sei giugno

Ieri a Firenze faceva un caldo becco, come si dice da queste parti. E anche qui, nella pianura che si immerge nell’afa a maggio e ne esce a ottobre, non si scherzava affatto. Lo pensavo, mentre il treno bucava la calura e trasportava qualche centinaio di storie incomunicabili e congiunte dalla comune sensazione di disagio. Questo pianeta non ci segue, e noi non lo seguiamo.

Il convegno era davvero interessante e il mio ruolo di moderatore di tavola rotonda, fumoso Così con molta libertà circospetta, come mi accadeva a scuola, sono andato a usma. Termine che indica l’annusare dell’animale indeciso sul percorso, ma che una strada la deve pur trovare. Alla fine e durante, ero contento di ascoltare cose intelligenti e nuove. Perfino troppe, tanto che pensavo: ma dire anche un po’ di sciocchezze come nella vita normale magari alzerebbe lo scontro tra intelligenti e futili, invece tutti intelligenti erano. Però pensavo che fa bene sentire il dipanarsi dell’intelligenza e che anche ascoltare dubbi fa altrettanto bene.

Una riflessione che inopinatamente ho detto, riguarda il potere della scienza. Comunque più piccolo di quanto la scienza pensi rispetto alla politica e molto più grande di quanto essa pensi rispetto al senso comune. La scienza analizza e prova, trova risposte parziali, mentre da lei si vorrebbero soluzioni risolutive e immediate. Insomma si è sempre insoddisfatti dalle risposte che i ricercatori danno, perché la scienza ha un concetto di tempo disgiunto dalla politica e dall’economia, e guarda le cose nel loro evolvere, così questo non è capito dai quei due soggetti, che dovrebbero assicurarle i mezzi e la libertà di crescere. Parlando di sostenibilità ambientale e well-being è facile scivolare nell’apocalittico, e guardarci attorno non ci rassicura, così alla scienza in fondo si chiede di liberarci dalla morte e dall’apocalisse senza fatica e non di dirci: guarda che stai cadendo nel precipizio.

Ci sarà tempo e modo di entrare noiosamente nelle idee sullo sviluppo compatibile, ma ciò che m’interessa è dire brevemente una impressione. Noi siamo la nostra storia e le nostre attese. Abbiamo un vissuto, errori e qualche buon risultato, ma consegniamo la percezione di essere vivi, cioè agenti su noi stessi e sulla nostra realtà, ad alcuni momenti, spesso a fatti esterni a noi. Ed essi pur piacevoli o meno, hanno ormai il crisma della singolarità. Come se l’essere vivi fosse più un’abitudine che una cosa di cui essere grati a noi stessi e a chi ci ama. Il grande sonno senza sogni di quest’ epoca, in fondo è tutto qui: abbiamo chiesto ad altri di sognare per noi, di vivere per noi, di dirci cos’è buono e cosa non lo è. Eppure eravamo, e siamo dotati, di meccanismi che ci spingono ad addentare o succhiare la vita, l’indifferenza e l’assuefazione sono entropia del vivere. Allora della vita cosa ne abbiamo fatto? La stiamo impiegando nel fare o nell’essere vivi ? Insomma vogliamo viverla o no, questa vita che è poi solo nostra? 

l’altro silenzio

Le parole a me amare sono uscite,
alfine,
e non c’è stato più il rovello del presagire,
Nella loro tranquilla furia avevano la nettezza,
e l’ innocenza singolare dei bambini,
O dei chirurghi appassionati.
Così sono andate al cuore
devastando mente e sonno:
proprio come fa la vita nel suo eterno cominciare.

 

caldo notturno

Mia cara, fa un caldo improvviso, aggressivo. Stanotte sono andato a letto tardi, non ho spento subito, come sempre. Leggevo dei racconti di A.L. Kennedy e mi piacevano. Mi sono chiesto che significasse quell’A. L., rigettavo il pensiero a stamattina, però ci tornavo: Anne? Luise? Era comunque una donna, e descriveva gli uomini in prima persona, con la precisione distratta di chi ne conosce i desideri, i tic, le abitudini. Pensavo che ci assomigliamo in maniera imbarazzante e che solo la sguaiataggine ci impedisce di capirlo e metterci un freno. Magari lo chiamiamo pudore, ma è paura di perdere l’unicità.

Poi mi è venuto sonno e ho dormito a sorsi lunghi, con qualche risveglio per il caldo e sogni che caleidoscopiavano, frangevano in piccole stanze di storie. Sconnessi e connessi alla realtà, come sanno fare i sogni. Ho avuto l’impressione ci fossi anche tu. Mi ha svegliato uno squillo di telefono. Anche se mi sono alzato in fretta, non suonava più. Cercavo appigli con la realtà, dov’ero, dov’era il telefono. Al solito posto: lo schermo era nero. Nessuna traccia di chiamate, un’impressione. Non ero ben sveglio, anzi ero ancora preso dall’ultimo sogno. Mi muovevo piano, con gli occhi semichiusi per tenerlo legato. E ascoltavo le impressioni, ovattandole: una luce tenue, grigia e rosa, dalla finestra ,il pavimento di legno sotto i piedi, fresco e amichevole. Passando davanti allo specchio  sembravo senza colore. Mi sono sorriso per un momento, bagnato il viso e poi tornato a stendermi sul letto. Dalla finestra aperta entrava aria e il canto delle allodole. Ho cercato di riprendere il sogno, a braccia e gambe aperte, lasciando che il fresco mi percorresse. Era un entrare ed uscire dalla veglia, come fosse acqua e nuotassi piano. Poi tutto si è annodato nell’ultimo pensiero cosciente del corpo e ho ripreso sonno. Era davvero presto.

p.s. A.L. sta per Alison Louise

terrazze

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Col sole e il caldo, terrazze si sono popolate. Ombrelloni, tavoli, pompeiane rinnovate, lettini. Chi prende il sole, chi conversa e mangia di notte, chi cura le piante. Un bisogno di luce e calore in attesa di vacanze ancora distanti. Si aprono porte e finestre, le persone rendono le abitudini, valori. E le voci sommesse di notte, raccontano storie intime, proiezioni di quotidiano consumato. Subito, senza pensarci troppo, vivere. Come il sole di giorno, anche la notte.

Le terrazze sono il luogo raccolto dove, come da bambini, basta nascondere gli occhi tra le dita per essere invisibili.

c’è chi nasce salmone

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Le notti in cui si attendono i risultati elettorali, sono sempre strane. Se sei nella sede del candidato, guardi i visi, e nella luce che si fa impietosa, vedi la sconfitta o la vittoria, e senti la tua sul viso anche se non ti vedi. Poi pensi che da queste parti accade più spesso di perdere, sopratutto se hai scelto, da sempre, la parte in accordo con le tue idee. E dopo un’ora e mezza o anche prima, sai già com’è finita, però ancora non te ne vai perché speri che qualcosa cambi. Magari arrivi a mattina e i pensieri si svuotano man mano di contenuto, anche la tristezza, se c’è, si trasforma e diventa esame di coscienza e poi si anestetizza. È così anche stanotte, solo che contrariamente a molte precedenti notti  uguali, domani non assomiglierà a ciò che hai vissuto. Il bilancio della vittoria o della sconfitta riguarderà il futuro di chi resta e di chi se ne andrà. Ma chi è nato salmone cosa può fare se non risalire la corrente.

tempo 1.

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La cosa era (è), semplice: scegliere tra caffè dolce e caffè amaro. Girare piano il cucchiaino nella tazzina, osservare il vapore oleoso che si levava e aspirare con calma. Poi, levare lo sguardo e, pensare di avere tempo. Tempo per qualsiasi cosa. Per non far nulla, per fare cose importanti, per scialacquare tempo (passarlo in qualcosa che lo depurasse dalle incrostazioni della fretta), per correre con una meta o per piacere, ma soprattutto per dominarlo, il tempo. E se c’era qualcuno con cui condividere, nel discorso fatto di parole scelte, di risate brevi, di sospensioni con gli sguardi a parlare, lasciare che il tempo si sciogliesse nella tenerezza che si mette quando ci si protende. Sentire allora che si apriva una porta, una finestra, un pertugio, ed entrava luce. E quella luce illuminava le solite cose rendendole diverse. Scomponeva, sgranava, guardava da dietro, o sotto, o sopra, ma alla fine portava all’essenza. Noi, io, eravamo colori separati da un prisma e ricomposti da un altro. E in quello spazio di tempo dominato, in quei colori, tutti contenuti in noi, potevamo dire ciò che emergeva in una sintassi fatta di purezza e di profumo. Parole blu che avevano un significato blu e potevano sgranare verso l’azzurro, il grigio, oppure puntare al violetto e poi al rosso. Parole che si coloravano di significato perché non c’era la fretta di dire.

Il giusto tempo, il tempo per il profumo del caffè, diventava (diventa), modo d’essere.

Essere senza costrizione di fine.

Solo essere. 

ci sarà un giudice a Berlino

Partiamo dalle elezioni e dalle novità della politica (?): le minoranze e il pensiero difforme non conta. Ma si può irridere, trascurare, espungere dalle decisioni una minoranza e chiederne la fedeltà nel momento del bisogno? Sì, se si tratta di sudditi ed è accaduto in ogni monarchia, in ogni dittatura, ma se gli uomini sono liberi, allora questi pensano, fanno bilanci, traggono conclusioni. E decidono. Questo un capo dovrebbe pensarlo, chi vuole esercitare il potere dovrebbe saperlo. Ovunque.

Parlando apparentemente d’altro, in Grecia chi paga la crisi sono i più deboli. Come sempre. E la classe che era media non lo è più. Certo i debiti vanno pagati, ma se si uccide il debitore, i debiti si estinguono oppure lo debbono pagare i figli, i nipoti, e così avanti per i secoli a venire? Non è una domanda da poco perché se uno ruba un po’ paga anche il fratello, se uno sperpera paga anche il figlio, ma se non si è sperperato e rubato perché si dovrebbe pagare al posto di chi l’ha fatto e magari continua ad accumulare e a far denaro? Di queste, e molte altre anomalie, non si discute nella politica dei paesi democratici, che così diventa una politica omissiva, spesso interessata, a volte collusa. Per questo un potere terzo e a suo modo terribile, serve. Serve un giudice a Berlino che giudichi e dica se ciò che viene fatto è conforme alla legge, sapendo che la legge non dimentica l’uomo in ciò che avviene, ristabilisce un ordine che viene violato dall’eccesso e giudica anche il potere. Come nella novella di Von Kleist, dove al mercante di cavalli a cui è stato fatto un torto e che chiede ragione, viene risposto sbeffeggiandolo, bastonandolo in un esercizio di potere che irride. Allora il mercante s’ improvvisa capopopolo, parla ad altri e i torti si riconoscono, e quando questo accade sono guai, perché diventano valanga. Travolgono il giusto e l’ingiusto. Così il mercante, solleva una guerra spietata contro chi l’ha offeso, semina morte e distruzione. Poi tutto viene rimesso in ordine, ma nel giudizio a Berlino, per quanto avvenuto dopo l’ingiustizia, oltre alla condanna, gli viene riconosciuto il torto subito, per cui al mercante di cavalli, pur impiccato, una soddisfazione alla fine verrà data.

Non è necessario arrivare a tanto, ma i motivi per pensare e per decidere con chi stare ci sono tutti: un torto genera conseguenze e non sempre queste sono così marginali da essere inesistenti. E questo accade ovunque, anche in politica dove si tende a perdonare molto e di più. Una magistratura che difenda il diritto oltre la politica, oltre il contingente, serve a tutti perché è la legalità che manca prima della legge. Tutto ciò a dire che i giudici della Corte Costituzionale devono decidere sulla conformità alla costituzione e non sulla convenienza del governo in carica. Qualunque esso sia. Perché sulla legge, e sul suo rispetto, si fonda il diritto del singolo, dei gruppi e la legalità. Le politiche e la convenienza del più forte sono altra cosa.

Finisco con un accenno alla campagna elettorale. Lunedì ci saranno molti vincitori, ma anche molti sconfitti. Credo che chi vuole il cambiamento rischi di stare più tra i secondi che tra i primi. Cos’è il cambiamento? A questa domanda, si dovrebbe rispondere dando fiducia a qualcuno e, nel farlo, sposare una possibilità nuova per i cittadini. Invece se va bene che le cose stiano come sono, il problema non sussiste. E la cosa sembra meno facile dell’evidenza perché se ad esempio nella mia regione, il Veneto, dopo 20 anni di governo di Lega e Forza Italia, il cambiamento è posto in una candidata donna, chi vuole il cambiamento magari obbietta, distingue molto, discetta. Stranamente emergono categorie come la simpatia o l’antipatia, più che una critica su quanto viene proposto di fare. Si potrebbe quindi pensare che quando si dice che le cose non vanno, non è proprio così profondamente vero da motivare una scelta differente. Queste persone, qualunque cosa facciano, saranno sempre insoddisfatte e sconfitte da se stesse, non operando secondo ciò che pensano non troveranno mai chi le soddisfa. Ma questa considerazione sul cambiamento e su chi lo vuole, non vale solo per il Veneto, perché cambiare non ha solo un colore politico, ovvero non lo ha più da molto. Anche altrove, indipendentemente da chi governa se non si è soddisfatti, cambiare significa scardinare apparati consolidati, mutare priorità, sciogliere clientele.

Insomma cambiare, se lo si considera un valore, ha un significato preciso, è discontinuità di azione e di governo, nuovo progetto e nuovo programma. E ciò che si deve decidere è se ci va bene la sostanza di ciò che viene proposto, se esso è conforme ai nostri principi, alle nostre aspettative. Questo è dirimente e toglie ogni alibi a chi vota e a chi non va a votare: ci sono quelli favorevoli alla continuità e quelli che invece vogliono qualcosa di diverso. Il paradosso è che anche nel cambiare si possono scegliere gli alleati e quindi avere altre continuità, altri compromessi, altre politiche che si fermeranno alla soglia del mutamento vero. Non basta dire di voler cambiare, sono i fatti che alla fine parlano ben più delle parole.

una pace intersecata di lampi

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Sta arrivando il temporale. Dal bianco lontano il cielo si sovrappone in dense nubi che infittiscono nel grigio.

Per radio leggono Oblomov. C’è un’ indecisione malinconica nelle parole intrise di mute possibilità perdute. Emerge l’ansia di Stolz per la felicità di Olga: sente che sarà felice se la felicità è di entrambi. Oblomov è distante, le vite si sono svolte e accontentate. Così in quella preoccupazione di Andrej per quel passeggiare muto, per le verità inespresse e temute, una frase di lei, si fa carico di entrambi e rimette ordine nei cuori ansiosi: Infelice? Sì, io sono infelice perché sono troppo felice.

Convincersi del bene possibile come esso fosse assoluto. E farsene una ragione come accade quando la ragione e il cuore non trovano accordo con un’altra ragione e un’altro cuore.

Nel cielo grigio ora ci sono canti d’uccelli e quiete. Brontolii di tuoni e un piccolo vento fluisce morbido come carezza tra i capelli e muove il folto oleandro della casa a fronte. La campana chiama alla sera, ma suona poco, prima di diventare anch’essa vibrazione di silenzio.

Tutto fa un passo indietro,

Quanta pace attorno intersecata di lampi.

il volo

 

 

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d’ali verdi il volo,

in testa un grumo di colore,

e un pensiero che s’inerpica nel cielo.

Lo riempie d’ansia,

di libera quiete,

di frenesia di profumi,

d’ardore che tutto scuote e vibra:

pelle e viscere in accordo,

animale finalmente.

Precipita la vita e sgorga

nel volo che non finisce.

 

era de maggio

Prima ci furono cortei, discussioni, dibattiti, scontri. Ma erano in una parte piccola del Paese, così a molti sembravano cose distanti, che non avrebbero cambiato le vite vicine. E tanti neppure sapevano di che si parlava. Nei giornali si scriveva che erano state confermate amicizie tra Stati, mentre intanto si stipulavano nuovi patti segreti. Questo non si diceva e il popolo non sapeva. Capiva però che comunque, altrove, la guerra era scoppiata. Sembrava ancora qualcosa di lontano, un rombo di temporale che mostra un fulmine senza pioggia e intanto gira attorno.  E così sentivano che non ci sarebbe stato nulla di buono in ciò che arrivava.

Poi qualcuno decise.

Cominciarono i preparativi, le cartoline di precetto, le esercitazioni. Ma anche in questa situazione che cambiava, tutto doveva durare poco. Intanto erano mutate alcune opinioni, per i più convinti c’era una ragione altissima, per tutti gli altri un obbligo e l’impossibilità di sfuggirgli.

Forse questa era la prima violenza.

Scoppiò il 24 maggio e vennero gli addii, che dovevano essere arrivederci. Tantissimi addii, come mai prima ce n’erano stati.

Poi ci furono tantissime giornate senza pericolo e tantissimo pericolo in poco tempo. Ma tutto questo, in quell’abbraccio ai piedi di un treno, ancora non si sapeva. C’era già una lacerazione da lontananza di affetti in chi si abbracciava, un bisogno che cresceva con la paura, e ogni saluto aveva il sapore dell’ultimo. Ogni ricordo nei giorni, nei mesi successivi, sarebbe stato avvolto da quella paura, nata a partire da un abbraccio.

E allora, ovunque, una solitudine infinita avvolse donne e uomini. Non bastava essere assieme ad altri, aver cose da fare, figli da crescere, lavorare. E d’altro canto, al fronte,  non bastava spostarsi o stare fermi, scavare trincee o sparare a ogni cosa che si muoveva. Non bastava perché ciò che doveva finire non finiva, ciò che si desiderava non accadeva, e la solitudine diventava immensa e con essa cresceva un’atonia che prostrava, un dover motivare ogni giorno, ogni ora, ogni minuto la speranza.

Sfuggiva la speranza e restava la solitudine e la paura.

I giorni di quiete al fronte erano tantissimi, mentre quelli della paura infinita, pochi, ma così concentrati che le vite si consumavano a balzi di dieci, venti anni in un giorno, in un’ora. Quando tornarono, chi tornò, erano tutti vecchi.

Una cosa già si sapeva il 23 maggio: sarebbe accaduto un disastro. Ma anche un disastro si spera passi presto, che le cose tornino come prima, ciò che non si sapeva era che sarebbe durato talmente tanto da non avere mai fine. 

Per questo una banchina di stazione dovrebbe diventare il simbolo, il sacrario delle speranze infrante.

Il luogo in cui gli affetti si saldarono in un abbraccio che era l’unica cosa umana in tutto quello che stava accadendo.