mettiamo le cose al singolare plurale

Penso, a volte, che se anche ho poca acqua, non sono un pesce da fango, che le cose non mi vanno bene così, che se sono un privilegiato perché nato nella parte privilegiata del mondo e negli anni in cui c’era un ascensore sociale e si poteva avere un lavoro che assicurasse dignità, non mi basta essere di sinistra per tacitare le domande. Un tempo aiutava non poco l’ideologia, ed anche i comportamenti conseguivano; c’era un futuro condiviso, si discuteva sul presente, e pur non bastando le sole chiacchere, il futuro sembrava amico. Adesso non basta essere di sinistra, occuparsi di qualcosa, pensar bene e poi attendere.

L’oggi ha dei vantaggi, ma c’è una idolatria del presente e questo mondo dà occupazione ad un sacco di persone, mai come adesso accanto a qualche diritto individuale esiste una diseguaglianza crescente sia tra chi un lavoro ce l’ha e spesso non gli basta per non essere povero e ancor più tra chi il lavoro non l’ha proprio. Pare sia più difficile occultare la realtà però la si può manipolare con facilità, basta avere il controllo dei media e spesso le non verità diventano parte della realtà. Una meta realtà a cui le persone vengono spinte a credere, tanto nessuno è in grado di verificare la massa di informazioni che vengono immesse. Il mondo è sempre più Orwelliano ma non emerge con forza una ribellione, la stessa democrazia contiene il germe per la sua negazione quando ciò che viene offerto all’elettore non solo è una meta realtà , ma anche emerge l’idea che non sia possibile mutare la propria condizione né avere un futuro migliore diverso e comune.

Un tempo chi andava in un paese che aveva leggi giudicate barbare considerava folclore guardare le teste mozzate, la legge di quel paese era sacra e ciascuno si teneva le sue abitudini. Oggi si pensa di esportare la democrazia. E’ una balla perché l’asservimento all’economia è tale che ad ogni azione corrisponde un interesse e chi è ricco diviene straricco con un buon uso della “democrazia” in punta di baionetta. Solo se si guarda alle parole e non agli interessi, qualche passo verso l’uomo s’è fatto, ci sono persone che non sono indifferenti, che capiscono che l’ingiustizia non può essere il metro per preservare il benessere. Quando penso ai maggiori diritti attuali, naturalmente lo faccio per differenza rispetto ad un prima di 70 anni fa e non mi sogno di pensare che questo sia il migliore dei mondi possibili. Eppure mai come adesso l’ingiustizia emerge, circola, le differenze sono acute, il male fa più male a chi lo sente. Mi chiedo quale via esista oltre il capitalismo, per dare un senso al cambiamento, quale direzione prendere, cosa fare per non sbagliare troppo.

In questi giorni, nel mio territorio, tagliano alberi, 116 questa volta. Un bosco. Gli abitanti hanno raccolto 30.000 firme, la giunta è di centro sinistra. Allora le persone pensano, ci ascolteranno se diciamo che abbiamo già dato, che siamo la città più inquinata d’Italia, basta! E hanno ragione, anche se la vita media è cresciuta, da 40 anni respiriamo aria inquinata. Se poi a questo si aggiunge alla quarta linea dell’inceneritore che rovescerà altre tonnellate di CO2 in ambiente, oltre a PFAS e altro, sembra logico che un bosco in città sia risparmiato, visto che sono alberi di 18 metri, che li tagliano per mettere un terrapieno e una barriera antirumore. Che pazzia pensare che sia più efficace un terrapieno che un bosco, ma è così e stamattina all’alba li hanno tagliati tutti. Ecco che emerge la rabbia, altri protestano, l’opposizione non fa il suo mestiere, ma neppure quelli che dovrebbero difendere la diversità di un agire politico che comprende la salvaguardia dell’ambiente lo fa. Emerge la necessità che i fatti siano preceduti dal consenso, così la politica, l’impegno, e la realtà generano la differenza, perché non tutto è uguale e il futuro e il presente sarà diverso a seconda delle scelte compiute. Non è possibile dire mi oppongo e basta, pensare che poi la soluzione riguarderà altri. Non basta votare, bisogna controllare le promesse, arrabbiarsi se si è stati presi in giro.

C’è una linea che vedo ogni volta che mi sposto in l’Africa. E’ la linea dello sporco, sotto quella linea si devono abbandonare le abitudini, i concetti di pulizia personale, i cibi e la loro confezione diventano precari. E’ la linea della diarrea, degli anticorpi che mancano, ma non è questo il mondo che voglio, non penso allo stato di natura come l’età dell’oro. Quella linea c’era anche in Europa, anche in Italia negli anni ’50, faticosamente si è spostata verso il basso. La civiltà è stata fatta coincidere con la pulizia, con una cura diversa dell’abitare e del vivere, come bastasse importare sapone e detergenti, ma non è solo così; civiltà sono le abitudini che mutano e il darsi da fare, l’ intraprendere sé stessi, prendere il mano il proprio futuro per un progetto condiviso.

Quando penso a uno sviluppo differente, compatibile ovunque, senza spostare le lavorazioni nocive dove non protestano, penso ad uno sviluppo che riguarda il pianeta, non il singolo territorio. A che mi serve non avere centrali nucleari se queste sono appena oltre le alpi? E ora siamo nei guai perché quando l’energia costava poco, si poteva sprecare, ma perché spreco energia, perché le case si sono costruite senza criterio, usando materiali energivori quando già 40 anni fa esisteva l’alternativa? E’ l’uso dell’energia che posso gestire come deterrente per le centrali nucleari e contro l’incremento di combustibili fossili, cosa di cui tutti ora si dimenticano e che sono causa del disastro climatico. Il nemico non è l’impresa o la globalizzazione, ma è l’uso di accumulare cose che non servono, praticare la bulimia del possesso che contribuisce a far prevalere la parte deteriore di questo mondo e lo incentra sul profitto senza limite. Scordo tutto quello che mi sta attorno, ed è giusto sia così per gran parte del tempo, ma se comincio a cambiare le mie abitudini effettivamente il battito d’ali, mio e di molti, causerà un uragano. Rallentare ed usare diversamente il tempo, proprio perché me lo posso permettere, è cambiare, moderare, fare senza rinunciare al lavoro. Ripensare il lavoro e le politiche che lo rendano un diritto che dà dignità, riprendere in mano l’utopia perché senza di essa le cose non migliorano, la diseguaglianza cresce e non si sogna più, ma neppure si può star meglio. E soprattutto devo ricordarmi di credere che un mondo diverso è possibile e che dipende anche da me. Da noi.

7 pensieri su “mettiamo le cose al singolare plurale

  1. Essere di sinistra, come si dice, m’è costato le ginocchia, che oggi non posso più correre. Mi duole pensare che molti che oggi si dicono di sinistra fanno cose non troppo diverse da chi mi regalò per mesi le stampelle della mutua

  2. Caro Willy, siamo sotto asedio, il
    mondo è sotto asedio, il maggior problema oramai non è il fatto s’è sx o dx, perché la ” política ” non esiste più. Resta nel mondo la resistenza, che possiamo fare ben poco in confronto ai big, comunque ritengo che già è meglio di niente e possiamo ancora adagiare la testa sul cuscino. Notte🌷

  3. È vero Frida, il mondo è sotto assedio e conosciamo gli assedianti, sono l’economia del consumo e il potere che si asserve al denaro non curandosi dell’uomo, il liberismo. Non è la stessa cosa essere assedianti o consenzienti con essi oppure essere assediati. La differenza tra destra e sinistra è la cura che la politica prodotta ha per l’uomo e il suo benessere. Bisogna resistere e scegliere come uscire dall’assedio.

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