sole dopo una notte di pioggia

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Le cupole si mostrano con la perfezione sensuale della mezza sfera. S’arrende la sottostante violenza dell’arancio nel bianco grigio che riflette il sole.

E stagliano contro il cielo come un assolo di clarino, dilagano di presenza, attorno.

Si rispecchiano, vanitose, in ogni pozzanghera dimenticata dalla pioggia della notte.

Nella curva dell’Alicorno tra le statue del Prato.

Tra le ninfee delle grandi vasche dell’Orto, vicino.

Bellezza.

Eppure penso che tutto questo accogliere, voglia cacciar via un pensiero.

Distogliere.

Tornare a sé perché manca la forza d’un pensiero condiviso che ci riguardi assieme, una passion comune senza pretesa d’assoluto.

Un acuto che porti via dalla tirannide del quotidiano, dalla miseria dell’ accontentarsi senza attesa.

il voyeur non incontra mai nessuno

Si sprecano troppe parole utili ad altro sentire. Accade ovunque e così non ci si accorge più della differenza, anzi diventa linguaggio e poi modo d’essere comune. I superlativi, le parole che descrivono emozioni stabili e profonde vengono usate per rappresentare un moto d’animo, una pulsione. Il virtuale ha semplicemente portato alla luce ciò che siamo o vorremmo essere, impedendo a chi comunica con noi di discernere se raccontiamo la verità su noi stessi. Manca il linguaggio del corpo che parla assieme a noi. Puntare tutto sulle parole non basta, serve l’ incontro per capire se c’è qualcosa che resta oppure se si deve relativizzare tutto, crederci per un attimo e poi basta. E cosi nel virtuale, si può essere entomologhi che osservano da distante oppure partecipare profondamente, in fondo è praticare un voyerismo che ha alternative e scruta prima di palpitare.

C’è però il rischio di non varcare mai davvero la soglia del tangibile, di immaginare qualcosa che non c’è e allora ci si ritrova soli a dialogare con un fantasma. Certo c’è sempre quella fragilità del dire e dell’essere letti che ci riporta ad unità, e comunque sia, non si può che essere se stessi, ma è un sentire amputato, parziale.

Eppure non poco viene messo in mostra oltre le parole. E anche il bisogno di parlare del nostro disagio ci rivela: il trattare le ferite è il modo con cui si vive. Siamo sempre reduci da qualcosa che ci ha coinvolto, che ha lasciato tracce e solo la cattiva letteratura racconta che esse siano il nostro passato. Sono i nostri fallimenti ma non ci sono stati solo quelli, per fortuna, altrimenti non ci sarebbe nessuna voglia di raccontare. Le ferite che si raccontano col sorriso sulle labbra sono quelle che quasi non fanno più male. Per le altre serve il rapporto diretto, essere abbracciati prima che compresi e la verità del condividere è in quel l’abbraccio.  

Può fare tutto questo il virtuale? Non credo perché è di per sé immoto, cristallizza la realtà nel frame. Mostra un’ immagine del presente, mentre quando si vuole condividere profondamente si ha bisogno di mettere in comune il senso del tempo. Il virtuale fa altro, chiude qualche lacerazione, aiuta a parlare a sé, a riconoscersi per chi cerca di farlo. Non è poco, anzi, ma se si vuole di più, dopo un po’ la meraviglia del riconoscersi nelle parole dell’altro, per procedere, ci sarebbe bisogno di un passaggio di verità che solo la realtà ci può dare.

primo ottobre

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Primo ottobre. Oggi vorrei una giornata elegante, piena di stile. Lo stile è il dialogo interiore che si mostra.

Ho un dialogo per capello. I capelli sono pochetti, ma sufficienti a far confusione. Lo stile non è confusione, ma una precisa opinione di sé. Dipanare e trovare il bandolo. Esiste sempre un bandolo e un bandolero (stanco). 

Il primo ottobre si andava a scuola, i banchi erano altissimi, incrostati di ferite e di storie passate. Ne erano passati per quei banchi di ragazzini prima di me. L’odore d’inchiostro è il primo ricordo. Una droga che creava dipendenza e macchie. Eccellevo nelle seconde. E per le macchie qualche volta piangevo, altre volte mi fermavo ad ammirarle, con quelle curve perfette, quei bordi merlettati. Dipendeva dalla carta. Chissà se Rorschach lo sapeva… della carta e delle macchie che cambiano, intendo. Comunque ci guardavo dentro e immaginavo: Rorschach l’ho scoperto così, oppure lui ha scoperto me. Bella cosa essere scoperti dalla persona giusta: accade quasi mai.

Si era appena arrivati a scuola e si festeggiava pure Cristoforo Colombo. Anzi quell’immaginetta di lui, in piedi, che riceveva da indigeni piumati e ossequienti, oro e omaggi.  In cambio il nostro elargiva civiltà, benedizioni e collanine di vetro. Con quel mantello corto, i calzoni con lo sbuffo e il corsetto mi sembrava un po’ ridicolo, mentre gli indigeni, pur rivestiti quanto bastava a marcare la differenza e ad eliminare il nudo, mi sembravano più interessanti e pieni di stile. Non sarebbe stato meglio se fossero stati gli indiani a scoprirci? A me non sarebbe piaciuto essere scoperto da Colombo, e mentre meditavo sulla necessità di essere scoperti da una persona piacevole, mi scopriva il maestro. Vedeva che ero distratto, che parlottavo tra me e facevo disegni con le macchie. Le raffinavo. Cioè conformavo Rorschach a me. Il maestro non conosceva la psicologia del ‘900 e la cosa finiva in una domanda secca: cosa stavo dicendo … ? E ci attaccava il mio cognome, con una lieve indecisione sulla pronuncia. Va sulla prima vocale prima dell’ultima sillaba l’accento fonico? Mi pareva di sentire il dubbio fugace, in quella testa grigia, così piena di cose da insegnare, ma pure di fatti suoi che erano come i miei, extrascolastici (però i suoi contavano di più). No, va proprio sulla prima vocale, tout court, e lei lo pronuncia alla tedesca.  Non potevo dirlo, ma io il mio cognome lo conoscevo bene. 

Finiva sempre male e si confermava che essere scoperti dalla persona sbagliata non mi piaceva. Non lo sapevo, ma gran parte della vita si passa ad attendere di essere scoperti dalle persone giuste, dalle situazioni giuste. Ma per essere scoperti bisogna saper vedere, discernere, cogliere ed essere sufficientemente disponibili e curiosi. Quel tanto che basta per capire che c’è un dentro e un fuori e il fuori non è, per sua natura, ostile, ma spesso è indifferente e poco giusto per noi, e neppure comprensivo. Il fuori ha fretta e poco stile, arraffa quello che c’è, ma se vogliamo dirla tutta dipende anche da noi. Lo stile intendo. E allora faccio in modo che la giornata abbia la possibilità di scoprirmi, i tempi giusti, gli attimi colti. Avete mai considerato che gli attimi sono colorati, mai grigi? Così di attimi ne colgo un bel po’, ne faccio un mazzetto e li guardo col giusto rispetto, amore, considerazione. Completo il cogli l’attimo col suo significato: la persistenza del bello che include e non svanisce. Anche questo è stile.

Buon primo ottobre.

elogio della perfezione imperfetta

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A tutti, l’insegnamento della perfezione, e del perfettibile, viene inoculato con la crescita. Ci si misura tra ignoranza e fare, tra modelli e realtà, così l’ansia da perfezione si trasforma in ansia da prestazione. Con un ottimo curriculum di pressapochista, di fancazzista di talento, di inesperto nelle arti maggiori e minori si può aspirare a scalare i più alti gradi della scala sociale, di collocarsi in quella sfera prevista dal principio di Peter, dove il dubbio sulla capacità e l’incompetenza si fondono, ma sono già collocati così in alto da essere poco scalfibili. Credo dipenda tutto dallo scarso uso del riso e della serietà della satira sostituiti dal dileggio e dal gossip, entrambi non solo inefficaci nel far vedere i veri limiti del soggetto, ma soprattutto laudativi del potere di esso e quindi rafforzativi di un potere che se si merita l’attenzione e il sussurro dovrà pur essere importante. Conoscendo bene le qualità dell’incompetente per personale esperienza, posso affermare che solo l’ego può mettere argine alla patacca reiterata e che solo la brutta figura diventa un deterrente credibile a chi ha una fiducia illimitata nel farla franca. Allora raccontiamola bene: esistono due tipi di umanità, gli inadatti consapevoli e quelli inconsci, ma la differenza vera è che entrambi si distinguono in realtà nella speranza di farla franca. Per questo le università si riempiono di esperti, di sapienti, di competenze che producono inesperti, tuttologi, incompetenti rispetto allo studio effettuato e in piccola misura, invece, nascono inventori, professionisti capaci, specialisti che saranno coordinati spesso dalla prima categoria di incompetenti. Da ciò, se le premesse sono giuste, se l’esperienza non ci inganna, se ne dovrebbe dedurre che una società sostanzialmente pressapochista e un po’ cialtrona, ha al proprio interno un oscuro collante che la tiene assieme e la fa evolvere. Solo che raramente il collante viene riconosciuto e osannato mentre l’onesta mediocrità ha il potere, guida, governa, legifera, promuove, giudica, affonda e innalza secondo suoi criteri e convenienze. Quindi sembra che il mondo abbia una serie di falsi obbiettivi: un’ansia da prestazione su cose che produrranno ben poco, un focalizzarsi sul gesto, sul particolare e non sulla somma delle cose fatte. Mentre se si parla di prestazione si dovrebbe considerare lo specifico e l’insieme, la riproducibilità e l’inventiva, l’errore che genera il nuovo ma questo esige che chi governa queste cose sia fattore di unione, abbia visione ampia, veda l’errore e lo sani, governi essendo un capo, cioè colui che anche l’ultimo dei suoi riconosce come tale. Così la prestazione non bara, ha un valore economico, è competenza e non è patacca.

Ma che conta tutto questo se invece di inoculare l’idea della prestazione si passa all’idea della perfezione, cosa ben più dinamica e misericordiosa della prima? L’idea della perfezione si può misurare con qualsiasi cosa, è un rapporto con sé prima d’ogni altro, accantona gli insuccessi, non li mostra e soprattutto tratta bene chi ha gli stessi problemi. La perfezione, sapendo di non poterla raggiungere, porta con sé la pazienza, spesso l’ironia che porta a ritentare. Si sa sin dall’inizio che è un processo asintotico, che quanto più bravi ed esperti si diventa, tanto più si vorrebbe trasmettere la piccola competenza raggiunta perché l’opera venga continuata da altri. In questa continuità c’è la dimensione della ricerca della perfezione, ma questo non ha grandi riflessi sulla società perché la perfezione non è di serie e quindi non ha un valore economico di massa. È un procedere per cultori, per iniziati e se lo sono davvero, non hanno l’ansia da prestazione ma l’ironia del far bene, dello stare assieme, del condividere ciò che si può. In fondo chi cerca la perfezione sa di essere ignorante, poco intelligente, scarsamente preparato, chi invece ha la sensazione del ruolo, del potere, della mansione riconosciuta pensa di essere adeguato e di poter aspirare a più di quello che ha. Il fatto è  che la perfezione è un dialogo con se stessi, mentre la prestazione è un dire ad altri cosa devono fare non sapendolo fare.

aria d’autunno

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La città si riempie di giovani attese:

riaprono le scuole

e son finiti i giorni delle strade vuote

nell’ indifferente calura.

C’è un tempo in cui si smarriscono le fragili virtù:

che s’allontanano da noi,

lasciando il suono delle foglie

nell’aria d’autunno.

Così tra folate di traffico improvvise,

il ricordo diviene passatempo,

e il futuro, un’attesa, senz’ ansia di risposte,

allora penso, incauto e allegro,

a mettere il tempo al posto suo giusto.

2001

Quello precedente era il 2 millesimo post su wordpress. Non è stato difficile scriverli, è stato lungo. A volte faticoso. Mi sono accorto, ma io sono un po’ lento, che da tempo il linguaggio vorrebbe essere più fluido. Liquido, come direbbe Bauman, in sintonia con me stesso e con il mondo. Se penso allo scarnificare le parole praticato prima, oppure al loro rigonfiarle d’aggettivi ventosi poi, o ancora al suono cercato assieme al ritmo, posso dire che un po’ di sperimentazione l’ho fatta. Ma nello scrivere pubblico ognuno sperimenta sé stesso, cerca qualcosa in più, foss’ anche l’apparire ortografico e lessicale, più curato di quello che solitamente offre al proprio silenzioso scrivere. O anche solo il rileggersi e correggere, cosa che magari spesso non si fa. Anche fossero queste lezioni a sé nell’apparire, ci sarebbe un educarsi. Quindi questa è una scuola che riguarda chi scrive e la sua cercata verità; e che, indipendentemente dagli obbiettivi, dai risultati, dalla soddisfazione che ne trae, è qualcosa in più rispetto al non provare, al non dire per timidezza, al limitarsi perché qualcuno un giorno, secondo parametri oscuri, decise che lui, proprio lui, non era portato, non scriveva bene. Se la realtà è una dura maestra, la memoria, lo sguardo, la fantasia, il dubbio, non sono da meno. Non c’è nulla da mostrare, ma molto da vedere, e in questo mostrarsi ci si mette in gioco. Così per il 2 millesimo post, m’ è venuta l’idea di fluidificare la lingua, di cominciare ad inventarne una di personale da usare talvolta per me. Uno scrivere privato per capire dove s’inceppano le parole e dove il suono diventa significato. Il gramelot esiste da sempre, non solo in teatro, è un linguaggio da bambini oppure da kabbalisti esoterici. Però entrambi credono nella magia delle parole e amano il mistero e quindi s’assomigliano. Bisogna essere un po’ apprendisti e credere nella magia per pensare che le parole abbiano la vita che ciascuno gli dà.

Come me, per l’appunto.

unter den linden

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Al profumo dei tigli corrisponde una serenità inespressa, una luce verde che si fa strada tra le foglie, la necessità lieve del camminare lento e del guardar vedendo. Dentro e fuori.

Non esiste un’ essenza di tiglio che conservi tutto ciò, è necessario viverla questa stagione e ricordarla poi, se si vorrà, con qualche tisana d’inverno.

O, ancora, conservarne il ritmo vitale nell’andare lento sotto altri alberi che raccontino, evochino, ciò che è stato e ciò che si ripeterà.

C’è un passato che non muta nei lunghi viali di città. Le forme geometriche nelle vite acquietano. Il sapere che domani le cose saranno ancora al loro posto aiuta ad affrontare la notte.

E’ un senso del trascorrere che sta tra la nostalgia e la sicurezza d’un futuro.

C’è circolarità nel tempo. Accadrà di nuovo, troveremo tracce di noi nelle cose, ci sarà qualcosa che manca e qualcosa di possibile.

Un anno in più. Uno dei tanti.

sei giugno

Ieri a Firenze faceva un caldo becco, come si dice da queste parti. E anche qui, nella pianura che si immerge nell’afa a maggio e ne esce a ottobre, non si scherzava affatto. Lo pensavo, mentre il treno bucava la calura e trasportava qualche centinaio di storie incomunicabili e congiunte dalla comune sensazione di disagio. Questo pianeta non ci segue, e noi non lo seguiamo.

Il convegno era davvero interessante e il mio ruolo di moderatore di tavola rotonda, fumoso Così con molta libertà circospetta, come mi accadeva a scuola, sono andato a usma. Termine che indica l’annusare dell’animale indeciso sul percorso, ma che una strada la deve pur trovare. Alla fine e durante, ero contento di ascoltare cose intelligenti e nuove. Perfino troppe, tanto che pensavo: ma dire anche un po’ di sciocchezze come nella vita normale magari alzerebbe lo scontro tra intelligenti e futili, invece tutti intelligenti erano. Però pensavo che fa bene sentire il dipanarsi dell’intelligenza e che anche ascoltare dubbi fa altrettanto bene.

Una riflessione che inopinatamente ho detto, riguarda il potere della scienza. Comunque più piccolo di quanto la scienza pensi rispetto alla politica e molto più grande di quanto essa pensi rispetto al senso comune. La scienza analizza e prova, trova risposte parziali, mentre da lei si vorrebbero soluzioni risolutive e immediate. Insomma si è sempre insoddisfatti dalle risposte che i ricercatori danno, perché la scienza ha un concetto di tempo disgiunto dalla politica e dall’economia, e guarda le cose nel loro evolvere, così questo non è capito dai quei due soggetti, che dovrebbero assicurarle i mezzi e la libertà di crescere. Parlando di sostenibilità ambientale e well-being è facile scivolare nell’apocalittico, e guardarci attorno non ci rassicura, così alla scienza in fondo si chiede di liberarci dalla morte e dall’apocalisse senza fatica e non di dirci: guarda che stai cadendo nel precipizio.

Ci sarà tempo e modo di entrare noiosamente nelle idee sullo sviluppo compatibile, ma ciò che m’interessa è dire brevemente una impressione. Noi siamo la nostra storia e le nostre attese. Abbiamo un vissuto, errori e qualche buon risultato, ma consegniamo la percezione di essere vivi, cioè agenti su noi stessi e sulla nostra realtà, ad alcuni momenti, spesso a fatti esterni a noi. Ed essi pur piacevoli o meno, hanno ormai il crisma della singolarità. Come se l’essere vivi fosse più un’abitudine che una cosa di cui essere grati a noi stessi e a chi ci ama. Il grande sonno senza sogni di quest’ epoca, in fondo è tutto qui: abbiamo chiesto ad altri di sognare per noi, di vivere per noi, di dirci cos’è buono e cosa non lo è. Eppure eravamo, e siamo dotati, di meccanismi che ci spingono ad addentare o succhiare la vita, l’indifferenza e l’assuefazione sono entropia del vivere. Allora della vita cosa ne abbiamo fatto? La stiamo impiegando nel fare o nell’essere vivi ? Insomma vogliamo viverla o no, questa vita che è poi solo nostra? 

terrazze

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Col sole e il caldo, terrazze si sono popolate. Ombrelloni, tavoli, pompeiane rinnovate, lettini. Chi prende il sole, chi conversa e mangia di notte, chi cura le piante. Un bisogno di luce e calore in attesa di vacanze ancora distanti. Si aprono porte e finestre, le persone rendono le abitudini, valori. E le voci sommesse di notte, raccontano storie intime, proiezioni di quotidiano consumato. Subito, senza pensarci troppo, vivere. Come il sole di giorno, anche la notte.

Le terrazze sono il luogo raccolto dove, come da bambini, basta nascondere gli occhi tra le dita per essere invisibili.

tempo 1.

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La cosa era (è), semplice: scegliere tra caffè dolce e caffè amaro. Girare piano il cucchiaino nella tazzina, osservare il vapore oleoso che si levava e aspirare con calma. Poi, levare lo sguardo e, pensare di avere tempo. Tempo per qualsiasi cosa. Per non far nulla, per fare cose importanti, per scialacquare tempo (passarlo in qualcosa che lo depurasse dalle incrostazioni della fretta), per correre con una meta o per piacere, ma soprattutto per dominarlo, il tempo. E se c’era qualcuno con cui condividere, nel discorso fatto di parole scelte, di risate brevi, di sospensioni con gli sguardi a parlare, lasciare che il tempo si sciogliesse nella tenerezza che si mette quando ci si protende. Sentire allora che si apriva una porta, una finestra, un pertugio, ed entrava luce. E quella luce illuminava le solite cose rendendole diverse. Scomponeva, sgranava, guardava da dietro, o sotto, o sopra, ma alla fine portava all’essenza. Noi, io, eravamo colori separati da un prisma e ricomposti da un altro. E in quello spazio di tempo dominato, in quei colori, tutti contenuti in noi, potevamo dire ciò che emergeva in una sintassi fatta di purezza e di profumo. Parole blu che avevano un significato blu e potevano sgranare verso l’azzurro, il grigio, oppure puntare al violetto e poi al rosso. Parole che si coloravano di significato perché non c’era la fretta di dire.

Il giusto tempo, il tempo per il profumo del caffè, diventava (diventa), modo d’essere.

Essere senza costrizione di fine.

Solo essere.