Certe cose cominciano bene poi finiscono peggio in un rallentare vischioso che affatica sino alla perdita di senso. C’è una legge dell’usura che riguarda l’attrito, ha dei lati positivi perché il tempo leviga le cose.
Fa attrito il bene?
E cosa ne resta nella sua immagine accuratamente polita che conserviamo in noi?
Nel rinnovarsi il bene come muta? E se esso apprende dai suoi errori, cosa diventa?
Di simmetrie è fatto il procedere del ricordo che poi si muta in storia, sono grandi quelle che prendono i molti, li avvincono in sogni apparentemente uguali e poi si consumano nella relativa abitudine all’accadere. Così per i piccoli immensi sogni troviamo simmetria mai eguale e dovremmo sapere come i sentieri sempre incrociano altro cammino, ma ciò non fa deflettore e giudica unico il proprio sentire, com’è giusto sia. Non è la fine che in fondo interessa ma il principio e il suo primo svolgersi, potente ed ogni volta unico. E simmetrico.
Ma allora, cosa affatica il sentire emotivo dopo l’inizio in cui l’entusiasmo soverchia ogni calcolo di tempo?
Forse il ripetersi mai eguale, che torna. Anche per noi che siamo eccezione, mai regola. Torna il tempo che quando s’avverte è già trascorso, già pesa, già toglie. Non è come allora, quando iniziò ed era nuvola impalpabile di ciprea, un soffio di profumo nell’aria da cui essere imbevuti, respirati respirando. Il tempo gassoso dell’inizio è diventato prima olio e poi pietra e ha frenato la corsa. La dittatura del presente, del perenne decidere senza poter assimilare, è un ansare di pensieri che faticano a coagulare, che sono fatica interiore, un non dirlo mai prima del tempo, perché non sarebbe capito e sarebbe un’offesa. E nel frattempo, se l’abitudine non diventa nuovo, il sapore non c’è più, perché il tempo s’è incattivito in rimasugli. Costretti per recuperarne in senso a cercarlo tra gli spazi. Ciò che non si dice è detto, impreciso nei significati, pauroso nel mancare di contorni. Dilaga, chiede e ripete la richiesta d’essere interpretato.
Uccelli impagliati sognano l’antico splendore. Evocano, ricordano, e rendono il passo più lento, la memoria pasticciata, scrivono cielo e mostrano l’abisso.
Eppure c’è una luce. Non per necessità di naufraghi. È nella sublime incoscienza che vede oltre il succedersi immoto delle cose, il loro ripetersi. È nella capacità di sapere che non si sa, nel maneggiare la naturalezza del volo sentendo l’aria. Ciò che sta in essa, sapendo che oscuramente, felicemente, ci riguarda.
Quando una persona che conosci e che spesso è a casa non ti risponde più volte al telefono cerchi qualcun altro che gli è vicino o lo conosce. Ho cercato allora suo fratello, un mio vecchio collega con cui avevamo condiviso, storie, cene, lunghissimi discorsi, vino. Non necessariamente in quest’ordine, ma sempre con il piacere di incontrarci. Neppure suo fratello ha risposto al telefono.
Un mio caro amico mi ha raccontato che più o meno un secolo fa era accaduta una tempesta elettromagnetica solare così violenta che per settimane c’erano state aurore boreali a tutte le latitudini, disturbi dell’umore, tracce sulla crescita delle piante, animali che impazzivano, interruzione in tutte le macchine elettriche che a quel tempo facevano ben poco per tenere assieme la civiltà. in questi giorni c’è una tempesta in corso, ma ci ha regalato solo splendidi tramonti, se avesse voluto infierire l’intera civiltà si sarebbe paralizzata e nessun telefonino, centrale elettrica, macchina ecologica e non ecologica avrebbe funzionato. Che fare in questi casi se non tornare a carta e penna e così ho fatto: un biglietto in cassetta postale con la richiesta di notizie. Dopo qualche giorno è arrivata la telefonata da un nuovo numero e con essa la relazione dello stato di salute non buono del mio amico e ancor peggio quello del fratello. Era in un istituto ormai da mesi, spesso scordava dov’era e cercava il suo banco da lavoro, la lente da mettere all’occhio, gli infiniti cassetti da cui estraeva viti e ingranaggi, poi la sua mente andava ai viaggi innumerevoli fatti in tutte le parti del mondo, in condizioni molto vicine agli abitanti dei paesi che visitava, allora venivano fuori racconti di avventure, di fatti inusitati per l’esperienza comune, di meraviglie viste e perdute, ma ben presenti nella sua mente. I vicini lo ascoltavano, poi pensando fosse un romanzo, ed invece era una vita, si stancavano e andavano dietro ai loro pensieri.
Il mio amico, mi raccontava con precisione cosa era accaduto e accadeva al fratello e a sé e traeva delle conclusioni sul vivere, sulla necessità di avere qualcuno vicino, sulla solitudine che inevitabilmente prende il sopravvento quando ciò che si ha da dire è molto, troppo per chi ascolta e non ha la stessa esperienza. Finché parlava, poi glielo dissi, immaginavo che al fratello, portassero il tavolo da lavoro, quello con il ripiano che aveva una insenatura per il corpo che si inseriva in esso, le fotografie ormai falsate nei colori messe in cornici con altre fotografie messe ai lati come compagnia di terre lontane da tenere vicine e che lui, messo davanti alla finestra come a casa, ricominciasse a mettere insieme macchine, piccoli automi meccanici, orologi che avevano bisogno di essere lubrificati, come accade alla mente quando ricorda e a volte si ferma per guardare lontano, oltre il vetro ma in realtà guarda dentro e vede, e sente, e un ricordo si mescola ai suoni esterni, e ha un sapore che nell’aria non c’è, un colore che non esiste perché è un frullo di luce che per un attimo ha colpito la retina molto tempo fa.
Le sue mani, il corpo stesso era un tutt’uno con ciò che aveva fatto e faceva, la delicatezza dell’entomologo, la sensibilità del pittore, la precisione dell’inventore che organizza in nuovo modo il consueto e rispetta ciò che già funziona per farlo funzionare meglio. Lui era tutto questo, capace di camminare per giorni mangiando banane e cocco in luoghi in cui passavano ben poche presenze estranee, era in grado di vivere tra persone che adottavano i linguaggi sconosciuti o dimenticati, del corpo, del viso, del tatto, delle mani e tornato a casa scaricava la sua piccola macchina fotografica. Faceva stampare le fotografie che erano sempre poche ma ciascuna l’inizio di un racconto, salutava il fratello e riprendeva il suo posto tra suoni di pendoli, battere di secondi, impercettibili sussurri di orologi di gran pregio che solo lui sapeva rimettere in ordine nella città.
Per questo pensai che ovunque fosse avesse bisogno della sua zattera, del suo tavolo, della luce concentrata, della lente sull’occhio e delle pinzette di varie dimensioni, ma tutte minuscole come i cacciaviti e le frese sottili. Pensavo al cassetto dei quadranti dove si mescolavano nobili e plebei in allegra confusione, perché l’utile non dipende dal nome ma da ciò a cui qualcosa serve, pensavo alle viti che erano come i grani di pepe che aveva portato dall’isola delle spezie e che forse per lui avevano lo stesso profumo. E forse pensava, chiamandolo e prendendoli tra le punte aguzze delle pinzette, ai nomi delle cose che ruotano, che trasmettono il moto con lentezze esasperanti, che dominano il tempo e sono così inusitate da richiamare ben altro nella vita quotidiana. Nomi antichi che venivano dal medioevo, nomi dati da eretici ugonotti poi ginevrini, nomi che si erano portati in una sacca gli attrezzi per la misura del tempo, per costruire orologi, assieme alle bibbie e le eresie che avevano rimesso in moto l’Europa e poi le Americhe. Nomi che gli orologiai scambiavano tra loro, che regolavano il mondo, il correre dei treni, gli appuntamenti amorosi e quelli d’interesse, nomi che muovevano migliaia di persone , che li allineavano in catene di montaggio, nomi da campanile quando l’alba e il tramonto, la fame e il sonno non bastavano più. Nomi assemblati con cura senza errore perché in un orologio è il mondo che funziona e il tempo si muove danzando con esso, in sincronia perfetta.
L’orologiaio che aveva conosciuto il mondo, gli orologi d’acqua e di sabbia, le sfere giganti delle torri, gli astrari e la precisione delle menti che sapevano descrivere l’ora dal moto del sole o da quello della luna. Lui che aveva capito che atmos, l’eterno orologio che si muove per le variazioni di pressione era pur sempre un’approssimazione del tempo, come ogni orologio, compreso quello atomico che basa se stesso nei tempi di decadimento di una particella, compreso quello dell’universo dove il tempo conta davvero poco ed è l’energia a farla da padrona finché non emergerà la gravità quantistica a rimettere ordine alle cose. Lui sapeva che ciò che metteva assieme, per quanto preciso, era una approssimazione di una convenzione e che l’esattezza era in chi guardava le cose evolvere, lo sapeva mentre adattava se stesso a ciò che mutava, fosse l’inferno della Dancalia o il verde infinito dell’Amazzonia o semplicemente ricostruire una mozza o un bilanciere perduto. Il tempo era nell’uomo e lo approssimava e da esso era approssimato. Questo lo rendeva leggero su ciò che di mirabile faceva, conosceva il senso del tempo e della sua misura e di tutto ciò che era apparenza e veniva portato al polso, messo su un mobile importante, appeso a un muro pregiato, conosceva il limite. Il tempo ripete se stesso, mentre l’uomo era una fonte continua di meraviglia, questo era il senso dei suoi racconti.
Non gli hanno dato la sua zattera, così penso che dolcemente si sia lasciato andare al flusso dei ricordo, al fiume di tutto il tempo che aveva regolato e che ora non aveva più significato. Penso che ora sia un bel viaggio, l’ultimo che ancora può raccontare senza parlare, certo che chi lo ascolta adesso sarà attento e sorriderà alle sue parole su ciò che è urgente e ciò che non lo è mai stato.
Gli anni perduti, sono quelli che sembrano mancare alla memoria, ma non lo sono per davvero perché inattesi, torneranno. Anni perduti sono quelli ben presenti, fatti di chiusure, conclusioni senza concludere, acquisizioni sospese, addii senza motivo.
Anni perduti sono quelli scialacquati nel dover essere, nelle prigionie di mode e di buoni sensi. Anni perduti sono tutti quelli che non hanno cambiato dentro, che non hanno camminato, che non si sono rincorsi nelle passioni, che sono diventati sabbia senza essere pietra.
Le sedute di analisi disseminate nella coscienza, semi che fruttificano per loro conto, maleducati ricordi che non leggono l’identità, fatiche difficili senza produrre svolte apparenti, sono anni perduti?
E aver ben presente come ci si lascia in una stazione, un po’ travolti dalla disperazione del rivedersi non quando si vorrebbe, ma seguendo la necessità, l’evocare nella mente ogni amicizia che si credeva vera e si è lasciata impallidire e svanire, sono anni perduti?
Le parole di Osip Mandel’stam in Tristia hanno l’odore del fuoco dei bivacchi, il freddo della notte che si insinua nelle parole e la definitività degli addii con l’amore vivo che ferisce e sutura, senz’altro pensante o di mano leggera nella vita. Oggi è meglio di allora, eppure questo addensare di sentire senza orizzonte certifica gli anni come necessari, importanti, definitivi, mai perduti. Quindi anche dove il cielo si rovescia nell’alba, la disperazione diviene dolore e partenza, nulla pensa che tutto sia stato inutile. L’analisi dovrebbe essere così definitiva e profonda da essere un eterno addio che apre nel sentire diverso il mondo e al tempo stesso tiene ben fermo ciò che si è stati davvero, perché quello stare si ripeterà come ogni verità.
Cosa c’entra l’analisi con gli anni perduti lo si trova nella sua necessità di veder dietro l’apparenza, nel cogliere noi nel pensiero e gesto solo a noi noto, ma in quegli anni del disvelamento, noi dove eravamo?
Quando il covid infuriava, teneva le persone in casa, riempiva i telegiornali ci si ripeteva in una l’indeterminatezza felice che finita la pandemia, nulla sarebbe stato come prima. E si intendevano i rapporti sociali, l’affannarsi per fare mille cose, la competitività esasperata, tutto questo è molto d’altro, sarebbe mutato in un mondo in cui gli affetti avessero più importanza, certamente più attento alle persone, alla cura, ai servizi comuni, alla salute. Il regno dell’inutile dannoso e del vano brancolare nel buio di una corsa senza meta, sarebbe mutato in un guardarsi attorno e nell’ assaporare le cose che pazientemente ci rassicurano e attendono di essere apprezzate. Tutto poi è mutato come sappiamo, in una ricerca spasmodica di recuperare vacanze, produttività, tempo che libero non è.
Si è dissipata la paura (ed è un peccato perché siamo stati male per niente) che ci aveva indicato il nostro malessere in un parlar d’altro, in un essere come ci vogliono, scevri di dubbi, pronti a dire si, incapaci di una reazione che muti la condizione che in fondo, nessuno ha scelto. Come accade in uno stagno, l’improvviso rumore ammutolisce le rane, non capiscono, la memoria si cancella e riprendono a gracidare. Magari una serpe d’acqua ha mangiato una di loro, un luccio ha fatto il pranzo, ma finito il rumore sono rimasti cerchi d’acqua che s’allontanano verso le rive. Come non fosse accaduto nulla e così è bastato che le notizie scomparissero dai telegiornali, che la scienza tornasse nei laboratori e tutto è ripreso come prima, sostituito dal brusio delle guerre che basta si pensino lontane perché non esistano. I politici che ora governano avevano detto cose importanti durante la pandemia, ma la campagna elettorale è venuta quando è sembrata tornare la normalità che è più precaria di prima, però è sempre normalità. Così non è cambiato nulla se non in peggio, meno sanità, meno attenzione al sociale, più povertà, una crisi alle porte, però chi poteva è andato in vacanza, è tornato a fare mille lavori, a competere, a essere insoddisfatto pensando che questa sia la normalità. Siamo soli perché quello che ci viene raccontato non solo spesso non è vero ma perché non vogliamo vedere ciò che conta davvero, non sentiamo le altre persone come portatori di problemi uguali ai nostri, vuotiamo il mare con il nostro cucchiaio mentre esso ci minaccia. Sono tutti segni quelli che ci colpiscono per poco tempo, la nostra mente dovrebbe metterli assieme. Una alluvione non è una fatalità, una guerra non è una necessità, un servizio vitale che non funzione non è una normalità. Se non si cambia perdiamo pezzi, persone, umanità, ma soprattutto perdiamo speranza di avere tempo futuro, di durare. I figli che non nascono non sono un problema demografico, ma la disperazione di non essere all’ interno di una società che non lascia soli, che si prende cura, che rende liberi perché possiamo amare non amazzarci di lavoro e di solitudine. Doveva cambiare tutto e non è accaduto nulla o quasi, se non in politica, non nella vita vera e il 50% che va a votare si è stancato, della sinistra e ha dato la maggioranza della minoranza degli italiani alla destra. Anche questo è un segno quando la maggioranza di chi può votare si fa guidare da meno del 30% dei voti. E ora quelli che negavano la pandemia l’hanno cancellata insieme al cambiamento, basta non parlarne più e non è accaduto mai. Non so se sia la stanchezza di un vagare senza meta che cancella i nuovi segni ci appaiono, oppure la fatica di decrittarli nella loro evidenza perché indicano una strada in cui assieme si può crescere e star meglio, ma costa fatica. Come sempre nella vita, sta a noi mettere insieme la grammatica di ciò che accade, scegliere se stare in pace, con un mondo diverso oppure sperare in una salvezza che qualcuno ci regali e non voler vedere che già ci viene preclusa perché chi ha il potere salverà i pochi che per lui contano. Non lo fanno tutti i giorni? Nello stagno spariscono gli indifesi, quelli che non si rendono conto che in molti possono mutare le cose che li riguardano e il racconto del mondo, così la biscia d’acqua e il luccio ingrassano, ma almeno, loro, non sono ingordi e lasciano le rane cantare.
La sublime inutilità di questo luogo lo rende poetico è un mandala costruito con la pazienza dei giorni, dei pensieri prima del sonno, a cui le intemperanze e il ribollire dello sdegno, non hanno fatto offesa. Qui nessuno t’obbliga a capire, è ciò che d’altri non si conosce sapendo di sapere. Come l’intelligenza nascosta nella stupidità.
Forse è vero,tutti siamo gatti curiosi, e le vite altrui sono meraviglia, banalità, carezza leggera. Un soffio che si spande e fa girare il capo, come qualcosa che ci riguarda ed è già sfuggito.
La notte regala animali sapienti, accovacciati nel buio, respirano piano, ascoltano il calore della terra, l’umore che sale dall’erba, il colore sciolto nell’ombra. Dall’alto sono aggregati di timore, senso del limite, e un brivido sconosciuto che avvolge l’ignoto, La mente interroga gli occhi, sente il passato svolgendo gomitoli di filo d’argento e nodi d’ambra, vuole risposte mentre guarda le stelle, e non riflette, d’istinto è la fuga ciò che l’attrae, ma qualcosa si forma, sembra, par di conoscere, l’odorato è l’occhio notturno e mentre cala il fresco dal cielo, la terra e le cose tracciano mappe di profumi, si riconosce l’assenzio selvatico, il timo, l’umore dell’acqua, gli alberi, le resine, i fiori ormai sfatti, le erbe mischiate, il legno tagliato, un cigolio che spande il sapore di sangue e di ferro. Nella notte lo spirito s’acqueta e le parole si formano libere con la durezza levigata del ricordo, compitare il senso è confondersi nel buio, gli occhi spalancati bevono frammenti di luce e odori, mentre lontano, ma appena oltre la mura, rumore di vite, d’altri passati, emozioni e paure intrise di gioia, dicono senza dire, perché solo la disperazione di non essere uguali e differenti, il cuore riempie di timore.
Era la sera del 5 giugno, un sabato. Ero in Sardegna, nel Gennargentu. Da ore trattavo con i sindacati per definire le modalità di riduzione del personale senza che ci fossero problemi per i lavoratori interessati. Un prepensionamento allo stesso importo stipendiale, restando in organico, e il passaggio graduale alla pensione. Se il lavoro fosse aumentato qualcuno avrebbe potuto essere richiamato al lavoro, ma era una possibilità remota. I migliori, gli specialisti che servivano per ristrutturare davvero, se n’erano già andati e bisognava riqualificare chi era rimasto. La trattativa durava da due giorni, sempre nel pomeriggio tardi fino a notte, tutto era chiaro, ma non si chiudeva. Come gestore responsabile del progetto ne sentivo il peso, ristrutturando c’era un futuro, tirando avanti a contributi regionali ci sarebbe stata la chiusura, magari un anno dopo, ma lavoro stabile in quell’azienda non ce ne sarebbe più stato. Ci sono rituali nelle trattative. Di qualunque tipo siano. In fondo è un giocare a rimpiattino con la coscienza che ci saranno prezzi da pagare. Una buona trattativa si conclude con una moderata insoddisfazione di entrambe le parti, si deve sentire che si è un po’ perso ma che il buono e il giusto è stato preservato. Le sospensioni, i rinvii, le consultazioni servono a questo, ad affinare il punto dove ci si incontrerà. Alle 21 fu chiesta una sospensione, un’ora, penso avessero fame.
Nei giorni precedenti, avevo fatto un lungo viaggio solitario tra i monti, in mezzo a macchie di sughere rosso fuoco ormai prive di corteccia. Erano nudità affascinanti, eppure sollevavano la pena di chi era stato derubato di sé. Forse rallentavo troppo per guardarle, così, dopo un controllo dei carabinieri, mi ero fermato sotto una quercia enorme ancora integra. Attorno c’era un verde a balze, il silenzio, un rapace che cercava preda e le macchie scure dei boschetti pieni di uccelli. Più lontano il riflesso di un lago e la mia meta di lavoro. Non ci pensavo e fino a sera ero libero, fuori dal tempo. Restai finché arrivò un gregge con la sua festa di cani, asini e agnelli. Due parole con il pastore, un pecorino tolto dalla bisaccia e l’affetto dell’ospitalità di uno sconosciuto. Aveva le mani forti e abili, annodava e costruiva recinti per la notte. Quando ci salutammo non volle essere pagato e prese il mio posto sotto la quercia, lanciando fischi ai cani, poi estrasse una specie di flauto e cominciò a suonare. Lo sentii dall’auto, lui era in compagnia, io ero con i miei pensieri. I giorni seguenti erano trascorsi tra impianti chimici e incontri e poi la trattativa. Così eravamo giunti a sabato notte. Nell’ora di pausa avevo fatto a tempo a telefonare a casa, a mia Mamma. L’avevo ringraziata ripetendo il bene che sempre ci ha unito.
Quando riprendemmo, il porceddu e il vino di Oliena, avevano alzato i toni, c’era forza nella stanza, persone abituate a resistere un minuto di più dell’avversario, ma io non ero un avversario e neppure chi era con me lo era: se non si trovava una soluzione non vinceva nessuno e l’azienda avrebbe chiuso. Continuammo fino alle 23.30, poi fu chiesto un rinvio, io avevo mostrato e discusso i lucidi per almeno tre volte, cifra per cifra. Si era corretto assieme lo schema, rifatti i conti, mutato qualche turno, chiusa una porta inutile, recuperati 4 posti di lavoro, ma non era tempo di chiudere. Ci salutammo e presi la strada dell’albergo, rifiutando la cena.
Avevo voglia di star da solo, di immergermi in quella casa di allora, vicino al canale. Ho sempre immaginato che fosse caldo e le finestre aperte sulla strada, la notte era piena ma alle 3 del mattino si sentivano già cantare le allodole. Mia Madre aveva la camicia candida, c’era mio Padre, mio fratello che dormiva, mia Nonna, la levatrice. Mi hanno detto che non c’ho impiegato molto ad uscire, che ero rosso in viso e che ci volle uno sculaccione per farmi piangere. Mi furono unte le labbra col vino e succhiai il dito, poi mi accoccolai tra le braccia di mia Madre. Ricevetti baci da tutti, mio fratello si svegliò e chiese chi ero, così ebbi anche un nome. Poi mi addormentai, la stanza pian piano si vuotò e arrivò il primo mattino. A questo pensavo in mezzo ai monti e bevendo il vino rosso con l’albergatore, che mi aveva atteso, mi augurai buon compleanno. Gli auguri di chi mi amava erano già arrivati, adesso toccava a me volermi bene. Il giorno dopo era domenica, trattammo fino a lunedì notte, ma non si concluse, perché la vita a volte va così ed è comunque buona.
Ci fu il giorno dopo, anzi furono settimane convulse e con spari la notte che piano diradavano. Qualche conto veniva saldato da uomini magri a cui i vestiti stavano larghi, altri non trovavano quelli che cercavano e di cui portavano addosso i segni, così non pochi si chiusero in un silenzio che riprendeva il lavoro di prima, quello mai smesso davvero, e lo riprendevano da dove avevano lasciato, come fosse un libro che anziché da leggere fosse da scrivere. C’era euforia nell’aria, la primavera aiutava, le donne mettevano vestiti leggeri per uscire, ma si facevano accompagnare dai padri o dai fidanzati e mariti che tornavano a casa. In città c’era stato un acquartieramento di truppe che non badavano a vincitori e vinti e il loro arrivo era stato preceduto dalla notizia di violenze e stupri. Le sere s’allungavano, mio padre, dopo l’Africa e il rifiuto di aderire alla repubblica di Salò, aveva da sistemare qualche percossa di troppo, cercava i responsabili che pure erano stati presi. Gli stessi tedeschi li avevano lasciati a terra dai camion, così erano stati rinchiusi nelle celle del tribunale per essere giudicati e fucilati. Nel portarli in piazza, erano arrivati gli inglesi e ci fu subito tensione. Chi voleva fucilarli aveva le armi, due furono giustiziati ma gli altri, dopo una trattativa concitata e con la minaccia delle mitragliatrici furono presi in consegna dagli inglesi. Questi promisero, dissero, parlarono di giustizia e processi, che poi ci furono ma ormai era tardi e nemmeno tre anni dopo i responsabili di torture, assassini erano in libertà. Arroganti alcuni, silenti e pericolosi, altri. Mio padre se ne fece una ragione, altri meno e chi aveva rimesso in ordine la giustizia dovette scappare. A Praga alcuni, altri in Sud America, proprio dove stavano arrivando navi di nazisti e fascisti.
Il giorno dopo la Liberazione, era una giornata tiepida, mio fratello giocava tranquillo, in casa c’erano le finestre aperte. Era una novità perché per oltre un anno i miei avevano dovuto tenere gli scuri chiusi, dalla casa di mia Nonna, si vedeva il cortile di Palazzo Giusti e la banda Carità aveva imposto che nessuno vedesse i prigionieri. La libertà era la fine della paura, aprire le finestre e ascoltare la radio che entrava con l’aria, pensare di mettere il bimbo in carrozzina e cercare di comprare qualcosa che non fosse a borsa nera. Mia madre era contenta, mio Padre lavorava, mia Nonna aiutava a rimettere insieme la famiglia dopo aver perso la casa. Era un giorno d’aprile mai così luminoso e mai così diverso da quanto era accaduto prima. Gli uomini che ancora mancavano sarebbero tornati, la vita per molti aveva vinto anche se gli anni scuri, la guerra, pesavano in mezzo alla speranza. Erano stati anni rubati alla vita e non sarebbero tornati, meglio guardare avanti. Era finita la guerra ed era il giorno dopo, quelli che si erano ribellati al fascismo avevano vinto e con fatica ricominciavano a vivere, sicuri che ciò che sapevano fare sarebbe bastato. A volte un tarlo si faceva strada, erano ancora disorientati dalle troppe speranze accumulate a ogni allarme, in ogni bombardamento, in ogni battaglia perduta, in ogni disperazione patita, vista, subita, temuta: avevano timore che fosse troppo bello tutto. In quella casa dove abitavano i miei, la mamma del Partigiano fucilato abitava al piano di sotto, le era stata concessa la medaglia d’argento per le lacrime che non sarebbero mai finite. Era stato un anno prima, messo con altri sei contro il muro di una caserma di periferia, il prete, il plotone, il colpo di grazia. Chissà perché lo chiamavano così, colpo di grazia, lei, la Madre, glielo avessero dato ferito, lo avrebbe curato, risanato e portato a festeggiare quell’aprile, ma, Lui, che l’aveva reso possibile non c’era più. E a lei non importava che la portassero in piazza, che le fossero attorno. Aveva pagato per i molti che non pagavano e aprile era il mese in cui non c’era nulla da festeggiare.
Con difficoltà mio Padre parlava di quei giorni che mescolavano polvere, eroi e vili. Parlava di anni di freddo senza tregua e di notti brevissime costellate di fughe e fatiche. Parlava e taceva, perché ciò che emergeva non era solo una gioventù consumata tra guerre, precarietà, richiami e coercizione, ma anche di silenzi e idee da esprimere a mezza voce, di ceffoni e botte prese e mai accettate, paure e vita con sogni normali in un ambiente che li contraddiceva. Realista a tal punto da contare sul presente per avere un futuro. Tutte cose su cui non aveva dubbi, come quel 25 aprile, che era una consolazione per ciò che non era avvenuto, per le promesse mancate, per il tempo che cominciava nuovo e passava senza migliorare le condizioni di chi aveva lottato. Per sperare e per vivere la vita di chi amava e la sua con i giusti sogni. Una casa in subaffitto visto che l’altra era un mucchio di sassi, malta e mattoni sbriciolati. Una casa che bisognava riscaldare d’inverno e tenere pulita, una casa in cui doveva esserci profumo di cibo a mezzogiorno e sera e il caffè la mattina. Per questo andava distante, rinunciava, sperava e faceva un altro figlio. Perché la speranza era in ciò che credeva possibile e il possibile passava attraverso le sue mani, la sua fatica, le sue idee che ora poteva dire ad alta voce. Per questo il 25 aprile aveva un dopo e comunque era festa e si vestiva bene per andare in piazza e rivedere gli amici di allora. In qualsiasi altro giorno avrebbe avuto altri abiti, molta fatica e spesso una distanza poco sopportabile da casa. Nulla di eroico, malinconie serali per chi ritorna e attesa, ma il difficile era stato prima. Ora era tempo di gioia e di domande, tante illusioni si erano perdute assieme alla giovinezza mancata. Come tanti altri. C’era il presente, si poteva dire ciò che non andava bene, votare, cambiare e questo apriva la porta al futuro. Stessa fatica di prima, però diversa e nuova. E quei figli avrebbero avuto la libertà che a lui era mancata.
Mi ricordo bene quando l’ansia di provare era forte, quando tutto era a disposizione e tutto meritava d’essere assaggiato. Allora il tempo non bastava mai e mi sembrava che essere coincidesse con esserci. E sentire fosse qualcosa di fugace come la felicità, anzi che sentire spesso coincidesse con l’essere felice. È durata molto a lungo questa sensazione e motivava un correre senza fine, tanto che, a volte, mi trovavo stremato da continue sensazioni. Il tempo era una creatura che vivera libera in me e non trovava soddisfazione, suggeriva che ciò che non provavo sarebbe stato definitivamente perduto.
Qui ci si può aspettare una conclusione che arriva a una nuova consapevolezza, svolta e continua in altro modo la vita cambiando tutto ciò. In realtà questo sentire è mutato per suo conto e quando non lo so dire perché non mi sento di essere diverso, ossia lo sono ma non per qualche motivo che non sia la naturale evoluzione del mio percorso. Non sono particolarmente stanco di una vita che desidera e neppure ho smesso di sentire, anzi direi che ho raffinato questa capacità. Quello che è mutato è il rapporto con il tempo. Ho sempre pensato che c’era tempo e non poteva essere diversamente nella spinta a fare che non esauriva i desideri ed era incapace di escludere ciò che non era possibile in quel momento, però era un aver tempo ansioso mentre ora c’è calma e il tempo è cosa mia. Se mi guardo attorno, la mia vita è così, con le persone che hanno sempre da dirmi molto più di quanto dicano, con l’interesse per il profondo che fa coincidere quello che provo con quello che mi porto dietro. Non è una collezione di sensazioni, ma un cammino dell’essere a cui regalano molto alcune persone, altre in misura minore, con una graduatoria, non del sentire, ma del condividere. E condivido senza mettere limiti di tempo. Non uso volentieri gli avverbi di tempo assoluti, i mai, i sempre, forse perché so che, molto spesso, questi rassicurano chi li pronuncia. Rinuncio a questa sicurezza perché ho fiducia in ciò che accadrà, ormai mi conosco un po’ e so che il mio essere fedele a ciò che sento è una costante della mia vita. Anche nel mutare, nel pensare diversamente, ciò che conta non viene scartato e resta ben radicato per tenere solida la mia casa.
Il senso della cura è in quel chiamare, pensare, scrivere: ci sono e ti penso.
È nei piccoli gesti che si arrendono all’evidenza delle molte specie d’amore e che solo chi ne conosce la grafia sa interpretare e tenere cari. La cura è colmare un silenzio intuito, sorprendere con un gesto inatteso. La cura è l’attesa e la sua risposta nell’esserci. La cura toglie il calcolo dai gesti, dalle cose, è un accucciarsi caldo, una carezza inventata e lieve, un sentire che nell’aria c’è il profumo della presenza.
La cura è togliere dalla solitudine quando questa fa male e lasciarla quando è necessità del ritrovarsi.
La cura non ha tempo, non ha ora, è fatta di codici segreti, di piccole abitudini che tengono assieme la luce e il buio, è un dire con parole giuste e sbagliate, un eccedere che coglie l’inespresso, un tenere per mano quando la mano ha freddo.
La cura è essere se stessi e porgerlo quando si può, è attendere che arrivi un segnale e capire che esso ha le difficoltà che ogni vita contiene. La cura siamo noi in ogni movimento verso un amore, in ogni attesa di esso, in ogni contingenza che non ci distoglie dalla certezza di ciò che conta. E che sappiamo ci sarà adesso, stasera, domattina, fin quando sarà bello che esso sia perché viene accolto e sentito e restituito.
Questo, e molto altro, è la cura.
Di te, di me resteranno i vuoti lasciati negli abbracci,
saranno loro a parlare con il tempo,
e nessuno si preoccuperà del pulviscolo d’amore che alimenta l’universo,
come non si cruccia troppo del gas di scarico delle auto,
ma guarda il semaforo o la coda d’auto che lo precede.
Il pensiero di noi si racchiude in naturali gentilezze,
in presenze che qualcuno ha notato:
una mano nella mano, un sorriso senza apparente oggetto,
il pensiero lieto che non fa rumore,
dobbiamo credere che questo levi un vento d’onde che rimane