L’estate s’era definitivamente raccolta nei baccelli ormai secchi. Tempo di castagne, fagioli messi a seccare per tempo sul balcone, ora bollivano in pentola con il sedano, la cipolla, l’aglio e qualcuno di quegli aromi che ancora resistevano nei vasi. Ma poco. Le mani avevano una intelligenza che si muoveva libera, mentre l’altra intelligenza, pensava, guardava, ricordava. Il tempo veniva progettato a breve in un contenitore lungo, la vita. Un tempo infinito fatto di segmenti dovuti, necessari, piacevoli. C’era la domenica, il sabato la preparava, qualche festa disseminata sul calendario, il pranzo che mutava seguendo la stagione e ciò che essa offriva. Le pietanze possedevano intelligenza e saggezza, in ogni molecola c’era un profumo da estrarre, un nutrimento da elargire, un prepararsi alla trasformazione. E a questo serviva tutto quel mondare, ridurre in parti eguali, pigiare, distendere, attendere. La lentezza del nutrimento era connaturata al suo farsi altro, diventare parte di quella cultura trasmessa che aveva nomi particolari, tempi necessari, segreti. Ogni famiglia aveva un segreto che aggiungeva sapore, identità, e che pur attingendo alla stessa fonte rendeva il gustare differente, particolare, desiderato e ricordato. In questo stava la saggezza del preparare un pranzo, un dolce, una conserva. Era anche la stagione delle passate di pomodoro, dei pentoloni colmi di quel mare rosso pieno di futuri connubi. Un mare pericoloso che lasciava segni nelle pentole d’alluminio, che doveva essere travasato in fretta, chiuso nei vasi e messo a riposare per la scorta d’inverno. In tutto questo non c’era la pornografia del cibo attuale, la ricerca del sapore e della forma del benessere si metteva nei piatti secondo il bisogno, attente quelle mani a dare ciò che era appena più che necessario. Al servizio di chi si nutriva senza sopraffare, condividendo un’ approvazione in cui non c’era un dominus ma un dialogo che poteva anche mutare il piatto, ma alla pari, con creanza. Della calda stagione restavano le conserve, le marmellate, i legumi seccati con perizia, le farine, i tuberi e le mele. Il resto si sposava, amalgamava, bolliva e sobbolliva, come quelle carni che restavano tanto a lungo sulle cucine economiche da essere sempre tenerissime. E non si conservava se non per poco, quindi tutto era a misura come gli abiti. In una famiglia si sapeva quanto sarebbe stato consumato e il tempo era breve per tenere da parte e lento nel fare. Pazienza, misura, conoscenza, insomma le parole della cura. Forse per questo era tutto al femminile, dal preparare sino al porgere, con il gesto gentile che sottolineava un rapporto. Non c’era esibizione ma intimo compiacimento, segreti da conservare, astuzia, confidenza da trasmettere e da portare con sé: il preparare un pranzo, allietare una festa o scandire una giornata, il nutrire era qualcosa che si portava ovunque, appresso. Come la gentilezza e l’educazione, la dignità e la consapevolezza d’essere parte di un unicum che si snodava nelle generazioni passate, su, su, fino alla notte di un qualcosa che aveva generato ciò che si era. Per altri e per sé, questo il senso dell’esserci e della cura.
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ancora, prima della notte
Togliendo l’io che resta: una constatazione quasi d’impotenza. Nella stranezza dei discorsi quella prima persona plurale è così ardua per capire quanto e come includa un eguale sentire.
Così mi rivolgo a te che capisci, allora.
Tu che hai disagiate modalità, versi incombusti da bruciare, parole trattenute, pensieri inconsulti di contesto. Tu che sostituisci il gesto e il tatto alla parola e poi metti profumo in un verbo. Tu che hai il soggetto nei piedi e nel cuore, che agiti la testa per scuotere i capelli e tieni in gran conto i riccioli ribelli. Tu che insisti senza dire, che lasci parlare gli occhi, che accarezzi le cose pensando agli amori dispersi nella corsa. Tu che hai colto senza cogliere, trattenuto un respiro che scioglieva l’aria, spartito l’acqua dicendo questa è la mia parte. Tu che non lesini, che giri in tondo per danzare e sposti una sedia senza far rumore. Tu che guardi e pensi altrove, mentre lasci che il tuo corpo splenda alla luce. Tu che righi il vetro come la pelle, che chiudi una porta senza far rumore. Tu che non usi la punteggiatura, che bevi l’aria per unire le parole. Tu che sei attenta all’indolente muovere d’una coccinella, che guardi il gatto e questo abbassa il capo. Tu che conosci la strada tra un letto disfatto allegramente e una sedia con la luce che illumina le spalle. Tu che scrivi sui margini dei libri, che semini aromatiche per i giorni che verranno. Tu che non guardi la scadenza delle tisane e mentre scaldi l’acqua pensi all’ultima birra, all’ultima sigaretta, all’ultima riga letta e piangi di bellezza. Tu che hai aperto il cuore e non l’hai rinchiuso. Tu riconosciti se puoi, se vuoi, ma non importa perché tracce di te sono in ogni sogno, in ogni sguardo attento, in ogni giorno che vuol venire, in ogni passo che trasale l’ombra. Tu, ovunque, ancora, prima della notte.
e più o meno detto in altro modo:
Tu che hai disagiate modalità, versi incombusti da bruciare, parole trattenute, pensieri inconsulti di contesto.
Tu che sostituisci il gesto e il tatto alla parola mentre metti profumo in un verbo.
Tu che hai in gran conto il senso e lasci lo scorrere dai piedi al cuore annodandolo in un pensiero.
Tu che agiti la testa per scuotere i capelli e tieni per te i riccioli ribelli.
Tu che insisti senza dire, che lasci parlare gli occhi, che accarezzi le cose pensando agli amori dispersi nella corsa.
Tu che hai colto senza cogliere, trattenuto un respiro che scioglieva l’aria, spartito l’acqua dicendo questa è la mia parte.
Tu che non lesini, che giri in tondo per danzare e sposti una sedia senza far rumore.
Tu che guardi e pensi altrove, mentre lasci che il tuo corpo splenda alla luce.
Tu che righi il vetro come la pelle, che chiudi una porta senza dire una parola.
Tu che non usi la punteggiatura, che bevi l’aria per unire le parole.
Tu che sei attenta all’indolente ancheggiare d’una coccinella, che guardi il gatto e questo abbassa il capo.
Tu che il mare guarda e si ritrae e poi torna.
Tu che conosci la strada allegra tra un letto disfatto e una sedia con la luce che illumina le spalle.
Tu che scrivi sui margini dei libri, che semini aromatiche per i giorni che verranno e sorridi alla prima foglia.
Tu che non guardi la scadenza delle tisane e mentre scaldi l’acqua pensi all’ultima birra, all’ultima sigaretta, all’ultima riga letta e piangi di bellezza.
Tu che hai aperto il cuore e non l’hai rinchiuso.
Tu riconosciti se puoi, se vuoi, ma non importa perché tracce di te sono in ogni sogno, in ogni sguardo attento, in ogni giorno che vuol venire, in ogni passo che trasale l’ombra.
Tu, ovunque, ancora, prima della notte.
ti parlo della pioggia
Questa notte, era prima dell’alba, è iniziata una pioggia violenta, continua. Si sentiva sul tetto in lamiera, sulle persiane chiuse. Insisteva per scrosci e ventate. Nel cortile c’era un rumore di ruscelli che si congiungevano verso la grande grata in ferro. Sembrava trascinassero le piccole pietre aguzze divelte dalla terra, tolte dall’asfalto, le foglie strappate, gli aghi di pino accumulati in piccoli mucchi e nulla si fermava in questa violenza d’acqua che inzuppava il terreno e ne traboccava, con rumori che si confondevano e diventavano un tutt’uno che sembrava travolgere ogni cosa. La tempesta è durata a lungo, ha smesso che era già luce piena e il cielo si è illuminato di sole e d’azzurro, lasciando vedere le tracce d’una lotta notturna, una baruffa tra cose dove qualcuno aveva resistito, altro era prevalso, ma il tutto si era ricomposto in un nuovo ordine che attendeva d’essere asciugato e reso stabile. Ho pensato, ai racconti di città che riportano una forza più stabile delle cose: non ci raccontiamo dello smottare, del confondersi di rami e dell’impotenza delle case, piuttosto pensiamo alle sicurezze degli spazi che si sono consolidati, alle cantine che a volte s’allagano, ma rendono stabili le case. Ci rendiamo conto che gli edifici dell’uomo sono conficcati come rocce e di rado, nelle nostre pianure, se ne vanno per loro conto. Forse per questo non ne parliamo e ci sembra naturale sia così, ma stanotte non sembrava fosse tutto così stabile e persino il bosco poco distante si muoveva e aveva rumori strani di terra strappata, di rami che si staccavano e venivano portati altrove.
Non è accaduto nulla d’importante e forse per questo, più tardi, tutto s’è oscurato nuovamente. Il grigio ha inghiottito sole e azzurro, ed è diventato del colore delle terre di fonderia, come avesse esaurito la sua capacità di dare cose utili e ora attendesse solo di cadere esausto al suolo. E così è stato, in una nuova bufera d’acqua e grandine che scaricava le nubi del grigio ma ancora non si contentava. Pioveva da un cielo bianco, candido di nubi rapprese e spesse, pioveva con violenza e grandinava. Guardavo la casa poco lontana e la sua grondaia che traboccava ondate d’acqua e grandine, come usano fare i pescatori sul pesce preso e disposto in cassette, quando buttano la graniglia di ghiaccio e sale, senza risparmio, così, allo stesso modo, i tetti distribuivano sui cortili, sull’erba, sui terrazzi inermi, ciò che veniva dal cielo.
In questi giorni si parla spesso di siccità, si vedono terreni arsi dal caldo, piante avvizzite, questa violenza d’acqua sembrava essere la loro conferma perché si sarebbe esaurita presto e dispersa in fognature, in fiumi che s’ingrossano d’un nulla mentre i laghi restano vuoti e le fonti tacciono. Pensavo agli animali che erano sui prati e che ieri s’azzuffavano per bere in una pozza e ora si rifugiavano stretti gli uni agli altri ma di certo non avrebbero avuto grande beneficio da tutto quello scrosciare, anzi il passo sarebbe diventato malfermo. I declivi per un poco sdrucciolevoli, sarebbero stati pericolosi, mentre intanto il terreno carsico avrebbe inghiottito tutto fino ad un nuovo secco.
Questo procedere per scossoni d’acqua e sole, m’ha fatto pensare alle nostre rincorse fatue, al cercare equilibri difficili e momentanei in attesa che qualcosa consolidi l’ordine delle cose. E se le cose non avessero un ordine che ci piace, mi sono chiesto? Dovremmo adattarci ma non tutti riusciremmo e la riottosità non servirebbe a nulla o quasi. Dovremmo leggere le cose nel loro divenire, anche se sembra sempre così difficile perché nelle nostre vite attendiamo un nuovo che ci sia amico. Lo vogliamo così forte che quando non c’è o ritarda ci sembra di cancellare il buono che abbiamo e che ci attornia e allora disperiamo. Accontentarsi non è una virtù, è una resa al passato, a ciò che è stato.
Pensavo a cose che entrambi conosciamo, ad esempi che ciascuno potrebbe invocare a propria giustificazione per il non fatto, per ciò che si è evitato per paura o dolo e così evitiamo in egual misura gioie e dolori per lo stesso timore ovvero che la delusione ci prenda e ci annichilisca nelle forze nel tentare qualcosa di diverso.
Intanto l’acqua cominciava a scemare, procedeva per scrosci e mentre ne zittiva uno se ne preparava un altro, ma sempre più debole e meno convinta. Come la furia si quietava e lasciava tracce attorno, non c’era un nuovo stabilirsi del futuro: si era sfogata e ora guardava indifferente. Priva di colpa e di un progetto che non fosse l’essere guidata, se la si voleva amica. Anche nell’indifferente quiete aveva molto da dire e io ho pensato che se mai ti sia capitato d’insegnare questa parte del caso, che è apparente, ed è in realtà solo fatica e ignavia per il nostro non volerlo vedere. Come per gli amori indecisi, ho pensato, che hanno bellezza e struggimento, ma poi si spengono altrove e non se ne capisce il motivo semplicemente perché non si è indagato nel semplice divenire delle cose che non si ripetono e lasciano rimpianto. E allora ho pensato che nella bellezza e nel momento in cui accade bisogna capire d’esserci e che tutto, anche nella tempesta, assomiglia alla fine della sesta di Beethoven condotta da Kleiber, così definitiva da lasciare intuire, a chi l’aveva ascoltata, la bellezza nel suo divenire e di come essa possa essere quando venga messa nel giusto ordine. Allora la consapevolezza ci lascia ammutoliti e indecisi se manifestare la gioia che si è generata oppure se tenerla dentro di sé in un attimo che dura all’infinito. Pensieri incongrui alla furia e al bene dell’acqua caduta: ora nel prato giocano i bambini e tutto sembra nuovo. Perdona il divagare che si sofferma sulle cose, però mi auguro che un poco del fresco che ora avvolge tutto il verde, che lo rende splendente, ti arrivi e sia come un dire sommesso che non si capisce bene cosa racconti, ma è caro al cuore e accarezza.
felici di non negare la felicità
Una generazione dopo l’altra porta il peso delle vite e delle guerre, di quelle vissute vicino a noi e di quelle distanti in cui l’indifferenza ha generato l’oblio prima che accadesse.
Come nel piccolo, così grande delle vite, un amore porta le unghiate di ciò che l’ha preceduto.
Qual è stata la nostra fortuna? E come l’abbiamo usata?
E quella nuova, perché l’abbiamo negata?
Non farsi sopraffare dal passato, dalla sua assoluta relatività che fa perdere la visione dell’insieme, del nostro posto nel tempo comune e nell’universo. Attorno e dentro, schegge di realtà che non meritano mai la disperazione perenne degli errori, che si negano il nuovo nel nome di una visione stereotipata di ciò che è stato. Hanno agito innumerevoli forze e si è creduto di cavalcarle indomiti e nuovi, dovremmo ammettere di non aver capito e che l’errore è nato da questo.
Dovremmo dirci che non capiremo ancora e che, senza doveri, sbaglieremo liberi, felici di non negarci nuove felicità.
Passerà
Passerà la breve rabbia, il dispetto che prende quando ciò che prometteva non mantiene.
Passerà deviando percorsi immaginati, ripiegando attese.
Servirà giusta distanza e tempo.
Il tempo livella, è galantuomo, sistema con grande attenzione le cose nei cassetti dei ricordi.
Quindi passerà e l’attenzione si sposterà altrove, troverà nuovi motivi, ricombinerà i percorsi e indagando con la lucidità che viene dal guardarsi indietro, troverà le ragioni, i piccoli errori, per ciò che sembrava evidente e non lo era.
Una parte degli uomini crede che ciò che offre, che la capacità espressa e in nuce possano essere di per sé riconosciute; sono persone che non si mettono davanti, che non dicono io alzando la mano. Sono destinati ad essere sottovalutati e se hanno raziocinio vedranno che magari ciò che viene poi fatto, loro, l’avrebbero fatto meglio o più convenientemente. E sbagliano nel non proporsi, ma non è nella loro natura e quindi come biasimarli?
Del presente si può dire sempre molto, ma è così carico di passato da impedire un approccio sereno.
Meglio attendere e nel frattempo fare ciò che viene, esserci, guardare innanzi e immaginare il futuro che piacerebbe o almeno quello che sembra migliore di ciò che si presenta.
Si parla di cose, di fatti, di sentimenti molto meno, eppure in essi si accendono e si spengono umori. Qualche volta il cielo li accompagna, più spesso è un navigar di nuvole e potrebbe essere diverso. E qui il passerà e l’essere riconosciuti funziona molto meno e davvero il tempo dell’occasione rifulge per fatalità e potenza. Passerà lo si dice ad altri, ma noi sappiamo che quel verbo così duplice non farà davvero passare nuovamente ciò che si perde in lontanza.
la parola
![IMG_0321[1]](https://willyco.blog/wp-content/uploads/2014/12/img_03211.jpg?w=584)
La parola volteggiava,
era farfalla d’infinitesimi pulviscoli,
scia di colore che non s’ afferrava.
Era lieta dello scorrere tra labbra,
del preannuncio d’un pensiero,
dell’altro in cui sorridendo galleggiava.
E mandava luce, susseguiva:
sentiva in sé tensione d’atomi,
scorrer di molecole, distillar di senso,
così, libera, generava.
Pronunciata e attesa,
era arcano maggiore
voltato e sussurrante mentre l’indeterminato raccontava,
così preciso, attento, che
filtrando tra gli occhi chiusi nel sole
dipingeva mare e cielo assieme.
Forse lo stesso colore,
ma diverso eppure, come l’anima che ascoltava
e ondeggiava e mutava per un detto , forse sfuggito,
però voluto,
confermato nel muoversi di ciglia.
così il cuore si stendeva, e abbracciando accoglieva
o fuggiva, rintanando nel sé impaurito,
ma ancora cercava quella farfalla,
quel lampo che scappava tra le dita,
perché dell’anima non si sopporta il grigio
e neppure la notte
senza del colore la luce e il suono.
allora, e adesso?
Mentre raccontava di politica degli anni ’60, di un’economia che cresceva, di officine e piazze piene, dalle parole emergeva la spinta di molte persone con un progetto personale e comune. Era diffuso ovunque, nelle città e nei paesi. -pensavo- E dalle considerazioni, mi astraevo e veniva l’odore che ha l’acqua del fiume, quello della pelle scurita dal sole, la sensazione di fresco e di brivido che portava un tuffo sfrontato di paura. Avvertivo l’odore dell’erba che dissecca al sole di luglio, quello della terra che si spacca e quello dell’ombra degli alberi di greto. Percepivo lo scorrere fatto di tanti momenti immobili delle stagioni e quello veloce della strada. Il puzzo della benzina e dell’olio delle auto della provinciale, il fischio del locale che affrontava la curva prima della stazione, la polvere di certi sentieri che sarebbe stato meglio non fare. E dal mutare del tempo veniva l’aria densa di vapore e legna secca delle cucine con la stufa economica. C’era il profumo del legno delle tavole corrose, delle sedie impagliate, dei pavimenti delle case della bassa fatti di cotto e d’abete. E veniva il profumo che la minestra dispensava prima del primo cucchiaio, il caldo pesante delle coperte d’inverno e il ruvido abbraccio delle lenzuola di canapa, d’estate.
Questo pensavo, mentre continuava a parlare di dispute tra avversari politici che finivano nelle osterie della piazza grande. E lì, il sabato si contrattava vino e carne da macellare. Parlava di discussioni infinite nei consigli comunali, sul Viet Nam, sullo Scià di Persia e sull’Africa che era luogo di massacri e prime indipendenze. Citava le partecipazioni silenti dei cittadini che affollavano la sala e i battimani per un intervento che sembrava riassumere tutti i pensieri mai fatti, ma che c’erano, solo che chi parlava aveva le parole per dirli.
Sentivo in quello che diceva e in quello che pensavo, un dentro/fuori che guardava la casa e il mondo, la crescita e il cammino, l’orgoglio d’essere parte di una storia comune e quello di avere idee forti e proprie.
Capivo la città che saliva verso il cielo e la pianura, la fatica del viaggiare e la meraviglia attesa. C’era un rispetto per il sapere che veniva da secoli infiniti d’analfabetismo, ma era anche la coscienza che dietro il ragionare c’era la fatica fatta nell’apprendere e un uso del silenzio che forse proveniva da notti insonni in cui i pensieri s’attorcigliavano alle cose importanti che il giorno avrebbe portato. Sapere era verbo e sostantivo che s’appiccicava alla persona, poteva essere trasmesso, ma comunque faceva parte del mondo in cui la fatica era più forte se esso mancava.
Il racconto continuava e si sentivano le difficoltà collettive, la scelta che veniva fatta nel votare, si percepiva l’affidarsi che includeva un patto reciproco. Grandi ideologie erano commiste alle vite, scrivevano futuri comprensibili. Ascoltare diventava naturale, si andava ad un comizio perché qualcuno spiegava la realtà, ma lo facevano anche i padri ai figli, i vecchi all’osteria, il prete nella predica. E se non era tutto buono, però anche la ribellione si mescolava agli odori di casa, avere un’altra idea poteva portare ad andare via, ma non ad uscire dalla realtà. Raccontava e chi aveva vissuto in quegli anni, sentiva un’acuta nostalgia di cose ancora da fare, di possibilità da spendere, e non era la malinconia dei vecchi ma la coscienza che una tela di sensi s’era strappata e ricucirla era impossibile.
Una parola si è infine sposata con un’altra, entrambe sembravano lontane eppure indicavano una via d’uscita: dignità ed ironia, ovvero conoscere la propria importanza ed usarla per smussare il rumore acuto che offende le idee, il sapere, le vite.
ripensando a lettera a una professoressa
Qualche giorno fa era il 50°anniversario della pubblicazione del libro dei ragazzi di Barbiana: Lettera a una professoressa. C’era molta forza nelle parole di quello scritto e fece cambiare modo di vedere di una intera generazione perché interpretava con pensieri semplici quello che era sotto gli occhi di tutti.
Si disse che diceva quello che molti pensavano eppure non dicevano. Dovrebbe essere naturale ma non è così e non si sa per quale vergogna si occulti l’evidenza. Non sto parlando di verità profonde, ma di ciò che si vede e del perché lo si dia per scontato contribuendo così in modo determinante a non cambiare le cose che non vanno. Siamo attorniati di banalità, di modi di dire e non c’è alcun pudore nel ripeterli, ma se qualcuno mette in relazione l’ingiustizia con qualche pratica sociale, con l’agire di chi ha potere, spesso subentra l’imbarazzo. Sono i momenti in cui la parola, così abusata, distorta, inoculata nelle teste fino a condizionarne il vedere diventa fastidiosa. Controcorrente rispetto ad una immagine in cui il positivo deve prevalere anche se viene solo raccontato e non praticato.
Lettera a una professoressa parlava della parola, della scuola, della società e metteva tutto in modo così consequenziale e logico che chi leggeva capiva la ragione della sua posizione sociale. Inutile dire che quel libro divenne il testo su cui si fondò una rivoluzione della scuola che da verticale voleva essere orizzontale. Pier Paolo Pasolini lo definì il libro più bello dei miei tempi e forse è inutile chiosare questa affermazione se non dicendo che in esso c’era molta verità.
Don Milani collegava la parola, il suo significato, alla diseguaglianza, all’ingiustizia, alla sopraffazione sociale. Pensava che la scuola avrebbe dovuto essere lo strumento per la comprensione e per l’inclusione.
La scuola non come riproduttrice ma come generatrice di una nuova società che cambiava partendo dalla comprensione della sua condizione. Non esistevano i bocciati nella scuola di Barbiana, esisteva un sapere che interconnetteva le acquisizioni dotte con quelle popolari. Il teorema di Pitagora non cessava di esistere, ma diventava un modo per misurare la realtà. Lavorare sulla parola significava darle peso, significato e nobiltà. Si poneva il problema più arduo per chi capisce ovvero la semplicità in modo che ciò che si era acquisito fosse disponibile a tutti. Così i maestri erano intercambiabili e chi capiva spiegava. Questo è stato il procedere della storia sociale dell’umanità dove il sapere si è trasmesso per verifica del reale e ha generato lavoro, cambiamento dell’ambiente, cibo, rispetto. Il sapere esoterico, iniziatico ha alimentato la credenza ossia la risposta con parole incomprensibili all’incomprensibile. Il contrario della scienza, la base per il potere.
Barbiana e i suoi ragazzi erano una congiunzione favorevole degli astri, del caso che aveva portato un prete scomodo in un posto impossibile. Ma era un buon maestro per chi stava attorno a quella pieve, e con i suoi scritti, parlava al mondo. Raccontava l’evidenza e lo diceva con la cognizione delle parole che hanno significato e così mostravano una verità e una realtà.
Si potrà dire che non era l’unica verità, ma la realtà coincideva con il vissuto.
Pilato chiede a Gesù: Cos’è la verità? È una domanda fatta da un procuratore, da una persona che conosce la legge e giudica, ma diviene un pensiero a voce alta e si allontana senza attendere la risposta. Eppure avrebbe a disposizione un Rabbi, un conoscitore delle scritture, un maestro. Pilato si allontana perché sa che la verità è personale e che poi, quando diviene patrimonio di molti diventa eversiva, cambia l’ordine delle cose, dice ciò che è giusto e ciò che non lo è, e costringe l’uomo a scegliere. Meglio il relativismo che lascia tutto come sta. Don Milani chiedeva di capire, riflettere e scegliere. Non gli andava il relativismo ed era un Maestro.
Mi chiedo perché non esistano oggi i buoni maestri, perché si sia affievolita la volontà di spiegare l’evidenza. Forse perché nessuno li ascolta? Se così fosse questa generazione sarebbe perduta e la speranza dovrebbe passare al futuro.
Lettera a una professoressa insegnava che la pazienza che subisce non è una virtù, ed è un insegnamento che non ha perso neppure un atomo del suo valore.
la razionalità del male
La cronaca e le ricorrenze non risparmiano nulla. Se è vero che nulla si ripete uguale, ci sono delle costanti nel male che dovrebbero essere indagate. La strage di Capaci, la morte di Falcone e della sua scorta e quella che seguì con Borsellino, la strage di oggi a Manchester con le prime 22 vittime, tra cui giovani e bambini, sono tra le molte stragi che continuano, con matrici diverse e motivazioni diverse, in questo mondo che usa la distanza per emozionarsi e per sancire le solidarietà. Noi ci sentiamo male, ci immedesimiamo, partecipiamo e poi dimentichiamo, sino alla prossima volta. Basta affidarsi alla speranza, al caso, oppure serve altro ?
C’è una razionalità nel male. La mafia è razionale come lo è un terrorista dell’isis o un trafficante di droga sudamericano, e allora ci si chiede come mai non sia possibile prevenire, smontare i ragionamenti, controbattere.
È il bene ad essere irrazionale in questo mondo, e pur essendo prevalente, ci sorprende anche quando lo attendiamo. Lo consideriamo scontato solo in cerchie sicure, molto vicine a noi e legate da affetti. È strano che per estensione si associ la sicurezza con l’impossibilità del male e che solo in essa si pensi la condizione del bene perché ben poco è sicuro. I drammi in famiglia infatti dimostrano il contrario, la violenza sulle donne dimostra il contrario.
Ma restiamo alla razionalità del male. Nella sua semplice geometria esso agisce con rapporti di causa effetto, ha un obiettivo e lo raggiunge. Dovrebbe essere prevedibile ma per la complessità del mondo e per la stessa libertà degli uomini, non lo è. Però la sua razionalità pesca in una parte sottostante l’evidenza, come vi fossero regole che valgono solo in superficie. Per ogni assassino stragista ci sono molti altri che non fanno ma condividono, quindi esiste una platea a cui il male si rivolge e non è piccola, ma soprattutto è tra gli altri uomini e ne condivide gran parte dei tratti, delle abitudini, persino delle leggi. Quindi c’è una scissione di razionalità che motiva alcuni a considerare razionale e giustificata l’efferatezza e questa è presente ovunque, ciò che ci salva è che per molti ciò è abominevole. Gli animali non hanno questo substrato che consente loro le stragi, agiscono per motivi evidenti, l’uomo no, ha un simbolismo che vuole mettere sull’atto, che ne esalti l’efferatezza e la sproporzione con un richiamo all’intelligenza. Il male vuole insegnare ad altri e così agisce nella mente razionale e perversa di chi lo compie. Per questo bisognerebbe che l’indagine sul male e sulla sua modalità si spingesse nel profondo, non lo considerasse eccezione ma un fantasma che dorme, e che i risultati di questo indagare contaminassero l’agire sociale. Lo includessero. Invece la società attraverso la legge e l’etica pensa di arginarlo e lo esclude, ma si vede che questo non basta. È necessario uno sforzo per togliere le ragioni del male, modificando la comprensione e il comportamento sociale. Credo che in questo momento sia ancora più necessaria un’indagine sulla razionalità del male nella società, e non perché vi sia più male di un tempo. L’efferatezza umana ha raggiunto livelli indicibili nella storia, anche recente. Ma oggi c’è una fragilità e una sensibilità che possono aiutare ad affrontare il problema del male, la sua diffusione, il suo essere strumento per affermare altro. Insomma si può affrontare il cinismo di massa e la solitudine dell’individuo indagando, espungendo le radici della malvagità, non negando i problemi, affrontando la difficoltà delle ragioni e delle diversità. Credo che non sia possibile, come in passato, opporre al male una simmetria di stragi, risolvere il male col male. E neppure è possibile nascondere il male sotto il tappeto delle notizie che si susseguono: se la mafia è un problema ed è il male, quella bisogna capire, affrontare e risolvere. E questo vale per l’isis e per qualsiasi altra espressione organizzata che contempla la razionalità del male come modalità dell’agire. Se vogliamo un mondo aperto e libero dobbiamo indagare sul lato nero dell’uomo, su come combatterlo e renderlo irrazionale, questo sinora è stato rinviato ma pare che ora non si possa più. Essere più sicuri significa non avere paura dell’altro, È tutto in questa semplice considerazione, ma ciò che ci sta dietro è in gran parte da scoprire.
le donne
Le donne sono diverse dagli uomini, spesso parlano di loro stesse riconoscendo peculiarità che agli uomini sfuggono. Usano il genere per riconoscersi vicine oltre l’apparenza. Manifestano solidarietà impensabili e piangono quando sono ferite. In non pochi casi riescono a sciogliere grumi di solitudine in nuova vicinanza, se scelgono di essere sole è dopo aver attraversato un deserto, un mare, una foresta.
Le donne usano una parola che non descrive nulla oltre la biologia: il genere e con essa elevano un vetro oltre al quale gli uomini guardano, vedono, cercano di capire e a volte capiscono: la loro diversità e differenza. E come accade davanti a una vetrina che espone i desideri e non si hanno i mezzi per renderli un po’ propri, resta, agli uomini, una sconfinata ammirazione e tristezza. Solo quando riescono a mettere assieme una complementarietà, che qualcuno chiama amore, la meraviglia degli uomini e la loro insufficienza nel sentire si scioglie in un abbraccio. Non importa quando esso è fisico e quando resta nel pensiero, è un abbraccio che continua e tiene assieme. E lì, finalmente, il genere prende significato e scompare.
