citato spesso l’esempio della Finlandia, un paese che aveva, ed ha, problemi non dissimili da quelli dell’Ucraina, neutralità e funzione antifrizione ne hanno fatto una regione tranquilla. Gli stati cuscinetto hanno una funzione per la pace, ma gli strumenti attuali sono troppo ideologici e rozzi per renderli politicamente assimilabili alle nostre concezioni di governo democratico. Questa è una delle tante imperfezioni insite anche nella democrazia, che non evolve se non è applicata alle situazioni e che non è libera se non attenua il suo essere funzionale all’economia capitalista. Capire che c’è un problema non significa avere una soluzione, ma agire per trovarla. Ecco, sinora questo approccio è sotto traccia e così ci si muove dicendo una cosa, che magari eccita gli animi, ma non ha la struttura e la forza per essere vera, e poi se ne pratica un’altra. La verità è imperfetta, per questo bisogna dirla, a partire da se stessi.
Rischio Kiev sul rally delle borse, così titolava il Sole24ore di ieri. Come al solito salgono i titoli dell’industria e delle armi, ci si stupisce che l’oro non abbia già fatto un balzo e si valutano le esposizioni delle banche occidentali su quelle ucraine. La finanza non ha principi, solo pulsioni.
Uno di quei libri che ti prendono per stupore e scrittura. Dove attendi accada qualcosa che faccia bene al protagonista e a te. E tutto scorre verso una fine, perché bisogna pur concludere un discorso quando si sente che è ora. Può essere dopo 80 pagine o 800, basta non menare il can per l’aia. Anche per le storie diventa tardi e, dopo aver guardato i visi e l’orologio, resta solo da salutare e andarsene. Al più si può sperare che il sogno riprenda il raccontare e corregga la realtà, ma quando accade? C’è un momento perfetto per chiudere, quello in cui c’è una fine e non è desiderata. L’arte è cogliere quel momento.
Quei coriandoli nel deserto che danno titolo al libro diventano metafora della naturalezza dell’intelligenza e carnevale della vita. Della sua serietà nelle cose terribili che riguardano i singoli e noi tutti, ma anche del transeunte, del mutare l’importanza dell’immediatezza in un continuo introdurre variabili in un’unica equazione. La vita si complica e si semplifica, anche dove le storie sembrano così lineari. Sentimenti, personale, collettivo, passioni. E intelligenza, che si esprime secondo rivoli che i più subiscono, ma che riporta a sé, al bisogno di capire, di scomporre i problemi, conoscere e fare passi avanti. Capisco che non fu un confronto all’interno di un gruppo straordinario, forse irripetibile, che visse in Italia, a Roma, in quella via di Palisperna in cui si rivoluzionò la fisica, ma che riguarda tutte le intelligenze, quasi che alla fine il procedimento fosse lo stesso e tra il genio e chiunque, non esistesse un modo differente di mettere in relazione intelligenza e vita, casomai il problema è comporre tutto con i sentimenti, la sensibilità, le passioni. E’ inutile cercare di arrestare il progresso della conoscenza, l’ignoranza non è mai migliore. Lo afferma Enrico Fermi e il protagonista del libro, Enrico Persico, fisico pari a Fermi ma senza Nobel, racconta di averlo sempre pensato. Ma lui è diverso e, in fondo non accetta la sua diversità che lo rende umano e quindi grandissimo. Nella storia si comprende che ci fu chi vide l’implicazione della scoperta, anche nei suoi effetti distruttivi e se ne ritrasse e chi invece continuò. Si apre il dubbio su quanti modi ci siano per conoscere, quanti di questi siano silenti, leggeri sulla storia, non meno importanti e per altre vie si facciano strada. In fondo è così superficiale attaccarci ai simboli, alle mode, a un Nobel. Quando le vite sono così intrise di conoscenza c’è chi vede oltre e decide, anche di condurre l’intelligenza altrove, come fosse uno strumento e non un fine.
Bello leggere un libro di grande nitore e dolcezza, inusuale di scrittura e per ciò che evoca, dove le donne sono grandi in assoluto, nel loro modo così singolare di essere altro, e gli uomini si rincorrono. Come fosse un gioco, e forse è davvero un gioco preso troppo sul serio. E’ così bello e raro quando l’intelligenza si accorge degli altri, frequenta l’ironia, e non il sarcasmo, che vien da pensare che questo sia il modo di conoscere davvero. Non l’unico: quello che si vorrebbe.
il libro è Coriandoli nel deserto di Alessandra Arachi e questa non è una recensione, ma una manifestazione di felicità di leggere.
Il pendolo risuona nel bagagliaio con quegli armonici dolci d’acciaio che vibra. Non a caso si chiama acciaio armonico, penso. Perdersi per un momento nei particolari porta a un dialogo che guarda dentro. Cosa si sente in quel pezzo di realtà che non è più tale proprio perché è un pezzo di noi? I particolari, nell’osservare, nell’estrarli dall’insieme, hanno un linguaggio molto diretto, sensuale. Sono grana, asperità, morbidezza, densità, colore intenso che resta o che sfuma. E tutto trova rimandi, simmetrie, in noi. Così nello scrivere, o nel fotografare, o nel dipingere, si porta all’esterno qualcosa che ci appartiene profondamente. E lo si guarda, spesso insoddisfatti perché approssima, ma non siamo noi stessi una approssimazione di ciò che potremmo?
Di che colore è la mia anima? Di quale consistenza? Uniforme o ambigua di più nature? E di questo impalpabile, che pure c’è, emerge un colore e una sensazione tattile che la riconosce e l’approssima. Il pendolo tintinna sui dossi, il suo rumore che evoca ciò che farà appeso, suonerà le ore e i quarti ingentilendo il tempo che scorre. Quel tempo.
La stilografica traccia segni, comprensibili e netti. Sono parole che rimandano ad altro, che spiegano sempre in parte, ma il segno ha una sua vita, distinta dai significati di ciò che si legge. Per questo mi piace leggere e scrivere a mano? Grossezza del tratto, asole che si gonfiano e si stringono, t non tagliate, allineamenti e altezze regolari. Dimensioni. Né troppo, né troppo poco. Mi piace scrivere, penso, e di più sui fogli bianchi perché le lettere si succedono orizzontali. Perché rappresentano il mio ordine e mi rassicurano. Corrispondenze tra dentro e fuori. Non è questione di forma, ma di altro dialogo e questo modo di usare i sensi diventa stile, penso, modalità di vita. Nella ricerca di chi si è, il particolare notato è specchio in cui riconoscersi. La fatica senza fretta è dare significato a ciò che colpisce. Non spiegarlo ad altri, ma a me. Ci sono analogie con il sogno in queste corrispondenze, come se esso continuasse nei simboli attraverso il giorno. O viceversa il giorno continuasse nei simboli, nella notte. Perché mi piacciono gli orologi meccanici, penso? Le ruote dentate che si muovono regolari, scorrono come il tempo che misurano arbitrariamente. Guardandole sono pezzi di metallo, precisi, belli a loro modo, insieme agli altri diventano segni, corrispondenze. Perché mi piacciono gli inchiostri, i pennini, i colori? Eppure non sono un buon disegnatore, penso. Quale mancanza sto colmando con le mie passioncelle? Se indago benevolmente, trovo nei piaceri, nei particolari che mi attraggono, cose che si svolgono con lentezza. Che sbocciano. Vita che cresce, che colgo nei particolari. Prima era occultata, poi si palesa. E’ specchio che mi mostra. Cosa? E’ il limite? Non direi, c’è talmente tanto da vedere, sentire, toccare, annusare che mi riporta a me che non c’è limite, penso.
Alla fine, lietamente capisco che non mi conosco, ciò che scopro mi affascina e questo non mi chiude, ma cerca corrispondenze continue con l’esterno. Che esterno e interno si parlano, diventano sé. Ciò m’induce a cercare negli altri ciò che m’assomiglia, penso. Che sia questo una parte del bisogno d’amore ? So che entrambi non si esauriscono, la ricerca e il bisogno, e in questo non finire, non finisco.
Una sorsata lunga, con un colpo di tosse. Succede agli ingordi di vita d’aver bisogno d’aria e di espellerla con violenza. Preparare il pranzo, un rito, una sicurezza. Bricola per la barca. Musica di sottofondo, orecchiette ai broccoli, polpette al sugo. Buone. Così il vino rosso e i pensieri che saltano. Come su un torrente in montagna: da un sasso all’altro, con timorosa allegria. Si apre il pomeriggio, mettere in fila sogni, pensieri, desideri. Lavoro, obblighi. Eh sì ci sono anche quelli nella vita del flaneur. Guardarsi con benevolenza, lisciare il pelo al gatto e leggere ciò che è scritto. E ciò che è scritto è ciò che ciascuno scrive. Fa sentire liberi questo. Si può dire di no, oppure sì, e c’è una sottile soddisfazione nel farlo. Conformarsi a sé. Lasciare che il pensiero corra e pensare a chissà che.