lettera della domenica sera

C’è un po’ di malinconia in ciò che scrivi, anzi è proprio malinconico. Poi mi ha parlato del suo libro, che sta andando bene e che ristamperanno. Tu sai che il mio non verrà ristampato ed è vero che è malinconico, anche se mi pareva, scrivendolo, la malinconia gioiosa di chi racconta un po’ di sé e un po’ quello che è stato, senza rimpianti veri e con la speranza di un futuro che continui la sua storia. Noi non siamo mai cosa, ed è vero che l’ ultima passione offusca le precedenti. Purché sia vera. Con l’età abbiamo bisogno di non raccontarci più balle per non scivolare nell’apatia del tutto uguale.
Così in questa domenica sera, anziché di me e dei miei sogni, ti racconterei la compatta forza del ciliegio che fuori stringe le sue gemme e oscilla alle folate del burian. Ti racconterei il sommesso scorrere del fuoco nel camino, la sua richiesta di attenzione senza fretta, la musica di Bach che non è mai la stessa e che si sposa con l’umore mutandolo. Ti racconterei le mie letture che saltano tra curiosità e passioni e così evidenziano il tempo e la necessità di non subirne la tirannia. Il tempo non può scegliere per noi, è questione di dignità e bisogna ricordarlo.
Forse lo pensava Katherine Anne Porter che guardo in una fotografia in cui è evidente la sua notorietà. Così ti racconto di lei e di come la vedo in una di quelle pose da terza di copertina che usavano gli editori e i fotografi di Life, negli anni ’50, con la luce davanti, il fondo scuro nel bianco e nero che accenna a libri e quadri. C’è un paralume plissettato di color ecrù, le tre luci sono spente, eppure la Porter legge seduta alla scrivania, controluce. Si intuisce una macchina da scrivere nascosta dal foglio che tiene in mano. Altri fogli sono sparsi sul piano, il messaggio che il fotografo vuole trasmettere è quello di un nuovo libro nel suo farsi. Ma è lei che vorrei descriverti. Ha sopracciglia curate e sottili, un viso bello, la fronte troppo ampia per un bianco e nero che la confonde nei capelli biondi. Al collo porta un filo che presumo d’oro, e finisce in un pendaglio. È il triangolo che lascia vedere della sua pelle, il tener per sè e per chi sceglie ciò che la riguarda. Il resto. Oggi si usa meno. Però lei molto dice nei suoi libri, è già famosa e sa di essere brava, si è prestata a questa foto come si presta ai cocktail, alle presentazioni, alle cene ufficiali. È bravissima, tra le grandi scrittrici americane, eppure non può sapere che la sua scrittura sbiadirà sovrastata dal clamore di troppe parole di altre e altri. Posso immaginare un suo sogno che è quello di poter essere normale pur restando ciò che è, ossia una persona che ha un dono speciale: quello di raccontare le vite che non si raccontano. La piega della bocca, appena piccola, rivela un intento senza allegria. È perplessa, adesso deve fare questa foto, ma il pensiero è lontano, incerto tra un futuro che dev’essere creato e un presente a cui non è possibile abbandonarsi. C’è fatica nel dire, e dubbio, e perplessità perché chi scrive è giudicato.
Fuori della posa e della fotografia continuerà a scrivere mettendo un molto di sé, e qui sbaglia chi pensa che ci sia solo ricordo nello scrivere, no, ci sono molte delle vite possibili, quelle che sono state precluse o vissute in parte. E così in ogni grande scrittore, c’è moltissimo di sé, ma sparso ovunque, con la dote di essere più d’uno e mai intero.

Fuori il vento scuote gli alberi con violenza, si infila sotto le porte, i prossimi giorni ci racconteranno i danni e li attribuiranno all’eccezione, mentre sappiamo che non è cosi, ma mutare, come scrivere, costa fatica. Meglio farsi raccontare la realtà che viverla. Anche questo porta malinconia quando ci si rende conto d’essere inermi e volutamente muti. Ignavi, insomma.
Comunque questa storia della malinconia è vera, tienne conto. Che sia una serata buona per entrambi e che i sogni spingano il giorno.

inutili consequenzialità

Avrei a disposizione una poesia dell’attesa, alcuni biscotti poco zuccherati e pieni di passato, una tazza di caffè e una parola a cui girare attorno. O raggirare. Invero fuori c’è dovizia di cose, una luce verticale, umida e netta come la gravità della pioggia, le linee dei coppi sui tetti, finestre assortite e ombre fugaci piene di daffare. Posso aggiungere i rumori tenui e rispettosi del vicolo, le intimità facoltative di sguardi distratti su tende poco chiuse. Un mondo limitato che si apre, che espira e si sofferma stupito nella magia che precede. Cosa? Qual è l’attesa e quale la parola. Nel mettere frasi piccole, descrizioni di azioni asciugate dal troppo, nell’uso discreto delle congiunzioni e delle virgole, si dipana un pensiero. Non è un’armata che a ranghi serrati procede da noi verso il mondo: il vicolo non lo tollererebbe e neppure il corso che lo accoglie sarebbe capace di districare il tumulto dei pensieri, delle sensazioni, dei ricordi, delle attese, dei contenuti, dei desideri e delle delusioni. No, avere un’accalcarsi di immagini non gioverebbe a chi legge, ma neppure a chi scrive. Per queste cose serve una poltrona comoda, la tazza di caffè nero e bollente, e lasciar scorrere il fiume che c’è dentro. Non interessa la piena ma il fluire ordinato. A volte neppure quello. Sono nell’ipotassi o nella paratassi? Se dovessi descrivere le cose che ritmano il giorno meglio sarebbe non perdersi nelle subordinate. Un diario asciugato che scandisce gli appuntamenti, corredandoli di piccole note. Un’impressione, un risultato, un rimando, oppure il nulla di un’ora. Le ore scritte perdono la loro efficacia nello scriversi: chi c’era dietro quell’incontro, cosa c’era attorno, e come ne siamo usciti? In un diario d’inessenzialità come sono gran parte delle nostre giornate, si collocano piaceri senza traccia e doveri sottolineati. Abitudini spensierate, costrizioni che non costruiscono ma tengono assieme come colle che simulano la continuità. Di tutto ciò che riempie ed è daffare, si rischia di restare senza nulla. Di accorgersi che la fine della settimana, o del mese è più un affare di stagioni che di mutamenti che ci riguardano. Eppure c’è una sopravalutazione del mutamento. Si dice che il cambiare spinga verso una felicità che ora non c’è. Si dice eppure si persegue l’immobilità o il cambiare impercettibile che assicuri la persistenza di ciò che si conosce. Dal personale all’impersonale, dall’io al noi procedo, come questo fosse il criterio per riconoscersi eguali. Almeno un  poco, non nell’oggetto, ma nei modi, nell’esperienza che s’assomiglia. Il mio caffè con un biscotto che compro da quando ero ragazzo è l’idea del caffè di tutti, il meditare e il lasciar scorrere la libertà del pensare oppure il distratto assumere la caffeina necessaria alle prossime ore, al prossimo impegno. Fuori nella terrazzetta, battono sulla ringhiera i cd che dovrebbero allontanare i colombi, suonano i piccoli tubi che annunciano le brezze, vortica una girandola. Artefatti tra le erbe che ancora esitano, gli stecchi che forse rifioriranno. Questo è il pensiero segmentato per la paratassi, un seguire le fila che portano da qualche parte, ma quale essa sia non è dato conoscere, però si può goderne. E non è poco.

la colonna sonora era quella che c’è qui sotto, e i versi dell’attesa meglio attenderli.

 

17.53

Erano circa le 17.53 e si preannunciava una serata intensa, ma soprattutto arrivava un tempo pessimo. Quel circa le 17.53 potrebbe far pensare ad una mia mania di esattezza, in realtà era l’ora inesatta del computer che era diversa da quella dell’orologio al polso e ancora diversa da quella della sveglia. Le 17 sono l’ora in cui il pomeriggio diventa sera, il tempo dei poeti che meditano sulla polvere, il tempo della stanchezza dopo il lavoro, il tempo in cui si esce per incontrare qualcuno. È il tempo in cui gli amanti si pensano, le gambe si avviano, le spiagge d’estate si vuotano e chi è in montagna ritorna. È stata autorevolmente sostenuta l’inadeguatezza di quest’ora per cose solenni, per l’inizio di ostilità, per concludere trattati. Alcuni ne hanno ravvisato la funzione di osmosi tra il pomeriggio e la sera, cioè il modo per lasciare che i contenuti utili al prosieguo del giorno possano avere la loro centralità e quindi esprimersi totalmente. È una tesi suggestiva, seppure di scarsa utilità perché pare che non si filtri nulla del tempo e delle giornate ma bensì tutto scorra e se vada per suo conto. Che poi è anche il nostro conto. Comunque gli alberghi ad ore alle 17 registrano una caduta degli arrivi e un crescendo di partenze e questo dovrà pur significare qualcosa. Le circa 17.53 sono nel frattempo diventate le circa 18.04. Altra ora impossibile per chi voglia leggere qualcosa che non sia un quotidiano; a nessuno viene in mente di affrontare un romanzo a quest’ora, però un film al cinema ci potrebbe stare. Sono belli i film alle 18, c’è una fauna di pensionati e di sfaccendieri, cioè persone che non si curano di fare, che amano il cinema o sono semplicemente interessati alle labbra e al corpo della persona a fianco. Sono belli questi film perché ti fanno transitare dalla luce o dalla modesta oscurità della prima sera, alla notte e quando esci sei ancora intriso delle vicende del film e il traffico, le luci, le persone, la stessa coppia che si era dedicata con molta attenzione al benessere specifico, appaiono differenti. È la stessa sensazione che si prova quando si arriva di sera in una città sconosciuta e devi trovare l’albergo, o la casa o almeno un luogo per attendere una coincidenza, e nel frattempo tutto è estraneo, ma al tempo stesso sembra ti debba chiedere qualcosa. In fondo ti chiede chi sei, ma si capisce che non gli importa molto. E a te questa cosa un po’ dispiace perché oltre a non riconoscere ciò che ti sta attorno capisci che non interessi a nessuno. A meno che tu non faccia parte della coppia di cui sopra. Le circa 18.18 sono l’ora perfetta in cui sfumano le possibilità, il film è già iniziato, l’articolo è finito, per la cena è presto, si potrebbe scrivere. O telefonare.  Che bella questa parola ormai in disuso, telefonare, mandare la voce distante, tele fonare. E non solo la voce, musiche, silenzi, perplessità, scoppi di riso e di pianto. Voi vi aspettate che io vi dica che non si telefona più. Ebbene è così, contenti? Mi rendo conto che la prevedibilità non è una buona dote per uno scrittore. L’alcolismo era una buona dote, il feticismo degli oggetti, la capacità di mutare il senso delle parole, la costanza (D’Altavilla? chi era Costanza d’Altavilla, su, rispondi, non consultare Wikipedia. Non hai studiato a suo tempo, eh, e neppure sei siciliano e adesso non recupererai più. Resterai come sei, come ti sei fatto, alle 18.23 di una sera che non promette nulla di buono per il tempo e dovrai decidere se uscire o meno verso noccioline e aperitivo. Ma leggiti qualcosa su Costanza d’Altavilla, la madre di Federico II e ti sembrerà un romanzo, anche perché dove trovi misteri a josa, colpi di scena e una gravidanza a 40 anni con un marito di cui si dubitavano le doti segrete nel talamo?). Dopo una parentesi così, con pure il talamo in mezzo, si sono superate le 18.32. Circa. Fuori è notte. Fa freddo. Sta arrivando il burian, vento freddissimo siberiano che polverizza la neve in cristalli e la lancia sui visi attoniti di tanto cambiamento climatico. Ma non doveva essere caldo tutto l’anno? E invece il marito della buriana ovvero la tempesta che improvvisa prende le vele, le squarcia, scuote le finestre e le porte delle case, le irrora di acqua gelida, piega gli alberi, si annuncia per folate che sollevano e avvolgono senza alcun bene né rispetto, sta arrivando. La buriana che portò l’inverno del ’29, ma anche quello del ’96, corre verso questo lago che ci ostiniamo a chiamare mare, sta correndo contro le ore, contro le correnti caldo umide dell’Africa, che noi amiamo molto in inverno e nelle stagioni di mezzo, mentre pare che molti amino solo il caldo ma non amino i profughi dall’Africa. Ma come, preferiresti solo i lupi siberiani, allora? Prendi l’uno e anche l’altro, si compensano e non preoccuparti che poi se ne vanno perché in fondo qui si sta bene ma solo se ne hai i mezzi per star bene altrimenti stai male come dappertutto. Intanto la buriana sta correndo perché qualcuno le ha aperto la porta e questo è il cambiamento climatico. E così mentre attendo che arrivi il suo preannuncio, leggo, guardo il buio, conto le luci delle case vicine, vedo preparare le prime cene e rimando l’uscire a un tra poco. Quando saranno circa le 20, e allora, forse, il burian sarà giunto o forse no, ma intanto guarderò chi esce dal cinema vicino, vedrò le loro facce sorprese, mi godrò lo spaesamento che ben conosco e l’affrettarsi verso una casa, una pizzeria, un letto. Tutto questo per un moto e un essere presi che è stato trattenuto dentro a un cinema, in una vicenda che non c’entra adesso e spaesa. E allora… Qui ci dovrebbe essere una morale o una fine, oppure un riassunto circolare di ciò che è accaduto. Resta alla fantasia di chi scrive concludere o meno, e questo non è magari un modo per instillare un dubbio, mettere una piccola certezza, farsi una domanda? Sono circa le 18.45, tutto deve accadere nelle vostre vite, guardatevi attorno. E guardatevi dentro, se ne avete il coraggio.

percepire il limite

Bisogna stare attenti a non esagerare. Percepire il limite. Vale ovunque e con chiunque. Anche con noi stessi. C’è sempre in agguato una ferita mai rimarginata per davvero, e non conta se siamo stati noi a farla. Quei piccoli segnali si dovrebbero cogliere, evitare le piccole nefandezze della disattenzione,  oppure lasciare che tutto accada come deve. E se non si coglie la necessità della cura, allora va bene consumare. Non è forse il consumo che ci viene insegnato? Il consumo come motore della crescita, del movimento. Dicono. E nessuno guarda molto i fiori delle scarpate, neppure li coglie. Strano, sono pieni di poesia e vengono riempiti di rifiuti.

non assomigli

Tu non sei come, non assomigli.
Tieni stretto il bacio, la carezza, il grido,
ciascuno dici, con silenti parole, mai prima consumate,
così distingue e poi confonde, la grana d’un piacere, la briciola di te donata,
e ciò che nel farsi disgrega e svela.
E svelare aggiunge domanda alla promessa del mai toccato e domo.
Di te sgorga la liscia pelle,
la piega, il desiderio prima dell’includere accogliendo,
così il tempo che raggruma e scatta
perde senso nell’incontro
s’annulla e già attende
da te insaziato, il dare.

che nessuno possa dire

Che nessuno possa dire che non c’abbia provato, 

non i nemici, troveranno altro per sminuirmi,,

non gli amici, che facendosene una ragione, lascerebbero a me il rimpianto,

non io stesso, che tra stanchezze ed entusiasmi, dovrei pur giustificare il fatto,

d’ una possibilità che ha volato, e che ciò che poteva essere, non è stato.

Eppur conscio che non tutto è possibile

e neppure dato,

a una certezza non rinuncerei,

ed è nel molto che mi grato,

nel consapevole amore che mi viene dato.

Non rinuncerei all’amore, 

al rischio della forza ad esso mescolata,

allo sconvolgere che appresso s’è portato. 

Non rinuncerei sapendomi

finito, perplesso, limitato, 

non rinuncerei vedendomi

trafitto, svelato e poi cambiato,

non rinuncerei, pur umile di me,

per esser sicuro almen d’aver provato.

 

il tango del silenzio

Per scoppi, come se nel ventre oscuro s’accumulasse un’infinita bolla. Così lo specchio nero del mondo da lì sale, per vie oscure, sublima in rocce polite, in creste taglienti, e il mondo ci attraversa e guarda sé, neutrino che segue un pensiero senza limite. E non si cura, non ascolta se non per sue vie che radicano infinite, che non fanno domande, non si voltano e procedono mentre attendono un passo.

Mai è il suo nome mentre interroghiamo il caso, seguiamo la possibilità e la chiamiamo speranza. Mentre parliamo al suo posto, mettiamo in bocca le battute al monde e aspettiamo parli mentre il silenzio diventa insopportabile e allora di nuovo la parola, la nostra, riempie un luogo, risuona nelle nostre orecchie. Miracolosa la parola fino a un nuovo silenzio, fino ad un’ abitudine interrogante che tace e rapprende il poco che resta nell’aria e in noi.
Così il silenzio accompagna a lungo e poi quando trasuda non finisce a tempo debito. Il tempo non ha debiti, casomai crediti e chiede conto mentre in disparte s’accumula il non fatto o ciò che dev’essere ripensato e ripreso in un interminabile gioco dove ciò che si scarta è sempre maggiore di ciò che si sceglie e però non scompare, ma sta quieto, in attesa. Di grandi coni d’infiniti grani è fatto ciò che resta in disparte. Ne vidi di enormi nei porti, si stagliavano contro il cielo, limitati solo dalla gravità e dall’attrito tra particelle. Poteva essere grano o zolfo, e allora il colore giallo riempiva l’aria d’indebita allegria, oppure era carbone lucente e grasso che assommava all’aria polvere e piccoli mulinelli e tingeva cupo il cuore, o minerali di ferro, rame e manganese che beffardi riflettevano la luce in caleidoscopi rivolti al cielo,  o ancora coni di rottami tagliati da trance impietose, ridotti a parvenza di ciò che erano stati funzionanti, ma vivi nelle tracce dei colori che li avevano vestiti erano arlecchini di passato, e mentori e presaghi, indicavano. E quei coni enormi nati da benne indifferenti, erano acquattati in attesa d’un nuovo essere. Così è il tempo che non si compie, che non ha un fine e una linea: granuli e gravità che rotolano in nuovi equilibri e levigano le forme. Capsule d’attesa in un porto e possibilità scartate prima che divengano rimpianti.

Così il cuore è un cono che si staglia verso il cielo e ha innumeri grani che danzano nel silenzio d’una musica d’attesa.

 

il tango del silenzio

Perché ora ti fidi, hai detto che non finiresti più.

Forse era la sfrontatezza sicura di chi attende,

o la luce che sorride dell’ignota possibilità

e del segreto d’una scaramanzia in attesa d’avverare.

Allora, nel suo fidarsi, il corpo s’è disteso: 

dismessa l’arroganza il seno 

il viso interrogava in attesa d’espressione,

e intanto, in un silenzio sorridente, hai porto la guancia,

perché era ora d’andare.

E di scoprire almeno il poco e l’importante

di ciò che s’era trascurato nel mettere da parte.

 

 

vicolo dell’anima

Avevo diverse cose da dire, pensieri che si rincorrevano seguendosi e poi tornando daccapo. Nel mio scrivere circolare in fondo torno sempre sui miei passi, come faccio in città cercando vicoli e percorrendoli fino in fondo. Abiti in un vicolo, direte, allora sarà per questo, e invece no, è la tangibilità del limite che m’interessa, la costrizione a guardarsi attorno, in alto perché avanti non si può andare. I vicoli nascono per qualche abuso perpetrato chissà quando: qualcuno ha deciso di mettere una casa dopo un giardino, di chiudere una strada. E qualcun altro gliel’ha lasciato fare. La città ne ha molti, alcuni dopo portoni altosonanti, altri anonimi e solitari. Quella del vicolo è una bella metafora di ciò che sta accadendo attorno a noi: si chiudono strade che prima portavano pensieri, diversità, saperi e chi potè (o può), vi installò la sua casa. È l’arteriosclerosi della società che mentre rende facile il viaggiare rende difficili i cammini individuali e interiori. Guardavo il vicolo dove abitava mia zia, neppure quello era un vicolo perché prima era una strada: strada vecchia. La vecchia toponomastica  ancora affissa lo dice: vicolo vecchio, già strada vecchia. Adesso c’è un cancello di ferro e il vicolo non si può più percorrere. In fondo a quel vicolo c’è una villa e un altro cancello impermeabile alla vista. Lo so per averci passato i pomeriggi vicino. Poi ci fu un fatto terribile, che accadde quando ero ragazzino, il proprietario della casa durante una gita in montagna, uccise i figli e la moglie e poi si suicidò. Dissesti finanziari, dissero in casa, ma c’era molto pudore nel parlarne. Non credo che quanti abitano nel vicolo, ora un cortile, sappiano di queste cose. Arrivano, aprono un cancello col telecomando, aprono un garage con un altro telecomando e salgono nelle case: prigionieri e protetti. Un tempo in quella strada giocavamo in parecchi, in tutti questi anni in cui guardo sotto il volto di accesso, non ho mai visto un bambino che gioca oltre l’inferriata. Tutti prigionieri.

Per rifarmi la vista, allora, ho percorso un altro vicolo vicino. Misterioso come il suo nome, tabacco, però stretto e corto come quelli del monopoli. In fondo ha il solito cancello di lamiera banale e gli alberi che spuntano oltre i muri con i cocci di bottiglia. La strada scivola tra muri e usci che danno sull’acciottolato antico, fatto di sassi della Piave, come si diceva un tempo, e le case s’inerpicano a cercar aria. Questo è un vicolo, talmente stretto da rendere inutili i cartelli di divieto di sosta, però il guardar alto rivela un ponte tra case, pietra traforata e una stanza di passaggio: hanno tentato di chiudere il cielo e non ci sono riusciti e così ne è venuta una continuazione del portico sul corso. Una finta, insomma, e pure riuscita a mezzo. Ovunque giardini pensili in queste minime strade, e subito la sensazione di essere arrivati al fondo dell’orizzontale.

Stamattina camminavo con intenzione curiosa e mi accorgevo che la città che avevo in testa non era la città reale. La mia è una città di fatti, di relazioni, di presenze che si conoscono, scambiano, confrontano e quella che vedevo era una città che fuggiva da sé. Non la città dei futuristi, neppure quella della storia, così presente in queste strade, ma una città che si chiudeva, che girava il capo e non ascoltava.

Ora serve l’eccezionale per smuovere le spalle, far girare i passi, mentre è il quotidiano, così pregno di realtà, che dovrebbe portarci in un vicolo dell’anima, costruito con pazienza e aperto dentro di noi per riflettere su dove si sta andando, guardare in alto e attorno, riconoscendo con meraviglia che non sappiamo dove siamo. E in fondo, nel giardino segreto, coltivare le piante che fanno bene, un orto dei semplici da aprire a chi bussa, un condividere per aprire una strada oltre noi che abbiamo capito il concetto del limite. E allora anche un vicolo avrebbe un senso e uno scorrere.

sono solo parole

La voce alterna momenti di quiete ad accenti di forza, incespica, torna indietro, precisa e ripete con più forza. Le immagini commentate mostrano edifici integri e rovine, ciò che c’era e ciò che è rimasto dopo una furia. Le furie. La leziosità delle dissolvenze, degli accostamenti eruditi, non toglie nulla alla drammaticità delle macerie. La voce racconta e la mente immagina, ricorda ciò che ha visto, associa momenti, letture, fatti, odori, sensazioni provate. La letteratura, il già letto di altre distruzioni, assiste un’idea insita nel dis farsi, come se la storia e la stessa identità spesso evocate nelle parole, fossero già scomparse da molto tempo, colpite da una maledizione che ha reso immemori i custodi. Chi si duole per tanta rovina è chi conosce e ricorda, spesso lontano e straniero, mentre chi è nato, vissuto accanto alla bellezza, non ne è stato contagiato, non è migliore ma indifferente. Per molti dei presunti eredi di un mondo che sta sui nostri libri di arte e di storia, quel passato non è mai esistito.

La voce continua ad esplorare le immagini e a cumuli di pietre si sovrappongono altri cumuli, finché tutto diventa indistinto e grigio, come se la natura, la roccia si fosse ripresa ciò che era stato a lei tolto, scavato, inciso, abbellito, per diventare segno d’intelligenza e di sapere acquisito alla ricerca di un’immortalità presunta che già aveva abbattuto e consumato ciò che l’aveva preceduta. Tracce che scompaiono. È la raffigurazione di un mondo senza l’uomo: c’era una stanza in cui le passioni e l’ira si sono scontrate, i mobili sono divenuti riparo e oggetti contundenti e alla fine nulla si è salvato. Non ha vinto nessuno. Non ci sono neppure i corpi, le ferite evidenti nella carne, c’è il vuoto, l’assenza che ha concluso una storia difficile e comune dove le rovine sono solo pietra che non dice nulla, o quasi della fine. Certo c’è qualche rocchio di colonna scanalato, la voluta di un capitello, una testina staccata malamente da una scheggia.  Lì vicino ricordo un cammello che si coccolava al cammelliere, la grossa testa che cercava carezze e i grandi occhi che sbattevano buoni. Era tutto falso, bastava sparire dietro una colonna e il bastone si alzava e picchiava sulla gobba, sulla testa per togliere quell’attenzione non voluta. Era questa la cultura che veniva dalle sabbie, che si era radicata in possanza di archi, in templi immani, in teatri perfetti? Questi erano i predoni che avevano già depredato e poi s’erano fermati incapaci di andare altrove, vivevano perché giusto vivere ovunque ci sia un posto in cui fermarsi. La voce parla delle razzie ulteriori, dei collezionisti che acquistano ciò che viene trafugato, pezzi che verranno nascosti in caveau, testimonianze prive di contesto, divenute eccezione, abbellimento e privilegio. Wunderkammer per ricchi in cerca di meraviglie, per pochi sodali che forse capiranno oppure semplicemente giudicheranno un’eccentricità quell’accumulare oggetti alieni.

Chi ha convissuto è stato privato della memoria di una bellezza che ora vaga in cerca di salvezza e non si cura di nulla, non è importante. La normalità è con rovine e pecore, quella è la pace: come nelle incisioni del Piranesi.

Una voce commossa chiede delle città morte alla voce che narra. Bombardate anch’esse, cancellate, perché in esse ci poteva essere vita. Non è una metafora è la realtà, e le parole sono solo parole.

E già questo era troppo:

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piccoli segni

 

Piccoli segni. Il crepitare delle foglie troppo secche, un fruscio nel lavandino che preannuncia lo scivolare del piatto tra l’acqua saponata, L’orologio funziona come crede facendo le stesse cose. Dilatazioni e restringimenti d’anime di cose. Potrebbe essere la stagione che sciorina ottobrate senza pudore oppure il rumore di un bacio dietro l’angolo. Pulviscolo danzante nell’aria. Sole basso e rosso, che illumina foglie denudate dalla folla sui rami. Poche e meravigliose di connessioni sottili, di nervature che irradiano da una spina dorsale, poi il picciolo, già quasi legno e il ramo che s’aggrinza di strati verso un cuore tenero. Pensano al volo.

Nel bussare sui vetri la luce ha un fare sommesso e deciso, come avesse da fare altro se rifiutata. Lontano, lo so, dispongono e spingono persone dai pensieri antichi e bambini, ad accoglierla. Ma non è troppo lontano, è appena fuori le mura, nei giardini e sotto i portici. Ieri una signora ha levato il capo e sul ponte dove cadde la città e s’innalzò una tirannia, ha visto la luce danzare sull’acqua. Ti è tirata ritta sul carrettino della spesa e ha additato le scie delle anatre tra le case immerse nell’acqua: c’era un brillio di creste arrotondate, un segnare che si ricomponeva, ma intanto frangeva i riflessi e l’oro diventava verde e poi ancora oro. Bello, e immane come la natura, ha detto. Ed è rimasta a guardare verso la torre granda. Verso ovest, dove il sole racconta il meriggio e la realtà pensa d’ adagiarsi nel sogno. Attorno, s’è formata una piccola coda di attenzioni che cercavano di rubare l’attimo con un telefonino. Le scie si erano ricomposte ed ora, dietro a loro, ciottoli antichi rilucevano per attimi prima di ritornare color del ferro. Ma non le vedevano.

Il sangue ha il sapore del ferro, lo sapevi? ha detto uno dei due bambini che hanno proseguito parlando verso qualcosa che non s’intuiva. Liberi, come il pulviscolo, che parla felice e racconta, mentre attorno s’affollano piccoli segni.