una gita sull’Etna

Brucoli era splendida di sole, comprato il pesce fresco per la sera, una corsa a casa e salimmo in auto per la gita sull’Etna. I bambini erano piccoli, noi grandi e ancora pieni di giovinezza, le auto, erano quelle che ci potevamo permettere, la mia 128 Fiat con cambio modificato (ma questa è una storia diversa) e una Lancia Flavia. Tre persone in una e quattro nell’altra. L’avvicinamento a Catania cantando, poi il caffè con i cannoli in via Etnea e guardando gli orologi a il sole ormai alto, via di corsa verso le pendici del vulcano. L’Etna è una presenza quasi umana, ben lo sanno i siciliani, noi ci avvicinavamo senza vederlo, perduti sotto alberi e per strade sconosciute, ma lo sentivamo. Si sentiva qualcosa che toccava dentro, una presenza che attirava e nel frattempo parlava per suo conto. Noi eravamo immersi in un’arcaica fase di approssimazione a un desiderio, presi da una spinta che ci faceva svoltare per strade e luoghi che preparavano all’incontro.

Alle 11, in un paese non identificato, ci imbattemmo in una corsa ciclistica, le deviazioni sul posto erano ben visibili, i vigili e l’organizzazione, solerti. Ma era entrare in un labirinto di deviazioni e stradine, dove nessun cartello corrispondeva più alla carta e alla meta confondeva le idee. Non c’era google maps a quei tempi, bensì una enorme carta Michelin, interpretata dalla cosa più fallace che l’uomo conosca: l’intuito. Dopo molto girare in tondo e dopo aver visto per tre volte scritto su un muro a caratteri bianchi cubitali “vota Bianco”, dopo esserci fermati e sfamati. Prima i bimbi e poi gli adulti. Finalmente nel sole a picco apparve, un po’ sbiadito, un samaritano, definito come tale perché sapeva cosa cercavamo. E infatti con poche indicazioni e un solo votaBianco, la strada verso la presenza amica del vulcano fu ripresa.

Arrivammo al rifugio un po’ in ritardo sui tempi previsti, ma intanto il vulcano era dilagato ovunque, sopra e intorno a noi, tangibile, ricco di rumori intestinali, di cui ci fu detto di non preoccuparci perché c’era sì un’eruzione in corso, ma tranquilla e da una bocca larga la lava fluiva lenta e regolare. Il paesaggio era strano, tagliente, casuale nei pinnacoli che sembravano usciti dalla mano di un bimbo che faceva uscire la sabbia e l’acqua, dalle mani per creare statue. Era impressionante perché mai visto eguale, senza neppure un ricordo delle montagne dolomitiche che lo potesse approssimare. C’era il nero e il corallo acceso delle rocce, qualche cespuglio, rade macchie gialle tendenti al rosso. Anche i bambini erano meravigliati e parlavano piano, ma volevano vedere il fuoco e la lava incandescente, lo chiedevano con cortesia ritrosa, quasi intimoriti dalle domande che facevano.

Trovata una guida, partimmo per l’escursione, in calzoni corti, scarpe da ginnastica e maglietta maniche corte. I bambini con i k-way per il vento, noi forti e impavidi ai limiti del freddo. La nostra guida era gentile, precisa nelle istruzioni sui pericoli, paziente nel raggrupparci in modo che tutti potessero sentire. Con i bimbi a mano, cominciammo a camminare. Noi sette eravamo assieme, un unico gruppo, parlavamo veneto tra noi e italiano con la guida. Erano tempi strani, in Veneto, la lega scriveva sui muri forza Etna o forza Vesuvio, ma a noi sembrava un modo per ridere all’osteria perché poi in fabbrica si lavorava tutti assieme, così non ci pensavamo. Anche perché noi eravamo comunisti, mica della lega, e ai nostri vicini a Brucoli chiedevamo dei parenti al nord, cercando di scoprire conoscenze comuni.

Il mio amico, compagno di banco e di università, risiedeva in Sicilia da un paio d’anni, faceva il direttore pro tempore di uno stabilimento chimico dell’Anic in provincia di Siracusa, era una persona squisita per modi e gentilezza, un compagno integerrimo e se non si vedeva dal sorriso allegro, noi lo sapevamo bene. Questa notazione ci servirà per il ritorno. I bambini erano felici di camminare in mezzo a tutta quella graniglia nera, su sentierini strani che si stagliavano appena e in mezzo a una polvere sottile che s’intrufolava ovunque. Si grattavano e si toglievano le scarpe ogni 10 passi, noi resistevamo stoicamente cercando di fare domande intelligenti. Il paesaggio che banalmente si definiva lunare, aveva sole e colori nitidissimi, era impressionante, come i brontolii del vulcano, cosa viva che forse qualcosa voleva dirci, ma si distraeva per ragioni sue. Capivamo tutta la letteratura epica greca, la meraviglia degli antichi, il timore e l’ estraneità umana del posto riservato agli dei. Visto che Vulcano era tranquillo, si capiva che non ci voleva male, ma quello era un posto solo da ammirare con creanza e cercare di capire quello che si poteva del mistero e della forza della Gea primordiale, non una terra da considerare per umani. La guida ci propose di arrivare, con i bambini a debita distanza e ben tenuti a mano, fino alla distanza di sicurezza dal fronte della colata lavica. Accettammo con entusiasmo come fosse un regalo.

Tra noi commentavamo sottovoce la singolarità dei luoghi e due alla volta fummo accompagnati fino a una strana roccia grigia, larga come un torrente, che si muoveva con un fronte arrotondato come in un film di fantascienza da paura e che dalle crepe mostrava vene rosso fuoco. Tutto era quieto, non un uccello o un verso d’animale, la roccia faceva un rumore come masticasse il terreno su cui avanzava e se c’era un arbusto o qualcosa di infiammabile sul suo cammino, immediatamente questo prendeva fuoco. La guida ci raccontò le temperature, la velocità di uscita, sentivamo il calore come davanti a un camino senza fiamma, poi cominciammo ad arretrare. Qui subentrò una strana impressione, ossia che la graniglia nera e grigia e la polvere si attaccassero ai piedi molto caldi, infatti guardando le scarpe da ginnastica queste erano diventate stranamente larghe, palmate come quelle dei paperi. Arretrando con una certa fretta constatammo che avevamo un paio di pinne ai piedi, io in particolare, e che la graniglia nera si era incorporata nelle suole fuse. La cosa aveva non pochi lati ilari per i bambini ed era allegra anche per noi, che scherzavamo, pensando di ripristinare le suole togliendo quella sovrastruttura come si fa con il fango. Ebbene, non era così, anzi raffreddandosi, suola e sasso diventavano un tutt’uno. Avevamo le suole di pietra, belle larghe e stabili: una nuova moda. Con discrezione, sulla via del ritorno, considerato il peso crescente delle scarpe, ne parlammo con la guida, che in modo allegro ci confermò l’inadeguatezza del nostro equipaggiamento, già oggetto di osservazione alla partenza, e si lasciò scappare che se si incoraggia l’Etna, il vulcano benevolo, si dava un po’ da fare.

Capimmo il sottointeso, il parlare veneto era diventato un linguaggio poco gradito a chi ogni giorno faticava per guadagnarsi la giornata proprio su quell’Etna che veniva incoraggiato. Ci sperticammo nei distinguo, e credo fummo convincenti, anche perché i bimbi era così allegri mentre noi ciabattavamo verso il rifugio, così subentrò il dialogo e il perdono. Restavano le scarpe da paperi, ma quelle avremmo tentato di aggiustarle nella discesa. Cosa non semplice perché ritagliammo il profilo con il coltello e con le nuove suole, dopo saluti e pacche sulle spalle, ci avviammo verso le auto. Il sole stava calando, illuminava il nero dei basalti, con bagliori che si rincorrevano su pagliuzze che ad occhio nudo non si erano viste, l’immanenza dell’Etna era sopra e sotto di noi, un animale che dormiva vigile e sognava, così lo raccontavamo ai bimbi e a noi stessi. Si faceva fatica a staccarsi da quella sensazione di meraviglia ma il pesce fresco ci attendeva a Brucoli e con i calzini e le ciabatte, perché le scarpe erano da buttare, ci accingemmo al ritorno. E qui comincia un’altra storia di vulcani e gentilezza.

Scendendo verso Catania la Flavia del mio amico ebbe un comportamento strano. Era il crepuscolo e accendemmo i fari, io ero dietro e vedevo la sua auto rallentava procedendo a sussulti. Se spegneva i fari il motore riprendeva e le cose sembravano normali, ma non si potevano avere entrambe le cose: motore acceso e fari accesi. Passai a condurre e lui mi seguiva a fari spenti cantando Battisti, continuammo per un pezzo a scendere, ma le curve , le strade sconosciute, non illuminate e povere di indicazioni, ci persuasero che era pericoloso continuare in quel modo. Arrivammo, credo, in pianura in un paese di cui ci sfuggì il nome, parcheggiammo la Flavia lungo una lunga recinzione in muratura che portava la scritta VotaBianco e pensando di tornare l’indomani, tutti salirono sulla poderosa 128 Fiat berlina. Eravamo in sette in auto e ritenendo la cosa stretta ma normale, tornammo cantando, cercando di evitare i luoghi e le strade troppo affollate. Naturalmente sia chi era alla guida, cioè io, e il mio amico cercavamo di imprimerci bene in mente la strada del ritorno, per tornare in fretta il giorno dopo.

Tra canzoni, sfottò, sonni dei bimbi stanchi, superammo Catania, e a notte arrivammo a Brucoli. Finché friggeva il pesce cominciarono le docce e la ripulitura dalla polvere, non ho ancora capito come ne avessimo così tanta addosso e come mai non si intasò lo scarico, posso dire che dopo tre giorni alla doccia serale restava ancora una traccia di polvere nera. La serata continuò tra racconti, impressioni, giochi e vino, finché tutti stremati, andammo a dormire con l’appuntamento per la colazione, il giorno dopo di buonora, con il nuovo viaggio per il recupero della Flavia, ma questa è altra storia e la continuerò se avrete pazienza.

omeostasi

“Bisogna davvero riuscire a conservare in sé qualche traccia inestirpabile di ciò che si è stati prima di quella grande disfatta che si chiama maturità”
Romain Gary

L’omeostasi ovvero il nostro muoversi verso ciò che permette la vita include dove e ciò che siamo, come lo sentiamo, chi siamo. Tutto separato e frammischiato come si pescassero i numeri dal sacchetto della tombola perché il gioco è unico come il suo fine. Per il corpo è importante stare bene, per lo spirito o la mente, meno ma star male non piace all’omeostasi. Quindi tutto si tiene, si conserva e si evolve e del passato si può parlare bene anche solo per il fatto di essere vitali e attempati.

Però di quegli anni le parole non danno misura, sono immemori della dimensione dei giorni e delle notti, delle passioni che le animavano e le rendevano brevi e infinite di connessioni continue. C’era una dolcezza diffusa, anche i profumi erano diversi, e questo manca, come la reversibile pazzia degli unici amori, delle attese senza fine, del palpitar sognando. Su tutto imperava una agitazione allegra che faceva cantare con la voce e con il corpo. Il tempo non passava mai e sfuggiva tra innumerevoli impegni, doveri, piaceri.

Difficile dire a posteriori che si era felici, ha ragione il poeta, ma la quantità di sensazioni che si ottenevano vivendo era smisurata. Prima tra tutti la consapevolezza di vivere un tempo irripetibile che ci mutava in persone differenti da prima di allora.

Imprudenza nel credere e nel lasciarsi prendere, eppure L’omeostasi funzionava, ma gli scenari che traccia vano le sensazioni nella mente erano così ricche e alternative da considerare vitale la vita complicata, l’assenza, la delusione assieme all’innamoramento, alle felicità improvvise, le presenze totalizzante.

L’età matura fa emergere l’intelligenza della conservazione, porta verso il caldo, il buono, il dolce ma con parsimonia d’entusiasmo, è questo che permette le vite e scatena altri scenari dove le sensazioni oscillano tra il ricordo e un nuovo legato al possibile.

La linea del possibile è la misura di ciò pensiamo di noi e su questa linea danza il tempo nostro.

chi è quell’uomo che m’assomiglia

Posted on willyco.blog 24 gennaio 2016

È giusto si sappia che trattenere la rabbia costa fatica, che restare calmi consuma quantità immani d’energia.

È giusto si sappia che nessuna rinuncia è a basso costo, che la notte o il primo mattino ci sarà un risveglio che porterà il pensiero lì, proprio su quella rinuncia, e farà star male.

È giusto si sappia che per costruire una vita come la vorremmo serve non meno energia che per accendere una stella, ma anche per quello straccio di vita che abbiamo realizzato con fatica serve altrettanta energia e se questa ha un sentimento, è meglio ricordare che è stata irrorata di un amore inverosimile. Senza misura, proprio come quello degli dei. Quelli del nostro olimpo, perché gli altri dei hanno tutti misura e limite.

Se qualcuno l’avesse raccontato, magari insegnato, quando ancora capivo a malapena, non avrei creduto. Non mi sarebbe parsa una grande impresa vivere, ne avrei visto l’eroicità, non la consuetudine, non le incrostazioni, gli obblighi. Avrei protestato la mia libertà facile, la limpidezza di poche idee che non avevano contrasto apparente, non mi sarei fermato sulle contraddizioni, anzi le avrei sciolte con la lieta spensieratezza e coscienza d’ Alessandro: con un colpo netto anche il nodo di Gordio giaceva risolto. E invece poi quelle contraddizioni si sono rivelate la vera essenza di ciò che stava dentro, quello che protestava la sua umanità vilipesa dalle costrizioni, da idee ricevute e stantie, dalle consuetudini.

Allora è giusto si sappia che non è nel distruggere se stessi ma è nell’assomigliarsi la fatica. Che il comporre equilibri esige un’infinita dolce pazienza, un’energia che ordina ad una stella d’accendersi nel cuore e nel pensiero. Che questo è tutto quello che a volte si potrà offrire e quasi mai verrà compreso.

scene da un matrimonio

Un film che colpì molto nel ’73, parlo di chi allora aveva 20 anni o giù di lì, fu “Scene da un matrimonio” di Bergman. Vivevamo in un Paese in cui, pur con il ’68 appena passato,  era meglio sottacere, far finta di nulla. Si discuteva di divorzio, ma il divorzio ancora non c’era, si parlava e si tentava l’amore libero, ma i sentimenti erano gli stessi di prima. Allora vedere che un matrimonio normale si rompeva perché lui s’innamorava di una sua allieva, ma poi le cose continuavano, i sentimenti evolvevano, si intrecciavano di nuovo, restava la sensazione che la vita era normale, dolorosa, difficile e civile. Un bel bagno di realtà, rispetto al ribollire di idee e di confusione che avevamo dentro e attorno. 

Di tutto quel film mi restarono in testa due scene. La prima era quella in cui Liv Ullmann-Marianne parla degli anziani zii, (vicini ai 70 e allora era già vecchiaia) che la sera si ritrovavano nel grande lettone e la vita sembrava ormai pacifica per loro. Invece la zia chiede il divorzio perché i figli sono grandi e non c’è più motivo per stare assieme, non c’è più amore. La seconda scena era il ritorno assieme dei protagonisti per una notte, entrambi si sono risposati, si dicono felici, si ritrovano assieme per un anniversario. Stanno cercando una traccia importante di loro nel presente, forse un futuro, anche se non lo dicono. Fuori c’è silenzio, freddo e buio. Che sia la solitudine il motivo?

Il matrimonio veniva visto come contenitore di sentimenti: l’amore si era svolto, poi l’affetto non bastava più e la soluzione risiedeva nella razionalità del divorzio. Ma pure questo non bastava per rimettere assieme vite e sentimenti. Come se il lasciarsi fosse comunque una ferita che non rimarginava perché l’amore era una risposta alla solitudine e questa permaneva per sempre, al più si attenuava. Così mi pareva che la tesi fosse che le vite procedono e includono i sentimenti, ma l’esito può essere lo stare assieme oppure lasciarsi e che l’una o l’altra cosa dipendesse dalle scelte contingenti e che alla fine tutto ciò dipendesse dalla solitudine.

C’era una logica stringente nella meccanica delle cose, gli amori nascono, crescono, finiscono e pensavo che questa idea era così naturale che la sapevamo tutti, ma lì funzionava e qui no. Forse perché in Svezia c’era la razionalità protestante mentre da noi diventava persino arduo pensare l’idea che i sentimenti evolvono, e così il bene delle persone veniva spostato verso una loro relativizzazione. Una sorta di utilitarismo legato alla famiglia come entità socio economica prima che come insieme di affetti e siccome non si era trovata una buona soluzione economica tutto veniva tenuto assieme, si derubricava la paura del disamore, la solitudine. Certo gli amori per una vita esistevano, e si raccontavano, ma non erano la norma, erano una conquista delle persone, non del matrimonio. Quello che stava dietro a questo evolvere assieme l’amore, non si indagava, era un patrimonio personale che si chiudeva in un incontrarsi e in un mutare assieme. Per noi che eravamo giovani, già il poter esibire l’amore, sperimentare, discutere era rivoluzionario. Bastava, e sembrava che alla fine il cambiamento sociale collettivo avrebbe risolto tutto toccando motu proprio la radice del bisogno di stare assieme. 

Cosa e quanto è mutato da allora? In mezzo c’è stata la legge sul divorzio che ha tolto molta ipocrisia, sono scomparsi (ma ora tornano trionfanti) i vecchi partiti del si fa ma non si dice ma questi anni sembrano aver riguardato il contorno, il sesso, la liberalizzazione di alcuni comportamenti mentre sull’evolvere dei sentimenti, su come le persone possono educarsi all’amore e anche a lasciarsi, non c’è stata una consapevolezza sociale profonda. Perché non si indaga abbastanza su questa solitudine che si insinua tra di noi e che nessun contratto riesce a sciogliere?

La domanda che si fa Marianne-Liv Ullmann, anche oggi pare abbia solo risposte personali e che in fondo non sia mutata:

“Credi che viviamo in una totale confusione? Credi che dentro di noi si abbia paura perché non sappiamo dove aggrapparci? Non si è perso qualcosa di importante? Credo che in fondo c’è il rimpianto di non aver amato nessuno e che nessuno mi abbia amato?”

Ecco questa forse era una radice del problema, ma allora esisteva il cambiamento, la psicoanalisi, gli psicofarmaci, e tutto veniva semplicemente rinviato ad un oggi in cui tutto è scontato e nulla è approfondito. Leggevo nell’ultimo libro di Paolo Giordano, Tasmania, l’evolvere della sua vita di coppia e la frase che a un certo punto pronuncia alla sua compagna, che è molto più innanzi di lui nella comprensione dell’amore come rifiuto dell’egoismo: non vedo noi nel futuro. E infatti il suo apporto alla vita di coppia è fatto di indecisioni personali, di dubbi, di paure sul futuro della specie e sull’inarrestabilità del degrado climatico, tutto concreto, ma paralizzante e non genera una catarsi nell’amore. Ci sono amori che si formano attorno a lui, ma sono atipici, disorientanti e non si chiede della natura di questo evolvere. Non analizza, eppure è un fisico, un uomo di scienza.

Ai tempi di scene da un matrimonio era più semplice, l’evoluzione dell’amore era all’interno di un paradigma codificato che se viene scardinato genera un altro amore simile, difficile ma ripetitivo. Ciò che non è accaduto è rendersi conto che la cosa di cui più si parla, l’amore, non può essere espunta dalla società. E’ un fatto personale e collettivo, ha aspetti pubblici e privati, ma ciascuno ha a disposizione le soluzioni che l’educazione, il sentire, il contesto gli offre. Ora esaminare l’amore ai tempi della possibile estinzione, cosa significa? Parlarne adesso significa considerare che l’amore romantico è mutato, è diventato specie e interpello personale, ma anche problema di massa che non ha adeguate risposte. E questo lascia attoniti.

la ricerca del tesoro

Oltre i portici, dietro le case che si appoggiano l’una all’altra, ci sono rettangoli di terra. Sono antichi orti di città, separati da muretti di mattoni, alti secondo l’amicizia tra vicini. Alcuni con gli spazi per appoggiare i gomiti e conversare, altri di tale altezza da occludere la vista e irti di cocci di vetro destinati a ipotetici ladri o gatti stranieri. Abitavo in una di quelle case del centro che un tempo era appena fuori le prime mura medievali della città.

La città dei Veneti, poi romana, era diventata bizantina come tutte le città vicine alla costa dell’Adriatico. Per  la sua importanza era stata il baluardo di difesa a nord dell’esarcato di Ravenna, dopo che Aquileia e le altre città della decima legio erano cadute sotto dominio longobardo. Intorno al 598 accaddero fatti straordinari e gravi, i due grandi fiumi che difendevano la città, per forti inondazioni e sconvolgimenti naturali, cambiarono corso spostandosi dal sito consueto. Si doveva capire che i presagi non erano buoni e infatti due anni dopo, la città fu cinta d’assedio dai Longobardi; rifiutò d’arrendersi e resistette 10 anni, poi capitolò. Ne parla Paolo Diacono, dicendo che l’intera città fu distrutta dandola alle fiamme e abbattendo le mura e gli edifici principali. La rovina fu proporzionata alla fierezza dei difensori e talmente severa che gli abitanti si ridussero a poche migliaia da quasi settantamila che erano prima dell’assedio. Restavano pietre ed erba dove c’erano stati porti, anfiteatri, terme, edifici imponenti, ville, case, ed ora sulle vie consolari pascolavano le pecore e si viveva nelle capanne. La sede vescovile fu soppressa per due secoli e spostata a Monselice. Si era tornati agli albori della storia, quando gli euganei popolavano di palafitte i fiumi, si raccoglievano in villaggi, avevano lingua, scrittura e forza militare. Accadeva ben prima che Roma nascesse e questi allevatori di cavalli, artigiani e guerrieri commerciavano con gli Etruschi, correvano i fiumi e raccoglievano e vendevano il sale della laguna.

La mia casa aveva un notevole riquadro di terra all’interno, si coltivava l’orto, c’erano alberi da frutto, spazio per correre e giocare. Non distante da dove abitavo era stata scoperta una villa romana, una piccola parte ma significativa. Era emerso un grande pavimento a mosaico e con figure colorate di uomini e animali, contornato da fregi intrecciati, era parte di una delle stanze, quale non si capiva. Era stato estratto intero e portato al museo. Si diceva che, per certo, la villa fosse ben più grande e che non si riuscisse a perimetrarla semplicemente perché le case le erano state costruite sopra, e altri pavimenti erano sotto cantine, strade, od orti. Questo racconto, unito alla vista quotidiana di quel mosaico che era sulla strada per andare a scuola, l’avevo udito in casa e aveva acceso la mia fantasia. Così d’estate, con la scusa di curare l’orto, scavavo buche a casaccio, aiutato dal cane di casa. Emergeva di tutto e nulla di quello che volevo, pensavo che anche in quella terra lavorata da millenni, ci fossero tracce di antichi manufatti. Mi accompagnava la curiosità interessata del mio cane, gran seppellitore di ossi, che però, oltre a riempirmi le scarpe di terra, non aveva gran utilità nella ricerca.

Ma io cosa cercavo? Credo mi aspettassi di trovare un tesoro sepolto da qualche abitante prima che la città capitolasse, magari una pentola di monete od oggetti preziosi di una casa patrizia sfuggiti alla devastazione dei longobardi. Oppure un pezzo di mosaico, un vaso, un’anfora come quelle che si vedevano nella casa accanto. Insomma qualcosa si sarebbe trovato. Per non tirarla troppo in lungo, nelle ripetute campagne di scavo, venne fuori una quantità industriale di radice di cren, ottimi vermi da pesca, non pochi ossi di manzo e prosciutto riseppelliti con solerzia dal cane Poldo, un notevole assortimento di pezzi di vetro e di ceramica, una monetina dello stato pontificio della fine del 1500, pezzi di marmo che attribuii a colonne spezzate, un paio di capitelli che lasciavano ben sperare, molta stanchezza serale. L’orto non fu mai così ben vangato come in quell’estate e a settembre chiusi la campagna di scavo.

Mi è tornato a mente quel tempo, così ricco di attesa, perché è una buona metafora della ricerca dentro di noi. E cioè, una fatica notevole, idee confuse, poca sistematicità nel cercare, la fortuna che latita, ritrovamenti che sembrano incongrui e che vengono scartati rispetto al grande risultato atteso, stanchezza finale. Allora avrei dovuto seguire la pista della monetina, insistere sui marmi e sui capitelli, cercare i collegamenti tra le cose e invece volevo il tesoro. Volevo cioè dimostrare che la ricerca produce un cambiamento radicale e immediato. Ho capito molto dopo che nel cercare dentro si trovano un sacco di cianfusaglie, che ciò che appare è la superficie scambiata per il profondo. E ho anche capito che serve metodo e silenzio, pazienza e acume. Tutte cose di cui siamo dotati, ma che  se applichiamo nella ricerca in profondità, diventano difficili da gestire su un risultato, ovvero portano dove vogliono loro.

Ho capito con molto ritardo, che non si trova ciò che si cerca, ma ciò che ci cerca ci trova e che questo, quasi mai è piacevole e non risponde al risultato atteso, però è in grado di cambiarci un poco, di attivare nuovi percorsi di vita, di farci scoprire legami inattesi. In fondo ciò che c’è sotto ha un suo fascino e si riallaccia a me. È la mia storia, non come me la sono raccontata, ma come si è creata facendo interagire la resistenza alla conquista, la punizione conseguente, la volontà di creare il nuovo, la capacità di non dimenticare nei secoli bui del cuore, chi ero. E questo processo, ne sono convinto, è quello che percorriamo tutti se cerchiamo qualcosa. Per questo non smetto di cercare e sono convinto che il sotto non smetta mai di dialogare con il sopra, attenda paziente di essere scoperto e di rivelarci il tesoro della conoscenza che non si esaurisce. Cari colleghi che non vi accontentate della superficie, buona ricerca e che gli dei del profondo ci aiutino.

qualsiasi cosa pensi

Da qualche giorno ho una urgenza di scrivere, sono inizi di pensieri da sviluppare, cose che si svolgono nei particolari che vedo, nella mia testa, in quel momento che ha durate sue, e che precede il sonno. Riempio pagine di appunti, cerco significati, misuro coincidenze. Il che non basta per considerare che si possa passare all’atto pratico e sensato di mettere in fila i pensieri. Sono porte che si aprono, necessità di mettere ordine.

Ad esempio se penso al Natale lo sento come una nascita che mi riguarda, un guardare in avanti che chiede un nuovo modo di vedere il mondo. Si sono accumulate tali e tante delusioni in questi anni che l’essere parte di una comunità divenuta sempre più indifferente, ha fatto smarrire il senso del procedere nell’umanità collettiva. Come si è uomini tra gli uomini?

Certo, la caduta dei miti, delle ideologie, ci ha lasciato soli. Uso il plurale perché penso ai molti che hanno speso le loro vite cercando di realizzare una piccola parte di utopia, senza interesse venale ma per una passione che spingeva verso l’eguaglianza, il giusto, il vero. Non posso pensare a quelle vite come inutili perché scomparire be la speranza, ovvero il motivo per resistere a tutto quello che mina la sopravvivenza del bello, dell’equo, della vita stessa. Quindi penso che chi ha vissuto parecchio, ha fatto esperienza di sé e del mondo e ancora crede nell’uomo debba raccogliere la piccola luce che possiede, quella grande di chi l’ha preceduto, è guardare con nuovi occhi se stesso e il mondo.

Nascere ora è questo essere nuovi perché muta la percezione, il sentire, il fare la nostra piccola realtà. Penso che la sera I pensieri che si accumulano e che urgono, debbano contenere la nostra giornata che seguirà. Il nostro nuovo farsi e fare è ciò che con pazienza, altri hanno fatto di loro stessi prima. Senza raccontarci storie, mettendo al bando inanità e tristezze, riprendere il nostro posto, con ciò che pensiamo nella realtà.

parole friabili come biscotti

Nei sentimenti pare funzioni così: Se mi do a te per amore, tu devi preservarmi come ciò che è più prezioso per te, accettare la mia diversità, far sì che essa diventi, con la tua, elemento unico e comune.

Qual è la natura dell’amore che entra dove non sai di esserci, che imbeve ogni impermeabile ricordo, che rompe il tempo e si trasforma in friabile pietra di sogno. Come agisce l’amore che cambia ciò che si vede, si tocca, si sente e mentre si sparpaglia attorno diventa punta acuminata che scrive e sanguina o lenisce il cuore. Sapere di cos’è fatto e poterlo un po’ per volta raccontare, come fanno i poeti che ad ogni ultima parola aprono una porta anziché chiuderla.

Sapere per intuito la dolcezza che tiene assieme l’attesa del bacio e il suo abbraccio alle labbra. essere consci che ci sono tanti abbracci e altrettanti baci, infinite attese e felicità sconosciute e ognuna è differente, ognuna ha una persona, un momento, genera un ricordo che riassume una vita nel suo amare.

Lasciare che i pensieri volino, incertezze nell’aria, assieme alle foglie in questo autunno che non finisce, che non sbocca in un gelo che stringe assieme i corpi. Guardarsi attorno e vedere che nessun passo va ancora di fretta e sentire che le parole sono lente, il pulsare è fatto di sguardi, di mani strette che cercano la punta delle dita, di cappotti troppo gonfi di piuma, di voli d’uccelli sconosciuti che cercano altrove rifugio.

Depositare nel cuore le attese, lasciare che ogni dolcezza maturi e affidare a ciò che cancella se stesso, ma non noi, non la pazienza e la passione, non la richiesta, il bisbiglio della cura e del desiderio. Trasporre tutto questo in parole friabili come biscotti e disseminarle in luoghi fatti di distrazione e inconsistenza, dove solo gli uccelli prestano attenzione.

la sublime inutilità di questo luogo lo rende poetico:
è un mandala costruito con la pazienza dei giorni,
le intemperanze e il ribollire dello sdegno,
nessuno t’obbliga, è vero,
ma forse tutti siamo gatti curiosi,
e le vite altrui sono meraviglia, banalità, carezza leggera.
Un soffio che si spande
e fa girare il capo,
come qualcosa che ci riguarda
ed è già sfuggito.

mettiamo le cose al singolare plurale

Penso, a volte, che se anche ho poca acqua, non sono un pesce da fango, che le cose non mi vanno bene così, che se sono un privilegiato perché nato nella parte privilegiata del mondo e negli anni in cui c’era un ascensore sociale e si poteva avere un lavoro che assicurasse dignità, non mi basta essere di sinistra per tacitare le domande. Un tempo aiutava non poco l’ideologia, ed anche i comportamenti conseguivano; c’era un futuro condiviso, si discuteva sul presente, e pur non bastando le sole chiacchere, il futuro sembrava amico. Adesso non basta essere di sinistra, occuparsi di qualcosa, pensar bene e poi attendere.

L’oggi ha dei vantaggi, ma c’è una idolatria del presente e questo mondo dà occupazione ad un sacco di persone, mai come adesso accanto a qualche diritto individuale esiste una diseguaglianza crescente sia tra chi un lavoro ce l’ha e spesso non gli basta per non essere povero e ancor più tra chi il lavoro non l’ha proprio. Pare sia più difficile occultare la realtà però la si può manipolare con facilità, basta avere il controllo dei media e spesso le non verità diventano parte della realtà. Una meta realtà a cui le persone vengono spinte a credere, tanto nessuno è in grado di verificare la massa di informazioni che vengono immesse. Il mondo è sempre più Orwelliano ma non emerge con forza una ribellione, la stessa democrazia contiene il germe per la sua negazione quando ciò che viene offerto all’elettore non solo è una meta realtà , ma anche emerge l’idea che non sia possibile mutare la propria condizione né avere un futuro migliore diverso e comune.

Un tempo chi andava in un paese che aveva leggi giudicate barbare considerava folclore guardare le teste mozzate, la legge di quel paese era sacra e ciascuno si teneva le sue abitudini. Oggi si pensa di esportare la democrazia. E’ una balla perché l’asservimento all’economia è tale che ad ogni azione corrisponde un interesse e chi è ricco diviene straricco con un buon uso della “democrazia” in punta di baionetta. Solo se si guarda alle parole e non agli interessi, qualche passo verso l’uomo s’è fatto, ci sono persone che non sono indifferenti, che capiscono che l’ingiustizia non può essere il metro per preservare il benessere. Quando penso ai maggiori diritti attuali, naturalmente lo faccio per differenza rispetto ad un prima di 70 anni fa e non mi sogno di pensare che questo sia il migliore dei mondi possibili. Eppure mai come adesso l’ingiustizia emerge, circola, le differenze sono acute, il male fa più male a chi lo sente. Mi chiedo quale via esista oltre il capitalismo, per dare un senso al cambiamento, quale direzione prendere, cosa fare per non sbagliare troppo.

In questi giorni, nel mio territorio, tagliano alberi, 116 questa volta. Un bosco. Gli abitanti hanno raccolto 30.000 firme, la giunta è di centro sinistra. Allora le persone pensano, ci ascolteranno se diciamo che abbiamo già dato, che siamo la città più inquinata d’Italia, basta! E hanno ragione, anche se la vita media è cresciuta, da 40 anni respiriamo aria inquinata. Se poi a questo si aggiunge alla quarta linea dell’inceneritore che rovescerà altre tonnellate di CO2 in ambiente, oltre a PFAS e altro, sembra logico che un bosco in città sia risparmiato, visto che sono alberi di 18 metri, che li tagliano per mettere un terrapieno e una barriera antirumore. Che pazzia pensare che sia più efficace un terrapieno che un bosco, ma è così e stamattina all’alba li hanno tagliati tutti. Ecco che emerge la rabbia, altri protestano, l’opposizione non fa il suo mestiere, ma neppure quelli che dovrebbero difendere la diversità di un agire politico che comprende la salvaguardia dell’ambiente lo fa. Emerge la necessità che i fatti siano preceduti dal consenso, così la politica, l’impegno, e la realtà generano la differenza, perché non tutto è uguale e il futuro e il presente sarà diverso a seconda delle scelte compiute. Non è possibile dire mi oppongo e basta, pensare che poi la soluzione riguarderà altri. Non basta votare, bisogna controllare le promesse, arrabbiarsi se si è stati presi in giro.

C’è una linea che vedo ogni volta che mi sposto in l’Africa. E’ la linea dello sporco, sotto quella linea si devono abbandonare le abitudini, i concetti di pulizia personale, i cibi e la loro confezione diventano precari. E’ la linea della diarrea, degli anticorpi che mancano, ma non è questo il mondo che voglio, non penso allo stato di natura come l’età dell’oro. Quella linea c’era anche in Europa, anche in Italia negli anni ’50, faticosamente si è spostata verso il basso. La civiltà è stata fatta coincidere con la pulizia, con una cura diversa dell’abitare e del vivere, come bastasse importare sapone e detergenti, ma non è solo così; civiltà sono le abitudini che mutano e il darsi da fare, l’ intraprendere sé stessi, prendere il mano il proprio futuro per un progetto condiviso.

Quando penso a uno sviluppo differente, compatibile ovunque, senza spostare le lavorazioni nocive dove non protestano, penso ad uno sviluppo che riguarda il pianeta, non il singolo territorio. A che mi serve non avere centrali nucleari se queste sono appena oltre le alpi? E ora siamo nei guai perché quando l’energia costava poco, si poteva sprecare, ma perché spreco energia, perché le case si sono costruite senza criterio, usando materiali energivori quando già 40 anni fa esisteva l’alternativa? E’ l’uso dell’energia che posso gestire come deterrente per le centrali nucleari e contro l’incremento di combustibili fossili, cosa di cui tutti ora si dimenticano e che sono causa del disastro climatico. Il nemico non è l’impresa o la globalizzazione, ma è l’uso di accumulare cose che non servono, praticare la bulimia del possesso che contribuisce a far prevalere la parte deteriore di questo mondo e lo incentra sul profitto senza limite. Scordo tutto quello che mi sta attorno, ed è giusto sia così per gran parte del tempo, ma se comincio a cambiare le mie abitudini effettivamente il battito d’ali, mio e di molti, causerà un uragano. Rallentare ed usare diversamente il tempo, proprio perché me lo posso permettere, è cambiare, moderare, fare senza rinunciare al lavoro. Ripensare il lavoro e le politiche che lo rendano un diritto che dà dignità, riprendere in mano l’utopia perché senza di essa le cose non migliorano, la diseguaglianza cresce e non si sogna più, ma neppure si può star meglio. E soprattutto devo ricordarmi di credere che un mondo diverso è possibile e che dipende anche da me. Da noi.

the alle cinque e un quarto

È più facile comunicare il dolore fisico che il disagio interiore. Le emozioni, s’approssimano di parole. Forse è la loro natura che attinge dove non c’è parola che le rende difficilmente comunicabili e quando qualcuno dice “ti capisco”, in realtà pensa a sé, alla sua esperienza. Non sente davvero chi gli ha raccontato, il disagio che prova, ma ciò che in lui assomiglia e pensa sia la stessa cosa.

Vale anche per la gioia e la contentezza, altrettanto difficili da comunicare e spesso fraintese in quello che dà loro singolarità, ovvero il legame personale con il ricordo e l’emozione del nuovo che s’affaccia. Solo un amore condiviso raggiunge la possibilità di comunicare un’emozione e condividerla con le stesse parole mute, perché s’avvale del corpo, se può, e comunque dell’esperienza erotica.

Questa difficoltà a far corrispondere con le parole le emozioni genera insieme attenzione e frustrazione, non è facile l’ascoltare empatico senza un dialogo profondo. Questo, credo, sia il limite che troviamo talmente diffuso da essere considerato normale e che isola la persona nell’emozione e nel malessere.

Siamo soli se non ci cerchiamo, se non amiamo, riamati.

Questa pioggia sporca dentro,
e noi, fatti impermeabili, fuggiamo preoccupati di vestiti e scarpe.
È sporca l’acqua che cade nella città simmetrica
viene dal cielo oleoso che galleggia sui risentimenti,
è ostaggio e preda, di chi lascia
e come sempre accade,
nei ricordi, ci sarà la rossa lacca delle sue unghie,
non i tuoi poveri sorrisi senza tempo,
ma i suoi, già espliciti,
come l’affollarsi dei no
e del the che si è versata addosso
sentendo la parola smisurata.


vicoli che accolgono l’anima

Avevo diverse cose da dire, pensieri che si rincorrevano seguendosi e poi tornando daccapo. Nel mio scrivere circolare in fondo torno sempre sui miei passi, come faccio in città cercando vicoli e percorrendoli fino in fondo.

Abiti in un vicolo, direte, allora sarà per questo, e invece no, è la tangibilità del limite che m’interessa, la costrizione a guardarsi attorno, in alto perché avanti non si può andare. I vicoli nascono per qualche abuso perpetrato chissà quando: qualcuno ha deciso di mettere una casa dopo un giardino, di chiudere una strada. E qualcun altro gliel’ha lasciato fare. La città ne ha molti, alcuni dopo portoni altosonanti, altri anonimi e solitari.

Quella del vicolo è una bella metafora di ciò che sta accadendo attorno a noi: si chiudono strade che prima portavano pensieri, diversità, saperi e chi potè (o può), vi installò la sua casa facendo proprio un percorso aperto. È l’arteriosclerosi della società che mentre rende facile il viaggiare rende difficili i cammini individuali e interiori. Guardavo il vicolo dove abitava mia zia, neppure quello era un vicolo perché prima era una strada: strada vecchia. La vecchia toponomastica  ancora affissa lo dice: vicolo vecchio, già strada vecchia. Adesso c’è un cancello di ferro e neppure il vicolo non si può più percorrere, anche la vista verso l’alto è stata preclusa. In fondo a quel vicolo c’è una villa e un altro cancello impermeabile alla vista. Lo so per averci passato giocato vicino nei pomeriggi d’estate. Poi ci fu un fatto terribile, che accadde quando ero ragazzino, il proprietario della casa durante una gita in montagna, uccise i figli e la moglie e poi si suicidò. Dissesti finanziari, dissero in casa, ma c’era molto pudore nel parlarne. Non credo che quanti abitano nel vicolo, ora divenuto un cortile, sappiano di queste cose. Arrivano, aprono un cancello col telecomando, poi una saracinesca di garage con un altro telecomando e salgono nelle case con il loro esterno fatto di pensieri, sensazioni che si adegua al vicolo chiuso, alla casa: ora sono prigionieri e protetti. Un tempo in quella strada giocavamo in parecchi, in tutti questi anni in cui guardo sotto il portico di accesso, non ho mai visto un bambino che gioca oltre l’inferriata. Tutti adulti prigionieri.

Per rifarmi la vista, allora, ho percorso un altro vicolo vicino. Misterioso come il suo nome, tabacco, però stretto e corto come quelli del monopoli. In fondo ha il solito cancello di banale lamiera, senza la creanza d’un fabbro e gli alberi, che spuntano oltre i muri con i cocci di bottiglia, sembrano guardare oltre. La strada scivola tra muri e usci che danno sull’acciottolato antico, fatto di sassi della Piave, come si diceva un tempo, è tutto così stretto che le case s’inerpicano a cercar aria. Questo è un vicolo che rende inutili i cartelli di divieto di sosta, però il guardar alto rivela un ponte tra case, pietra traforata e una stanza di passaggio: hanno tentato di chiudere il cielo e non ci sono riusciti e così ne è venuta una continuazione del portico sul corso. Una finta, insomma, e pure riuscita a mezzo. Ovunque giardini pensili in queste minime strade, e subito la sensazione di essere arrivati al fondo dell’orizzontale.

Camminando con intenzione curiosa, mi accorgo che la città che ho in testa non è la città reale. La mia è una città di fatti, di relazioni, di presenze che si conoscono, che scambiano e confrontano; quella che vedo è una città che fugge da sé. Non la città dei futuristi, che sale verso un nuovo, sferragliante avvenire e neppure la città storica, pur così presente in queste strade, ma è una città che si chiude, che gira il capo e non ascolta.

Ora serve l’eccezionale per smuovere le spalle, per far girare i passi, mentre è il quotidiano, così pregno di realtà, che dovrebbe portarci in un vicolo dell’anima, costruito con pazienza e aperto dentro di noi, per riflettere su dove si sta andando, guardare in alto e attorno, riconoscendo con meraviglia che non sappiamo dove siamo. E in fondo, nel giardino segreto, si potrebbero coltivare le piante che fanno bene, un orto dei semplici da aprire a chi bussa, un condividere per aprire una strada oltre noi che abbiamo capito il concetto del limite. E allora anche un vicolo avrebbe un senso e uno scorrere che accoglie ed è parte del fluire verso la città comune. Le parole non hanno mai un senso a caso.